
Come affrontare un’esecuzione capitale: Carlo I Stuart e Galeazzo Ciano
di Eros Barone
La descrizione dell’esecuzione capitale del re Carlo I Stuart, avvenuta il 30 gennaio 1649 per opera dei puritani di Oliver Cromwell (prima condanna a morte di una testa coronata da parte di un tribunale rivoluzionario dell’età moderna), merita di essere narrata sulla scorta delle maggiori opere storiografiche disponibili (Guizot, Gardiner, Trevelyan, Hill), perché costituisce una saggio non comune di quello stile che ha reso emblematica in tutto il mondo l’Inghilterra.
Carlo I Stuart uscì dalla sua camera a Whitehall verso mezzogiorno. Aveva mangiato poco prima una fetta di pane e bevuto un bicchiere di vino. Era accompagnato dal dottor Huxon, dal colonnello Thomlinson e da alcuni ufficiali repubblicani. Il patibolo era stato preparato in modo tale che il re dalla sala, attraverso un’apertura, passò direttamente sul palco. Il palco era stato rivestito di un drappo nero; il ceppo e la scure lucente collocati bene in vista; erano presenti una ventina di persone. Il re, arrivato là, pronunciò un discorso, non per il pubblico, che era troppo lontano, ma per la storia. Disse ciò che volle e per quanto volle. Finito il discorso, il re si rivolse al colonnello: “Badate che non abbiano a farmi del male. Di grazia, signore…”.
Voleva forse prendere qualche piccolo accordo pratico sul modo di posare il capo sul ceppo. Ma poi pensò che era più sbrigativo rivolgersi al boia, che era lì ad aspettare. E gli disse: “Ora dirò poche preghiere, quindi stenderò le mani…”. Egli portava i capelli lunghi, secondo la moda del Seicento. Perciò chiese al dottor Huxon una cuffia da notte, come usavano gli uomini eleganti (ed egli era stato un modello di eleganza). Essendosela messa in capo domandò al boia: “I miei capelli vi impacceranno?”. Il boia lo rassicurò cortesemente.
Quindi il re si tolse il mantello e l’ordine di San Giorgio, che consegnò al dottor Huxon; poi la giubba. Essendo rimasto in panciotto, ritenne sconveniente inginocchiarsi così; e si ravvolse nel mantello. Poi, guardando il ceppo, disse al boia: “Dovete fissarlo bene sul pavimento del palco”. Il boia rispose: “È fissato bene, signore”. Il re osservò: “Avrebbe dovuto essere un pochino più alto”. Il boia rettificò: “Non può essere più alto, signore”. Il re troncò allora queste osservazioni tecniche. Disse ancora: “Allora, siamo d’accordo; quando stenderò le mani così…”. E fece il gesto. Dopodiché mormorò alcune frasi di preghiera, improvvisamente si chinò, e posò il collo sul ceppo. Il boia gli aggiustò i capelli sotto la cuffia. Il re gli disse: “Aspettate il segnale”. Il boia rispose: “Come piace a Vostra Maestà”. Dopo una breve pausa, il re distese le mani. E il boia, con un solo colpo nettissimo, gli staccò la testa dal busto. Quindi la sollevò, mostrandola agli spettatori. Il corpo del re, composto in una cassa ricoperta di un panno di velluto nero, fu portato nella sua camera di Whitehall. Oliver Cromwell, che non aveva assistito all’esecuzione, recatosi colà, volle vederlo. Il suo commento fu questo: “Era un corpo ben formato, che prometteva una lunga vita”.
La fucilazione di Galeazzo Ciano e degli altri gerarchi che il 25 luglio 1943 avevano firmato l’ordine del giorno Grandi, segnando così la fine del regime fascista, avvenne al poligono di tiro di Verona l’11 gennaio 1944. Vi è una foto che restituisce in pieno il clima tragicamente cupo della Repubblica Sociale Italiana. Ciano e gli altri quattro colpevoli di “alto tradimento” (gli unici che fu possibile arrestare dei diciannove che avevano votato l’ordine del giorno Grandi), così giudicati dal Tribunale speciale e come tali condannati a morte con fucilazione alla schiena, sono ritratti seduti sugli sgabelli con le mani legate e con la schiena rivolta verso il plotone di esecuzione. Infagottato nel suo impermeabile bianco, Ciano, un uomo relativamente giovane (aveva quarantun anni), è l’unico che, girando la testa, si volti a guardare in tralice i militi del plotone con i fucili spianati, quasi incredulo che il suo destino stia per compiersi o forse in segno di sfida per dimostrare di non aver paura della morte. Dopo alcune esitazioni, si era deciso a chiedere la grazia, ma Mussolini, di cui Galeazzo era il genero avendone sposato la figlia Edda, respinse la richiesta in quanto deciso a punire in modo esemplare colui che, considerato da tutti il ‘delfino’ del duce, lo aveva abbandonato nella lunga notte a cavallo tra il 24 e il 25 luglio del 1943. Ciano tuttavia, a differenza di Carlo I Stuart, non morì immediatamente: i condannati, seduti e di schiena, non offrivano un bersaglio facile per gli organi vitali da colpire; il plotone di esecuzione non sparò a distanza ravvicinata e fu necessario il colpo di grazia con due proiettili alla testa.













































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