
Lettere dal Sahel VI
di Mauro Armanino
Crimini senza criminali e Lazzaro con la brocca d’acqua
Niamey, 19 marzo 2023. Si trovano negli uffici, nelle banche, nei seggi dei parlamenti, davanti agli schermi dove si gioca d’azzardo con la storia, le azioni della borsa, le delocalizzazioni delle sedi delle ditte e sanno dove si trovano le terre rare che preparano l’avvenire senza inquinamento per il nord del pianeta, nei programmi televisivi e nelle università dove si forgiano le ideologie delle economie politiche del momento, tra gli ‘influenzatori’ dei media, nei dibattiti e dove si prendono le decisioni per come dovrà essere il mondo nei prossimi venti o trent’anni, cosa si deve pensare, comprare, vendere, investire, tra gli interstizi delle forme religiose che addomesticano le coscienze oppure le rendono del tutto succubi delle mortali visioni dell’altro come nemico da eliminare perché seguace di un altro dio. Stanno dietro le decisioni di armarsi e riarmarsi sempre di più perché le guerre non finiscano mai e tornano sempre sul luogo del delitto, investono nella loro sicurezza e inventano, controllano, fabbricano barriere che somigliano a frontiere, tradiscono coscientemente le parole perché ne hanno rapito il segreto che solo i poveri possedevano per farle germogliare, definiscono chi e come si deve nascere, morire, invecchiare e soprattutto coloro che saranno degni di abitare il mondo che loro appartiene perché sono loro, i padroni del mondo.
Non hanno nome eppure si trova facilmente il loro indirizzo tra i piani alti delle sedi delle transnazionali e nella classe che attorno a loro si aggrega, banchettano, viaggiano, commerciano, vivono in un modo differente, vestono di porpora e di lino finissimo e non vedono chi si trova accanto alla porta d’ingresso del palazzo ben custodito da telecamere e guardie del corpo, chi invece ha un nome scolpito sulla sabbia che si rinnova ogni giorno. Proprio lui, invece, un nome ce l’ha e si chiama Lazzaro e lui, il sistema mortale che fa finta di non sapere e di non conoscere, eppure stava ogni giorno alla porta, mendicando uno sguardo, un tempo, un presente. Lazzaro, ogni giorno davanti all’ingresso del palazzo dove i cani hanno più fortuna di lui e il sistema che elimina, esclude, uccide, sperpera, condanna, ignora e deporta sempre più lontano dagli occhi e dal cuore chi migra da una scomparsa certa nel nulla globalizzato. Si trovano sempre altrove e da ogni parte si trova la loro traccia e sono apertamente dittatori perché hanno venduto la vita a ciò che vita non dà e cioè il denaro che il mondo adora come dio padre e padrone, si pensano immortali e dimenticano la cenere, la polvere, il vento, la primigenia esperienza di piccolezza nel grembo materno, sono smemorati per necessità e vivono di un presente rubato agli altri e sepolto anzitempo nei cimiteri nascosti delle città
Si trovano nei consigli di amministrazione dove basta un messaggio per mettere sul lastrico migliaia di persone e poi vedono Lazzaro da lontano, quando è tardi e allora lo riconoscono, supplicano che l’abisso che si è scavato tra i loro mondi sia di colpo eliminato, lo riconoscono e lo chiamano per il nome che prima non avevano mai pronunciato, Lazzaro gridano perché li ascolti e ristori l’arsura che consuma le ultime parole che non hanno mai pronunciato prima, gridano a colui che non avevano visto accanto alla porta d’ingresso, e Lazzaro il povero mendicante, seduto vicino ad Abramo, si alza e porta agli assetati una brocca d’acqua.
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Come nascere in strada a Niamey
Niamey, 26 marzo 2023. Una strada sterrata impastata di polvere non lontano dallo stadio Seyni Kountché e adiacente al palazzo che ospita il Ministero della Giustizia. Giusto accanto all’ufficio di accoglienza e registrazione dei migranti dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM. Proprio lì sulla strada, sabato scorso, è nata una bimba. Mamana è la madre, originaria della Sierra Leone, mentre il padre, della stessa nazionalità è al momento irreperibile. Una bimba nata in esilio a Niamey, sulla strada, luogo di transito, incontro, scambio, compravendita, attesa, passaggio, spazio di vita politica e sociale. La strada è il luogo dal quale veniamo e al quale torniamo se è vero che la vita non è che un viaggio, un pellegrinaggio o un sentiero dove la meta si confonde con lo stile e la modalità del cammino. Lei è nata nella notte come per illuminare il mondo e si trova adesso, assieme alla madre, ospite delle strutture dell’OIM, in attesa di tornare, un giorno, al Paese.
Loro, Francesco e Laura, si era sposati serenamente in chiesa, una cappella in seminterrato tra pochi intimi con lo statuto di richiedenti asilo. Originari del Sud Sudan che avevano abbandonato a causa della guerra civile che aveva tutto distrutto del loro passato. Cercano ingenuamente futuro a Niamey con l’aiuto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, HCR. Ai loro due figli, domenica scorsa, si è aggiunto un terzo, nato anche lui in esilio e, senza saperlo o volerlo, già richiedente asilo, come tutti i neonati di questo mondo, abituato ormai alle stranezze degli umani. Durante la cerimonia del matrimonio Laura, la sposa, posava la mano sul suo ventre che già annunziava il prossimo arrivo di un nuovo passeggero in cerca d’autore. Laura e suo marito avevano avuto un tempo di apprensione perché, nel recente passato, un figlio si era perduto prima della nascita. La gioia del padre era sobria e intensa come quella di un uomo.
Altre donne migranti sono incinte e potrebbero dare alla luce le loro creature nella capitale del Niger. Stranieri e compagni di esilio con altre migliaia di migranti espulsi, deportati, abbandonati, perduti e ritrovati. Una città nella città fatta di bambini che ancora non sanno che troveranno documenti, frontiere, fili spinati e mani amiche occasionali che non metteranno in discussione il sistema. Dormono in strada o accanto alle stazioni di approdo delle compagnie dei bus con le madri che li nutrono per un miracolo quotidiano chiamato solidarietà tra poveri. Sono in buona compagnia perché, malgrado una recente diminuzione della natalità nel Niger è ancora la più importante del mondo. La speranza di vita alla nascita è di 53, 4 anni, ben al di sotto della speranza di vita media nel mondo che è di circa 71 anni.
Si aggiungerebbero ai neonati che fanno del Niger il Paese più ‘giovane’ del pianeta. Poveri nell’economia e ricchi di nuove persone che potranno cambiare il mondo oppure lasciarlo com’è. Tutto dipenderà dal modo col quale saranno assunte le sfide o le opportunità che la sabbia, il vento e il destino non ancora scritto potrà creare. Intanto, nell’altro continente chiamato Europa, continua l’inverno demografico e sulle strade non nascono bimbi ma pannelli pubblicitari, centri commerciali e bar. C’è chi addebita il calo demografico alla crisi economica e all’incertezza per il futuro. Non si vuole che i nuovi arrivi siano nella nave che conduce alla perdizione. In realtà la crisi è ancora più radicale e rivela quanto l’Occidente abbia smarrito la speranza che nasce, appunto, sulla strada della vita.
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Elogio della follia e altre meraviglie dal Sahel
Niamey, 2 aprile 2023. Proprio come ai tempi dei nostri emigranti di una volta. Molti non sanno dove si trovano e come diavolo sono potuti arrivare a Niamey. Camion, taxi, bus, moto, col vento oppure nascosti dalla polvere e altri improbabili mezzi di trasporto per giungere dove non si sa. Molti dei migranti residenti di passaggio non corrispondono a nessun profilo stabilito dalle norme internazionali delle migrazioni. Dal patto globale di Marrakesh del 2018 poi votato da 152 Paesi alle Nazioni Uniti pochi giorni dopo, si vorrebbe una migrazione sicura, ordina e regolare. Calcolabile, programmabile e soprattutto regolare e cioè controllabile. Nulla di tutto ciò per molti migranti per i quali c’è il sentito dire, l’esempio e le foto di amici che fingono di spassarsela in un altro mondo e che li invitano ad imitarli per un effimero eldorado. Alla base c’è un disagio, un malcontento, un desiderio di nuovi mondi più appetibili o semplicemente l’anelito alla trasformazione della vita così come si presenta. Dunque si parte, spesso senza sapere come e dove per un altrove che faccia traversare le ‘Colonne d’Ercole’ della monotona e quotidiana sparizione voluta dal sistema globale.
La nostra rovina sono i calcoli, le probabilità, le statistiche, gli algoritmi, le previsioni, i programmi, le proiezioni demografiche, la modellizzazione del futuro, le video-sorveglianze e i controlli biometrici. Si categorizzano le cose, le persone, le vulnerabilità, i generi di prime necessità, il genoma umano coi vaccini del Covid di ritorno sui manifesti in città e la selezione darwiniana di chi avrà le maggiori possibilità di compatibilità col mondo venturo. Si sceglieranno i figli migliori, senza difetti, col quoziente di intelligenza superiore alla media in modo da perpetuare il migliore dei mondi possibili nel tempo e nello spazio. Noi, invece, nascevamo sotto un cavolo, ci portava la cicogna, arrivavamo in fretta, per caso o per scelta anche senza un lavoro o una casa decente per tutti. La vita portava il senso del mistero e c’era qualcosa di indicibile quando si guardavano le stelle o ci si perdeva nel tramonto del sole sul mare dove ancora non facevano naufragio le imbarcazioni di fortuna. La moneta era metallica o di carta levigata dalle mani unte e callose di chi guadagnava il necessario per il giorno dopo. I negozi erano sotto casa e le campane suonavano le ore.
La follia è ciò che attraversa lo spirito dei poeti, dei navigatori, dei santi, degli amanti, dei bambini e di buona parte delle donne. La follia di Dio che rischia la fragile incertezza su coloro che ha lui stesso immaginato di creare liberi. Nel Sahel tutto questo lo sappiamo, lo crediamo e lo pratichiamo al quotidiano perché si nasce e si vive senza sapere come e senza nessuna accettabile giustificazione. Fabbrichiamo polvere, vento e inventiamo i figli della sabbia che si arrampicano sulle frontiere del futuro. Persino la Banca Mondiale, specializzata in calcoli di probabilità e in previsioni economiche di crescita, ha inaugurato una nuova sede a Niamey. Non è mai troppo tardi per imparare da noi, ricchi della nostra folle povertà.
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Dodici anni di sabbia e il Sahel come precaria dimora
Niamey, 5 aprile 2023. Avrebbe dovuto essere un soggiorno breve e misurato. Il tempo per organizzare il servizio di accoglienza per i migranti di passaggio a Niamey, nel Niger. Era questo il motivo per cui ero stato invitato dall’allora vescovo della diocesi omonima dove, al momento dell’arrivo, i migranti erano chiamati ‘esodanti ’ oppure più semplicemente ancora ‘avventurieri’. Entrambe queste figure facevano parte del paesaggio culturale dell’Africa Occidentale, una delle regioni tra le più ‘mobili’ del mondo. Il passaggio di frontiere per cercare altrove fortuna e lavoro è parte integrante dell’identità dei popoli del Sahel. Con le scelte geopolitiche dell’Occidente che includevano l’esternalizzazione delle frontiere e accordi bilaterali di riammissione in cambio di aiuti e progetti, la mobilità umana è stata vista con sospetto e infine ‘criminalizzata’. Il migrante è un errante.
Giusto il tempo di strutturare il servizio e poi ripartire per un altro Paese con altre sfide da assumere. Gli occhi erano ancora segnati dagli anni passati come ospite nel millenario chiostro delle Vigne, nel cuore del Centro Storico di Genova. La sera con le luci al Porto Antico delle Grandi Navi Veloci e la domenica pomeriggio stupito dai ‘palazzoni ’da crociera a piani che riempivano l’orizzonte del porto dove, all’epoca, partivano i migranti nostrani per le Americhe. Con nella mente i cancelli del carcere di Marassi, i colloqui con i detenuti e le celebrazioni a parte per i ‘ristretti’ e il reparto degli accusati per appartenenza alla mafia. L’accompagnamento di alcune comunità straniere dell’America Latina, dell’Asia e le sorelle africane che cercavano, in Via della Maddalena e dintorni, ciò che pensavano di avere smarrito in Nigeria.
Era il cinque di aprile del 2011. L’arrivo all’aeroporto internazionale Diori Hamani accolto dal confratello che poi sarebbe stato rapito per due anni dal Sahel al deserto del Sahara. La Riva e il Mare (di sabbia), ciò è quanto significano le due parole che nominano il mistero geografico e umano che ci costituisce. La crisi libica, avvenuta pochi mesi dopo, avrebbe accelerato il processo della fondazione del servizio per i migranti. Sarebbero stati loro, da allora, a dettare il luogo, lo stile, le scelte e il metodo per leggere la realtà di questa porzione d’Africa che avrei avuto il privilegio di abitare. Le storie che solo la sabbia, la polvere e il vento avrebbero raccontato attraverso le centinaia di migranti incontrati e poi perduti nel viaggio. Episodi di ordinaria violenza e sofferenza, come sempre intessuta di incosciente speranza, che i migranti rovesciavano sul pavimento poco levigato della memoria fuggente dei ricordi.
Assieme alla vergogna delle chiese incendiate nel 2015 a Niamey e Zinder, sarebbe stato questo il dono più grande ricevuto in questi anni. Una chiave preziosa perchè in grado di aprire lo sguardo sul sistema di predazione che costituisce l’economia politica del mondo. Il sistema capitalista che appplica e scava con cinismo il baratro che divide il mondo per meglio regnare. Allora, con la vista da ‘questo’ punto, diventa tutto più chiaro e semplice. Le frontiere come metafore che, con inesorabile processo, sono disegnate a forma di barriera, filo spinato o mare/muro che inghiotte chi viene a salvare l’Occidente dalla sua irrimediabile perdita. Essi, i migranti e loro nomi, mi hanno perso e salvato tante volte in questi anni e lo so, non sono neppure degno di sciogliere i legacci delle loro borse piene di nulla. Tanto fanno che persino Dio sta dalla loro parte e loro ne sono consapevoli sia quando attraversano il deserto che quando carezzano il mare. Arriveranno di sicuro, se Dio vorrà. E oggi, l’anniversario del mio primo arrivo, ci sono 43 gradi all’ombra alle 15 in punto. Sempre se Dio vorrà ce la caveremo anche stavolta.
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Erranze e frontiere
Niamey, 16 aprile 2023. Abdou, originario di Bouaké nella Costa d’Avorio, perde suo padre mentre è ancora studente delle medie. Con un fratello minore, quattro sorelle e la madre a carico, parte per l’Algeria nel 2015. Arrivato a Tamanrasset si guadagna quanto basta per continuare il cammino fino a Adrar, Oran e infine il Marocco attraversando la frontiera di Oujda. Ottenuto lo statuto di rifugiato nella capitale Rabat, rimane a lungo senza un lavoro stabile. Decide di sfidare la barriera metallica di Melilla, enclave spagnola, lunga 12 chilometri, dotata di videocamere di vigilanza e strumenti per la visione notturna. I cavi posti sul terreno connettono a una rete di sensori elettronici acustici e visivi. La barriera è alta sei metri e Abdou coi suoi compagni, il passato dieci marzo, hanno cercato inutilmente di avvicinarla. I militari marocchini, al servizio della Spagna, con bastoni e cani li hanno fermati prima di raggiungere la frontiera, spinata, con l’Europa.
Abdou è stato arrestato e poi abbandonato al confine con l’Algeria e da qui, in seguito, preso e deportato all’altra frontiera, quella con Niger. Passate Assamaka, Arlit e Agadez, si trova a Niamey. Lo zainetto con l’unico vestito di ricambio e l’altra borsa coi suoi documenti sono spariti dalla stazione del bus presso la quale passa i suoi giorni. Gli rimangono ancora altre frontiere prima di tornare a casa, apparentemente, le mani vuote. Le stesse mani libere sono quelle di Ibrahim, di mestiere tassista nella capitale della Guinea, Conakry che, ormai da anni, spinge i propri figli a cercare lontano quanto è stato loro rubato in Patria. Abbandona il suo Paese nel 2021 e si avventura in Algeria passando dal confinante Mali. La madre dei suoi due figli, Fatoumata, è dolorosamente d’accordo col suo viaggio perché il suo lavoro non gli permette più di sopravvivere con dignità. Pratica per un anno il suo mestiere di conducente nei pressi di Algeri.
Dopo qualche mese, senza documenti accettabili, è deportato e poi abbandonato nel deserto che lo separa dal Niger. Ritenta per altre due volte di migrare in Algeria, a Tamanrasset, per non tornare a casa con le mani sconfitte. Ogni volta è preso, detenuto e poi deportato al confine. Si trova, infine, a Niamey nei pressi dell’aeroporto civile. Con la complicità del console onorario possiede adesso una carta d’identità e null’altro se non i ricordi del viaggio e il desiderio di capire perché, nel mondo, le frontiere siano come armi da guerra.
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Identità di sabbia e il Ramadan di Niamey
21 aprile, Niamey. Bella foto! Belle tonalità della sabbia. Se ora tu avessi un'identità (citando l'articolo di Aime) sarebbe la sabbia! Buona giornata. E’ Clelia a mandare questo messaggio via mail dopo aver scorso l’articolo inviatole dell’amico Marco Aime centrato, appunto sull’identità e ‘radici’. Ed è vero, strada facendo (e cioè la strada che ti entra dentro e ti lavora), il monolite identitario occidentale di radici si è gradualmente trasformato in sabbia. Mobile e immobile ai lati delle strade e tra le rive del Sahara/Sahel, dove, com’è noto, la storia si fa coi piedi che della sabbia sono i primi interlocutori. Ed è così che l’identità si contamina di sabbia e vento.
La direzione generale e l’insieme del personale di moov africa niger vi augura una buona festa dell’aid el fitr, questo SMS è stato inviato a Niamey il 21 aprile 2023 alle 9. 11 agli utenti della compagnia telefonica nominata. Non c’è traffico stamane in città perché si celebra la festa della conclusione del mese santo dell’Islam, il Ramadan, nome del nono mese del calendario musulmano che significa ‘calore bruciante’. Nulla di più vero visto che in questi giorni le temperature giravano attorno ai 42 e 43 gradi centigradi all’ombra quando c’è e che, in capitale, si prevedono 44 gradi per il fine settimana. Aid el Fitr signica che è finito il digiuno e che, dopo la preghiera e la professione di fede, comincia la festa che da alcune parti dura tre giorni. Seguono l’elemosina ai poveri, i saluti cordiali ai fratelli di fede, i regali e il vestito della festa.
Durante il mese del Ramadan, dopo la preghiera della sera, presso le moschee veniva distribuito cibo ai poveri. Parecchi migranti senza domicilio, sfollati interni e bisognosi, hanno profittato di questa particolare forma di solidarietà rituale. Sono proprio loro i migliori rappresentanti, senza forse saperlo o volerlo, di queste menzionate identità di sabbia. Abbandonato il loro Paese di origine perché, spesso, da lui abbandonati, si rifanno altre e molteplici identità migranti. Sono poi definiti irregolari e nel passato semplicemente clandestini perché non disposti ad affidare ai documenti stampati la nostra comune identità di sabbia.
Sono infatti migliaia i migranti ‘insabbiati’ nel Niger alla frontiera con l’Algeria che li arresta, deruba e ‘esporta’ al confine come se l’essere persone umane non contasse più nulla. Ma anche altrove sono ormai installati presso gli uffici dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni e delle numerose stazioni dei bus di linea. Queste ultime offrono l’alloggio per qualche giorno e i servizi minimi di acqua e igiene, a condizione di farsi il più possibile invisibili. Ed è così che, gradualmente, la nostra identità si modella sulle situazioni, gli interlocutori e le imprevedibili stagioni della vita. La sabbia, come l’identità, non è che polvere.
Da qui l’Europa sognata da molti migranti appare ancora più vicina e lontana assieme, proprio come un miraggio che, avvicinandosi, si allontana sempre più in là. Un gigante coi piedi di argilla che fatica a stare in piedi. Incapace di offrire una qualche parvenza d’identità che non sia il volto invecchiato di muri, controlli e misure coercitive di riduzione di tutto a numeri e statistiche. Ciò che accade da questa parte del mondo coi migranti non sono altro che ‘effetti collaterali 'delle politiche europee di gestione dei movimenti migratori. Continuare a pagare i guardiacoste tunisini, libici o marocchini non fa che rendere il mare ancora più mortale. Si esternalizzano altrove le frontiere, i campi di detenzione e le ragioni per migrare.
Non ci salveremo da soli da nessuna parte perché la ‘coesistenza precede esistenza' e, come ricordava Paulo Freire, solo ci sia salva nella comunione tra bisognosi e mendicanti. Qui le nostre identità si sono rimodellate con la sabbia che ci ha dato un volto, una storia e forse anche un destino. Sabbie di tutto il mondo, unitevi!













































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