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sinistra

Berlinguer, quella brava persona che ha affossato il comunismo italiano

di Eros Barone

La campagna celebrativa dedicata a Enrico Berlinguer, che si rinnova ad ogni decennale della sua scomparsa, è tutta giocata, sotto la spinta del Pd e della stampa borghese, in chiave anticomunista.

Sennonché può essere utile, per correggere il tiro e pervenire ad un giudizio storicamente corretto, richiamare i capisaldi del revisionismo berlingueriano: il compromesso storico, la democrazia come valore universale, l’eurocomunismo, l’accettazione dell’“ombrello” della Nato, l’adesione alla Ue ed infine la tesi sull’“esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione sovietica”. Le riflessioni di Berlinguer sull’austerità e sulla questione morale non hanno la stessa forza né possono in qualche modo compensare l’effetto devastante dei suddetti capisaldi. Del resto, se si accetta il capitalismo come orizzonte intrascendibile dell’azione politica, non ci si può meravigliare che prosperino clientele e corruzione: una volta posto il profitto come valore predominante, queste sono le necessarie conseguenze.

Cominciamo dal compromesso storico, cioè dai tre scritti di Berlinguer pubblicati su “Rinascita” tra il 28 settembre ed il 12 ottobre 1973 in séguito all’eroica morte del presidente del Cile, Salvador Allende, per mano dei golpisti di Pinochet al servizio degli Usa. Berlinguer non si rende conto che la democrazia borghese esiste solo se la borghesia controlla il potere, talché, quando questo viene eroso, come nel Cile di Allende, e il popolo riesce in qualche modo ad acquisire un certo potere sul piano istituzionale, la borghesia non esita a liquidare le regole formali che essa stessa ha stabilito, adottando metodi violenti e terroristici.

Così, Berlinguer afferma quanto segue: «Noi abbiamo sempre pensato – e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione – che l’unità dei partiti dei lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa ed il progresso della democrazia…». Orbene, se si tralascia il ritornello sulla ‘difesa della democrazia’, laddove non viene mai precisato a quale democrazia ci si stia riferendo, poiché la democrazia sembra essere un’essenza metafisica che si libra al di sopra dei concreti rapporti fra le classi, Berlinguer confonde le intese politiche con le alleanze sociali tra la classe operaia e le frazioni della piccola borghesia. Ma in tal modo deforma e distorce il pensiero di Gramsci, giacché questi sottolineava come il motore della rivoluzione proletaria in Italia dovesse essere un nuovo blocco sociale egemonizzato dalla classe operaia, che raggruppasse, per l’appunto, il proletariato e anche settori della piccola borghesia, suoi alleati. Il compromesso storico di Berlinguer, invece, non era un’alleanza sociale della classe operaia, antagonista al blocco sociale della borghesia, ma un’alleanza politica tra i maggiori partiti allora esistenti: il Pci, il Psi e la Dc, laddove quest’ultima era l’espressione politica della grande borghesia, privata e di Stato.

L’analisi di Berlinguer ignora totalmente sia il metodo che la concezione del marxismo-leninismo e giunge perciò a conclusioni diametralmente opposte. Infatti, dal punto di vista del marxismo-leninismo, l’errore di Allende è consistito proprio nel non aver cercato di “spezzare la macchina dello Stato borghese”, ma nell’averla conservata sostanzialmente intatta, facendo assegnamento su una maggioranza parlamentare e sulla lealtà dei vertici dell’apparato statale. Sarebbe stato necessario, invece, sviluppare forti movimenti di massa a sostegno del nuovo governo, creare una milizia operaia armata, cambiare i meccanismi istituzionali, passando a organi eletti non sulla base delle circoscrizioni elettorali territoriali, ma dei luoghi di lavoro, sospendere l’attività dei partiti che non si riconoscevano nel programma del nuovo governo, decapitare i vertici e modificare le strutture dell’esercito, della polizia, dei servizi di sicurezza, dei ministeri economici, con la massiccia introduzione di fidati elementi proletari. Sarebbe stato necessario, insomma, instaurare la dittatura proletaria. Allende non lo fece e il popolo cileno pagò a caro prezzo questo errore. Berlinguer, come ben si sa, ignorò del tutto queste considerazioni.

L’eurocomunismo, come teoria e prassi compiutamente revisioniste e opportuniste, trasse origine dall’incontro di Bruxelles del 26 gennaio 1974 tra Berlinguer e i revisionisti spagnolo e francese, Santiago Carrillo e Georges Marchais, segretari dei rispettivi partiti comunisti, che sposarono le tesi sul valore universale della democrazia formulate da Berlinguer. Il termine stesso di ‘eurocomunismo’, coniato dai giornalisti ma prontamente fatto proprio dai revisionisti, marcava già di per sé un netto distacco, addirittura una forte contrapposizione, alle esperienze di socialismo storicamente realizzate. La visione del ‘socialismo reale’, che emergeva, era quella di una cupa tirannide, dove i nobili principi della ‘democrazia come valore universale’ erano negati: una rappresentazione falsa e del tutto subalterna alla propaganda borghese.

In conclusione, le concezioni revisioniste di Berlinguer hanno portato al disarmo teorico ed organizzativo di ogni resistenza operaia e popolare in Italia, spianando la strada alle forze più retrive del capitalismo monopolistico: quelle stesse che stanno dissanguando l’Italia e il suo popolo. Il colpo di grazia al comunismo viene dato da Berlinguer nell’intervista a Giampaolo Pansa (un nome che è tutto una garanzia!) apparsa sul “Corriere della Sera” del 15 giugno 1976, in cui vengono sancite l’accettazione definitiva dell’Occidente capitalistico e della sua micidiale alleanza militare, la Nato, consumando la rottura con il campo socialista che, anche se infettato dal germe del revisionismo kruscioviano, rimaneva pur sempre il più potente baluardo contro l’imperialismo. La logica conseguenza sarà il passaggio dal revisionismo al liquidazionismo, sancito nella famosa dichiarazione con cui nel 1981 viene definitivamente reciso il legame, anche ideale, con la storia del movimento operaio e comunista: «…si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre…».

Praticamente obbligata sarà quindi la scelta strategica con cui Berlinguer ‘sposerà’ il processo di unificazione europea del capitalismo, mentre esistevano ancora l’Urss e il campo socialista. Il drastico peggioramento, sotto tutti gli aspetti, della condizione dei lavoratori e dello stesso ceto medio in conseguenza della dittatura finanziaria dell’Unione Europea è la plastica rappresentazione del disastro della sinistra italiana, conseguenza degli errori teorici e delle deviazioni pratiche di questo segretario del Pci.

Certo, Berlinguer era una brava persona: come negarlo? Sì, una brava persona che, insieme con altre brave persone come Giorgio Napolitano, ha contribuito in modo determinante ad affossare il comunismo nel nostro paese.

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Comments

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clau
Sunday, 30 June 2019 17:28
La virata anticomunista dei Partiti comunisti nazionali, comincia molto prima dell’elezione di Berlinguer a segretario del Pci, essa inizia infatti addirittura all’interno del la Terza Internazionale, ad opera del rinnegato Joseph Stalin, con l’imposizione della linea del “Socialismo in un solo paese”, l’eliminazione fisica delle varie correnti internazionaliste all’interno del Partito comunista Bolscevico e degli altri partiti nazionali aderenti alla Terza Internazionale, poi proseguita da Palmiro Togliatti, vice segretario del Comintern. Quella di Berlinguer non può pertanto che essere considerata una delle successive tappe della lunga e travagliata transizione dal Marxismo-leninismo al partito della borghesia che sostiene sfruttamento e profitto e tutti gli altri cardini della società borghese, ivi compresa l’alleanza atlantica, Nato, che s’iscrive nell’ottica della guerra fredda, capeggiata dagli Usa in chiave anti Urss, ma che col Marxismo-leninismo non ha più niente da spartire, ne all’interno dell’Urss ne altrove. Anche quella del partito cileno di Salvador Allende, s’inserisce storicamente in questa tappa successiva all’abbandono internazionale del Marxismo-leninismo, in cui la sconfitta era praticamente scontata in partenza.
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fabrizio
Thursday, 27 June 2019 06:23
D'accordo. Complimenti.
Proprio quel «…si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre…», che all'epoca molti interpretarono per lo più come un giudizio prettamente “storico”, rappresentava una delle basi dell'eurocomunismo: completa accettazione della democrazia borghese, nessuna trasformazione socialista – tantomeno attraverso la rivoluzione – nessun potere operaio; con quel (cito a memoria) “nessun operaio italiano oggi vorrebbe vivere in Unione Sovietica”, che nel linguaggio eurocomunista significava ripudio completo dell'esperienza socialista.
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Eros Barone
Wednesday, 26 June 2019 23:16
Come giustamente osserva Mario Galati, la politica dei quadri praticata da Berlinguer fu l'indice rivelatore della linea politica che questi volle imprimere al partito e della composizione di classe ad essa corrispondente. Berlinguer promosse, quali eredi del gruppo dirigente allora in carica, personaggi come il trasformista Occhetto, il ministerialista D'Alema, il postmoderno Veltroni, i neoliberisti Fassino e Bersani, così come nel successivo e abortivo conato di "rifondazione" neo-revisionista furono scelti quali dirigenti il socialdemocratico Garavini, il collaborazionista Giordano, il finto-comunista Diliberto e il moralista Ferrero. In entrambi i casi, anziché quadri proletari, furono scelti e promossi a funzioni direttive esponenti del ceto politico professionale o del sindacalismo collaborazionista che aveva operato la "svolta dell'EUR" (1977). In questo senso, è da rilevare che, se Togliatti mantenne almeno un legame, forse più formale che sostanziale, con il marxismo-leninismo (del quale, perlomeno fino al 1944, va, comunque, considerato uno dei maggiori esponenti politici, ideologici, filosofici e culturali) e sempre riconobbe il contributo fondamentale dell'Unione Sovietica alla causa della liberazione del lavoro e dei popoli, Berlinguer recise invece ogni legame con la teoria rivoluzionaria e al XIV Congresso del PCI (1975) propose e fece passare la modifica dello Statuto del partito, eliminando qualsiasi riferimento all'ideologia marxista-leninista e spacciando questa scelta da rinnegato come espressione di "laicità". Una scelta legata naturalmente all'offerta di sempre nuove e maggiori garanzie di 'affidabilità' al nemico di classe e agli avversari politici che ne erano espressione; una scelta che cancellava ogni consapevolezza del fatto che il potere non si elemosina, ma si conquista e che partecipare ad un governo borghese non significa prendere il potere. Lo snaturamento del partito, ad ogni modo, si era reso possibile anche grazie alla decisione, presa al XIII Congresso (1972), di accorpare le cellule di lavoro alle sezioni territoriali, privandole di un autonomo potere di delega ai successivi congressi. E fu proprio quel congresso ad eleggere Berlinguer formalmente
vice-segretario, ma di fatto segretario (per la malattia di Luigi Longo). Così la componente piccolo-borghese assunse un peso preponderante rispetto a quella proletaria nelle maggioranze congressuali e, conseguentemente, nelle scelte tattiche e strategiche del partito. Un compagno marxista-leninista, che assistette con me ad un grande comizio tenuto da Berlinguer a Genova nel 1972, lo definì "una tigre di carta". Lì per lì, considerai quella definizione una 'boutade'. A distanza di quasi mezzo secolo, devo riconoscere che aveva perfettamente ragione.
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Flavio
Wednesday, 26 June 2019 21:15
"la lotta armata dopo il Cile tentativo estremo per tenere in vita la fiammella della rivoluzione?"
Berlinguer, quello che l'Italia è un paese che non si governa con il 51%, della legge Reale, del salario non più variabile indipendente dai profitti, della politica dei sacrifici per la classe operaia che così dimostrava di essere classe dirigente e che influenzò l'Eur dove i sindacati si incaricarono con abolizione 7 festività di aumentare la produttività generale, quello che non salvo' Moro dalla morte certa e fece il governo di "unità nazionale" con Andreotti &c.?
Di cosa si parla del viaggio di Napolitano in America durante il rapimento Moro quando nemmeno Dario Fo attore poteva portare i suoi spettacoli?
Berlinguer che si sentiva più tranquillo "sotto l'ombrello Nato"?
O di un Berlinguer sconfitto con un gruppo dirigente da lui allevato ansioso finalmente di andare al potere dopo anni di esami nel dimostrare affidabilità di tenere i lavoratori a bada, di saper gestire l'ordine pubblico fino alle leggi speciali e ai suoi super-magistrati nella lotta al terrorismo?
O del Berlinguer " manco un caffè con questa DC", del canto del cigno sulla scala mobile?
Buon divertimento, io continuo a pensare che questo PD é l'evoluzione naturale del lavoro di Berlinguer & suoi avi
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Mario Galati
Wednesday, 26 June 2019 13:22
L'analisi mi sembra giusta. Un suo ulteriore pregio è di non prendere le mosse, come tanti, dalla giustapposizione tra errori del PCI e "comprensione" per l'esperienza extraparlamentare, spesso proprio di natura e origine piccolo-borghese ostile all'organizzazione di massa rappresentata dal PCI e che porta con sé motivi postmodernisti, sino all'esiziale esperienza terroristica; ma essa rimane sul piano dell'organizzazione di massa, come cerca di dimostrare con la critica dell'esperienza cilena.
Aggiungerei che era mutata non solo la dirigenza del PCI, ma anche i suoi quadri e la sua base di massa: più impiegati, maestri, professori e meno base operaia. Una base con più ceti medi e piccola borghesia. Lo stesso Berlinguer promosse i vari dirigenti che poi liquidarono il PCI. Un'altra sua colpa spesso trascurata.
Comunque, non lascerei tutto Berlinguer al PD. Per es., il Berlinguer della fine del compromesso storico e della battaglia sulla scala mobile, come sostiene Cremaschi.
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