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lantidiplomatico

La guerra di Trump all'Iran si mangia l'Europa: Istat, fiammata dei costi industriali. E la Germania crolla

di Alex Marsaglia

Gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz all’Occidente iniziano a farsi sentire, incidendo impietosamente sull’economia reale anche italiana. E il conto dell’assalto imperialista all’Iran viene presentato ai vassalli europei e si rileva dalle prime statistiche nazionali dell’ISTAT. Nel monitoraggio dei Prezzi alla produzione dell’industria e delle costruzioni di Marzo c’è infatti il primo vero incremento preoccupante dei prezzi sul mercato interno. Questo costituisce la prima fiammata inflativa veramente impattante, oltre a quella dei carburanti. Prima di passare all’analisi del dato è però fondamentale contestualizzare. L’economia italiana è da quasi tre anni immersa in una fase di calo continuativo della produzione industriale, alternata da brevi fasi di stagnazione. L’impatto devastante delle sanzioni alla Russia e della conseguente crisi energetica non è mai stato superato dall’economia del Paese che è entrata in una fase comatosa dal lato produttivo. L’Unione Europea e le Istituzioni nazionali, lungi dal lavorare per risolvere tale stato di desertificazione industriale, sono totalmente appiattite sulla linea della guerra commerciale contro Mosca. Afflitte da uno stato di alienazione totale dalla realtà hanno appena votato il 20° pacchetto di sanzioni alla Russia ed è stato immediatamente messo in lavorazione il 21° pacchetto. Insomma, lo scollamento tra Istituzioni politiche e realtà sociale e mondo produttivo è pressoché totale. La post-democrazia è ormai talmente simile a una vera e propria dittatura che le istanze sociali non riescono a filtrare nelle “stanze dei bottoni” che procedono con il celebre “pilota automatico” impostato da Draghi e sodali europeisti.

Ebbene, in tutto questo sull’Europa e l’Italia è arrivata l’ennesima guerra da sostenere, dopo quella contro la Russia. L’Impero americano inoltre è inviperito per il mancato coinvolgimento diretto degli “alleati” contro l’Iran ed è pronto a scaricare sui suoi vassalli tutta la portata dei costi economici. D’altra parte non è un mistero che gli Stati Uniti, da più grandi produttori petroliferi del mondo, abbiano una capacità nettamente migliore della nostra di attutire lo shock energetico in arrivo. A questo si aggiunga che gli Stati Uniti con l’amministrazione Trump hanno ormai iniziato a ragionare anche con i loro (ex?) alleati NATO da una pura posizione di forza, mettendo sulla bilancia economica anche il costo della sicurezza, figuriamoci il conto economico delle guerre. Se come Italia siamo già dei contribuenti netti del cavallo di Troia americano detto Unione Europea, ci prepariamo a esserlo a pieno anche dei loro apparati deputati a contenere i disastri geopolitici. Questo ci stiamo guadagnando dall’adesione alla NATO e all’Unione Europea. E il fardello inizia a pesare non poco, perché implica una condivisione degli oneri senza onori.

Come sempre poi il conto inizia ad arrivare per primo a chi produce, che poi provvederà a scaricare l’incremento lungo la filiera commerciale sino a deteriorare il mercato. Già, perché in un contesto in cui la domanda interna è azzerata da decenni di deflazione salariale e le esportazioni iniziano a flettere per via del ritorno al protezionismo, la crisi da sovrapproduzione è dietro l’angolo. Premesso tutto ciò, questa fiammata dei Prezzi dell’industria e delle costruzioni del mese di Marzo è tutt’altro che irrilevante e non può passare inosservata: rischia di essere la scintilla di una nuova crisi economico-finanziaria e sociale.

Dal rapporto ISTAT si legge che: “A marzo 2026, i prezzi alla produzione dell'industria aumentano del 4,4% su base mensile e del 4,2% su base annua (era -2,7% a febbraio). Sul mercato interno i prezzi crescono del 5,9% rispetto a febbraio e del 5,4% su base annua (da -3,7% del mese precedente)”. E ancora: “A marzo 2026, fra le attività manifatturiere, l’incremento tendenziale maggiore sul mercato interno riguarda coke e prodotti petroliferi raffinati (+45,1%); segue metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+4,9%); sul mercato estero, gli aumenti su base annua più marcati si registrano per coke e prodotti petroliferi raffinati (+17,2% area non euro), altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine e apparecchiature (+5,9% area euro, +11,2% area non euro) e mezzi di trasporto (+5,7% area euro). Sul mercato interno, i prezzi della fornitura di energia elettrica e gas tornano a crescere su base annua (+6,6%, da -12,4% di febbraio)”.

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Con i dati di Marzo sopra riportati siamo di fronte alla crescita più repentina dei costi di produzione dalla fine del 2021 e inizio 2022, cioè dal passaggio dal lockdown alla guerra aperta alla Russia e questi dati in un contesto Europeo che vede la locomotiva tedesca in stallo totale, preannunciano uno shock di portata quantomeno continentale. L’Europa non può reggere a lungo un simile shock, gli ordini industriali tedeschi a Gennaio 2026 hanno fatto segnare un -11,1% a fronte di un ribasso previsto del 4,2%. E il contesto, anche per la Germania, è diventato di seria desertificazione industriale, con un calo del 12% della produzione industriale tra il 2019 e il 2024. In tutto questo l’unica strategia che i vassalli imperiali e burocrati dell’UE hanno saputo elaborare sinora è quello della riconversione dell’industria civile all’economia di guerra, portando così la popolazione a passare da disastro in disastro senza soluzione di continuità a solo beneficio dei profitti delle grandi corporation che disporranno del capitale e dei finanziamenti pubblici per sobbarcarsi tali costi. Nessuna politica sociale è all’orizzonte, poiché la politica economica “di guerra” - ancora una volta è fondamentale tornare al lessico inaugurato da Draghi - non prevede ammortizzatori sociali, ma solo riconversioni.

Il prezzo del Brent intanto è tornato sui 112$ al barile, come durante le giornate di metà Marzo in cui l’Impero del Caos bombardava a tappeto la Repubblica iraniana nel tentativo di piegarla per portare nuovamente un Pahlavi compiacente al potere con tutto il codazzo di multinazionali che seguono la sua dinastia. E mentre l’Impero decadente americano ha ancora tutta la sua potenza militare schierata in Asia occidentale nel tentativo di ristabilire il giogo coloniale sull’Iran, i vassalli europei, asiatici e del Golfo tirano le cuoia sempre più stretti dal cappio delle esternalità di una guerra che il centro dell’Impero ha scatenato ma che non ha alcuna intenzione di pagare. La strategia statunitense è chiara: se l’espropriazione delle risorse iraniane dovesse andare in porto ci guadagnerà il petrolio e metterà in crisi il concorrente cinese, se viceversa dovesse andare male scaricherà gli alleati al proprio destino e tornerà a un’autonomia che solo il centro dell’impero è in grado di sostenere. La periferia imperiale invece si incammina sempre più verso la recessione, pagando le corvées e i tributi militari al padrone intento a portare avanti le sue catastrofiche imprese.


Alex Marsaglia: Nato a Torino il 2 maggio 1989, assiste impotente per evidenti motivi anagrafici al crollo del Muro di Berlino. Laureato in Scienze politiche con una tesi sulla rivista Rinascita e sulla via italiana al socialismo, si specializza in Scienze del Governo con una tesi sulle nuove teorie dell’imperialismo discussa con il prof. Angelo d’Orsi. Redattore de Il Becco di Firenze fino al 2021. Collabora per un breve periodo alla rivista Historia Magistra. Idealmente vicino al marxismo e al gramscianesimo. Per una risposta sovranista, antimperialista e anticolonialista in Italia e nel mondo intero.
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