Eraclito e Confucio
di Paolo Bottazzini
Il frammento 53 di Eraclito recita che «il Conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni li ha fatti essere dèi, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri liberi». La guerra per i greci non è solo un evento che si verifica nelle relazioni tra due comunità, quando ogni altro mezzo di negoziazione ha fallito l’obiettivo del compromesso; è invece l’armatura ordinaria della vita di tutti, l’arché dell’essere, che stabilisce la ragione e il destino di ogni cosa. Le osservazioni preliminari di Von Clausewitz sulla guerra testimoniano che l’Occidente ha arruolato le convinzioni dei greci tra i propri principi: se il conflitto può essere descritto come «la prosecuzione della politica con altri mezzi», significa che il senso comune e la repubblica delle lettere concordano sulla normalità della belligeranza come regola di vita e come pratica di gestione dei rapporti sia personali sia internazionali – tanto da immaginare uno stato di natura consistente nella guerra di tutti contro tutti. Da Hobbes la legittimità del potere politico viene ascritta al diritto di monopolio della violenza da parte dello Stato, al fine di garantire le condizioni della convivenza pacifica tra i cittadini, la loro prosperità e lo sviluppo della civiltà.
Secondo Pino Arlacchi, nel suo recente La Cina spiegata all’Occidente, l’America non si limita a coltivare la conflittualità come idea regolativa dello stile di vita nei paesi occidentali, ma proietta le caratteristiche della sua metafisica militarista anche sulle altre culture. La trappola di Tucidide è uno schema di interpretazione delle relazioni internazionali, secondo il quale l’ascesa di una nuova grande potenza non può che allarmare quella attualmente egemone, innescando uno scenario di scontro armato che risolva i contrasti di interessi tra le due.
«Fu l’ascesa di Atene, e la paura che essa ispirò a Sparta, che rese la guerra inevitabile»: la configurazione dei fatti del Peloponnesso descritta dallo storico greco dovrebbe mappare anche il destino delle relazioni tra Stati Uniti e Cina nel mondo contemporaneo, con Trump nella parte dei Lacedemoni e Xi Jinping in quella degli attici. Ormai anche la comunità scientifica americana (ed europea) è intossicata da una visione hollywoodiana della storia e della geografia, per cui storici e filosofi della Grecia antica vengono trattati come colleghi di dipartimento, e i politici e generali cinesi come funzionari del ministero accanto.
Eppure per più di duemila anni la Cina ha costruito la stabilità del suo impero proprio su una visione opposta a quella di Eraclito. Arlacchi insiste sulla continuità tra l’ideologia pacifista di Confucio e le strategie attuali di gestione dello stato da parte dei vertici del Partito Comunista. La strategia di contare sull’esercito per la difesa o l’espansione dell’impero dalla sua fondazione, nel IV secolo a.C., è risultata inapplicabile per due ragioni. La prima è che un apparato militare di dimensioni abbastanza ampie per vigilare su un territorio così vasto sarebbe diventato inaffidabile per il potere centrale: i generali avrebbero controllato una forza soverchiante e si sarebbero impadroniti del trono. La seconda è che, invece, un esercito fidato sarebbe stato troppo piccolo per sorvegliare i confini e le spinte centrifughe dei feudatari. La formazione di una cultura raffinata, la costituzione di una burocrazia in cui i funzionari sono assunti tramite il superamento di esami molto severi (e non per elezione o per cooptazione diretta), hanno assicurato la tenuta dell’impero anche durante le fasi di dominazione straniera, come quelle seguite all’invasione mongola e a quella Manchu. Le dinastie che si sono imposte hanno comunque scelto di conservare le istituzioni e la cultura cinese, piuttoso che sostituirla con i costumi dei conquistatori: la civiltà Han ha assorbito i valori degli occupanti, sincretizzandoli con i propri, invece di essere dissolta dalla pressione dei vincitori.
La guerra senza limiti
La cultura quindi è il cuore e la forza dell’impero: l’intellettuale, non il guerriero, incarna il modello della vita nobile. Il Wen è sapere e moralità, ed è il principio di civilizzazione che anima la società; il Wu invece è l’istanza della forza e dell’agonismo, che può agire solo sotto la polarità dell’etica e della saggezza. Il Wu può prevalere quando ogni risorsa del Wen è fallita, ma in simili circostanze la sua efficacia è comunque inferiore a quella che raggiunge quando viene moderato dalla ponderazione della conoscenza.
Il ricorso alla guerra come strategia per la soluzione delle controversie internazionali non appartiene alla cultura cinese, né in passato né ora. Il libro di Sun Tzu L’arte della guerra insegna che «ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità». Siamo agli antipodi di von Clausewitz, secondo il quale l’essenza della guerra si disegna tra la circostanza che impedisce la realizzazione del piano di battaglia, e la violenza cieca delle truppe che si sterminano a vicenda. Ma soprattutto, la concezione cinese disinnesca la continuità tra politica e conflitto armato, che il generale prussiano ha desunto dalla tradizione risalente a Eraclito: Sun Tzu avverte che «non c’è mai stata una guerra protratta nel tempo che abbia portato vantaggi a una nazione». I combattimenti sono banditi dalla normalità della vita civile, e possono essere intrapresi solo quando promettono di poter essere vinti senza sparare un colpo, senza scoccare una freccia.
Il libro pubblicato nel 1999 dai generali Qiao Liang e Wang Xiangsui, Guerra senza limiti, ribadisce la vocazione cinese a interpretare la competizione tra gli stati su terreni molto più vari rispetto allo scontro militare. Gli Stati Uniti sono accusati di perseguire un primato internazionale costruito sulla minaccia bellica, e di ridurre qualunque strategia di conflitto alla superiorità tecnologica delle armi. Tra le cause delle Guerre del Golfo primeggerebbe la necessità di ostentare al mondo la capacità di precisione e di distruzione dei dispositivi impiegati dall’esercito americano. Eppure gli attriti tra i paesi non possono esaurirsi in un confronto che deflagra tra le trincee, visto che la Rete, e l’economia finanziaria che l’ha accompagnata, permettono di spostare il fronte sui mercati, sui piani dell’infowar e della cyberwar, configurando scenari di attacco e di difesa che disertano gli scenari di battaglia tradizionali. Opinione pubblica, media, energia, logistica, banche, servizi – la vita quotidiana delle nazioni, e le agenzie che la rendono possibile, coincidono con gli scenari, i soggetti e i bersagli dei conflitti. La manipolazione delle notizie e delle ideologie, l’influenza sulle tornate elettorali, il furto di segreti industriali, la sottrazione di capitali bancari, la minaccia della sospensione della fornitura dei servizi primari, sono i campi di battaglia di una guerra non più circoscritta allo scontro di eserciti regolari, ma che coinvolge senza limiti di tempo e di spazio la popolazione civile, il management delle imprese, i servizi di sicurezza digitale, il comportamento quotidiano di tutti. È in questo modo che, come insegna Sun Tzu, si vince senza sparare un colpo.
L’ossessione per i cannoni, i missili, i droni, i marines, gli assalti e gli attacchi, sembra trovarsi tutta dalla parte americana, e in generale Occidentale, degli schieramenti internazionali. Sono gli USA che entrano in Venezuela per sequestrare il presidente legittimo e che bombardano l’Iran: la convinzione che la Cina possa ricorrere agli stessi mezzi sembra ingenua, o motivata dalla ripulsa (o dall’incapacità) americana di riconoscere un’alterità rispetto alla propria concezione del mondo, congiunto al disconoscimento della strategia storica di costruzione imperiale di Pechino, e alla sua concezione di guerra “allargata” moderna. L’immagine di una Cina che invade Taiwan con le armi, insomma, appare come una proiezione della mentalità della leadership di Washington sull’avversario, più che un’inferenza da qualunque evidenza reale.
Sfiducia nella democrazia
Secondo Arlacchi la configurazione politica della Cina dopo la scomparsa di Mao ha ripristinato valori e metodi dell’impero, adattandoli ai requisiti della modernità. Gli obiettivi che i vertici del partito si sono proposti di raggiungere sono diventati sempre più ambiziosi, spaziando dalla scomparsa definitiva della povertà, all’alfabetizzazione universale, all’introduzione di meccanismi che impediscano la sperequazione di ricchezza tra territori e tra fasce di censo – fino all’ingresso nel club delle nazioni più avanzate in tema di tecnologia. La riduzione della corruzione figura tra i compiti principali che Xi Jimping ha perseguito nel corso della sua gestione del partito: la fiducia della popolazione nella solidità dell’infrastruttura politica infatti è la ragione ultima della tenuta dell’impero. Se l’opinione pubblica smettesse di credere nella competenza tecnica dei leader, e nella loro devozione morale alla prosperità dello Stato, la Repubblica Popolare collasserebbe su se stessa: il suo sostegno non è il monopolio della violenza, ma il rispetto per l’élite, che è stimata un modello di eccellenza culturale ed etica.
La carriera politica non si fonda sui successi elettorali, ma sul superamento di esami e sul raggiungimento degli obiettivi collegati alla gestione di budget e di apparati sempre più ampi. Il meccanismo è legittimato da prove che misurano preparazione scolastica e attitudini manageriali – non dal consenso degli amministrati. In altre parole, la Cina moderna replica il modello dell’impero, ignorando gli esperimenti democratici alimentati dal suffragio universale dei paesi europei e americani. La severità degli esami garantisce che i funzionari più alti in grado a Pechino conoscano bene il problema della “trappola di Tucidide” (mentre gran parte dei loro colleghi occidentali non ne sa nulla). Ma soprattutto, secondo Arlacchi il meccanismo delle promozioni ha assicurato la realizzazione del progetto più ambizioso possibile: l’abilitazione per la maggioranza della popolazione di una libertà “positiva”, fondata su eguaglianza sostanziale, agentività che permette all’individuo di cambiare la propria condizione, e capability dei mezzi per realizzare i propri progetti. Le democrazie occidentali, con la loro economia di mercato, garantirebbero solo una libertà formale: anche dove non impongono proibizioni sulle attività, come viaggiare o avviare una prioria attività commerciale, quando i soggetti non hanno gli strumenti economici per mettere in opera le loro decisioni, la libertà rimane un principio privo di concretezza.
È curioso che lo scetticismo di Arlacchi nei confronti del dispositivo elettorale finisca per avallare tesi simili a quelle di Milton Friedman e Alvin Rabushka, e del loro indice Economic Freedom in the World: dal 2016 si è unito al Cato Institute con lo scopo di definire un indice di “libertà umana”, tra i cui criteri di valutazione sono esplicitamente esclusi il suffragio universale e le elezioni multipartitiche. Il rapporto tra lo stato e i cittadini sembra doversi esaurire in una struttura di servizi in cui gli abitanti agiscono come clienti, i politici come manager. Arlacchi e Friedman muovono da convinzioni opposte, eppure raggiungono la stessa conclusione: la democrazia elettorale è un ostacolo per gli individui, le organizzazioni, i metodi, in grado di accrescere la ricchezza, raggiungere gli obiettivi di espansione sociale, incentivare l’innovazione. In entrambi i casi si approva la libertà di azione di un’élite le cui decisioni e i cui interventi sono tanto più efficaci quanto meno vengono sottoposti allo scrutinio pubblico. Gli unici giudizi rilevanti provengono dall’élite stessa, e dal successo economico.
Pace, prosperità, libertà, democrazia, non si sono mai trovati su piani tanto separati quanto oggi. E, spesso, in conflitto tra loro.











































Add comment