Reportage da Cuba, assedio alla popolazione: modalità sopravvivenza
di Eleonora Piergallini
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese. L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie...
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese.
L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie, genitori in silenzio, bambini che aspettano. “Guarda quanto è vecchia quella bilancia” mi dice, scuotendo la testa, la mamma di una bambina, indicandomi una bilancia per pesare i neonati. Effettivamente, guardandola meglio, mi ricorda quelle che ho visto nei film d’epoca.
Mi viene a prendere il dottor Alioth Fernandez, primario di anestesia, che mi accoglie con un sorriso e una ferma stretta di mano. Ci addentriamo per i corridoi deserti dell’ospedale per trovare un posto tranquillo in cui parlare. È mezzogiorno, dalle finestre aperte delle stanze si sente solo il vento.
Entriamo in una sala con due poltrone e un divano, rivestiti con una tappezzeria antica, sui toni dell’ocra e marrone, quella delle case dei nonni. Al centro, un tavolino arredato con un fiorellino finto in un vasetto.
“Si potrebbe pensare che il blocco energetico in fondo non faccia tanto male. Ma dal petrolio dipende tutto. Dal petrolio dipende che i medici possano arrivare al lavoro, che i pazienti possano venire in ospedale, che ci sia elettricità. Senza energia, l’ospedale non funziona. E tutto si deteriora”, dice Alioth. In medicina, aggiunge, il tempo non è negoziabile: “Non puoi rimandare. Devi usare quello che serve, quando serve. Ma qui non sempre è possibile. E questo crea un dilemma etico enorme”, essendo i medici costretti a scegliere come e su chi utilizzare le poche risorse a disposizione.
L’ospedale, mi spiega Alioth, continua a funzionare a un livello base, ma la maggior parte delle operazioni, se non urgentissime, sono sospese. Fino a poco tempo fa si eseguivano più di 10.000 operazioni l’anno, negli ultimi mesi sono scese a meno di mille.
“In questo ospedale ci sono nove sale operatorie. Se avessi i macchinari e i medicinali, opererei senza alcun problema: ho una delle migliori équipe di Cuba. Si opera, si fa. I pazienti che stiamo operando ora sono solo la punta dell’iceberg”.
Le difficoltà non finiscono quando medici come Alioth tornano a casa. Lì trovano gli stessi problemi di ogni altro cubano. Spesso non hanno elettricità in casa, quindi acqua corrente, non hanno facile accesso al cibo, non hanno benzina per le auto quindi riuscire ad arrivare all’ospedale ogni giorno è una scommessa. Lo stipendio medio di un medico è di circa 15 euro al mese. “Parlo per la mia famiglia: come si mette la modalità aereo al cellulare, noi mettiamo la modalità sopravvivenza”, dice. “Domani non esiste. C’è solo oggi.”
Molti medici hanno lasciato la professione e sempre più personale sanitario abbandona il sistema pubblico per lavori meglio pagati, nella ristorazione o in aziende private. “Non li giudico”, commenta Alioth. “Non sono a tema i principi. È questione di sopravvivenza”.
Nel frattempo, in ospedale manca tutto. Medicinali di ogni tipo, attrezzature, persino il cibo. “A volte non c’è niente da dare ai pazienti nel post operatorio”.
Un laboratorio clinico, un tempo avanzato, è inutilizzabile, non puo’ essere fatta manutenzione. Le diagnosi si allungano, esami come risonanze e tomografie sono difficili da ottenere e, per alcune malattie, anche un ritardo di pochi giorni fa la differenza. “Non sempre si muore”, spiega Alioth. “Ma la qualità della vita peggiora”.
La crisi, infatti, non si misura solo in morti, che pure ci sono, e tanti, ma nella profonda e prolungata sofferenza che comporta.
“Avevamo un tasso di mortalità infantile di 4, un metro utilizzato per valutare questo dato. Ora è a 10. Più che raddoppiato”. Molti di quei bambini, dice, potevano sopravvivere.
Ma il problema, per Alioth, inizia prima, molto prima dell’ospedale. La sanità cubana si fonda da sempre sul principio della prevenzione, con un capillare sistema di medici di base e con avanzati laboratori per diagnosi veloci quanto scrupolose. Oggi, mi dice Alioth, tutto questo è venuto meno e la situazione è esacerbata dal fatto che le madri sono malnutrite, senza accesso a farmaci adeguati, e partoriscono bambini più fragili, che sconteranno questa fragilità per il resto della loro vita. Sono aumentati i parti prematuri e i neonati sottopeso, ma una delle cose che più manca negli ospedali è il latte in polvere.
Saliamo le scale e arriviamo al reparto di neonatologia, all’ingresso del quale c’è un murales dai colori pastello, animali che vivono in un bosco verde acceso.
Entriamo chiedendo permesso. Una dottoressa mi spiega che i bambini di questo reparto hanno meno di 28 giorni e me ne indica uno che respira a pieni polmoni in un’incubatrice. “È un combattente”, dice. “È nato piccolo, ma resiste con tutte le forze che ha”.
Blackout improvvisi, gli apagones, che ora fanno parte della quotidianità, mettono a rischio il funzionamento di incubatrici come quella in cui si trova il piccolo guerriero.
In questo ospedale, mi dicono, sono fortunati: hanno un generatore indipendente che si attiva quando nel quartiere va via l’elettricità. Ma prima che si attivi di solito passa del tempo e bisogna alimentare a mano le incubatrici per far sì che mantengano la temperatura e l’umidità adeguata.
“I genitori sono preoccupati per i loro figli”, mi spiega Alioth. “E a questa grande pena si aggiunge anche la paura che manchi la corrente per alimentare i macchinari che li tengono in vita”.
Queste incubatrici sono inoltre molto vecchie, alcune hanno anche vent’anni. Molte sono rotte e vengono usate solo come culle termiche. Non c’è speranza di ripararle perché mancano i ricambi. “E se quelle rimaste dovessero rompersi?” Chiedo ad Alioth. “Preghiamo di no, perché se si rompono, restano rotte”.
I pezzi di ricambio, a Cuba, non si trovano. Non perché non esistano, ma perché non possono arrivare. Dall’inizio degli anni Novanta, con la codificazione dell’embargo statunitense, in particolare attraverso leggi come la Helms-Burton Act, il sistema delle sanzioni ha assunto una portata extraterritoriale: non colpisce solo i rapporti diretti tra Stati Uniti e Cuba, ma anche quelli con il resto del mondo.
In pratica, se un’azienda di un paese terzo, per esempio italiana, contiene anche solo una quota minima di capitale statunitense, oppure utilizza componenti americane oltre una certa soglia, non può commerciare con l’isola. Il risultato è un effetto a catena globale: macchinari, tecnologie, farmaci restano fuori dai confini cubani, anche quando formalmente non sarebbero proibiti.
Questo isolamento si è ulteriormente intensificato nel 2019, quando la prima amministrazione di Donald Trump ha iniziato la politica della “massima pressione”, in larga parte mantenuta poi da Joe Biden. Da allora, Cuba è stata progressivamente spinta ai margini del sistema economico internazionale.
Il blocco, infatti, non è soltanto un divieto di commercio. È un sistema di esclusione: limita l’accesso alle banche, ostacola le transazioni internazionali, taglia fuori l’isola dai circuiti finanziari e digitali globali. Come osserva il giornalista Ed Augustin, «non c’è una banca in India, in Giappone, in Colombia o in Thailandia che accetterebbe pagamenti provenienti da Cuba». Anche quando il governo cubano riesce a reperire i fondi, le istituzioni finanziarie evitano di processare le transazioni per timore delle sanzioni degli Stati Uniti. È un meccanismo di deterrenza potente, che agisce ben oltre i confini americani.
A dimostrazione della portata di questo sistema, resta emblematico il caso della banca francese BNP Paribas, che circa un decennio fa ha pagato una sanzione record di quasi 9 miliardi di dollari per aver violato i regimi sanzionatori statunitensi, compreso quello cubano. Un segnale chiaro per il sistema finanziario globale: intrattenere rapporti con l’isola può avere costi altissimi.
“Non possiamo avere conti in molte banche. Non possiamo usare sistemi come PayPal. Come compriamo?”, mi dice Alioth.
“Ovviamente, alcuni problemi derivano dal governo, lo dico onestamente”, continua Alioth, “la corruzione, la cattiva amministrazione… Ma penso anche che in questa situazione il governo non possa agire più di tanto e mostrare realmente la sua capacità o incapacità. Questo è quello che non si capisce del blocco”.
La causa principale della crisi che Cuba sta vivendo sono le sanzioni economiche, dice in un’intervista recente l’economista Emily Morris. Tra gli effetti devastanti del Covid e l’azione coordinata del governo degli Stati Uniti volta a ridurre il turismo, limitando così anche la disponibilità di valuta estera, e’ impossibile per l’economia risollevarsi.
Senza elettricità, senza carburante, senza medicine, senza macchinari, esclusa dal circuito finanziario internazionale: questa è Cuba sotto sanzioni.
Entriamo nella sala di terapia intensiva, dove ci sono bambini di tutte le età, alcuni attaccati a macchinari che si alimentano con l’elettricità. “Ci sono due pazienti critici e non abbiamo i medicinali per tutti, non sappiamo come fare, dobbiamo assegnare delle priorità. Ma stiamo parlando di bambini”, mi spiega una dottoressa.
I medicinali si trovano talvolta al mercato nero, l’economia parallela nata per ovviare alle sanzioni, cui si accede tramite Facebook o altri social, come ampiamente riportato dai giornalisti di Belly of the Beast, un media indipendente cubano che per primo, anni fa, ha iniziato ad attirare l’attenzione sulle conseguenze delle sanzioni nel settore sanitario. I dottori mi spiegano che se i pazienti o i genitori dei pazienti riescono a trovare farmaci in questi circuiti alternativi, loro possono usarli, ma, ovviamente, non possono fare acquisti sul mercato nero con i soldi statali.
A volte i farmaci arrivano grazie alla beneficenza di qualcuno, ma non basta. Non basta neanche a sollevare i bambini dalla disperazione perché, mi dice Alioth, i bambini soffrono anche psicologicamente tutto questo.
L’ultima sala del reparto di terapia intensiva ospita Carlos, un bambino che soffre di una malattia molto grave, la fibrosi cistica. Ha dieci anni, anche se non sembra, tanto è minuto. È sul suo letto, raggomitolato tra le coperte colorate, mentre gioca al telefonino, accanto il suo papà. Indossa una mascherina respiratoria e spesso tossisce tanto da dover sputare nel bicchierino che gli passa il padre, quasi distrattamente, come si esegue un’azione ormai collaudata. Nei paesi sviluppati, esistono trattamenti avanzati che garantiscono a chi soffre di questa patologia condizioni di vita dignitose.
A Cuba, invece, di una malattia del genere si muore perché questi trattamenti sono inaccessibili. Qualche tempo fa, grazie alla donazione di un giornalista statunitense, in tre giorni sono riusciti a trovare il medicinale di cui Carlos aveva bisogno. Un giorno di festa, mi racconta Alioth. “Era contento, però non come ti aspetteresti. ‘Non lo voglio’, ha detto alla madre, ‘perché ne avrò bisogno ancora e non voglio che proprio quando ne avrò più bisogno, non ci sia più’… Mi ha spezzato il cuore”.
Mentre, preoccupati, guardiamo il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran gravare sui nostri portafogli nell’ambito di una guerra voluta da Israele e Stati Uniti di cui tutti stiamo subendo le conseguenze, a Cuba la distruzione che una crisi energetica può causare è chiara. La si vive tutti i giorni da anni.
“Non solo è illegale; è inaccettabile. È pericoloso per il resto del mondo”, ha dichiarato Marco Rubio parlando della chiusura dello Stretto, seguito in coro dalla leadership europea.
A Cuba è pratica quotidiana ciò che è altrove è dichiarato illegale. E il blocco che subisce l’isola non è solo pericoloso, uccide. Ma questo Rubio lo sa. E lo sa anche la leadership europea. Ma non gliene importa granché. Carlos e gli altri bambini dell’ospedale Soler possono continuare a soffrire e a morire così, nell’indifferenza generale. Come a Gaza. Uno schema, un modello ricorrente in un mondo sempre più disumano.











































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