
Limiti e libertà: una nuova alleanza
di Paolo Bartolini
Perché la prospettiva ecologica è così importante per il pensiero e per la politica? Me lo chiedo quando frequento i social network dove le polarizzazioni dell’opinione pubblica spiccano per violenza e superficialità. Rispondo partendo da una constatazione. Le destre liberiste e reazionarie farfugliano di impossibili identità scolpite nel marmo, si appellano alla natura e a bizzarre "essenze" che ci assegnerebbero a qualche contenitore determinato fatto di norme e divieti.
Non sanno, costoro, che "natura" è un participio futuro, un continuo nascere e generare, non una cosa fissa, permanente, A=A. Le pseudosinistre liberiste e dem a stelle e strisce, dal canto loro, non avendo alcuna presa sulle dinamiche capitalistiche e sugli effetti strutturali di ingiustizia che ne derivano, confondono la libertà (di soggetti sempre più scollegati dalla matrice delle loro relazioni, ridotti quindi a individui attori-di-mercato) con la sconfitta di ogni limite e con la cancellazione di qualsiasi struttura che resista alla “fluidificazione” ipermoderna di ruoli, vocazioni e forme consolidate.
A si sveglia la mattina e, secondo un immaginario che flirta con il transumanesimo e poggia sull’individualismo consumista, reclama per sé la natura Z, così, con la sola forza del pensiero. In mezzo a questi estremi – entrambi compatibili con un regime del discorso politico che mescola neoliberismo e populismo – ritengo sia giunto il momento di coltivare consapevolmente un'ecologia delle figure viventi, che tenga conto di vincoli strutturali e limiti di compatibilità per sondare i veri margini di libertà dei singoli e dei gruppi umani a cui appartengono.
Ciò non si accompagna, tuttavia, a nessuna “essenza” fissa e sostanziale, che possa identificare in maniera rigida il vivente, chiudendo ciascun esistente in una specie di solipsismo atomistico. Penso, piuttosto, a processi intricati che rifuggono tanto le identità monolitiche (irrinunciabili per le destre) quanto le istanze acefale (care alle “sinistre” che hanno rinunciato alla lotta di classe) di un desiderio troppo simile alla circolazione astratta del capitale. È tempo di riconsiderare appartenenze e parole d'ordine, riconoscendo che proprio oggi i corpi sono al centro dell’interesse del tecno-capitalismo contemporaneo. Non parlo solo di biotecnologie applicate, di stereotipi e violenza di genere, di un controllo biopolitico che cresce in maniera direttamente proporzionale allo smantellamento della sanità pubblica italiana; mi riferisco piuttosto al tentativo culturale – di taglio anglosassone – che prova a plasmare la nostra idea di libertà in un momento storico nel quale è evidente a tutti che restrizioni intollerabili possono essere applicate in un baleno appellandosi a vecchie e nuove emergenze (sanitarie, di guerra, ambientali ecc.). Non siamo mai stati così condizionati dall’impero declinante USA e da élite europee capaci solo di imporre politiche di austerity fatali per la classe lavoratrice e per i ceti medi e popolari; nel frattempo la società dello spettacolo intercetta questioni capitali del presente e le stravolge a suo uso e consumo. Il pink e green-washing testimoniano della furbizia di un sistema che conosce solo la libertà di impresa e la libertà del soggetto borghese che sulla prima si modella. Filosoficamente parlando, e questa è l’angolazione dalla quale osservo le tendenze in esame, l’unica libertà che sta a cuore a chi comanda è quella tossica dell’io-mio, che non tollera limiti di sorta.
Ecco allora il concetto assurdo di “sviluppo sostenibile” e la pretesa che gli umani possano scegliere (come in un negozio di abbigliamento) l’identità personale che più li aggrada. In una fase nella quale l’impotenza e l’impossibilità di cambiare alcunché precipitano nella depressione ampi strati della società, i mass media promuovono quotidianamente le magnifiche sorti e progressive di un mondo nel quale basta avere i denari per oltrepassare ogni ostacolo dovuto ai vincoli organici del vivente (dall’invecchiamento della pelle alla difficoltà, per raggiunti limiti anagrafici, di dare alla luce un figlio). Che paradosso!
Sarebbe però un errore enorme opporsi a questa dismisura per via ideologica, abbracciando qualche tradizionalismo fuori tempo massimo. Anche il tecnoentusiasmo e una certa caricatura del femminismo militante, si rivelano inservibili per traghettare il malessere contemporaneo verso un’auspicabile società della cura. Qui corre in nostro soccorso un pensiero che si appella a quanto possiamo imparare dall’ecologia e dall’etologia (l’avevano ben capito, ad esempio, figure come Gilles Deleuze, Felix Guattari, Andrè Gorz, nonostante le ingenuità postmoderniste dei loro seguaci più superficiali). Pensiamo alla ricchezza della biodiversità. La natura è creativa e moltiplica le sue figure in maniera incessante, non lo fa – però – contro ogni limite o negando le caratteristiche strutturali degli organismi. Il dinamismo della vita è tale per cui le figure appena ricordate si danno non come essenze statiche, ma come forme in divenire segnate da una provenienza evolutiva che rende possibili, per loro, solo alcune direzioni di sviluppo e non tutte. L’accoppiamento strutturale tra organismi ed ecosistemi è tale per cui la co-evoluzione modifica entrambi senza mai stravolgere la trama dei nessi che li legano in una reciproca danza di adattamenti e sperimentazioni. Ciò significa che i corpi si aggiustano, esplorano la dimensione del possibile e misurano la compossibilità del loro divenire con le condizioni circostanti. Noi umani, come animali culturali che doppiano la vita vissuta in vita saputa e agita tecnicamente, abbiamo scatenato dei possibili – logici, linguistici, tecnici, fantasmatici – che non sempre rispettano l’equilibrio dei compossibili organici. È a questo livello che le future battaglie di una sinistra diffusa e anticapitalista devono muoversi, evitando sia le tentazioni reazionarie, che le sbornie cyborg-friendly tese a cancellare le peculiarità della figura dell’umano, iscritte (lo ribadisco) non in un’identità forte e sostanziale di stampo “ontologico”, ma nel campo delle possibilità che si schiudono al confine di contatto tra limite e libertà, sostenibilità ecologica/antropologica e creatività. Ritengo che una prospettiva siffatta, che richiederà dialogo e pensiero comune intorno ai processi di soggettivazione nel cuore del tecno-capitalismo, possa liberarci dalla subalternità al mito funzionalistico e individualista che sta dominando l’Occidente e che non ha più ragione di essere (se mai l’ha avuta).
Dinnanzi ai grandi dilemmi etici e politici che si stanno costellando nell’era complessa, abbiamo bisogno di una bussola che faccia affidamento su questi quattro punti cardinali: 1) nessun umano nasce già individuato, ma è preso in un processo di individuazione continuo, connotato da vincoli di compossibilità (non tutto è possibile); 2) il divenire storico e naturale non è pura dispersione e confusione, risponde invece a un ritmo del vivente che colloca ogni organismo in una rete di relazioni ecologiche e di originarie appartenenze: i nostri corpi sono dati e ricevuti dall’Altro, nessuno si crea da solo; 3) la tecnica al servizio delle logiche quantitative di mercato può solo condurre alla dismisura e, alla lunga, alla distruzione delle nostre condizioni di vita; 4) giustizia sociale, giustizia ecoclimatica e pace sono gli elementi di un nodo borromeo che, perdendo anche solo uno di essi, si scioglie e scompare.
Diciamo allora, e in conclusione, che la misura va cercata oggi nel tra dei rapporti tra corpi e culture, abbandonando le fantasie di potenza che vorrebbero manipolare in modo illimitato il sostrato di energia e materia a cui dobbiamo la vita, rendendolo docile e perfettamente con-forme ai sogni di controllo di un’umanità ristretta che, colpevolmente, si è scambiata per il tutto.













































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