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poliscritture

Negri su Balestrini

di Ennio Abate

Su “il manifesto” dell’8 giugno 2019 (qui) è comparso un ricordo di Nanni Balestrini scritto da Antonio Negri. L’ho letto, riletto, meditato e ho scritto questi appunti critici. [E.A.]

1. Non capisco come possa aver fatto Balestrini a lasciare nel suo lavoro di poeta «l’anima accanto, fuori dalla poesia». Non ci riuscirono i futuristi e penso che – ad indagare a fondo i suoi testi – non sia riuscito neppure lui.

2. Né afferro come abbia potuto anche essere « produttore di riviste politiche» senza che ci fosse «un bisticcio fra Nanni e i responsabili di un qualsiasi lavoro politico che lui avesse nelle sue mani di editore». Sarebbe qualcosa di miracoloso. Non chiedo prove. Ma resto stupefatto. Perché, pur avendo – io e tanti altri che conosco – desiderato e tentato negli ultimi decenni (dagli ’80 in poi) di fare riviste “cooperanti”, non ci siamo riusciti. Non voglio cercare maliziosamente il pelo nell’uovo (la «generosità» di Balestrini, l’ottima collaborazione tra lui e Negri. E altri pure). Chiedo solo una spiegazione accettabile del “miracolo”.

3. Cos’è la benedetta/maledetta «cultura sovversiva»? A me pare manifestazione di nicchia, rispettabile e da praticare senza retorica; e però, se non da tutti tollerata, abbastanza sopportata dai potenti e loro funzionari, perché in buona parte resta “nei limiti” e finisce per lustrare il “pluralismo democratico”.

Nasce da un ««fare» senza troppo pensarci su»? E sta bene. Resta, però, l’impressione che «laicità sovversiva» e «piacere della “superficie” in tumulto», troppo modellati «alla Deleuze, alla Guattari», siano (in toto? in parte?) una *scolastica*, non una pratica capace di espandersi al di fuori di strette minoranze intellettuali.

4. Anni ’70. Sottraendosi anche al clima commosso delle reazioni per la morte di Balestrini bisogna dirlo: l’asino (la «laicità sovversiva», il «piacere della «superficie» in tumulto») cascò proprio quando «Calogero trasformò presto questa iniziativa [7 aprile? alfabeta?] in «associazione di malfattori», in delinquenza organizzata. E, appunto, si ebbe la più dura repressione («Poi vennero Rebibbia, Fossombrone, Palmi, Trani, per me»). E’ un punto ineludibile, ma ancora oggi eluso. Si sarà resistito di fronte «all’irrazionalismo reazionario dei nouveaux philosophes», ma perché non si fu in grado di resistere ai Calogero, al PCI fattosi Stato, etc.? Cosa avremmo detto in quegli anni di un Lenin che non fosse riuscito a “resistere” a Kerensky?

5. Mettendo da parte lo spirito di gruppo e i riferimenti complici ad una storia comune ( «Dai tempi di Potere Operaio con Nanni ne abbiamo fatte tante… non solo di riviste»), che sarebbe ingeneroso censurare, a tutti noi sopravvissuti degli anni ’70 ( e ai giovani pensanti) preme tuttora capire le ragioni della *sconfitta* di tutto quel movimento.

6. E perciò dubito del giudizio di Negri sugli anni ’70: «la rivoluzione operaia – […] se non era stata vincente nella società, aveva comunque distrutto quell’indecente luogo di sfruttamento che era la fabbrica fordista». Senza scivolare nelle demonizzazioni del pensiero di Negri, trovo il suo ottimismo inaccettabile. Stravolge non solo il senso comune dei militanti di allora ma quel tanto di verità storica documentabile. Volesse il cielo che la fabbrica fordista l’avesse distrutta proprio e *solo* la classe operaia; e che non fosse stata sostituita da qualcosa di simile e anche di più «indecente» (malgrado le apparenze ”progressiste” dell’informatizzazione).

7. Ritengo consolatorio sosgtenere che Balestrini (o altri protagonisti d’allora) «nella fuga dalla repressione feroce dei Calogero, dei Dalla Chiesa, del «compromesso storico» ritrovava [o abbiano ritrovato] il senso del gioco e dell’avventura». Magari facendo «i collage», o dedicandosi all’arte o alla poesia. Né mi sento di sottoscrivere l’affermazione che « Vogliamo tutto» , «capolavoro della letteratura operaista», sia anche «uno dei più bei romanzi del Novecento». Sarà stato pure « uno sfregio alla casa Agnelli, in quel tempo regnante, e ai sudditi plaudenti (i quarantamila?)», come «Gli invisibili» sarà stato una «replica» di Balestrini alla repressione o un atto di resistenza, ma a paragone del fatto che « la voce dei duecentomila rivoltosi di Mirafiori» fu messa a tacere e che la «repressione del 7 aprile ’79 » non fu ostacolata (e vanamente) che da pochissime minoranze, che peso hanno quegli “sfregi” o “repliche” o “resistenze”? Non è coi libri che viene «mandata all’inferno» una repressione o che non si spenga « la luce di una rivoluzione possibile». O che la «più infame restaurazione» non si sia imposta.

8. Non penso, dunque, che « i ’70 [siano] finiti solo per i persecutori» o che «l’odio per i padroni (non più del vapore ma della finanza e di tutto il resto) [venga] fuori ancora e sempre più forte». Pochi tengono ancora viva la speranza e non si rassegnano. Ed è un bene. Ma generalizzare un sentire o un pensare di minoranze facendone conquista di maggioranze o di *moltitudine* è un grave rischio per questi “resistenti”. Teniamo i piedi per terra, caro Negri. Non «siamo vissuti nell’avvenire».

9. Vedo, infine, un ultimo equivoco nell’elogio che Negri fa della Feltrinelli anni ’60 («La Feltrinelli anni ’60, dove crebbe Nanni, quella dei due premi Nobel, fu davvero una macchina [di guerra] siffatta»). E chiedo: che resistenza alla repressione dimostrò quella «macchina di guerra»? che fine fecero, appena scoppiò la repressione del 7 aprile (1979), le collane dei «materiali marxisti»? cos’è divenuta oggi? E se Balestrini si fece le ossa come «imprenditore della moltitudine» in quella casa editrice “d’avanguardia”, ciò vorrebbe dire automaticamente che quei metodi di gestione o conduzione di gruppi potevano essere tranquillamente importati nei movimenti e risultare sicuramente fecondi? «Quel bisogno di produrre politicamente insieme che divenne epidemico fra i ’60 e i ’70» fu in parte vero. A patto che si riconosca che di bisogno e solo di bisogno si trattò; e che le forme organizzative in cui si tentò di accoglierlo non furono adeguate. Altrimenti non ci troveremmo nelle penose condizioni d’oggi.

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Comments

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Ennio Abate
Sunday, 23 June 2019 23:18
"mi sembra un errore di moralismo e di praticismo disconoscere la specificità dell'azione politico-culturale condotta da Balestrini e da altre soggettività antagoniste contrapp.onendola, secondo un tenace modulo piagnonesco nella rievocazione di quegli anni, alla necessità di una resistenza in gran parte mancata" (Barone)

Veramente la mia obiezione era circoscritta e ben contestualizzata alle frasi usate da Antonio Negri.

P.s.
A riprova che non ci sia da parte mia disconoscimento alcuno del ruolo politico e culturale svolto da Nanni Balestrini si vedano i commenti e gli approfondimenti seguiti alla pubblicazione del post:
http://www.poliscritture.it/2019/06/15/negri-su-balestrini/#comments
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Eros Barone
Friday, 21 June 2019 22:27
LXIII. La signorina Richmond constata incredula che c’è chi loda il letamaio

XV. C’E’ CHI LODA IL LETAMAIO

Qual è il segno culturale del nostro tempo
il bello di cattivo gusto
cioè la merda
le belle pubblicità di merda i bei abiti

di merda il bell’erotismo di merda
le belle barche di merda i bei romanzi
di merda il bel giornalismo di
i bei talk show di merda insomma

tutti i belli super professionali
di merda prodotti dalla cultura spettacolo
di merda con quella incancellabile e richiesta
vena di cattivo gusto cioè di merda

diciamo la cultura dei professionisti di massa
di merda che lavorano per le masse di merda
è difficile diciamo noi
disobbedire al proprio tempo

ci sono tempi che danno licenza di buon gusto
e tempi di merda che la tolgono
e chi contravviene alla merda se va bene
sarà apprezzato dai posteri

oggi i buoni professionisti della merda
selezionati dai grandi media di merda
sanno mettere insieme colori immagini di merda
luci effetti di merda tridimensionali
belli bellissimi sanno organizzare i bei
dibattiti sado-maso di merda le belle
inchieste tutte ritmo e suspense
ma mettendoci quel tanto di cattivo gusto

cioè di merda che hanno coltivato invece che soffocare
per piacere allo spettatore massa di merda
e senza un po’ di cattivo gusto
cioè di merda oggi si campa male

a noi tocca vivere nella cultura spettacolo
di merda del bello di cattivo gusto
cioè di merda ben retribuiti e puniti
ogni giorno dalla fama di merda

è difficile disobbedire al proprio tempo di merda
non curarsi del suo segno culturale di merda
oggi uno che non ha successo
perché guarda in alto e comunque non nel letamaio

non viene guardato dalla merda
come un’intelligenza esigente
come il portatore di una grande ambizione
ma come un corpo estraneo alla merda

vivere in sintonia con la cultura di massa
di merda è vivere nel migliore dei mondi
di merda oggi possibile
è quasi impossibile sottrarsi
alla cultura del proprio tempo di merda
i compensi agli intelligenti perché producano
merda per i rozzi e volgari sono ottimi
e tutti più o meno ci siamo adeguati alla merda

Questa "lode del letamaio", nella sua durezza brechtiana e milanese, è stata, ed è, una testimonianza significativa del contributo critico, polemico e satirico di Nanni Balestrini ad una presa di coscienza circa la degradazione della vita e delle relazioni sociali sotto il tardo capitalismo in un'epoca termidoriana. Del resto, condivido le osservazioni critiche di Ennio Abate sull'articolo di Negri, ma mi sembra un errore di moralismo e di praticismo disconoscere la specificità dell'azione politico-culturale condotta da Balestrini e da altre soggettività antagoniste contrapponendola, secondo un tenace modulo piagnonesco nella rievocazione di quegli anni, alla necessità di una resistenza in gran parte mancata, poiché non è "coi libri che viene 'mandata all’inferno' una repressione o che non si spenga 'la luce di una rivoluzione possibile'...o che la 'più infame restaurazione' non si sia imposta".
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