Occidentali, ancora uno sforzo!
di Guido Battisti
Paolo Bartolini, Stefania Consigliere: Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista, Jaca Book – Dissidenze – p.188 – €. 20,00
Stefania Consigliere è ricercatrice in antropologia all’Università di Genova dove si è formata alla scuola del professore Antonio Guerci. La sua crescita personale e professionale è profondamente debitrice alla lunga collaborazione con Piero Coppo, importante studioso e punto di riferimento in Italia per la disciplina dell’Etnopsichiatria, nonché amico del compianto Giorgio Cesarano. Dalla lettura delle sue pubblicazioni risalta una non comune conoscenza in vari campi di studio (confinanti ma spesso resi non comunicanti tra loro dalla scienza accademica), insieme all’altrettanto inconsueto e contagioso entusiasmo di chi sperimenta profondamente in sé la potenza di ciò che intende trasmettere con il suo lavoro di studioso.
il Laboratorio “archeologia filosofica” ha avuto il piacere di conoscere di persona Stefania e di averla ospite in un incontro informale avvenuto qualche mese fa in un suggestivo ambiente ricavato da uno scantinato, romanticamente bohémien e carbonaro. In quel contesto si sono poste le basi per una possibile collaborazione con questa amica, in virtù di una sensibile comune intesa intorno all’urgenza di aprire quelle porte della percezione che la modernità capitalista ha preteso di svalutare come residuo di un passato oscurantista o, peggio ancora, di sigillare per sempre dopo averle sepolte sotto cumuli di macerie e montagne di cadaveri.
Di Paolo Bartolini sappiamo che è un analista formatosi alla Società di analisi biografica a orientamento filosofico (SABOF), scuola che trae ispirazione da Romano Màdera che qualcuno ricorderà tra i fondatori del Gruppo Gramsci, una delle più feconde esperienze dell’Autonomia negli anni 70. Nella sua attività di terapeuta, saggista, nonché giornalista e intervistatore, Bartolini non si risparmia nel contaminare la sua attività professionale con l’istanza etica di un’apertura all’evento, al divenire ciò che ancora non siamo e a essere ciò che stiamo diventando.
E’ un libro, questo Strumenti di cattura, pensato a due teste e scritto a quattro mani, un’istantanea scattata su qualcosa che si muove, un progetto che intende mappare la panoplìa di dispositivi che assoggetta i soggetti, creandoli, modellandoli, imponendo limiti e facendo di essi ciò che sono. E’ qualcosa perciò di estremamente ambizioso e allo stesso tempo inconcludibile per sua natura. Di fatto, per la densità di quanto vi si espone e per la copiosità di riferimenti bibliografici, il saggio è un resoconto aggiornato di un progetto cominciato già da qualche anno e che tuttora prosegue felicemente. Esso nasce e si sviluppa come conseguenza di un’amichevole collaborazione, operosa e fattiva, tra due personalità felicemente inquiete, un incontro che deve la sua fruttuosità non solo alla rinuncia al ruolo di elargitori di presunte Verità eterne ma anche alla messa in gioco delle proprie conoscenze, continuamente rilanciate in un rizomatico e pluridimensionale multiverso, privo di direzioni univoche e gerarchie consolidate.
Consigliere e Bartolini sono dunque gli autori dei tre lunghi capitoli che compongono questo volume, i primi due firmati separatamente e solo il terzo riconducibile alla responsabilità comune di entrambi.
Il primo capitolo/saggio di Stefania Consigliere s’intitola Archeologia della dissociazione. La studiosa vi intende accompagnare il lettore su un percorso dove verranno affrontati i fantasmi della modernità capitalista, illuminando in essa quel terribile rimosso che, per una sorta di trucco stregonesco, riesce a celare ciò che è qui, presente in ogni singolo atto umano e tuttavia nascosto, reso invisibile attraverso una lunga e progressiva opera di desensibilizzazione, scotomizzazione delle coscienze, disciplinamento e riduzione di corpi e menti, al fine di realizzare il totalitarismo capitalista come unico scenario possibile in cui è dato vivere al popolo del capitale. Sono tante le indicazioni preziose che è possibile ricavare dalla lettura di questo capitolo.
Il valore d’uso di esso, come per il resto del libro, sta nell’invito a risvegliare i sensi sopiti, a riconoscere la violenza camuffata da pacificazione, a saper leggere il lato oscuro del proprio presente. E’ significativo che questa prima parte, che si apre con il paragrafo L’ipotesi stregonesca, si concluda con quello intitolato Haunting, con riferimento, nell’analisi di Avery Gordon, alla persistenza del fantasma che turba la messa a norma del cittadino. Questo spettro non può essere cancellato e anzi, il più delle volte, destabilizza irrompendo in maniera inaspettata e incomprensibile nell’unifomità catalettica del presente.
Veniamo perciò scossi da queste sollecitazioni e spinti a chiederci: quali operazioni comporta il divenire moderni?
Il secondo capitolo, Soggettività e individuazione, ha per complemento del titolo Per un pensiero eutopico tra filosofia e psicoanalisi. Tale proposito si manifesta come inequivocabile e coerente dichiarazione d’intenti. Con raro talento Bartolini si adopera a sondare il legame sottile e tenace che esiste tra pensiero filosofico, psicologia del profondo e critica sociale. In questo gioco di messa in dialogo tra studiosi citati, appartenenti a mondi, ambiti scientifici ed epoche differenti, l’autore si muove con grande padronanza e disinvoltura, senza mai dimenticare la specificità del proprio profilo professionale. Ed è proprio questo a rendere interessante ciò che scrive. Bartolini ci invita ad attivare un processo di individuazione che contrasti la malattia dell’individualismo, quella che annichilisce, asfissiandola, l’anima umana, la stessa patologia che in sostanza rende tristi le nostre vite depotenziate. Si tratta di disattivare la presa che ha la narrazione neoliberale con la sua cornice di complemento, in cui tutto trova posto fuorché lo stabilirsi di relazioni e passioni non economizzabili, cioè non riferibili a proprietà privata di atomi rinchiusi in blister sigillati. Veniamo così condotti in quel territorio che noi occidentali moderni abbiamo tentato di rimuovere perché incompatibile col Significante dispotico della promozione individuale.
L’impianto di cattura è semplice da capire ma non facile da disattivare: esso consiste nel separare tra loro le persone e, ciascuna di esse, dalla propria potenza di agire. Individui così scissi dal mondo vengono successivamente messi in relazione attraverso la riunificazione fittizia in quella che il gruppo di “Tiqqun” ha definito comunità terribile, cioè il sociale che si impone con il suo carico di ricatti e tranelli. Si tratta infine di aprirci ek-staticamente all’incontro con l’Altro, alla sperimentazione di altri modi di essere, avventurandoci là dove si possano attivare potenzialità inespresse e non conosciute. Tutte cose facili a dirsi ma difficili a praticare, proprio in virtù di quella favola incapacitante per la quale questo mondo, che crediamo conoscere, sia l’unico capace di garantire la nostra presenza. E’ sufficiente la paura di non poter più esistere in alcun altro mondo a scoraggiare l’abbandono di questo. Ed è precisamente questa considerazione a dover essere sempre tenuta presente e a doverci dare la misura di ciò che potremmo osare, evitando il vuoto chiacchericcio dei salotti intellettuali.
E giungiamo infine alla terza e ultima parte del libro, quella elaborata congiuntamente da Paolo Bartolini e Stefania Consigliere, la più breve e forse la più importante per chi legge: L’arte dei legàmi. Una conclusione per non finire.
Poche righe estrapolate dal testo danno un’idea del tono con cui si articolano 11 parole chiave :
“L’attualità di Marx, di Simondon, di Benjamin (per citare solo alcuni degli autori che ci stanno a cuore) non abita solo nei contenuti del loro pensiero, quanto nella felicità a cui quei contenuti tendono – quella che sentiamo bandita dalle nostre vite: uno stato più intenso e più giusto del mondo, l’accesso alla difficile libertà che passa dalla conoscenza di ciò che è vero.
Queste ultime considerazioni – necessariamente brevi perché no hay camino, hay que caminar – vogliono essere una rivendicazione della felicità”.
Desiderio di felicità e di piacere, dunque, da non confondersi con il momentaneo appagamento della scarica fisiologica coatta, caratteristica del moderno soggetto occidentale, bulimico consumatore, modellato attraverso dispositivi di occultamento cognitivo dei legàmi tra sé e il mondo in cui vive, catturato nell’unica indiscutibile relazione: il sistema di produzione di plusvalore.
Intensificare, rallentare, re-incantare, porre attenzione a ciò che è piccolo e inosservato, sono alcune linee guida, suggerimenti che trovano in sé stessi, nel loro compiersi provvisorio, un meraviglioso tangibile appagamento, come quello che prova l’infante e l’animale che godono.
Impariamo dunque a uscire, destituendola, da quella autoreferenzialità asfissiante che attiva incessantemente la grammatica con cui siamo soliti articolare i nostri pensieri, e proviamo invece ad assumere lo straniante e decentrato sguardo antropologico che relativizza e moltiplica. Non abbiamo da perdere che le nostre catene, per quanto dorate ci possano apparire.














































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