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Speciale: “L’essenza, per le fondamenta”

Alessandro Testa intervista Renato Caputo

Con questa prima intervista a Renato Caputo inauguriamo lo Speciale già annunciato, che prevede una serie di "incontri" tra "Cumpanis" e gli intellettuali e i dirigenti comunisti, marxisti, italiani

“Il partito di quadri, radicato e organizzato in cellule nei posti di lavoro, è la struttura indispensabile per la rivoluzione nei paesi capitalistici

Renato Caputo, nato a Roma nel 1971, dopo il liceo classico ha studiato all’università principalmente storia, economia e filosofia. Dopo una tesi di laurea sull’estetica di Bertolt Brecht, ha scritto due tesi di dottorato su Hegel, l’ultima sotto la guida del compianto prof. Domenico Losurdo. Dopo aver completato la sua formazione in Germania, si è dedicato all’attività di insegnamento di storia e filosofia in un liceo romano e all’Università popolare Antonio Gramsci. Negli ultimi anni ha scritto moltissimi articoli per il giornale comunista “La città futura”.

* * * *

Vorrei porti innanzitutto una domanda a nostro avviso assai importante per capire la genesi, l’evoluzione e probabilmente anche il futuro del comunismo in Italia, ovvero cosa pensi dell’attualità di Gramsci con particolare riferimento alla tematica della rivoluzione in occidente.

Ritengo che Gramsci sia un autore centrale per chi vuole oggi evitare la “comune rovina delle classi in lotta”, unica reale alternativa alla rivoluzione socialista; Gramsci, in effetti, ha tradotto e riadattato il pensiero di Lenin – che costituisce il più importante aggiornamento del pensiero di Marx ed Engels nell’ambito, dell’ancora oggi attuale imperialismo quale fase suprema di sviluppo del capitalismo – al contesto italiano e, più in generale, al contesto dei paesi occidentali a capitalismo più o meno sviluppato.

L’aspetto, allora come oggi, particolarmente importante del pensiero di Gramsci è la sua riflessione sulla rivoluzione in occidente, ovvero in un contesto sociale ed economico molto diverso da come poteva essere quello dell’impero dello zar al tempo della Rivoluzione di ottobre; questa preziosissima analisi nasce dalla riflessione sulla sconfitta della rivoluzione in occidente, dopo il successo della rivoluzione in oriente che, però, doveva essere funzionale proprio a favorire la rivoluzione nei paesi a capitalismo avanzato, ovvero nei paesi dove vi erano condizioni che rendevano possibile la transizione al socialismo, quale superamento dialettico della società a capitalismo avanzato.

Ora questi tentativi rivoluzionari in occidente erano falliti perché avevano creduto possibile realizzare la rivoluzione in paesi meno arcaici con gli strumenti che erano stati necessari per il successo della rivoluzione in contesti decisamente più arretrati.

Perciò Gramsci – che non intende rinunciare, come faranno i socialdemocratici occidentali, alla strategia rivoluzionaria – ne ripensa la tattica, ancora oggi punto di partenza di chi intenda riconsiderare i compiti del partito rivoluzionario nel contesto del mondo contemporaneo, in paesi a capitalismo avanzato; in tali ambiti diviene necessaria – prima di una guerra di movimento contro il blocco sociale dominante – una guerra di logoramento per la conquista delle casematte della società civile.

 

Potresti, dunque, parlarci di come Gramsci immagina e struttura questa “guerra di logoramento”?

Si tratta di una dura e prolungata guerra di trincea per conquistare l’egemonia sui decisivi ceti intermedi, mettendo in discussione il controllo della grande borghesia sui mezzi d’informazione, sugli intellettuali, sui luoghi di formazione – dalle scuole alle università –, sui sindacati, i partiti e le chiese; solo in tal modo si potranno accumulare le forze necessarie per accettare – senza cadere nella trappola di un avventurismo suicida – uno scontro in campo aperto con il nemico di classe.

 

Poste queste premesse, te la sentiresti di affermare che il modello di partito preconizzato da Lenin e Gramsci è ancora attuale ai giorni nostri?

Sicuramente questo modello è ancor più attuale oggi che ai tempi di Lenin e Gramsci: in effetti la previsione di Marx si è sempre più avverata; di contro alle molteplici classi caratterizzanti i sistemi precapitalistici, nelle società a capitalismo avanzato le classi tendono sempre più a ridursi ai due grandi blocchi sociali contrapposti degli sfruttati e degli sfruttatori.

Peraltro, il partito di quadri, radicato e organizzato in cellule nei posti di lavoro, è la struttura indispensabile per la rivoluzione nei paesi capitalistici; come abbiamo esperito – anche direttamente, sulla nostra pelle – nel nostro paese l’abbandono del partito di quadri, ossia di avanguardie riconosciute nei posti di lavoro, in nome di un partito di massa, non omogeneo ideologicamente e organizzato in circoli territoriali, ha portato col passare degli anni a quella metamorfosi per la quale, come ha recentemente osservato Luciano Canfora, il P.C.I. si è lentamente, ma inesorabilmente trasformato in un partito socialdemocratico, per divenire social liberale dopo la Bolognina e liberaldemocratico ai nostri giorni.

 

E cosa pensi del modello di partito proposto dalle formazioni politiche post-PCI, Rifondazione in primis?

Anche le più recenti riproposizioni di tale formula – quella del partito di massa privo di unità ideologica e di radicamento nei luoghi di lavoro – a partire da Rifondazione comunista, la più significativa esperienza post P.C.I., ha favorito, nei fatti, la ricostruzione di un “partito” socialdemocratico.

 

Nel marxismo leninismo originario la classe rivoluzionaria è chiaramente individuata nella classe operaia che lavora nelle grandi fabbriche. A tuo avviso questa analisi è ancora corretta in un mondo del lavoro che è molto cambiato rispetto a quei tempi?

In realtà nel marxismo il soggetto rivoluzionario è il proletariato (la grande massa degli sfruttati che non possiede altro per riprodursi che la propria forza lavoro), dal momento che il termine tedesco – utilizzato dai fondatori del marxismo – ossia Arbeiter, significa in senso lato il lavoratore, in senso più specifico lavoratore salariato e per antonomasia il moderno proletariato urbano al cui centro spicca l’operaio.

Peraltro, il numero dei proletari, dei lavoratori salariati, della massa degli sfruttati è in costante aumento a livello internazionale, in misura enormemente superiore rispetto alla situazione dell’impero zarista ai tempi di Lenin o al Regno d’Italia ai tempi di Gramsci; del resto, proprio per questo motivo, già Lenin e Gramsci avevano posto come decisiva la capacità di egemonia del proletariato sulle classi intermedie, al loro tempo composte principalmente dalla piccola borghesia contadina.

Solo da questa alleanza fra proletariato moderno (urbano), proletariato agricolo e classi intermedie (piccola borghesia, intellettuali tradizionali e ceti medi), oggi più urbane che contadine, si può costituire un blocco sociale in grado di mettere in discussione il blocco sociale dominante; inoltre, ai tempi di tutte le grandi rivoluzioni socialiste, dalla Russia, alla Cina, dalla Corea al Vietnam a Cuba etc., la classe operaia era decisamente molto più minoritaria di quanto lo sia oggi in alcuni paesi a capitalismo avanzato.

Anche in Italia al tempo di Gramsci persino i metalmeccanici erano decisamente meno degli odierni, per non parlare della Russia di Lenin. Infine, anche in paesi più arretrati, dove la classe operaia era ancora più marginale, il partito rivoluzionario ha sempre avuto, di fatto, la struttura del partito leninista, anche se naturalmente riadattata ai contesti specifici dove era costretta a operare.

 

Concludendo, vorremmo chiederti quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia.

Innanzitutto, i comunisti sono realmente tali solo se organizzati in un effettivo Partito Comunista, cioè un partito rivoluzionario, da non confondere con le litigiose sette oggi purtroppo esistenti nel nostro paese.

Il partito dovrebbe essere unito ideologicamente, sulla base – innanzitutto – del pensiero di Marx, Engels, Lenin e Gramsci, per citare i fondamentali classici del marxismo; perciò, non può che essere un partito fondamentalmente di quadri, ovvero di avanguardie riconosciute del proletariato, in grado di esercitare – almeno tendenzialmente – la propria egemonia sulla piccola borghesia, gli intellettuali tradizionali e il ceto medio.

A tale scopo è essenziale un lavoro costante di formazione dei futuri intellettuali organici alla classe proletaria, dato che gli intellettuali tradizionali, di estrazione borghese – che generalmente dirigono le organizzazioni proletarie – tendono, nei momenti in cui il conflitto si fa duro, a tornare nelle loro classi d’origine, ossia nel blocco sociale dominante, come denunciava già Gramsci; altrettanto importante, come ci insegna la storia della nascita sia del partito di Lenin che del partito di Gramsci, è il ruolo che può svolgere un giornale comunista, che riesca a favorire la riorganizzazione delle forze comuniste assurdamente divise e, perciò, impotenti.

Perciò, bisognerebbe operare per superare il settarismo e ricostruire un vero e unico Partito comunista: a tale proposito sarebbe necessario che il processo non proceda esclusivamente dall’alto, ovvero con la cooptazione in una micro-organizzazione di compagni in uscita da un’altra micro organizzazione o con la formazione di un ennesimo e – di fatto, scarsamente produttivo – inter-gruppi.

 

Quale sarebbe a tuo avviso la maniera giusta di procedere?

Il processo di ricostruzione del Partito andrebbe condotto non solo dall’alto – ovvero a partire dagli intellettuali che svolgono funzioni dirigenziali – ma al contempo dal basso, ovvero unificando i comunisti impegnati nel primo e decisivo momento della lotta di classe, quella che vede il necessario scontro fra capitale e forza lavoro; anche il processo di unificazione dall’alto deve procedere senza controproducenti forzature organizzativistiche, ma piuttosto attraverso un’ampia fase costituente in cui gli intellettuali comunisti mirino a unificare i decisivi momenti della formazione dei futuri quadri e della stampa comunista.

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Comments

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Eros Barone
Tuesday, 13 July 2021 23:33
Le idee esposte dall'autore sono chiare, ma sbagliate. Giova infatti rammentare che Lenin non si spaventò mai di essere in minoranza, convinto che sarebbero state la vita e la lotta a dimostrare chi avesse ragione. «Debolezza numerica? Quando mai i rivoluzionari hanno reso le loro politiche dipendenti dal fatto di essere maggioranza o minoranza?», e aggiungeva: «Non dobbiamo avere paura di restare in minoranza». Occorre pertanto ribadire, dal punto di vista teorico, che la costruzione del partito è un atto volontario di avanguardie rivoluzionarie. In altri termini, partendo da una corretta analisi dello scontro di classe, forti degli elementi essenziali di una strategia e di una tattica rivoluzionaria, che derivino dalla giusta applicazione dei princìpi del marxismo-leninismo alle situazioni concrete, e quindi in gran parte (ma non solamente) da un intervento continuo nelle lotte delle masse e nella lotta ideologica, sulla base di una omogeneità di analisi e di intervento, nuclei di avanguardia decidono di tradurre il loro effettivo orientamento comune in termini organizzativi, con tutte le implicazioni che questa scelta comporta (centralismo, disciplina ecc.).
D'altra parte non bisogna mai dimenticare che la politica dei comunisti, quale che sia la fase del processo rivoluzionario in cui essi operano, deriva da precisi fondamenti teorici (e in questo consiste, come ebbe a rilevare Joseph Schumpeter, un grande economista borghese del Novecento, la nobiltà e la grandezza della teoria marxista e la sua differenza dal politicantismo borghese e piccolo-borghese). A mio giudizio, vanno ribaditi i seguenti punti, di cui nell'impostazione centrista dell'intervistato non vi è (né vi può essere) alcuna traccia: a) la necessità di analizzare, nei processi di degenerazione del movimento operaio e comunista innescati dall’imperialismo, sia le differenze sia i peculiari intrecci tra l’opportunismo, il riformismo e il revisionismo; b) la necessità di una posizione intransigente nella lotta contro l'opportunismo, quale è affermata da Lenin: «La lotta contro l'imperialismo è una frase vuota e falsa se non è indissolubilmente legata alla lotta contro l'opportunismo»; c) l’imprescindibile criterio, che deve presiedere all’unificazione dei comunisti e che è insieme di metodo e di contenuto, per cui «prima di unirsi, e per unirsi, è necessario innanzi tutto definirsi risolutamente e nettamente». Infine, dono da meditare e da salvaguardare due insegnamenti politici che derivano rigorosamente dalla teoria del socialismo scientifico e di cui né la Spd né il Psi né il Pci post-1945 hanno tenuto il debito conto: I) la necessità delle delimitazione tattica delle alleanze (si pensi alla delimitazione rispetto alla socialdemocrazia, atto fondante di un nuovo movimento operaio con la creazione della Terza Internazionale); II) l’indipendenza del partito in quanto espressione organizzativa dell’autonomia politica del proletariato (l’obiettivo per cui Marx si era tenacemente battuto dentro la Prima Internazionale).
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Nicolai Caiazza
Tuesday, 13 July 2021 16:11
Idee molto chiare di Renato Caputo. Vorrei aggiungere che oltre a un giornale sarebbe importante anche un canale TV proprio per smascherare punto per punto la propaganda e gli argomenti della borghesia.
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Nicolai Caiazza
Tuesday, 13 July 2021 16:06
Idee molto chiare di Renato Caputo. Vorrei aggiungere che oltre a un giornale sarebbe importante anche un canale TV proprio per controbattere punto per punto la propaganda e l'indottrinamento da parte della borghesia: esprimere il punto di vista proletario su tutti gli argomenti presenti.
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