Perché l’ISIS prende di mira la Russia?
di Luca Serafini
Le cronache di questi giorni hanno fatto registrare l’ennesimo sanguinoso attacco terroristico dell’ISIS-K (Wilayat Khorasan) contro la Russia. In Daghestan, Repubblica della Federazione Russa, sono state colpite chiese ortodosse e sinagoghe. Il bilancio dei morti sembra essere di 15 agenti e 4 civili uccisi, tra cui un prete che è stato sgozzato. Torna alla mente il sanguinosissimo attacco alla sala concerti Crocus City Hall di Mosca a fine marzo di quest’anno. All’epoca Al Jazeera, il noto network dell’informazione particolarmente attento alle vicende islamiche, titolava un suo articolo: “Perché l’ISIS prende di mira la Russia?” (1).
Domanda che è lecito porsi di nuovo e alla quale l’articolo non dava una risposta convincente, legando l’attentato soprattutto alle vicende cecene e dell’Afghanistan.
È vero che l’ISIS-K è il ramo afghano dell’ISIS – noto anche come Stato Islamico nella Provincia di Khorasan – un gruppo emerso dall’Afghanistan orientale alla fine del 2014, composto da combattenti staccatisi dai talebani. Ma nel 2014 a occupare l’Afghanistan era la coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti, non certo l’Unione Sovietica – ritiratasi nel 1989 – o la Federazione Russa.
Quindi, più che all’Afghanistan bisogna guardare alla Siria.
Restano ombre sui motivi per cui il tanto proclamato odio antioccidentale dell’ISIS non si sia scagliato contro l’Occidente, ma contro il suo attuale nemico “numero uno”, ovvero la Russia. Certamente il ruolo della Russia nel combattere l’ISIS in Siria è stato decisivo per la sua sconfitta, ma più che una vendetta o ritorsione, si può parlare di uno “scopo costitutivo”.
Uno sguardo alle origini dell’ISIS
Torna allora utile rivedere alcuni reportage, molto ben realizzati da media anglosassoni, risalenti agli anni della nascita dell’ISIS (2013).
Questi possono fornirci una visione molto più chiara del fenomeno, prima dell’ondata mediatica causata dall’attacco terroristico a Charlie Hebdo e al Bataclan del 2015 a Parigi, che ne ha amplificato i proclami antioccidentali. Le pur numerose e compiante vittime civili innocenti fatte dall’ISIS in Europa sono niente in confronto alle migliaia e migliaia di morti con cui l’organizzazione islamista ha disseminato il terreno in Siria e in Iraq e, ora, all’interno della Federazione Russa e in Iran (strage alla tomba di Soleimani, 3 gennaio 2024).
Uno di questi reportage è il documentario del 2013, “Syrian Fighters Rescued by the IDF: The War Next Door”, realizzato da VICE News, di Vice Media Group LLC, una società di digital media e comunicazioni statunitense-canadese.
I giornalisti e le telecamere sono andati sulle alture del Golan, occupate da Israele nel 1967, e hanno raccontato come l’IDF, l’esercito israeliano, conducesse operazioni speciali per dare assistenza medica e portare nelle retrovie, all’interno dello Stato ebraico, i feriti del gruppo di combattenti del Fronte al-Nuṣra, affiliato ad Al Qaeda, che combatteva contro il regime siriano di Bashar al-Assad.
In Siria, nel 2013, era infatti in corso da 2 anni una guerra civile e Israele appoggiava logisticamente e militarmente gli estremisti islamici oppositori di Assad.
Nei documentari si mostra come i soldati dell’IDF fossero in allerta contro i Siriani e si celebrano i combattenti del Fronte al-Nuṣra come paladini della libertà contro il regime di Assad. È da sottolineare come, sempre nel 2013, il gruppo combattente si divise tra la fedeltà ad Al Qaeda e l’adesione al neonato ISIS (Islamic State of Iraq and Syria).
In un successivo documentario, sempre del 2013, i giornalisti di VICE sono entrati in Siria con i guerriglieri che avevano preso il controllo del territorio tra le alture del Golan e la Siria, costituendo di fatto una striscia cuscinetto tra lo Stato di Israele e il suo storico nemico siriano.
«La rivoluzione in Siria è grande e ha svelato la verità sul regime. Quando la rivoluzione è cominciata, il regime ha spostato le sue armi dalla prima linea contro Israele e le ha puntate sul popolo siriano» è la chiara affermazione di uno dei comandanti del Fronte al-Nuṣra.
Per concludere, il documentario “What ISIS Fighters Are Doing in Syria’s Golan Heights, Near the Israeli Border”, realizzato nelle alture del Golan occupate da Israele, mostra l’addestramento dei guerriglieri dell’ISIS. Significativo il commento dell’intervistato, l’israeliano Avi Melamed – analista strategico e di intelligence – che dice: «L’ISIS non costituisce una minaccia per Israele, perché il suo obbiettivo principale è di detronizzare la monarchia in Giordania».
Nel gennaio del 2019, in un’intervista all’inglese The Times (2), il Capo di Stato maggiore dell’IDF, Gadi Eisenkot, ha ammesso quello che i giornalisti di VICE News avevano lasciato intendere fra le righe: «Israele ha effettivamente fornito armi ai gruppi di ribelli siriani nelle alture del Golan durante i sette anni di guerra civile del Paese».
Il punto di svolta dell’ISIS tra nebbie e sospetti
Il precursore dell’ISIS è stato nel 2004 il movimento di guerriglia contro l’occupazione americana in Iraq, costituito dal giordano Abu Mussab al Zarqawi, che aveva stretto rapporti con Al Qaeda.
Il gruppo “Al Qaeda in Iraq – AQI” mise in atto in Iraq una serie di attentati contro militari americani, civili e infrastrutture, facendo ampio uso di attacchi suicidi. Lo scopo di queste azioni era di scatenare una guerra civile e di allontanare la presenza americana dal territorio iracheno.
Il punto di svolta e il cambiamento delle strategie del movimento avvennero dopo l’uccisione di al Zarqawi, colpito da un raid aereo americano nel giugno del 2006.
Invece di risultare indebolito dalla morte del suo fondatore, il movimento crebbe e nell’ottobre dello stesso anno assunse il nuovo nome di “Stato islamico dell’Iraq” (ISI), sotto la guida di al-Masri e di Abu Umar al-Baghdadi.
Dopo l’uccisione anche di questi due leader nel 2010, sempre da parte degli americani, subentrò alla guida dell’organizzazione il famigerato Abu Bakr al-Baghdadi. Un personaggio oscuro e discusso, la cui ascesa venne di fatto favorita dalle uccisioni sistematiche di tutti gli altri leader del gruppo combattente jihadista.
Al-Baghdadi, tra il 2011 e il 2012, spostò di 180 gradi l’obiettivo dell’ISI: dalla lotta antiamericana in Iraq alla guerra civile contro Assad in Siria, che nel frattempo era stata messa in moto dalle cosiddette “primavere arabe”.
Nel 2013 il gruppo assunse il nome di ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), per sugellare anche nel nome questo spostamento di interesse strategico. Una svolta che non passò sotto silenzio tra gli altri gruppi jihadisti operanti in Iraq e Siria, tanto che nel 2014 l’ISIS venne sconfessato dallo stesso al-Zawahiri, leader di Al Qaeda.
A rendere ancora più sospetta l’ascesa di al-Baghdadi è la foto scattata il 27 maggio 2013 a Idleb, nel nord della Siria (sulla cui attendibilità non possiamo avere prove – NdA), che mostrerebbe il senatore McCain (all’epoca ambasciatore ombra della Casa Bianca) con al-Baghdadi e altri leader dei movimenti armati anti Assad. La foto è stata pubblicata per la prima volta dal giornale vicino a Hezbollah a Beirut, il Daily Star, e la notizia rilanciata dall’affidabile agenzia Reuters il 30 maggio 2013 (3).
L’intero viaggio è stato coordinato con l’aiuto della Syrian Emergency Task Force, un’organizzazione no-profit americana che operava a sostegno dell’opposizione siriana.
Della missione di McCain parlò all’epoca dei fatti anche la TV americana ABC News:
Nonostante l’ostracismo degli altri movimenti di resistenza iracheni, l’ISIS arrivò a conquistare Mosul dove, il 29 giugno 2014, proclamò la nascita del Califfato.
Altro aspetto inquietante da evidenziare è che nella campagna di terrore mediatico lanciata con grande abilità e conoscenza tecnica dei media da parte degli uomini neri del califfato, gli “sgozzatori” – ovvero gli uomini che tagliavano le gole degli ostaggi – fossero prevalentemente miliziani islamisti inglesi, americani e francesi e non locali.
L’ISIS contro la Russia
Torniamo, per concludere, alla domanda iniziale: “Perché l’ISIS prende di mira la Russia?”.
Abbiamo visto come le origini dell’ISIS abbiano salde radici nei movimenti armati anti Assad in Siria, ben visti se non addirittura sostenuti (direttamente o tramite le potenze regionali) dagli Stati Uniti.
La Russia di Putin, al contrario, ha combattuto accanto al presidente Bashar al-Assad fin dall’inizio della guerra civile.
La sconfitta del Califfato è merito soprattutto di Mosca che, oltre a colpirne direttamente i combattenti, ne ha distrutto le capacità finanziarie bombardando i camion cisterna che ogni giorno, sotto l’occhio compiacevolmente distratto della coalizione occidentale (4), facevano la spola con la Turchia per il trasporto del greggio estratto nei pozzi in mano all’Isis, che il Califfato vendeva per incassare i dollari necessari a sostenere le milizie nere.
Quindi si può concludere, semplificando ma non andando molto lontano dalla verità, che l’ISIS sta continuando la missione propria e/o per procura per cui è nato: rovesciare il regime di Assad, anche colpendo i suoi sostenitori, Russia e Iran in primis.
Note
-
“Moscow concert hall attack: Why is ISIL targeting Russia?” di Kevin Doyle, Al Jazeera, 23 marzo 2024
-
“Smash the bases, spare the men — Israel’s invisible war in Syria” di Anshel Pfeffer, The Times, 13 gennaio 2019
-
“U.S. senator McCain pictured with Syrian rebel kidnapper: paper”, Reuters, 30 maggio 2013
-
“Guerra all’Isis, perché solo la Russia fa sul serio”, La Nuova Bussola Quotidiana, 30 aprile 2016
-
“McCain rips claim he posed for photo with ISIS fighters” di Dan Nowicki, The Arizona Republic, 20 agosto 2014














































Add comment