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sinistra

“Intellettuale ad Auschwitz”

di Salvatore Bravo

Capire Auschwitz e la sua logica di produzione e consumo di esseri umani significa acquisire elementi per comprendere la storia del nostro tempo e la pratica del neoliberismo. Jean Améry con il suo testo “Intellettuale ad Auschwitz” non descrive semplicemente l’esperienza dello sterminio, in quanto ci offre la possibilità di “decriptare” il presente attraverso lo sterminio, il quale non fu semplicemente una operazione razziale, ma un esperimento di eliminazione dell’intelligenza “metafisica”. Le possibilità di sopravvivenza nel campo di sterminio non erano legate ai soli fattori biologici: giovinezza e robustezza fisica, se ci si sofferma solo su tali elementi la comprensione dell’esperimento “Auschwitz” risulta parziale, fino a banalizzarsi. Auschwitz riproduceva in modo estremo la verità del capitalismo, è stata una tragica operazione di svelamento della verità del capitalismo. Gli ultimi decenni del neoliberismo confermano quanto lo scrittore e sopravvissuto Jean Améry ha descritto, argomentato e denunciato. L’intellettuale, ovvero l’essere umano dotato di capacità critiche doveva essere eliminato, in primis.

Un sistema di produzione che trasforma l’umanità in un unico corpo finalizzato ai processi di produzione e trasformazione della natura in “plusvalore ed energia” necessita di intelligenze adattabili e dall’intelligenza concreta. I produttivi abituati, loro malgrado dal modo di produzione capitalistico a eseguire gli ordini e ad accettare la realtà storica come un dato naturale, più facilmente e più velocemente, si adattavano alla nuova realtà. Non cadevano nell’impaccio dei “perché”, per cui accettavano con meno resistenze l’inaudito dinanzi a loro e, quindi, rispetto all’intelligenza metafisica avevano più chance di “sopravvivere e non certo di vivere”:

Chi è, nell’accezione da me proposta, un intellettuale o un uomo dello spirito? Non certo chiunque eserciti una cosiddetta professione dell’ingegno; una formazione superiore rappresenta forse, in questo senso, una condizione necessaria ma non sufficiente. Ognuno di noi conosce avvocati, ingegneri, medici, probabilmente anche filologi, che sono certo intelligenti e nei loro ambiti di competenza magari anche eccellenti, e che tuttavia si esiterebbe a definire intellettuali. Un intellettuale, come io vorrei fosse qui inteso, è un essere umano che vive all’interno di un sistema di riferimento che è spirituale nel senso più vasto. L’ambito delle sue associazioni è essenzialmente umanistico o filosofico. Ha una coscienza estetica bene sviluppata. Per tendenza e attitudine è portato al ragionamento astratto. Ad ogni occasione gli si propongono catene associative dalla sfera della storia del pensiero. Se ad esempio gli fosse chiesto quale famoso nome associ alle sillabe “Lilien”, non gli verrebbe in mente Otto von Lilienthal, il precursore del volo a vela, bensi il poeta Detlev von Liliencron. Il termine “società” non lo intende in senso mondano, ma sociologico. Il fenomeno fisico che porta al corto circuito non lo interessa; tuttavia conosce bene Neidhart von Reuenthal, il poeta cortese che s’ispirò al mondo contadino1”.

L’intellettuale viveva uno stato di solitudine assoluta, non poteva condividere i propri pensieri. L’impatto con il campo era bruciante, l’intellettuale non riusciva ad adattarsi all’irrazionale nella forma della razionalità produttiva e selettiva. La solitudine lo aggrediva, i “perché” restavano senza risposta, gli si chiedeva di rinunciare al pensiero e di adattarsi al nuovo corso, a lui era richiesto di morire nello spirito e di essere solo carne che prende la forma voluta dal sistema. La sua resistenza decretava la sua morte. L’intelligenza metafisica doveva essere eliminata, le altre forme di intelligenza erano tollerate, fin quando produttive, eguale destino le attendeva dopo la loro Kenosis:

Ad Auschwitz invece l’uomo dello spirito era isolato, del tutto abbandonato a sé stesso. Il problema dell’impatto tra spirito e orrore vi si poneva in maniera più radicale e, mi sia consentita l’espressione, in forma “più pura”. Ad Auschwitz lo spirito non era che sé stesso e non vi era alcuna possibilità di collegarlo a una qualche struttura sociale, per quanto precaria, per quanto clandestina. L’intellettuale si trovava quindi solo con il suo spirito che altro non era se non pura consapevolezza, e non poteva rinfrancarsi e rafforzarsi al contatto con una realtà sociale2”.

 

Negare il logos

Il campo di sterminio esigeva che si abbandonasse l’umanità e il logos, per cui l’uomo di spirito, come lo chiama Jean Améry era svantaggiato. Doveva rinunciare alla parola e al concetto. L’esperimento antropologico era, anche, nella riduzione e selezione delle forme plurali di intelligenza. L’intellettuale è superfluo, è un essere inutile per la logica della produzione, pertanto la selezione diventava meccanica e inesorabile. Il campo insegnava che solo le intelligenze curvate all’utile hanno possibilità di sopravvivere nei tempi voluti dal potere. La quantità deve regnare sovrana ed eliminare la qualità:

Il pensiero analitico-razionale nel campo, e in specifico ad Auschwitz, non solo non era di alcun aiuto, ma anzi conduceva direttamente verso una tragica dialettica di autodistruzione. Qualche esempio chiarirà facilmente il mio pensiero. In primo luogo l’uomo dello spirito era più restio dei suoi compagni non intellettuali a prendere semplicemente atto di quelle inimmaginabili condizioni. L’antica abitudine a mettere in discussione i fenomeni della realtà quotidiana gli impediva la mera accettazione della realtà del Lager, poiché questa era in contrasto troppo stridente con tutto ciò che sino ad allora egli aveva considerato possibile e accettabile dall’uomo. In libertà aveva sempre frequentato persone disponibili all’argomentazione garbata e ragionevole e non riusciva in alcun modo a capire un dato assai semplice e cioè che nei suoi confronti, nei confronti del prigioniero, le S.S. impiegavano una logica dello sterminio che in sé operava con altrettanta coerenza quanto all’esterno la logica della conservazione della vita3”.

Si sperimentava l’impotenza del pensiero, non più la prassi ma l’ipostatizzazione feroce del solo presente era l’obiettivo. L’internato doveva vivere senza tempo, senza speranza e senza storia. Il solo gesto meccanico doveva affermarsi, la morte subentrava in modo inesorabile, se il gesto diventava improduttivo. Gli internati assistevano all’annichilimento degli uomini di pensiero, per cui dovevano solo obbedire, adattarsi o morire:

All’ingresso nel Lager si veniva privati di tutto, e successivamente dileggiati dai depredatori perché non si possedeva niente. Il detenuto meno avvezzo alla riflessione di norma accettava questa situazione con una certa indifferenza, la medesima indifferenza che fuori, in constatazioni del tipo “ricchi e poveri ci sono sempre stati” oppure “le guerre ci saranno sempre”, aveva dato buona prova di sé. Prendeva atto dalle circostanze, si adeguava e in casi favorevoli trionfava su di esse. L’intellettuale invece si ribellava nell’impotenza del pensiero. All’inizio per lui valeva una sorta di folle saggezza ribellistica secondo la quale certamente non può esistere ciò che non è lecito che esista. Solo all’inizio, tuttavia4”.

Ad Auschwitz non si imparava nulla, si insegnava a rinunciare alla natura razionale ed etica dell’essere umano. Pedagogia non della malvagità, ma del male. Quest’ultimo è un dispositivo che non chiede l’iniziativa personale di carnefici e vittime, è il sistema ad organizzare, si deve eseguire o solo obbedire. La malvagità esige una personale iniziativa, il dispositivo insegna la sottomissione assoluta e la negazione della razionalità. Il campo di sterminio, ciò malgrado, dimostrava che l’essere umano è precipuamente logos, in quanto l’esperimento era finalizzato a destabilizzare e a distruggere la natura umana. La disumanizzazione era finalizzata al trionfo del massimo rendimento, il quale trovava e trova il suo impedimento nella razionalità umana:

Ad Auschwitz non siamo divenuti più saggi, se per saggezza s’intende una conoscenza positiva del mondo: nulla di quanto comprendemmo nel Lager non avremmo potuto comprenderlo anche fuori; nulla si trasformò in un’utile guida. Neanche nel campo siamo diventati più “profondi”, ammesso che la fatale profondità sia una dimensione spiritualmente definibile. Inutile aggiungere, credo, che ad Auschwitz non siamo nemmeno divenuti migliori, più umani, più “benevoli” nei confronti dell’uomo e più maturi moralmente. Non si assiste a fatti e misfatti dell’uomo disumanizzato senza che vengano messe in discussione tutte le idee circa l’innata dignità dell’uomo. Dal Lager uscimmo denudati, derubati, svuotati, disorientati e ci volle molto tempo prima che riapprendessimo il linguaggio quotidiano della libertà5

Le torture erano egualmente una forma di sperimentazione: far soffrire per ridurre l’essere umano a sola biologia dolorante senza la capacità di chiedersi “il perché” era il vero obiettivo, il sadismo, quale gesto personale, non era contemplato, la violenza aveva la sua perversa e impersonale razionalità:

Non so quindi se chi è percosso dalla polizia perda la dignità umana. Sono tuttavia certo che sin dalla prima percossa egli perde qualcosa che forse possiamo definire in via provvisoria la “fiducia nel mondo”. Fiducia nel mondo. Vi concorrono fattori di ordine diverso: la fede irrazionale, e non motivabile a livello logico, nel principio di causalità ad esempio, o il confidare altrettanto ciecamente nella validità delle conclusioni induttive. L’elemento più importante della fiducia nel mondo tuttavia - e l’unico rilevante nel nostro contesto - è la certezza che l’altro, sulla scorta di contratti sociali scritti e non, avrà riguardo di me, più precisamente, che egli rispetterà la mia sostanza fisica e quindi anche metafisica. I confini del mio corpo sono i confini del mio Io. La superficie cutanea mi protegge dal mondo esterno: se devo avere fiducia, sulla pelle devo sentire solo ciò che io “voglio” sentire. Con la prima percossa, però, questa fiducia nel mondo crolla. L’altro, “contro” il quale nel mondo mi pongo fisicamente e “con” il quale posso essere solo sino a quando lui come confine rispetta la mia superficie cutanea, con il colpo mi impone la sua corporeità. Mi è addosso e cosi mi annienta. E’ come uno stupro, un rapporto sessuale senza l’assenso di uno dei due partner. Certo, se sussiste una sia pur limitata speranza di potersi difendere, s’innesta un meccanismo grazie al quale posso correggere la violazione di confine compiuta dall’altro6”.

 

Il male non è mai banale

Il male non è mai banale, chi lo ha vissuto in prima persona e ne conosce la segreta profondità e verità non può che “scandalizzarsi” dinanzi alla sua banalizzazione. Il male è banale se pensato in astratto, ma se vissuto acquisisce la sua medusea verità. Banalizzare il male è la via che conduce alla sua normalizzazione, in tal modo le analisi sulle cause sociali ed economiche cedono il passo alla semplice descrizione, ad una forma di semplicismo che non neutralizza il male, ma lo sostiene e lo consolida, in quanto non vi è il giudizio qualitativo:

Non esiste infatti la “banalità del Male” e Hannah Arendt, che ne parlò nel suo libro su Eichmann, conosceva il nemico dell’uomo solo per sentito dire e lo osservava solo attraverso la gabbia di vetro. Quando un avvenimento c’impegna sin nell’ultima fibra, non si dovrebbe parlare di banalità, perché a quel punto l’astrazione risulta impossibile e nessuna immaginazione può anche solo accostarsi alla realtà7.

La colpa collettiva che ha prodotto Auschwitz è tra di noi in forme e in intensità diverse. Il mea culpa per lo sterminio non è stato effettuato, poiché implicherebbe la consapevolezza che le logiche che hanno animato lo sterminio sono tra di noi. La quantità continua a cannibalizzare la qualità nella carne e nello spirito. Il vilipendio e l’ostracismo verso le intelligenze di tipo metafisico oggi è più vero che mai. Si scoraggia e si umilia coloro che vivono il logos e pongono la prassi politica quale progetto comunitario. Il pensiero dev’essere unicamente produttivo e deve trasformare ogni esperienza in quantità monetizzabile. In tale cornice lo sfruttamento gerarchico e il tentativo di rappresentare l’intellettuale che si dedica e testimonia il logos come “superfluo” continua in modo sempre più pressante. Le facoltà umanistiche sono oggetto di pubblico disprezzo mascherato da false ragioni, il meglio della nostra gioventù fa fatica a collocarsi in una realtà che ordina l’adattamento o la morte sociale. Chi non vi riesce è colpevole, è un paria, è dunque merita la sua marginalità. Nel contempo in modo speculare e contrario alla “normalità della tortura” si sperimenta la riduzione dell’essere umano a pura pulsione senza contenuti e senza consapevolezza. Ricordare Auschwitz deve significare ricordare il presente storico, capire il “male” che si aggira quale spettro non riconosciuto, altrimenti ogni ricordo storico non è che vuota banalità nella forma della ritualità senza verità e concetto.


Note
1 Jean Améry. Intellettuale ad Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1987, pag. 19
2 Ibidem pp. 23 24
3 Ibidem pag. 27
4 Ibidem pag. 28
5 Ibidem pag. 37
6 Ibidem pag. 46
7 Ibidem pag. 43
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Comments

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AlsOb
Wednesday, 15 February 2023 17:22
Specie nel capitalismo neoliberale fascista,adottato, deliberatamente, dalla classe dominante, a partire dagli anni 70 e imposto con notevole successo come modello unico politico, economico e sociale, per frenare un capitalismo pericolosamente troppo “marxiano” e retrocedere, sulla base di un capitalismo finanziarizzato e di rendita, a un sistema esplicitamente classista neofeudale, “le logiche che hanno alimentato lo sterminio sono tra noi”, dato che la massa di sfruttati delle classi inferiori sono valutati programmaticamente e solamente come topi utili da estrazione di plusvalore, o carne da cannone e oggetti da scartare, quando non siano più in grado o non servano a quello scopo.
Ogni “ricordo storico” e celebrazione valoriale tende a essere distrazione da circo per i sottomessi, “vuota banalità nella forma della ritualità, senza verità e concetto”.
Basta guardare alla guerra imperialistica condotta contro la Russia con l'uso di carne da cannone locale e il ricorso alle più perverse giustificazioni sulla base di valori ridotti a cinematografia.
Il pensiero critico ovviamente è annichilito e gli intellettuali che sono inseriti nei meccanismi di riproduzione valoriale del capitale e denaro sono quelli che svolgono zelantemente il ruolo di propagandisti, nulla di nuovo rispetto a quanto spiegato da Marx e sperimentato sulla sua pelle.
Il destino dell'occidente capitalista e imperialista verso la putrefazione dei valori e la saga dei sepolcri imbiancati per poveri di spirito rientra nella evoluzione del capitalismo e quindi nelle previsioni di Marx. Ma lasciando da parte Marx, per quanto concerne il destino, si può pure, per un momento, fare riferimento a un pensatore e accademico estremamente reazionario e malintenzionato nei confronti di Marx, di cui non comprese una riga, Heidegger, personaggio pompato a dismisura da una operazione intellettuale rivolta a celebrare ambigui pensieri deboli, mistici grammaticali concetti di verità e svilimento di ideologie e metodologie scientifiche (che non fossero scientismo) sgradite alla classe dominante, con il suo radicale pessimismo sul principio di ragione, per una irrevocabile incapacità di garantire il salto verso una seconda tonalità, tale da offrire e recuperare nella identificazione di ragione e essere un senso umano per i viventi e loro vite. Non a caso nella famosa intervistà invocò un ultimo dio come ultima possibilità di mutare eventualmente il destino di pessimismo e tragedia.
Infine a evitare equivoci in merito a Hannah Arendt e al suo più sofisticato concetto di banalità del male è sempre opportuno ribadire che la parola banalità non si riferisce né qualifica direttamente il male in sé, ma esprime il fatto che la decisione di praticare il male, anche in forme assai radicali, sciagurate e fascistiche, appartiene congenitamente alla quotidianità e al suo quadro conformistico di interessi e valori di orientamento, e in ciò consiste la sua scandalosa banalità, interpretata abominevolmente pure come dovere e moralità.
Se per esempio fosse stata istituita una norma per sparare ai non vaccinati e non portatori di green pass, non sarebbe probabilmente mancato un esercito di sparatori, convinti di operare per il bene della società e per meritarsi lo stipendio, adempiendo ai propri doveri.
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Pantaléone
Wednesday, 15 February 2023 19:27
Ottimo riassunto, è davvero un piacere leggervi.
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