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rifonda

Recuperare l’autonomia culturale e politica dei comunisti per combattere il senso comune reazionario

di Raul Mordenti*

Recuperare l’autonomia culturale e politica dei comunisti per combattere il senso comune reazionario diffuso fra le masse è oggi il nostro primo e più urgente compito.

La compagna C.R. ha scritto assai giustamente che razzismo è anche nelle fila dei proletari e perfino dei comunisti.

L’allarme non deve essere in alcun modo trascurato (io anzi aggiungerei all’elenco della zozzeria che sporca anche le nostre fila anche l’antisemitismo, l’omofobia, il disprezzo per le donne). D’altra parte la mancanza di autonomia ideale e culturale va di pari passo con la mancanza di autonomia politico-partitica dei comunisti, e non saprei dire quale mancanza preceda e provochi l’altra. Poiché il partito comunista (quale che sia la forma che esso oggi deve assumere) è il luogo della piena autonomia del proletariato, la terribile debolezza del partito comunista (che non risale certo ad oggi ma perdura da decenni) spiega la situazione attuale che deve preoccuparci enormemente.

Il partito comunista di massa infatti è stato anche una grande agenzia formativa, collettiva e capillarmente diffusa, che spiegava a tutti l’eguaglianza, l’antirazzismo, l’antifascismo: in ogni luogo di lavoro, in ogni scuola, in ogni sezione (e, aggiungo: in ogni bar e in ogni autobus) si trovava sempre un/una comunista che difendeva ad alta voce un nero offeso, una zingarella perseguitata, una qualsiasi diversità vilipesa o derisa, che insomma era capace di contrastare a viso aperto, colpo su colpo, la cultura razzista e fascista che ahimè troppo spesso rappresenta il senso comune del nostro infelice paese.

Dietro quella decisiva attività cultural-politica antirazzista e antifascista dei comunisti c’era – non sembri strano dirlo – il marxismo; intendo dire che c’era la convinzione radicata che il nemico era il capitalismo e i suoi sostenitori: questi i nemici veri, anzi gli unici nemici, del popolo lavoratore e del proletario cosciente. Così che ogni tentativo di suscitare l’odio popolare verso il nero, l’immigrato, l’ebreo, l’omosessuale etc. veniva svelato per quello che effettivamente è in termini di classe, cioè lo sforzo di impedire la coscienza del conflitto di classe, deviando vigliaccamente il risentimento popolare dai padroni verso qualcos’altro.

Quelli che hanno distrutto, intenzionalmente e sistematicamente (e ci sono voluti decenni!) la presenza organizzata dei comunisti in Italia ora versano lacrime di coccodrillo sul riproporsi di un diffuso senso comune razzista e fascista fra le masse, che adesso è pressoché incontrastato; e anzi, poiché il senso comune razzista e fascista è direttamente proporzionale all’ignoranza, non c’è da sorprendersi che esso alligni facilmente nei settori più descolarizzati e dunque proprio fra la povera gente.

Dunque almeno questa volta per noi il “che fare?” è chiarissimo: impegnare tutte le forze del nostro collettivo politico per affermare l’autonomia dei comunisti, la loro irriducibile differenza, sul terreno del senso comune delle masse, cominciando a spiegare a tutti, ostinatamente, chi è il nemico e chi è, invece, il nostro fratello. Non si tratta di un compito facile, soprattutto dopo che sono stati praticamente azzerati i nostri strumenti di comunicazione e di informazione (giornali, riviste, case editrici).

Vorrei spiegarmi con una questione che certo è meno condivisa, ma non meno importante, dell’antirazzismo: la campagna orchestrata dalla borghesia e utilizzata largamente dal M5S contro i cosiddetti “costi della politica” che – a ben vedere – è contro la democrazia. Ricordate la campagna lanciata da Stella sul “Corriere della Sera”? La conseguenza di quella campagna fu che se a un’ipotetica assemblea popolare si chiedesse di scegliere chi buttare dalla torre fra “i politici” e i padroni, i padroni sarebbero certamente salvati, quasi all’unanimità.

Credo, temo, che molti compagni abbiano esultato (con l’on. Di Maio che ha addirittura brindato a piazza Montecitorio) per l’abolizione dei cosiddetti vitalizi agli ex parlamentari. Ebbene, il risparmio è risibile (molto meno di quanto ci è costato da solo l’aereo del megalomane Renzi) e il vulnus di principio è pericolosissimo, perché rafforza l’attacco a diritti acquisiti in campo pensionistico che oggi si applica agli odiati “politici” e domani si applicherà certamente anche alle pensioni dei lavoratori dipendenti.

Ma, una volta aboliti giustamente i privilegi eccessivi e intollerabili come i vitalizi conseguiti con brevi permanenze in Parlamento (e a questo si era provveduto, in verità, già nella scorsa Legislatura) cosa c’è dietro la soppressione dei vitalizi? C’è niente altro che l’antico sogno borghese che la politica sia riservata solo ai ricchi o ai loro dipendenti e clienti, cioè il progetto di tornare alla situazione per cui, ad esempio, Francesco De Sanctis, Ministro con Cavour ma non ricco di famiglia, si trovò costretto a scegliere fra essere deputato e avere abbastanza soldi per potersi sposare (la deputazione era al tempo gratuita), andando in giro nel frattempo con un solo paio di pantaloni.

L’indennità parlamentare (che – non si dimentichi – fu messa non a caso in Costituzione) serve a garantire che non solamente i ricchi possano rappresentare il popolo e a garantire la libertà dei rappresentanti del popolo, e lo stesso significato ha una forma di sostegno che valga anche in vecchiaia, perché abbandonare la propria professione per dieci o venti anni per rappresentare il popolo in Parlamento è una scelta generosa che la Repubblica ha il dovere di consentire senza costringere alla miseria chi la compie. Non è elegante fare qui dei nomi: ma perché mai i comunisti dovrebbero rallegrarsi che una deputata per quattro legislature riceva ora meno di mille euro al mese, o un ex-deputato malato sia costretto a ricorrere alla beneficienza, o un ex senatore-deputato che per stare in Parlamento lasciò la professione giornalistica e la direzione di un giornale veda adesso la sua pensione tagliata di oltre il 50%?

No, compagni, i comunisti oggi più che mai debbono ragionare con la propria testa, e ragionare da comunisti, cioè mettendo sempre al primo posto la lotta fra le classi, senza cedere alle ideologie dominanti (che sono sempre le ideologie delle classi dominanti) anche quando queste ideologie si travestono con argomenti demagogici e plebei.


* Prof. Raul Mordenti, Dipartimento di Studi letterari, Filosofici e Storia dell’arte Università degli studi di Roma ‘Tor Vergata’. Segnaliamo del compagno Mordenti l’ultimo libro La grande rimozione. Il ’68-’77: frammenti di una storia impossibile, Roma, Bordeaux, 2018, pp. 200, €. 16,00.
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Comments   

#4 CARLO 2018-08-12 10:05
in cinque anni un parlamentare guadagna circa 600.000 euro, io che sono operaio metalmeccanico per guadagnare la stessa cifra ci impiego 24 anni. Perciò, posto che posso ritenere giusta l'indennità del parlamentare, trovo un pò eccessiva la frase dove dici : "perché abbandonare la propria professione per dieci o venti anni per rappresentare il popolo in Parlamento è una scelta generosa che la Repubblica ha il dovere di consentire senza costringere alla miseria chi la compie".
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#3 Mario Galati 2018-08-11 17:22
Vorrei far notare a Fabrizio Marchi che il taglio dei vitalizi attraverso la violazione dei diritti quesiti è il grimaldello per tagliare le pensioni che godono del sistema di calcolo retributivo, ricalcolandole col contributivo dopo aver aperto la breccia nel sistema giuridico.
Quanto ai vitalizi e alle indennità di carica, come comunisti dovremmo affrontare la questione in linea con le indicazioni di Marx nei suoi scritti sulla Comune di Parigi, riprese da Lenin in Stato e rivoluzione: mandato imperativo e revocabilitá del mandato, indennità equiparate ai salari operai. Le indennità e il sostegno economico per i rappresentanti popolari sono necessarie, ma non devono essere privilegi. Nel nostro sistema sono privilegi che hanno il fine di separare i rappresentanti dai lavoratori, di accomunarli ai ceti benestanti (quando non lo sono di proprio) di renderli con loro solidali e di renderli conservatori, in difesa del sistema che li privilegia. È una questione politica, non morale o di astratta giustizia.
Non dobbiamo categoricamente seguire la campagna moralistica e reazionaria condotta dalla grande borghesia attraverso i suoi giornali, sostenuta dalla piccola borghesia e diffusa tra le masse popolari. Ogni sostegno a questa campagna è un sostegno al capitale.
I padroni hanno al loro servizio i cagnolini politici e li bastonano pure dai loro giornali, così distraggono i lavoratori dai veri problemi, dalla centralità dei rapporti di classe e dai loro profitti. A loro volta, i politici fedeli ai padroni sono pagati anche per incassare le loro bastonate e umiliazioni. Ha ragione Mordenti sul ruolo del Corriere e di giornalisti come Stella.
Senza contare il fondo antidemocratico di certa retorica antipolitica.
In questo momento storico, pensare di poter supportare l'indignazione "popolare" (demagogica: la maggior parte degli indignati, a iniziare dai pentastellati, vorrebbe solo essere al posto dei loro bersagli) sui privilegi dei politici, magari apportandovi i nostri distinguo di comunisti è da ingenui.
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#2 Bruno 2018-08-11 11:46
Credo che l'errore principale dei "comunisti" ora piú di allora é il fatto di concentrarsi sulle varie espressioni sociali anziché agire prioritariamente facendo leva della forza della critica.
Almeno 40 anni fa la spinta proveniva in larga parte dalla classe dei lavoratori che vedevano rilevano acquisire i risultati del progresso intervenuto nel glorioso trentennio keynesiana.
Ad esempio un articolo che si propone di rivendicare un ritorno all'egemonia comunista senza fare riferimenti agli sconvolgimenti nell'economia non rimane che il solito rituale rotativo.
Omofobia, maschilismo, razzismo ecc sono solo dei corollari ed effetti di determinazioni ben più complesse che non siamo in grado ancora di comprendere e metabolizzare positivamente.
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#1 Fabrizio Marchi 2018-08-11 00:50
L’articolo parte bene ma finisce, a mio parere, malissimo.
Intanto una premessa. E’ vero quello che dice Mordenti sul fatto che una quarantina di anni fa in ogni dove c’era un/una comunista che “vigilava”, diciamo così, pronto ad intervenire, a dire la sua. Vero anche che la coscienza di classe diffusa ostacolava e in molti casi impediva l’ostilità contro minoranze, immigrati e in generale la famosa guerra fra poveri. La guerra fra poveri – su questo non c’è dubbio – prolifera in assenza di coscienza di classe. Però non è affatto vero che quella coscienza di classe arginasse e disinnescasse l’omofobia. Le tendenze omofobiche erano molto più presenti fino ad una quarantina di anni fa, soprattutto nei settori proletari e popolari, rispetto ad oggi. Sulla violenza che si consumava sistematicamente nelle borgate e nelle periferie delle metropoli lo stesso Pasolini aveva acceso i riflettori, proprio dopo il massacro del Circeo.
Non ho ben capito, inoltre, a cosa si riferisca e con chi ce l’abbia Mordenti quando dice che anche fra le fila stesse dei comunisti si nutrirebbe antisemitismo, omofobia e disprezzo per le donne. Mi sembra, in tutta sincerità, il solito mantra che si deve recitare per default all’ideologia politicamente corretta e al femminismo, di cui Rifondazione è intrisa. Stesso discorso per il presunto antisemitismo. Oggi chi osa critica il femminismo – da tempo elevato a Verità Assoluta incriticabile e infallibile - viene immediatamente bollato come maschilista, reazionario e misogino. Stessa sorte per chi combatte il sionismo e le politiche imperialiste israeliane; in questo caso l’accusa è ovviamente di antisemitismo. Sono i due tabù intoccabili, femminismo e Israele. Scrissi un articolo, in tal senso, ormai diverso tempo fa, che mi permetto di segnalare: http://www.linterferenza.info/editoriali/chi-non-ci-e-permesso-criticare/
Dopo di che, partendo da una analisi anche condivisibile sulla necessità che i comunisti lavorino a ricostruire la loro autonomia culturale e politica, Mordenti conclude lanciando un appello per difendere i vitalizi dei parlamentari che, poveretti, dopo quattro legislature a 14.000 euro al mese e dopo decenni di vitalizio a 3 o 4 o 5.000 euro al mese si ritrovano con un taglio del 50% …
Non discuto sul fatto che queste siano misure demagogiche e di nessuna utilità concreta, e confermo che sono sostanzialmente un depistaggio ideologico e politico che ha l’obiettivo di confondere ancor più la testa della gente, impedendogli di riconoscere i veri padroni del vapore.
Però da questo a difendere gente che da decenni gode di privilegi insopportabili, come quello di campare di rendita percependo un vitalizio da vent’anni di 4 o 5.000 euro al mese, ce ne vuole. Conosco personalmente diversi deputati che all’età di 40 o 45 anni percepivano già vitalizi di oltre 4.000 euro al mese (oggi hanno 60 o 70 anni, e campano di rendita da allora…). Inoltre, non ci prendiamo in giro, la stragrande maggioranza di quei deputati e senatori erano già benestanti se non ultra benestanti. Quella del vitalizio che servirebbe per garantire anche ai poveri di entrare in parlamento e di fare politica è di fatto una favola. E in ogni caso, il principio è secondo me sbagliato. Hai fatto il deputato o il senatore per un tot tempo? Il tuo mandato è scaduto? Bene, torni a lavorare come tutti i comuni mortali. Non hai lavoro perché ti sei dedicato anima e corpo al popolo? Benissimo, lo stato deve ricollocarti in qualche modo, cioè trovarti un lavoro, ma NON darti un vitalizio. Il vitalizio è un privilegio insopportabile e indifendibile. Che poi il M5S lo utilizzi come depistaggio è un altro discorso. Però che per riconquistare l’autonomia dei comunisti si debba partire dalla difesa dei vitalizi dei parlamentari è quanto meno stucchevole, per non dire altro…
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