
Iatrogenesi sociale
di Salvatore Bravo
Medicina senza democrazia
Il totalitarismo sanitario si connota per la direzione unilaterale dei provvedimenti e per l’invasività del linguaggio medico: i problemi possono risolversi con una pluralità di soluzioni, il pensiero plurale dinanzi alle emergenze collettive è sintomo di democrazia in cui scorre in modo carsico l’impronta dialogica filosofica. La democrazia attuale globalizzata ha reciso ogni legame con le origini, con il senso del suo esserci per trasformarsi in presenza formale che invoca i principi costituzionali e i principi giuridici internazionali, ma in realtà mediante il clero orante manipola, affinché le decisioni delle oligarchie siano accolte “democraticamente”. I mezzi di informazioni ripetono come un mantra le decisioni degli oligarchi, sono diventati la cinghia di trasmissione dei poteri globali. La democrazia è un’invocazione che serve a tacitare i dissidenti in nome del bene comune, mentre si effettuano affari privati.
Si tace sulla pratica della democrazia, la quale esige la parresia, ovvero il confronto leale senza timore tra prospettive differenti per cercare una sintesi che rappresenti ognuno. La parresia è stata sostituita dal verbo unico, dal pensiero verticale che accusa ogni dissenso di irrazionalità, pe cui non resta che il dogma del pensiero unico. È la nuova inquisizione sanitaria: credere, obbedire, vaccinare. I dissidenti scompaiono dai mezzi di informazione, in tal modo le loro opinioni sono ostracizzate e ridotte al silenzio. Le parole circolano, ma sono mutilate del loro significato, poiché il loro senso è nella relazione comunicativa; Eraclito ci ha insegnato che ogni parola ha senso solo se si presuppone il suo opposto. Il taglio vigente sulle parole, la loro atomizzazione è speculare all’organizzazione sociale in cui siamo implicati, l’atomistica delle solitudini è in primis taglio del linguaggio, verticalizzazione della parola, la parola vive sono nella relazione, senza di essa è solo una dose di arsenico per lo spirito. Le parole in una vera democrazia attraversano lo spazio e le temporalità che ci separano per porci in intenzionale comunicazione, se le parole ripetono ovunque lo stesso algoritmo ricadono su stesse, non favoriscono il pensiero critico ed la creatività comunitaria, ma sono solo emissione di suoni. La condizione attuale ha consolidato il linguaggio medico in modo compulsivo senza mediazione razionale, pertanto è solo coazione a ripetere, l’altro ascolta le parole che egli stesso ripete con il risultato di una sostanziale chiusura logica, argomentativa e politica. Sotto le macerie del linguaggio unico vi è la politica che come suggerisce la parola necessita del dialogo tra cittadini per cercare comuni soluzioni da sintetizzare. In questo contesto il linguaggio clinico è uscito dagli spazi deputati alla cura per convertire la società in una clinica nella quale vi sono solo medici e pazienti questi ultimi sono pazienti già in presenza di sintomi o potenziali ammalati. La democrazia è rimpiazzata con la medicalizzazione generale. I retroscena sono abilmente celati, poiché la salute è un affare per i privati e nel contempo una popolazione ossessionata dalle malattie è innocua, si lascia condurre e accetta supinamente ogni provvedimento pur di salvare la nuda vita. Gli insani sono una nuova categoria di reietti, i deboli colpiti da sventura anatomica sono guardati con sospetto, potrebbero essere veicolo di malattia e specialmente sono i “traditori” del nuovo regime clinico-terapeutico che immobilizza le menti ed i corpi dinanzi al terrore della sconfitta. Il nuovo spettro che si aggira per l’Europa è il “dolore”, il quale dev’essere rimosso in nome del nuovo paradigma terapeutico che ordina salute e giovinezza sempiterna. Ogni soggetto si autopercepisce come una clinica, si scrutano sintomi e cedimenti, l’attenzione concentrata sul corpo distoglie dalla realtà sociale, l’individuo è così sempre più astratto e sempre più narcisista1:
“La misurazione clinica si è diffusa in tutta la società. La società è diventata una clinica, e tutti i cittadini sono diventati dei pazienti la cui pressione sanguigna viene costantemente sorvegliata e regolata perché stia ’entro’ i limiti normali. I gravi problemi di personale, di risorse finanziarie, di diritto d’accesso, di capienza e di gestione che affliggono gli ospedali dappertutto si possono interpretare come i sintomi di una nuova crisi del concetto di malattia”.
Nuovi oratores
Il medico è parte del circo mediatico degli oratores, dall’alto delle loro conoscenze lanciano gli strali sui dissidenti, sono i nuovi profeti che con un linguaggio profetico e scientifico premiano gli ubbidienti e condannano coloro che osano sollevare dubbi. Le nuove stelline della società dello spettacolo sempre più spesso dismettono i panni dello scienziato-profeta per farsi apprezzare anche dal gossip mediatico per altre qualità poco professionali. La società dello spettacolo per consolidare il sistema terapeutico usa un doppio registro: scientifico e da cabaret, in tal modo medici e primari sono vicini e distanti e a seconda delle circostanze il potere li fa “sentire vicini o distanti”. Le regole sono imposte, ma specialmente se parla il virologo di turno a reti unificate, intorno a lui vi è solo silenzio. Il medico ha sostituito il prete con le sue sacre liturgie, e dinanzi alla scienza ci si inginocchia in attesa della miracolosa parola2:
“Come tutti gli altri grandi rituali della società industriale, la medicina nella pratica assume la forma di un gioco. La principale funzione del medico diventa quella di arbitro. Egli è l’agente o rappresentante del corpo sociale, e ha il dovere di far sì che tutti giochino secondo le regole. Queste, naturalmente, vietano di abbandonare il gioco e di morire in una maniera che non sia stata specificata dall’arbitro. La morte non avviene ormai più se non nei modi previsti dalla profezia autorealizzatrice dello stregone”.
Linguaggio per corpi astratti
Il linguaggio medicale con cui si parla al proprio corpo sottrae al soggetto la possibilità creare un linguaggio personale capace di individualizzare la propria esperienza del corpo vissuto. Il linguaggio astratto e omologato sottrae al soggetto il proprio corpo rafforzando un dualismo schizoide. Conoscersi, significa parlarsi con un alfabeto personale complementare ai linguaggi convenzionali e specialistici. Si deindividualizza e si formano corpi astratti e seriali. Il dolore e la malattia sono un limite al flusso ininterrotto di desideri, pertanto sono rimossi dalla pubblica visione e dalla partecipazione comunitaria. L’educazione emotiva e la riflessione sul senso del dolore sono sostituite con la diagnosi e la cura finalizzate al reintegro nella dimensione produttiva e desiderante. La malattia dev’essere vissuta in spazi neutri dove il paziente è solo un ammalato ed ha perso ogni identità e vissuto, è solo un corpo da spiare e misurare su cui si interviene. Il controllo che attraversa il soggetto lo rende oggetto e gli insegna nel momento del dolore l’ineluttabile logica del dominio e dell’impotenza:
“La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale; quando ogni sofferenza viene ’ospitalizzata’ e le case diventano inospitali per le nascite, le malattie e le morti; quando la lingua in cui la gente potrebbe fare esperienza del proprio corpo diventa gergo burocratico; o quando il soffrire, il piangere e il guarire al di fuori del ruolo di paziente sono classificati come una forma di devianza3”.
Per poter controllare una popolazione resa insicura e colpevolizzata si procede a moltiplicare le malattie, a rendere il canone di normalità sempre più irraggiungibile e frustrante, si crea un ciclo che nutre l’economia al servizio dei potentati e che astrae dalla moltitudine denaro, informazioni e spontaneità della vita:
“Il monopolio radicale si nutre di se stesso. La medicina iatrogena rafforza una società morbosa nella quale il controllo sociale della popolazione da parte del sistema medico diventa un’attività economica fondamentale; serve a legittimare ordinamenti sociali in cui molti non riescono ad adattarsi; definisce inabili gli handicappati e genera sempre nuove categorie di pazienti4”.
Non siamo vuoti contenitori, pertanto dinanzi al potere clinico che avanza bisogna conservare e condividere il discernimento. Resistere al dominio clinico senza denigrare la medicina è un dovere etico che può esplicarsi solo nella comunitaria ricerca di informazioni, senza il gesto comunicativo ogni resistenza è impossibile, pertanto non si deve arretrare dinanzi al linguaggio medico, ma è legittimo chiedere, avere dubbi, e cercare alternative, qualora sia possibile. All’abitudine di essere oggetto delle ineluttabili decisioni oligarche bisogna contrapporre la soggettività critica e solidale senza la quale non vi può che essere un destino di sussunzione generalizzata.













































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Il nuovo ordine politico-sanitario che sta cercando di affermarsi negli ultimi due anni e’ il punto di arrivo di un cambiamente nella relazione corpo-mente iniziato alcune generazioni or sono. Ivan Illich nella sua opera “Nemesi medica. L’espropriazione della salute”,edito nel 1976,aveva ampiamente analizzato i cambiamenti in atto nei confronti della salute nelle societa’ moderne occidentali. Lo sviluppo dell’invadenza del ruolo della medicina, espone l’A., si svolge parallelamente allo sviluppo del ruolo della borghesia a partire dal XVIII secolo. Il borghese che aveva guadagnato l'indipendenza dalla mentalità’ religiosa agognava a prolungare la sua esistenza terrena, assodato che era l’unica, ricorrendo alla cura dei medici. Questi che fino allora erano vissuti ai margini del potere sociale, si ritrovarono a coprire un ruolo che promuoveva la loro professione: curare la salute e prolungare la durata della vita dei borghesi. Nel mentre le classi lavoratrici dopo aver esaurito la propria capacità’ produttiva avevano la solo alternativa di aspettare la morte.
Lo sviluppo successivo delle condizioni dell’economia in generale, hanno portato a una estensione delle cure mediche a tutta la popolazione e accresciuto contemporaneamente l’influenza della classe medica sulla società. Ma l’efficacia delle cure mediche e’ una illusione, afferma Illich:
“Studiando l’evoluzione della morbosità’, si ha la prova che durante l’ultimo secolo i medici hanno influito sulle epidemie in misura non maggiore di quanto influivano i preti nelle epoche precedenti. Le epidemie venivano e se ne andavano, esorcizzate da entrambi, ma non impressionate né dagli uni né dagli altri. Esse non vengono modificate dai riti celebrati nelle cliniche mediche più di quanto lo fossero dai tradizionali scongiuri ai piedi degli altari.”
Illich considera il sistema sanitario così costituito una minaccia per la salute:
“Salute[...]designa l’intensita’ con cui gli individui riescono a tener testa ai loro stati interni e alle condizioni ambientali[...] la salute tocca i suoi livelli ottimali là dove l’ambiente genera capacità personale di far fronte alla vita in un modo autonomo e responsabile. Il livello della salute non può che calare quando la sopravvivenza viene a dipendere, oltre una certa misura, dalla regolazione eteronoma (cioe’ diretta da altri) della omeostasi dell’organismo...”
“...la minaccia che la medicina attuale rappresenta per la salute della gente e’ analoga alla minaccia rappresentata dal volume e dall'intensità del traffico per la mobilita’,
alla minaccia rappresentata dall’urbanizzazione per la capacità’ di fare le case[...]. L’accelerazione del traffico che genera perdita di tempo, le comunicazioni divenute chiassose e frastornanti, l’istruzione che addestra sempre piu’ gente a livelli di competenza tecnica sempre piu’ elevati e a forme specializzate di incompetenza generale: sono tutti fenomeni paralleli alla produzione di malattia iatrogena da parte della medicina”. Iatrogena, spiega Illich, viene da iatros, l’equivalente greco di medico, e genesis ovvero origine.
Illich scrive nel 1976 per cui le statistiche che presenta possono sembrare non avere riscontro nell’ attualità. Tuttavia la base del concetto potrebbe considerarsi ancora valida:
“Le malattie infettive dominanti all’inizio dell’era industriale illustrano in che modo la medicina si e’ fatta la sua reputazione. La tubercolosi, per esempio, raggiunse una punta massima nel corso di due generazioni. A New York nel 1812, il tasso di mortalità era stimato superiore a 700 su 10.000; entro il 1882, quando Koch cominciava a isolare e coltivare il bacillo, era gia’ calata a 370 su 10.000. Si era ridotta a 180 quando nel 1910 venne inaugurato il primo sanatorio, benché il ‘mal sottile’ figurasse ancora al secondo posto fra le cause di decesso. Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando cioè gli antibiotici non erano ancora diventati di uso comune, la mortalità per tubercolosi era scesa all’undicesimo posto con un tasso di 48. Il colera, la dissenteria e il tifo hanno avuto una curva analoga, indipendente dall’azione medica[...] Se si sommano i tassi di mortalità della scarlattina, della difterite, della pertosse nei ragazzi sotto i 15 anni, si scopre che quasi il 90 per cento del calo complessivo della mortalità fra il 1860 e il 1965 era già avvenuto prima che si introducessero gli antibiotici e le vaccinazioni di massa.”
L’A. tratta molti altri aspetti sull’argomento che non e’ possibile elencare qui’. Tuttavia a scanso di malevoli interpretazioni e’ giusto citare questo passaggio:
“Il fatto che l’ultraespansione medica abbia un potere distruttivo non significa, ovviamente, che la vigilanza sulle condizioni igieniche, la vaccinazione e il controllo dei portatori di infezione, una ben distribuita educazione sanitaria, un’architettura sana e macchinari sicuri, una competenza generale del pronto soccorso, un largo e equo accesso alle cure mediche di base e a quelle dentarie, come pure certi gruppi di servizi assortiti con giudizio, non possano tutti rientrare in una cultura veramente moderna che promuova l’autonomia e la capacità di badare a se stessi. Finché l’intervento tecnico nel rapporto fra gli individui e l’ambiente resta al di sotto di una certa intensità, per quanto riguarda il raggio della liberta’ d’azione dell’individuo, questo intervento puo’ esaltare la capacità dell’organismo di affrontare e creare il proprio futuro. Ma al di là di un certo livello, la gestione eteronoma della vita, inevitabilmente, dapprima restringe, poi mutila e infine paralizza le reazioni importanti dell’organismo, e quella che voleva essere la cura della salute si tramuta in una forma specifica di negazione della salute.”
L’attuale pandemia rappresenta una esasperazione della possibile nocività’ del potere medico nei confronti della popolazione. La nuova concezione del corpo umano come dualità composta dalla massa carnosa che funziona che una macchina e lo spirito che pero’ e’ estraneo al comportamento della massa carnosa. L’affermazione di questa dualità e’ alla base del comportamento oggettivamente nocivo assunto da una buona parte della popolazione. Per promuovere ciò la organizzazione sanitaria ha avuto carta bianca da parte del potere politico e economico. Gli interessi dunque del potere sanitario, del potere politico e quello economico si intrecciano così’. L’economia era in attesa di una grande crisi che avrebbe comportato una ristrutturazione dell’ordine gerarchico nell’economia. Con il virus il controllo della popolazione ha trovato una forma nuova di esplicitazione. Non solo mediante la repressione poliziesca ma anche mediante un controllo che i cittadini fanno su stessi. L’inserimento della paura di morire al centro della preoccupazione delle persone ha permesso sia controllare una gran massa di persone, sia provocare divisione nella popolazione tra gli ubbidienti alle direttive del potere politico e sanitario, sia di reintrodurre un sentimento depravato che e’ la delazione. La classe medica al potere ha la responsabilità’ di avere assecondato la politica di repressione e controllo da parte del potere politico.
La vita digitale (senza contatti fisici ma solo informali) ha creato le precondizioni per l'accettazione degli arresti domiciliari e il distanziamento sociale. Un dato che si presenta regolarmente nella politica di repressione sanitaria sono le misure di mortificazione dei sentimenti comuni delle persone. Già all’epoca della epidemia aviaria si palesò la sua perfidia.In vari paesi europei le persone furono obbligate a uccidere i volatili che avevano in casa o in giardino. Volatili che spesso erano animali di compagnia a cui la gente si affeziona. Colpire allo scopo di violentare i sentimenti della popolazione e’ un dato costante che il potere manifesta per sottomettere l’avversario. Un episodio in questo senso fu il bombardamento Usa che distrusse la chiesa di santa Chiara a Napoli nel 1944. Militarmente l’obiettivo non era di interesse ma lo scopo era di intimorire colpendo la popolazione nel sentimento. Ancora più crudele fu in Veneto l’ordine di cremare i corpi delle persone decedute negli ospedali e di abolirne i funerali. Cosi’ che i familiari e le persone care non potettero assistere al trapasso, l’ammalato moriva sotto la tortura dell’incubatore di ossigeno e nemmeno si pote’ dare l’ultimo saluto al proprio caro. Cosa che, come ricorda Agamben non accadeva dai tempi delle tragedie greche.
Un elemento positivo risalta da tutta questa situazione e’ che una buona parte della popolazione ha preso coscienza della subdola manipolazione delle coscienze che il potere mette in atto. Quelle che erano viste come teorie ora si sperimentano nella realtà. Non solo la biopolitica, cioè il controllo dei corpi ma anche la neuropolitica cioè il controllo fatto non attraverso disposizioni burocratiche ma il controllo che la persona fa su se stesso applicando misure repressive come se scaturissero dalla sua coscienza o dal suo senso di responsabilita’. E risulta anche positivo che una minoranza decisa a non cedere guadagni le piazze, contesti giuridicamente le misure della troika: governi, capitale e cliniche.
Nicolai Caiazza
13-8-21