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aldogiannuli

La Democrazia svuotata

di Andrea Muratore

Il blog ufficiale dei Cinque Stelle ha titolato:la democrazia è sotto attacco“, e con esso il governo. Emma Bonino piange il calpestamento della democrazia e delle istituzioni da parte del governo e Giorgio Napolitano sottolinea come le mosse dell’attuale esecutivo siano senza precedenti, inaudite. Sbagliano tutti quanti.

Sbaglia il Blog delle Stelle perché certe parole andrebbero pesate bene, prima di scavare trincee di odio destinate a rimarginarsi con enorme difficoltà. Tutti in Italia ricordiamo come l’imbarbarimento del dibattito politico abbia avuto un’accelerazione nel contesto della campagna referendaria del 2016.

Non perdonerò mai a Matteo Renzi di aver tentato una forzatura di tale livello, che ha spaccato il Paese e ne ha spaccato la retorica politica. Tra i pronostici catastrofistici dei fautori del Sì in caso di bocciatura della riforma (crollo del Pil, blocco degli investimenti, default) e gli attacchi contro la “deriva autoritaria” si è avviata una spirale discendente in cui siamo tutt’ora intrappolati. Renzi ha pagato giustamente il fio con l’annichilimento politico, ma chi gli è succeduto, di fatto, è figlio dello stesso sistema.

La democrazia rappresentativa ha difficoltà enormi a relazionarsi con i vincoli di natura finanziaria, economica e burocratica che troppo spesso rappresentano un freno indebito all’azione politica. Ma la strada per superare questi vincoli non può essere esclusivamente retorica.

Sbagliano la Bonino e Napolitano, con una grande dose di ipocrisia. Emma Bonino si dispera per l’antipolitica al comando, per la mancanza di rispetto verso le istituzioni del governo. Si può concordare o meno con le sue parole, ma non si può fare a meno di ricordare che lei, Pannella e i Radicali tra il 1992 e il 1993 hanno inaugurato la stagione dell’antipolitica, con i referendum sul maggioritario e la preferenza unica che hanno contribuito a delegittimare i partiti, riducendo nella prassi e nel dibattito mediatico la nostra democrazia a una mera guerra tra bande, sostituendo al tema del buon governo il mito della governabilità, presto tramutatosi nella pratica costante dell’occupazione dello Stato da parte della maggioranza di turno. Risultato: Parlamento calpestato, ridotto a mera fabbrica della fiducia.

E in quanto a Giorgio Napolitano, basterebbe una cronaca del suo comportamento disdicevole da Presidente della Repubblica, le trame coperte per fare e disfare governi dalla caduta di Berlusconi nel 2011 all’ascesa di Renzi nel 2014, per dimostrarne tutta l’ipocrisia. Napolitano ha umiliato il Parlamento più di ogni altro Presidente della Repubblica, e ciò che più si deve riconoscere a Sergio Mattarella rispetto al predecessore è un rispetto per le camere che sembrava essere svanito nei sette anni precedenti.

Vent’anni di voti di fiducia imposti in extremis al Parlamento portano a ritenere l’azione attuale del governo in perfetta continuità con quella dei suoi predecessori. Perry Anderson ha scritto che

“la Seconda Repubblica italiana è un caso di trasformismo in grande scala: non un partito, non una classe, ma un intero sistema che si converte in ciò che voleva abbattere”.

Se la Terza Repubblica è già nata, si può dire lo stesso di lei.

Non c’è da stupirsi se la Lega e il Movimento Cinque Stelle perseverano sulla strada di chi li ha preceduti. Semmai, c’è da constatare come l’assenza reale di un’opposizione renda per loro più facile sfruttare questa condizione di svilimento del Parlamento. Gli antisistema si fanno sistema e ne interiorizzano regole, “valori” e prassi.

La democrazia si fa imposizione ed il dibattito parlamentare viene meno, come viene meno la civiltà della politica. E i partiti di governo questa prassi la consolidano ulteriormente presentando direttamente la manovra a scatola chiusa. L’ennesimo abuso, l’ennesima fuga in avanti, ma nel quadro di un sistema ben consolidato.

Tra i pochi interventi in Parlamento sulla manovra finanziaria che lasciano aperta la speranza su ciò che rimane della classe dirigente del Paese, sottolineiamo le parole dei due più acuti esponenti dell’opposizione. Da destra, Guido Crosetto sottolinea come l’indifferenza verso il rispetto delle regole sia oramai talmente assimilato da venir considerato quasi naturale:

Se domenica una squadra avesse iniziato a giocare la partita non mettendo la palla al centro ma sul dischetto del rigore ci sarebbero 630 deputati qui a stracciarsi le vesti, perché le regole non vanno cambiate. Invece se si infrange la Costituzione ce ne sbattiamo e ci passiamo sopra perché la maggior parte delle persone non ne capisce la gravità“.

Da sinistra, Stefano Fassina ne critica con cognizione di causa i contenuti: “Non era mai accaduto che neanche una Camera potesse entrare nel merito del provvedimento più importante della vita istituzionale e politica di una comunità. La prima lettura a Montecitorio, è stata di “intrattenimento”, mentre era in corso il negoziato con la Commissione europea. Al Senato, è arrivato in zona Cesarini il maxi-emendamento confezionato con Bruxelles: un testo non soltanto ridimensionato negli importi per i principali capitoli di spesa (il cosiddetto “Reddito di Cittadinanza” e “Quota 100”), ma inzeppato di misure aggiuntive, improvvisate, estremamente rilevanti per impatto economico e sociale (dal raddoppio dell’Ires sulle imprese no-profit, al blocco delle assunzioni nelle Pubbliche Amministrazioni, alla possibilità di cambio di destinazione d’uso per la svendita rapida del patrimonio pubblico, al taglio ai fondi per il pluralismo nell’informazione), insieme a una valanga di misure ordinamentali (ossia prive di riflessi di finanza pubblica), “marchette” le avrebbero definite dall’opposizione i campioni del M5S”.

Nelle loro parole, si trasmette un’idea di politica che sembra perduta nel Paese. Perché la democrazia, in questi 25 anni, non è stata né abbattuta né calpestata. Poco a poco, è stata semplicemente sgonfiata. E questo è, forse, un fatto ancora più grave.

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