
Dante e l’Islàm
di Eros Barone
Dante ha veduto il tutto e ha scritto il tutto.
Franco Sacchetti, Trecentonovelle, novella CXXI.
Dante non finisce mai di sorprenderci e di sfidarci, come dimostra quanto è successo in una classe di terza media di Treviso, dove due alunni musulmani sono stati esentati dallo studio del capolavoro di Dante Alighieri, definito “un’opera a sfondo religioso” in contrasto con la fede dei due ragazzini. L’iniziativa era nata dallo scrupolo di un professore che, nell’affrontare lo studio della Divina Commedia, aveva scritto alle famiglie i cui figli sono già esentati dall’ora di religione per chiedere il consenso a trattare l’opera dantesca. In risposta i genitori degli alunni musulmani hanno chiesto che i figli fossero esonerati dallo studio, dai compiti in classe e dalle interrogazioni su Dante, perché l’opera “offende l’Islàm”. Così, il ministero ha disposto un’ispezione e per i due alunni l’insegnante ha dovuto elaborare un programma parallelo alternativo, dedicato a Boccaccio.
L’episodio sembra quindi rientrare nelle cronache conflittuali in cui si scontrano due modelli educativi opposti: da un lato, quello di una scuola multiculturale e inclusiva, disposta a modificare il canone letterario sotteso all’insegnamento dell’italiano in funzione delle esigenze confessionali di determinati gruppi religiosi; dall’altro, quello di una scuola tesa ad affermare la centralità di una cultura e di una tradizione strettamente legate alla storia del nostro paese, ma nel contempo ricche di valenze universali.
Sennonché, una volta scontata la grandezza “inevitabile” 1 del “sommo poeta”, si ripresenta la questione cruciale di “come” leggere la Divina Commedia e di “che cosa” andare a cercarvi. Un modo interessante per dare risposta a tali quesiti può essere quello di porre a Dante delle domande un poco irriverenti sul nostro presente, e lasciare che Dante risponda con le sue parole e con le sue categorie. Proviamo allora a farlo scegliendo proprio ciò che nell’approccio contemporaneo alla sua opera è motivo di scandalo e di rimozione: il rapporto tra Dante e l’Islàm. Si tratta chiaramente, come attesta l’episodio della scuola media di Treviso, di una verifica scabrosa, che permette sia di misurare la distanza tra noi e l’autore della Commedia, sia di verificare, semplificando al massimo il discorso, il giudizio sull’Alighieri come “fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese” espresso qualche tempo fa dall’attuale ministro della Cultura. 2
Orbene, la prima cosa da rilevare è che pochi dannati sono colpiti da una pena più feroce di quella che tocca a Maometto nella nona bolgia. Leggere per credere (notando, oltre alle terribili metafore, il groviglio sintattico e il suono aspro dei versi, a cui Dante ricorre per mettere in scena, quasi visualizzandolo con un procedimento cinematografico in stile ‘splatter’, l’atroce contrappasso a cui è sottoposto il protagonista dell’episodio): «...Già veggia, per mezzul perdere o lulla, / com’io vidi un, così non si pertugia, / rotto dal mento infin dove si trulla. / Tra le gambe pendevan le minugia; / la corata pareva e’l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia. / Mentre che tutto in lui veder m’attacco, / guardommi, e con le man s’aperse il petto, / dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco! / vedi come storpiato è Maometto! / Dinanzi a me sen va piangendo Alì, / fesso nel volto dal mento al ciuffetto. / E tutti li altri che tu vedi qui, / seminator di scandalo e di scisma / fur vivi, e però son fessi così”» (Inferno, canto XXVIII, versi 22-36).
La rappresentazione è dunque impressionante e, insieme, ammonitrice: il corpo del profeta è come una botte sfasciata; le interiora, indicate con la terminologia della macellazione, si offrono spaventose allo sguardo; e gli organi sono descritti nelle funzioni più infami e con le parole più sconce. In effetti, non vi è motivo di meravigliarsi del fatto che versi simili abbiano meritato alla Commedia la censura in alcuni paesi islamici. Difficilmente si può pensare ad un’offesa più grave nei confronti di una cultura religiosa la quale, pur riconoscendo nel Profeta un uomo, ne fa il più degno di venerazione. Del resto, che cosa direbbero le associazioni cattoliche, se in Iran o in Arabia Saudita circolassero caricature grottesche di San Giuseppe o parodie blasfeme della Madre di Dio? Sennonché dove l’Islam è legge nella vita delle comunità oltre che dei singoli, la bestemmia non può essere ignorata, poiché costituisce, proprio come accadeva da noi un tempo, un vero e proprio reato.
Eppure, per un altro verso, Dante dimostra che la sua valutazione della grande nemica, la civiltà islamica, non è così unilaterale. Egli appare, ad esempio, del tutto consapevole dell’importanza culturale che l’Islàm ha avuto per lo stesso pensiero cristiano. E infatti il filosofo Averroè appare nella Commedia come colui «che il gran comento feo», colui che ha aperto la strada a quella diffusione delle opere di Aristotele nell’Europa medievale, senza la quale la Scolastica non avrebbe conosciuto il “filosofo” per antonomasia, la Chiesa non avrebbe elaborato il suo pensiero e l’Occidente non avrebbe acquisito la sua inconfondibile fisionomia.
E allora come Dante vede Maometto? Certamente, quando lo pone fra i «seminator di scandalo e di scisma» si rifà alla tradizione allora diffusa secondo cui Maometto era un prete cattolico frustrato nelle sue ambizioni e traviato dal genero Alì (che infatti, essendo un cattivo maestro, lo precede): scandalo è infatti la divisione politica, scisma quella religiosa. Maometto e la cultura religiosa che egli rappresenta non sono visti come un’alterità indipendente, ma come una differenza colpevole e negativa all’interno di un’identità esaustiva e totalizzante, che è poi quella della Chiesa di Roma e della “respublica christiana”, giacché la storia nella cultura medievale può essere pensata soltanto alla luce di quelle categorie. Ciononostante, in virtù di una sorta di ‘par condicio’ tanto paradossale quanto non intenzionale, nel momento stesso in cui si rivela incapace di vedere l’Islàm nella sua autonoma identità, riducendolo a una deviazione dal cristianesimo, Dante coglie il legame profondo che intercorre fra le due religioni, perché in effetti nemmeno il Corano potrebbe essere quello che è senza l’apporto del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Così, nella raffigurazione fisica e allegorica di Maometto e di Alì che il poeta ci fornisce l’altro è, ad un tempo, “fesso”, ossia scisso, e insieme necessario, poiché non c’è errore o deviazione che non contenga una particola di verità. In realtà, senza mai ammetterlo, dall’Islàm e dallo stesso Maometto Dante ha imparato molto più di quanto non dica. Il Libro della Scala (in arabo ‘Kitāb al-Miʽrāǵ’, ossia “ascesa [di Maometto] in cielo”), descrizione del viaggio nell’aldilà ritenuta opera del Profeta, non è solo una fonte della Commedia, ma ne è uno dei modelli strutturali più importanti. 3 E allora quell’alterità che Dante respinge è dentro di lui, così come è dentro di noi, anche quando prevale alla fine soltanto una di esse, l’oscillazione tra l’omologazione e la demonizzazione, tra l’identità e la differenza, tra la distanza e la prossimità.












































Comments
L'impressione, che ricavo da questa storia di cui peraltro non ero al corrente, è di un "non voler rogne" generalizzato, esteso ormai a docenti che han paura di genitori che a loro volta alzano la cornetta e si lamentano direttamente col preside.
Non cerco rogne, l'argomento può esserlo, mi faccio firmare una manleva... metto le mani avanti...
Dante nell'Inferno ne ha per tutti. A questo punto facciamoci firmare manleve per studenti con parenti omosessuali, con parenti ladri, con parenti assassini, con parenti atei, o per studenti stessi non battezzati, ebrei, buddhisti, eccetera...
E creiamo percorsi personalizzati che non offendano la sensibilità di nessuno... un po' di fantasia e un altro ciclo scolastico è andato... tre, cinque in meno alla pensione, e si riparte a settembre...
Che amarezza. Basterebbe, quello si, creare delle selezioni antologiche per ragazzi delle medie, spiegare un impianto teorico, e riprenderlo in terza-quarta-quinta superiore quando si presume che una spiegazione come la tua, ESEMPLARE, sulle contraddizioni in seno a Dante stesso, su "quell’alterità che Dante respinge" ma che "è dentro di lui", sarebbe compresa dalla stragrande maggioranza dei nostri giovani, tolto qualche ciellino e qualche altro iconoclasta integralista a cui spiegare, nei dovuti modi, e coi dovuti voti, che aldifuori della sua visione del mondo è esistito, esiste, ed esisterà sempre un mondo infinitamente più grande del suo, che in genere lo guarda come la mucca vede passare il treno...
E comunque, come nelle capsule del tempo sovietiche, e di fronte al diniego, più che comprensibile, di quei giovani neanche a tornare indietro sui loro passi, ma a farne qualcuno in più in avanti... chiudere la capsula e rinviare tutto a una trentina d'anni più tardi: passati i quali, si riapre la capsula, si tiran fuori gli scritti, e se ne riparla... sperando di esser ancora vivi e lucidi tra trent'anni...
Ma tolti questi casi di intransigenza cosmica, a cui però già giunge il messaggio che così cosmica, poi, non è (e non è un messaggio da poco...) il ruolo educativo che un docente svolgerebbe con ragazzi di diversa estrazione, omologati da un lato e parcellizzati dall'altro in mille rivoli, come quelli di oggi, affrontando con coraggio, e coi dovuti modi, un argomento così delicato e controverso, spiegando, storicizzando, criticando, senza fare sconti ma senza neppure ignorare, o fingere che nulla sia successo, sarebbe a dir poco IMMENSO.
E resterebbe una traccia, in quegli studenti. Quantomeno, imparerebbero che vale la pena guardare dietro le apparenze, dietro i giudizi preconfezionati, risalire alla fonte, alle fonti, e poi proseguire, certo, ciascuno per la sua strada, ma con un grado di consapevolezza maggiore. Incommensurabilmente maggiore. E non dal punto di vista QUANTITATIVO, per quattro nozioni in più archiviate. Ma dal punto di vista QUALITATIVO, per gli spazi immensi che un lavoro del genere apre a uno studente, futuro cittadino, futuro lavoratore, futuro coniuge e genitore.
Apre all'ascolto. Apre a contare fino a dieci e, se necessario, fino a cento. Apre ad affrontare i propri demoni, senza paura. Apre a fare le proprie scelte, con coraggio, ma non quel coraggio di chi si butta chiudendo gli occhi, ma di quello che sa cosa lo attende. E ciò nonostante sceglie.
Grazie mille
un abbraccio
Paolo