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33780 battute contro la teoria della classe disagiata

di Valerio Mattioli

Schermata 2017 09 20 alle 11.17.11Sei in volo verso Berlino o per la precisione verso Neukolln, che come tutti sanno è il quartiere dove le cose succedono. O forse stai andando a Peckham? Magari Ménilmontant? Poble Sec? Miera Iela? Mariahilf, Exarchia, Bairro Alto? Comunque: è uno squallido volo Ryanair con partenza da Ciampino, ma tuo nonno si poteva permettere al massimo un biglietto del tram per la gita fuori porta della domenica, quindi lo sai bene che quel tuo low cost da pezzenti vale tanto quanto un posto in prima classe. Ti aspetta un mondo di cocktail esotici miscelati da estrosi bartender tatuati, dotte disquisizioni sul rapporto tra Captain America: Civil War e guerra al Terrore, concerti indie per elettronichetta innocua e chitarrine intimiste, apericenacoli con focus su affinità & divergenze tra Lena Dunham e l’adattamento tv del Racconto dell’ancella, e pettegolezzi di quarta mano su Semiotext(e) che chi se ne frega che pubblica Paolo Virno (anche perché chi cazzo è costui?), l’importante è sapere chi scopa con chi perché hai visto I Love Dick? ecc ecc. Ti aspettano giorni di arte, di stile, di IPA, di spunti per sei o sette longform e di tanta, tanta Cultura.

Solo che a un certo punto ti viene in mente che altro che business class: il volo da Ciampino partiva alle 5 del mattino, per poco non sei dovuto restare in piedi per quanto era affollato, e quando è arrivato a destinazione ti ha lasciato a un aeroporto a dodici ore dal centro. Per ogni cocktail al bar che hai trovato su Hip Hangout Guide hai eroso quattro mesi di contributi versati da tuo padre, che per inciso rappresentano anche l’unico patrimonio a cui puoi attingere a trenta e passa anni suonati. E mentre rifletti su quella sceneggiatura che hai lasciato a metà perché che senso ha mettersi a fare cinema quando il futuro è BoJack Horseman, realizzi che mentre stai a berti il tuo Moscow Mule sul Landwehrkanal il fascismo è alle porte. Realizzi che appena svoltato l’angolo, dietro la curva degli ultimi scampoli di hipsterismo per bamboccioni viziati, si staglia minaccioso il profilo di Trump, dell’intolleranza, del razzismo di Stato, delle stragi del Mediterraneo, della guerra civile. Hai risparmiato su un più comodo volo Lufthansa perché non te lo potevi permettere, ripiegando su un surrogato da poveracci al solo scopo di cercare conforto nel caldo abbraccio del cosmopolitismo creativo: pensavi che questo fosse importante, che in una certa misura ti spettasse. Ma intanto all’orizzonte si allunga la cupa ombra dello sterminio di massa. Ti domandi se da Berlino non esista magari un volo Ryanair per Katowice, la città polacca nei pressi della quale sorgeva il campo di Birkenau.

Cominci a sentirti un po’ a disagio.

Per fortuna, adesso esiste un libro che queste cose te le racconta. Te le dice chiaro e tondo, anzi. Lo fa a modo suo, mescolando terminologia marxista, requisitorie dal vago retrogusto reazionario e strambe citazioni pescate da Shakespeare, Goldoni e un tipo che si chiama Ibn Khaldun. Quel libro si chiama Teoria della classe disagiata. È un libro avvincente, scritto bene, firmato da un giovane filosofo intelligente e acuto. Solo che mannaggia: è anche un libro tutto sbagliato.

 

Piccola storia di un testo di culto

E così ce l’ha fatta: dopo anni in cui il suo Teoria della classe disagiata è circolato in maniera più o meno sotterranea attraverso i più diversi formati e canali (ebook autoprodotti, estratti pubblicati in giro, post Facebook sulla pagina personale Eschaton), Raffaele Alberto Ventura è infine riuscito a dare al suo magnum opus una versione ufficiale, definitivamente piantando le tende in quella “cittadella della cultura” contro cui, come Ventura stesso ricorda nella postfazione, il libro stesso era nato. A portarlo in libreria è in questi giorni Minimum Fax, ma davvero viene da chiedersi come mai nessun altro editore ci abbia pensato prima; perché Teoria della classe disagiata è davvero uno dei pamphlet più rappresentativi di quel nuovo sottobosco culturale italiano che negli ultimi anni si è espresso perlopiù attraverso riviste online e social networking isterico: discusso, citato, qui e là criticato da ben prima che la versione cartacea approdasse in libreria, è quello che si potrebbe tranquillamente definire “un libro di culto”, la cui influenza si è dipanata in maniera forse clandestina ma nondimeno tangibile. Solo che ecco: resta da capire che valore attribuire a questa influenza. O in altre parole, c’è da comprendere in che chiave questo culto vada interpretato.

Personalmente, che il libro l’ho visto crescere, ampliarsi, modificarsi e tornare sui suoi passi nel corso degli anni, non posso che darne una lettura duplice: da una parte, Teoria della classe disagiata è un prezioso tentativo di manifesto generazionale con aspirazioni enciclopediche, che ha l’indubbio merito di portare una critica a tutto tondo ai comportamenti di un preciso segmento socioculturale e di mettere in discussione le soluzioni che sono state avanzate non solo alla crisi di cui tale segmento è assieme protagonista e vittima, ma dell’intero sistema di cui quella crisi è espressione (in una parola: il capitalismo). Dall’altra, il libro di Ventura è anche un enorme… diciamo abbaglio, via. Lo è dal punto di vista metodologico, storiografico, teorico e in ultima analisi politico, frutto di un’analisi che ancora tradisce quei residui – non so come altro metterla – “adolescenziali” particolarmente avvertibili nelle sue prime versioni, e di un’interpretazione parziale quando non direttamente pigra (o nel migliore dei casi naif) del contesto in cui la “classe” protagonista del libro ha preso forma.

 

Cos’è la classe disagiata che dà il titolo al saggio?

Questi difetti, che per me restano ineludibili e che inevitabilmente gettano una luce problematica sull’intero lavoro, non inficiano l’importanza del libro. Anzi, per certi versi ne confermano l’utilità: da molti punti di vista, Teoria della classe disagiata è una perfetta cartografia sentimentale prima ancora che concettuale del “disagio” da cui Ventura muove. È sinceramente affascinante seguire i percorsi logici e i nessi di causa-effetto dispiegati dall’autore nelle 260 pagine del libro; perché sono gli stessi percorsi che hanno condotto la classe descritta da Ventura alle condizioni in cui versa e da cui non accenna a emanciparsi: un misto di fatalismo, miopia politica, approssimazione e autodenigrazione consolatoria. Se l’obiettivo del pamphlet di Ventura è un insindacabile quanto salutare j’accuse a quello che la sua “classe disagiata” ha finito per rappresentare, a restare eufemisticamente parziale è il come e il perché proprio questa classe occupi un ruolo centrale in quell’endemica crisi del capitalismo a cui Ventura tutto riconduce. Il che si traduce in una sconfortante assenza sia degli strumenti adeguati alla comprensione del quadro in cui inserire l’oggetto di riflessione del libro, sia di possibili strategie di uscita che non si riducano all’autodafé da aperitivo preserale.

 

Nessuna domenica nell’allucinazione della creative class

Ma allora, cos’è la classe disagiata che dà il titolo al saggio? Ventura lo spiega in un passaggio che curiosamente prende spunto da una figura sopra le righe (ma funzionale alla narrazione del libro stesso) quale Andrea Dipré: “siamo tutti noi, artisti e scribacchini della domenica in questa domenica che sembra eterna”. O anche, riprendendo la presentazione di una precedente versione del libro, “siamo tutti noi, ceto medio impoverito, che abbiamo creduto di poter ignorare la realtà e inventarci una vita da signori. Troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni ma troppo poveri per realizzarle, ci troviamo oggi a contemplare l’estensione del nostro fallimento. Alla soglia di un’età adulta che sembra non arrivare mai per davvero […] ci accorgiamo di avere sprecato un’enorme quantità di risorse per partecipare a una competizione senza vincitori”. I luoghi in cui questa competizione ha avuto luogo, sono – per tornare alle parole di Ventura – “le facoltà di Lettere e Filosofia” (non è chiaro perché Ventura non contempli anche le facoltà scientifiche) nonché “le scuole di cinema, i premi letterari, i siti culturali […] che costruiscono dal nulla delle reputazioni che non producono nessun reddito”.

È un mondo che immagino suonerà familiare a molti di voi che state leggendo. Eppure è già un mondo falso, irreale, che esiste solo nell’autorappresentazione che taluni appartenenti alla cosiddetta “élite intellettuale” amano dare di se stessi e che da lì è riuscito ad affermarsi come una specie di ecumenica allucinazione. Parlare di “domenica che sembra eterna” in un contesto in cui il fantasma della produzione e del lavoro – che ci sia o non ci sia, che stiamo già svolgendo o che stiamo affannosamente cercando, che abbiamo perso o che andremo a cominciare, che abbiamo abbandonato perché troppo avvilente o che eventualmente sogniamo di svolgere nella speranza che un lavoro “sano” da qualche parte esista – ha letteralmente colonizzato l’interezza delle nostre vite, non è nemmeno un ossimoro: è un’aberrazione cognitiva. È d’altronde lo stesso Ventura a riesumare un’espressione ormai consunta eppure tuttora rivelatrice come “imprenditori di se stessi”: e be’, l’estenuante investimento che quotidianamente portiamo sulla nostra persona, la compulsiva messa sul mercato delle nostre personalità e dei nostri stessi sentimenti, l’affannosa ricerca 24/7 di un fantomatico “posto al sole” nell’imperante società della prestazione, non è esattamente quella che chiamerei “una domenica che sembra eterna”. Semmai assomiglia a un infinito lunedì.

 

Ehi, i tempi delle vacche grasse sono belli che andati

Il problema, spiega Ventura, è che quel posto al sole non c’è. O meglio non c’è più. Siamo in troppi e con troppe pretese, mentre i posti a disposizione non solo sono troppo pochi ma si rivelano pure improduttivi e parassitari, il prodotto di velleità tutte borghesi a cui ci piace aggrapparci senza davvero comprendere che ehi, i tempi delle vacche grasse sono belli che andati. Per esempio: la cultura che consumiamo e in cui ci identifichiamo in un surrogato simbolico di classe, è un privilegio che poggia su basi fragili ed economicamente insostenibili. È un “bene posizionale”, no? Solo che le posizioni sono già tutte occupate.

Qui comincia a delinearsi con maggior precisione il vero obiettivo di Teoria della classe disagiata: principale bersaglio di Ventura è quella che altrove chiameremmo “classe creativa”, o più che altro una versione generalista e semplificata della stessa; il che pone subito un problema, perché la cosiddetta classe creativa rappresenta solo uno strato – magari il più appariscente, magari il più facilmente identificabile – di quello che va sotto il nome di “lavoro intellettuale”. Non bastasse, i confini del lavoro intellettuale sono per definizione labili oltre che ampi: per dire, il mio amico d’infanzia Claudio, che all’università non ci è mai andato, che ha frequentato con scarso rendimento un istituto professionale della periferia di Roma, che adesso lavora a un centro scommesse e il cui passatempo principale è la PlayStation, è tecnicamente un lavoratore intellettuale anche lui, no? Nel senso: partecipa a un sistema economico retto su un valore chiamato informazione e la sua principale risorsa messa sul mercato è, per l’appunto, l’intelletto. Non avrà un romanzo nel cassetto e non scriverà su qualche rivista online specializzata in serie tv HBO, ma è anche attorno a figure come lui che negli anni sono emerse definizioni sparse tipo “capitalismo cognitivo”, “economia della conoscenza”, “produzione immateriale” e così via.

 

Teoria della classe disagiata oscilla continuamente tra satira apocalittica e generalizzazioni sistemiche

Questa a dire il verso sembra essere la stessa posizione di Ventura, per il quale i destini del lavoro intellettuale corrispondono ai destini della società occidentale tutta. Solo che applicare a un tipo come Claudio le stesse categorie valorial-comportamentali di quella classe creativa hipsterica da cui Ventura muove, più che un errore è… boh, una bislacca forma di whishful thinking distopico. E però, anche qui, Teoria della classe disagiata oscilla continuamente tra satira apocalittica di un preciso gruppo socialmente e culturalmente connotato (il “libro definitivo sulla classe creativa”, potremmo chiamarlo), e generalizzazioni sistemiche in cui a confondersi sono percorsi, atteggiamenti e interessi differenti (il “libro sul ceto medio impoverito” letto però a partire dalle sue espressioni d’élite).

Generalizzando anche noi, diciamo che la classe a cui si rivolge Ventura è un contenitore al cui interno ricade chiunque sia in possesso di un discreto livello di istruzione (e magari di relativo titolo di studio), contempli o abbia contemplato non meglio precisate velleità “intellettuali” (si tratti del romanzo tenuto nel cassetto quanto di un lavoro come programmatore informatico) e si ritrovi adesso a navigare a vista in un mondo fatto di disoccupazione, bassi redditi, precariato perenne e aspettative deluse. È una descrizione in cui è facile riconoscersi e che al punto in cui siamo si è fatta esageratamente vasta, anche dal punto di vista anagrafico: sostanzialmente, stiamo parlando di una buona fetta della forza lavoro compresa ormai tra i venti e i quaranta, quarantacinque, forse addirittura cinquant’anni. Ribadito che schiacciare un affresco tanto composito su un’interpretazione apocalittica-caricaturale del creativo medio ossessionato dal lifestyle è – per usare un eufemismo – un pizzico azzardato, la domanda da cui parte Ventura è: come ha fatto questa categoria a ritrovarsi nelle condizioni in cui versa ora? Perché questa classe è disagiata? Dove rintracciare l’origine del suo fallimento? Insomma: di chi è la colpa?

Sono domande grosse e su cui negli anni si è accumulata una letteratura immensa. Ventura comunque una risposta ce l’ha, ed è una risposta doppia: da una parte, la classe disagiata è il prodotto del fallimento socialdemocratico-keynesiano, o per meglio dire è il segmento condannato a “pagare con gli interessi” le “false promesse” di un modello economicamente insostenibile; dall’altra, ci sono i “cattivi maestri” che “ci hanno educato ai lussi dello spirito” convincendoci a suon di “retorica del Sessantotto” che un “bene posizionale” come la cultura fosse la chiave per la realizzazione economica. Insomma, per dirla ancora una volta con Ventura, “non è colpa nostra: ci hanno programmato così”.

 

L’attacco alla socialdemocrazia e contemporaneamente al Sessantotto è un classico della retorica neoliberale

Per essere un pamphlet rivolto a un fenomeno tutto sommato recente come il rise & fall della classe creativa e istruita, i responsabili che Ventura individua come causa del disastro sono insolitamente… be’, vecchi. Vero è che problemi nuovi hanno radici antiche, ma se il fallimento del sistema socialdemocratico-keynesiano risale alla fine degli anni Sessanta, e se il Sessantotto risale a – che domande – il 1968, viene innanzitutto da chiedersi cosa diavolo sia successo in mezzo.

In realtà, a non essere nuova è la stessa tesi di Ventura: l’attacco alla socialdemocrazia e contemporaneamente al Sessantotto – che pure, vorrei sommessamente ricordare, del sistema keynesiano fu il principale antagonista e contestatore – è un classico della retorica neoliberale perlomeno dalla fine degli anni Settanta. Anche in Italia, la doppia colpevolizzazione da una parte di tutto ciò che odori di Stato assistenziale, e dall’altra delle “politiche permissive-libertarie” sessantottesche, è un luogo comune che negli ultimi trent’anni è stato talmente abusato da essere diventato una sorta di dato acquisito, di verità autoaffermante, di evidenza che si spiega da sé. Quando però due fenomeni tanto diversi o per meglio dire antitetici come l’ordine socioeconomico postbellico e la sua alternativa politica vengono indifferenziatamente gettati nella stessa pattumiera della Storia, vuol dire che a essere intervenuto è un protagonista terzo. Che insomma è successo qualcosa. Questo qualcosa, è il grande assente di Teoria della classe disagiata. Purtroppo per Ventura, è anche il qualcosa che meglio permette di comprendere radici, connotati e soprattutto ruolo della generica classe da cui il suo libro prende spunto.

 

“È tutta colpa del” ©

Avrete notato che, appena poche righe sopra, ho utilizzato la parolaccia par excellence, il termine che da solo squalifica chi lo impiega perché insindacabile segno di veteropensiero tardocontestatario: “neoliberale”. Ci sono buone ragioni per cui una parolina tanto semplice ha finito per suonare imbarazzante persino per chi al tema ha dedicato decenni di analisi: il “dibattito sul neoliberismo” ha assunto volentieri pieghe grottesche, caricando il termine di qualità al tempo stesso vaghe e semidivine (il famoso mantra “è tutta colpa del…”), e distorcendone il significato fino a trasformarlo in una ridicolizzazione bella e buona. Non è un caso che Ventura stesso eviti accuratamente di tirarlo in ballo, se non – ancora una volta – in chiave parodistica e apertamente canzonatoria.

Ma se per neoliberismo intendiamo lo stadio successivo al crollo del paradigma keynesiano, è chiaro che resta un termine utile quantomeno a comprendere l’ambiente in cui si è formata la venturiana classe disagiata che proprio di tale crollo è esito. A dirla tutta, di “neoliberismo” Ventura prova a dare anche una definizione: nelle sue parole, altro non sarebbe che “un deciso ritorno al laissez-faire”. Ritorno che in effetti è stato più immaginario che reale, e che quindi permette a Ventura (in un intervento comparso a suo tempo sul blog di Eschaton) di ironizzare sulla supposta “apocalisse neoliberista” negli stessi termini caricaturali di cui sopra: “Come ha scritto Francesco Costa sul giornale di Confindustria, affermare che in Italia siano state messe in pratica delle politiche neoliberiste è inesatto perché in questo caso si sarebbe ridotto il peso dello Stato nella sua economia, abbattendo le tasse e la spesa, privatizzando le grandi aziende pubbliche, riducendo drasticamente la burocrazia, abolendo la contrattazione collettiva e gli ordini professionali, lasciando mano libera ai privati’: tutte cose che semplicemente non sono mai avvenute”.

Stupisce che una persona intelligente come Ventura si accontenti di interpretazioni tanto frettolose quali quelle della citazione da cui parte. Come stupisce che Ventura riduca a semplici “psicologismi” quelli che i critici del neoliberismo hanno individuato come tratti caratterizzanti del modo di produzione successivo al collasso kenyesiano (l’impressione, sarò onesto, è che questi critici Ventura non li abbia letti). Anche perché a ricorrere sono gli stessi temi che occupano il cuore di Teoria della classe disagiata: competizione, debito, “imprenditori di se stessi”. E ovviamente Stato.

 

Per Ventura, a spiegare il mondo del 2017 bastano i modelli ottocenteschi

Ora: consapevole di arrischiarmi in un tentativo di misero bignamismo da birra domenicale, mi verrebbe da rispondere a Ventura che, lungi dall’essere quel fantomatico “ritorno al laissez-faire” da lui giustamente ridicolizzato, il neoliberismo emerse come un nuovo (per l’epoca) e articolato sistema di relazioni tra Stato e mercato, tra mercato e individuo, e tra individuo e Stato. Per metterla con uno slogan semplice, se prima il ruolo dello Stato era mitigare gli eccessi del mercato e “difendere” l’individuo dalla competizione che del mercato è la ragion d’essere, per economisti e ideologi neoliberali compito dello Stato è creare le condizioni per cui il mercato si espanda andando a coinvolgere finanche aree normalmente fuori da qualsivoglia logica di profitto. Lo Stato neoliberale è insomma uno Stato interventista, anche se di un interventismo di segno diverso dal vecchio precedente socialdemocratico: crea mercati che prima non c’erano, passa dal difendere gli individui all’inserire gli individui nel mercato, e tende a interpretare la società come un’unica, immensa impresa, o per meglio dire come un sistema di imprese in competizione le une con le altre – a cominciare, guarda un po’, dai singoli individui.

Se insomma di “imprenditori di se stessi” dobbiamo parlare, è difficile non tenere conto di un paradigma che, come fatto notare da diversi critici (pensiamo al Mark Fisher della fortunata espressione “realismo capitalista”, anche lui citato in un paio di passaggi di Teoria della classe disagiata), si è infine imposto come stato di fatto e incontrovertibile quintessenza della nostra stessa quotidianità, ma che resta comunque una costruzione, e non il naturale destino scritto nei Astri di un capitalismo impegnato a sopravvivere a se stesso, come Ventura lascia intendere nella sua (comunque amara) constatazione che “there is no alternative”.

L’altro grande – e se possibile ancora più vistoso – assente di Teoria della classe disagiata, è proprio il passaggio dall’economia industriale di stampo fordista a quella basata sull’intelletto del postfordismo informazionale. Il che, per un libro che di “intellettuali” parla, è quantomeno… non so, curioso? Voglio dire: è francamente bizzarro non trovare nel libro di Ventura alcun riferimento al modo in cui l’intelletto ha finito per diventare la risorsa prima di un sistema economico fondato sul “flusso di informazioni”, all’elevazione della cultura a forma mentis della postmodernità, alla rivoluzione informatica, alla disruption tecnologica, ai meccanismi in cui le facoltà cognitive degli individui partecipano all’economia generale del tardo capitalismo. Anche perché è proprio in questo scenario che l’industria della cultura diventa una specie di avanguardia quando non di laboratorio in cui testare modi, utilizzi e forme di mercato in cui l’intelletto può essere dispiegato.

Per Ventura, a spiegare il mondo del 2017 bastano i modelli ottocenteschi, o perlomeno questo è il suo approccio rivendicato. È un’impostazione diciamo così “anticonvenzionale” che effettivamente conferisce a Teoria della classe disagiata un sapore se non originale quantomeno singolare, e che aiuta in parte a comprendere il successo delle sue tesi presso un pubblico probabilmente stanco di concettose disamine dal respiro parapoststrutturalista (che nessuno ha mai letto, per giunta). Solo che, in un mondo segnato da livelli inimmaginabili di astrazione e complessità (cit.), il ritorno all’Ottocento da solo non può bastare. Proverò a essere più chiaro a costo di suonare didascalico: la figura venturiana del giovane intellettualmente preparato e di belle speranze a caccia di un impiego che non esiste, non è il risultato di decenni di aspirazioni malriposte e velleità borghesi perché tanto ormai “siamo tutti classe media” (altra affermazione ampiamente sospetta e che pure Ventura sembra fare propria): è l’anello centrale di una catena che, di quell’“esercito di riserva di disoccupati sovraistruiti” (per dirla con lo stesso Ventura), ha bisogno. Se le logiche del mercato vengono portate a livello dell’individuo, e se la materia prima di questo mercato è l’intelletto, il risultato non può che essere una competizione al ribasso tutta giocata all’interno di quel “surplus di popolazione” la cui funzione è – citando di nuovo Ventura che a sua volta cita Marx – “far precipitare il costo e le condizioni del lavoro”. Altro che “bene posizionale”: la “cultura” è innanzitutto un “bene economico”, e di certo non sto parlando di roba tipo “i musei sono il petrolio d’Italia”.

La cosa a dire il vero più curiosa, è che a interpretazioni del genere Ventura sembra in realtà continuamente tendere: lo vedi che è lì, a un passo dall’unica conclusione che ti pare logicamente perseguibile, per poi di colpo tirarsi indietro e rifugiarsi in un polemismo compiaciuto della propria eccentricità. In questo sta il sapore adolescenziale di diversi passaggi del libro, che ancora tradiscono una certa foga dissacratoria palese eredità di quando Eschaton era null’altro che il blog di un outsider impegnato in una crociata contro quella famosa “cittadella della cultura” che per Ventura – appassionato di Debord ma sintomaticamente disinteressato a tutto l’ambiente che attorno, di sotto e di lato Debord si muoveva – si identificava ai tempi con l’ormai semiestinta “sinistra movimentista”.

 

Teoria della classe disagiata parla anche di me

Per capirci: in Teoria della classe disagiata è facile incorrere in mostruosità intellettuali del genere “i millennials basano la loro identità su hobby e interessi, come volevano i situazionisti” (questo a dire il vero è il sottotitolo di un suo recente intervento su Pagina 99). Anche qui, nulla di nuovo: è la classica posizione di quei commentatori che, quando c’è da redarguire i barbosi borbottii della sinistra, se ne escono con ragionamenti del tipo “di che vi lamentate? La società in cui viviamo è quella che tanto sognavate nel Sessantotto: libertà sessuale, donne che fanno carriera, fine della famiglia, fine dell’impiego fisso, cultura per tutti… Che volete di più?”.

Secondo questo tipo di retorica, se volessimo incolpare qualcuno delle estenuanti condizioni di precarietà in cui versano le nostre vite lavorative, dovremmo innanzitutto rivolgerci agli operai che negli anni Sessanta e Settanta si ribellavano alle mortificanti condizioni dell’impiego fisso in quella prigione meccanizzata che era la fabbrica fordista. Ora: è indubbio che, alle origini di quel periodo storico che per comodità continueremo a chiamare “neoliberismo”, il Capitale abbia mostrato una straordinaria capacità di cooptare ai propri fini diverse parole d’ordine della contestazione. E questo vale anche per la “cultura”, che effettivamente fu uno dei principali territori di contesa della stagione post-sessantottesca. Ma pretendere che il nostro mondo altro non sia che il figlio della “retorica del Sessantotto”, come Ventura a più riprese suggerisce, significa non solo scambiare (sacrosante) richieste con le risposte (perverse) che a tali richieste sono state date, ma ridurre quelle richieste a un vezzo romantico partorito da qualche intellettuale borghese in un salottino arredato in radica di noce di un boulevard della Rive Gauche.

Qui scusatemi se vado sul personale. In quanto lavoratore di una generica “industria della cultura” che per anni si è barcamenato tra lavoretti malpagati e precarietà oramai ontologica, Teoria della classe disagiata parla anche di me. O meglio, parla anche a me. E invece non c’è quasi nulla, nella ricostruzione di Ventura, in cui mi riconosca. A differenza di Raffaele – che, se non lo sapete, è un amico a cui voglio bene e tutto – non vengo da una famiglia borghese del centro di Milano, ma da una famiglia che un tempo si sarebbe detta “proletaria” arricchitasi (si fa per dire…) quando per me era già troppo tardi, e sono cresciuto in due borgate popolari della periferia di Roma chiamate Torre Maura e Centocelle. Se tiro in ballo questi particolari biografici, non è per vantare una street cred di cui, vi prego di credermi, mai mi è fregato nulla – anzi, lo stesso concetto di street cred mi è irriducibilmente indigesto. È perché Torre Maura e Centocelle, per buona parte degli anni Settanta, sono stati due dei quartieri epicentro della contestazione a Roma. E l’eredità di quelle vicende, può aiutarci a individuare quello che per me è forse il principale torto di Teoria della classe disagiata: una rassegnazione annoiata e implicitamente classista frutto di una lettura privilegiata della realtà.

 

Cosa sono diventate quelle periferie dopo che quei movimenti furono schiacciati a suon di carcerazione di massa?

Di cosa parliamo quando parliamo di “Sessantotto” in un posto come, che ne so, Centocelle? Innanzitutto, di un tessuto in buona misura degradato in cui non era raro imbattersi in condizioni di vita abiette e storie da romanzo dickensiano. Poi certamente parliamo di battaglie per la casa e lotte per i diritti sul lavoro. Ma parliamo anche di teatrini spontaneamente nati “dal basso” in cui gli abitanti del quartiere si cimentavano in rocambolesche prove di teatro-verità e inusitati guizzi “d’avanguardia”. Di straccivendoli che si improvvisavano poeti e di gruppi musicali che tentavano come potevano di, boh, “sperimentare”. Di rivistine dada ciclostilate. Dell’onda lunga che poi porterà alla nascita delle prime sottoculture: il punk, i dark, le bande metropolitane, i centri sociali. Qui non parliamo di cultura come “bene posizionale”: parliamo di cultura come strumento di intervento e conoscenza il cui fine ultimo è modificare la realtà. Oppure, molto più prosaicamente, di una delle poche ancore di salvezza esistenziale in un contesto altrimenti condannato all’esclusione assieme economica, politica e sociale.

Cosa sono diventate quelle periferie dopo che quei movimenti furono schiacciati a suon di carcerazione di massa, eroina e dileggio istituzionale, lo sappiamo: vai in un bar di Centocelle adesso e al post del juke box coi Rolling Stones ti ritrovi il comizio sui negri che stuprano. Quello che è successo nella periferia romana, è comune a quanto accaduto in qualunque altra periferia occidentale. E io mi devo sentir dire da Raffaele Alberto Ventura che l’effetto ultimo di questa fantomatica “retorica del Sessantotto” imperante è Donald Trump? Che l’aspirazione a emanciparsi da una condizione di disagio vero non può che portarci dritti al fascismo?

Sapete che c’è? Io al limite direi che di retorica del Sessantotto ce n’è stata troppo poca, tiè. E lo dice uno che del Sessantotto non gliene è nemmeno mai fregato granché, figuratevi. Direi – perché è quello che mi dice la realtà che conosco, in cui sono cresciuto e a cui se volete sono scampato – che è stato il modo brutale in cui per decenni è stato represso e confinato a un angolo qualsiasi slancio utopico, qualsiasi proiezione desiderante, ad aver preparato la strada a quello scenario da guerra civile imminente che per Ventura è l’unica prospettiva plausibile a quasi dieci anni dalla “più grande crisi nella storia del capitalismo”. Altro che “siamo stati troppo velleitari, torniamo a più miti propositi”. Ragionamenti del genere se li possono permettere solo quegli happy few che dalla rinuncia alle “velleità” non hanno niente da perdere perché già hanno tutto e quel tutto vogliono tenerselo stretto.

 

Salvare la classe disagiata

Come detto qualche paragrafo sopra, Teoria della classe disagiata aspira a fornire un ritratto che, a partire dalla classe creativa vera protagonista del libro, tracima in un saggio sui destini della società occidentale nel suo complesso. Che questo sia un destino orribile, è al momento difficilmente smentibile. Se la colpa fosse di quella tragicomica élite gentrificante il cui principale contributo alla società è la foto instagram di un hamburger gourmet, verrebbe quasi da dargli ragione, al Ventura che di quella élite è comunque figlio al punto da reiterarne i tic e gli immaginari (i passaggi sulle serie tv, i supereroi marvel debitamente “intellettualizzati”, ecc).

Il problema è che Ventura fa coincidere quell’immagine grottesca e figlia del privilegio con l’intero spettro di un lavoro intellettuale che nella realtà è regolato da ricatti, sfruttamento, depressione e ansia da prestazione. E però niente: come ribadito in una recente intervista a Linus, la “classe disagiata [occidentale] resta la fragile beneficiaria” di un equilibrio globale le cui iniquità sono altrove; “chi decide che per ogni individuo che produce cultura in Europa, dieci altri in Cina debbano fabbricare i beni che lui consuma?”. Giustissimo, certo. Ma di nuovo: se di questo dobbiamo parlare, in Teoria della classe disagiata non vi è accenno alcuno a come le economie extraoccidentali stanno affrontando il passaggio alla deindustrializzazione precoce, nessuna analisi del rapporto tra economia dei servizi e capitale intellettuale, nessun serio ragionamento sui meccanismi del capitalismo delle piattaforme, nessuna teoria, ecco.

 

Il libro di Ventura è uno sfogo, un rant personale anche doloroso

Piuttosto, il libro di Ventura è uno sfogo, un rant personale e anche doloroso, che tradisce il disperato bisogno di una narrazione – qualsiasi narrazione – apparentemente capace di spiegare l’enorme macello in cui le nostre esistenze sono piombate. La vecchia predilezione di Ventura per le scuole di pensiero eretiche rispetto alla “cittadella della cultura” che lui individua in una precisa tradizione di sinistra (lo stesso atteggiamento che in passato l’ha portato a dialogare tanto con anarcocapitalisti libertarian quanto con rossobruni sovranisti, per il puro gusto di “ehi, facciamo incazzare un po’ di gente”) si è un po’ attenuata, d’accordo; ma a restare è lo sguardo colpevolizzante di chi “se lo può permettere”, o peggio ancora di chi crede che, siccome se lo può permettere lui, allora se lo possono permettere tutti. Non è così, Raffaele. Se vuoi ne parliamo assieme un giorno a Torre Maura. La birra artigianale è arrivata fin lì, figurati. Il che, mi rendo conto, è un dettaglio che tu interpreteresti come conferma delle tue tesi.

Negli anni in cui Teoria della classe disagiata ha preso forma, con gli estratti che sputavano qua e là e che in qualche caso ho persino pubblicato io stesso sull’ormai defunto Prismo, ne ho spesso parlato come di un libro “nefasto”. Proprio perché contribuisce a instillare in quel segmento contraddittorio e trasversalissimo che va sotto il nome di “lavoro intellettuale” una percezione allucinatoria del proprio ruolo, alimentando una comprensione parziale delle dinamiche di cui è (involontario?) protagonista.

 

Più produttivo è l’attacco al sogno neokeynesiano

Ma va anche detto che alcune delle analisi portate da Ventura nel libro sono efficaci, ben congegnate, e soprattutto necessarie: la critica a come i “consumi culturali” siano diventati un dispositivo ideologico buono a cementare un rassicurante senso d’appartenenza a uso e consumo delle autoproclamate élite intellettuali è giusta e sacrosanta, anche se non viene mai affrontato davvero in cosa quei consumi consistano, né viene mai analizzato il modo in cui questi siano stati a loro volta gentrificati fino a prendere la forma di una cultura pop “depoppizzata” e “depopolarizzata” (a suo tempo mi capitò di discuterne qui), col risultato che per Ventura i consumi caratteristici della classe creativa più hipsterica coincidono con l’esperienza culturale tout court.

Più produttivo è l’attacco – con punte di vero e proprio sacro fuoco inquisitore – al “sogno neokeynesiano” che pare aver contagiato una certa fetta della sinistra progressista e liberale: anche qui, mi sarebbe piaciuto che Ventura sottolineasse che non solo il sistema keynesiano era “tecnicamente insostenibile”, ma che era anche un sistema ingiusto, predatorio e fondato sull’esclusione. Come agognare un ritorno alla sedicente “età d’oro del capitalismo” quando questa consisteva nella rimozione dalle proprie logiche interne di intere fasce sociali (donne, minoranze di vario tipo ecc.) e nel sistematico sfruttamento di stampo coloniale adoperato nei confronti delle popolazioni “altre”? In Teoria della classe disagiata di donne e minoranze non si parla praticamente mai, ma almeno riconosciamogli di aver provato a smontare il mito nostalgico della socialdemocrazia che permea tanta pubblicistica post-crisi (anche se per Ventura criticare il modello keynesiano significa automaticamente arrivare a conclusioni dal sapore neoliberale: quando uno dice “realismo capitalista”…).

 

Teoria della classe disagiata sta conoscendo un consenso pressoché unanime

Anche la polemica su istruzione e sistema educativo, per quanto controversa, vale la pena di essere presa in considerazione. Di nuovo: invocare “meno istruzione per tutti” quando la scuola è per molti (certo meno socialmente fortunati di Ventura) l’unico vago spiraglio di ipotesi trasformativa quando non l’unica rete di sicurezza contro le ingiustizie di un mondo ipercompetitivo, può suonare discutibile. E in effetti lo è. Mettiamola così: se in vita mia non avessi incrociato, nella non proprio esuberante periferia romana, educatori in grado di suggerire innanzitutto un’alternativa esistenziale possibile, magari chi lo sa, starei anch’io a sbraitare contro i negri in un bar di via Casilina. Ugualmente, continuo a pensare che resti sano il principio in cui a essere messo in discussione è il ruolo che il sistema educativo gioca nel rapporto tra individuo e mondo lì fuori. Per Ventura, il problema è che la scuola abitua gli studenti a “sognare troppo in grande”. Per me è l’opposto: per come è concepita, la scuola non può che conservare la sua funzione principe di ridurre a un più consono “realismo” le grandi, strabordanti, incompromissorie aspirazioni tipiche di quel regime di libertà fortuita che è l’adolescenza. In questo, la lezione situazionista a cui – in maniera fin troppo capziosa – fa riferimento Ventura, credo continui a rivendicare una sua attualità. Certo, se solo Ventura avesse letto meno Debord e più Vaneigem…

A soli pochi giorni dalla sua uscita, Teoria della classe disagiata sta conoscendo un consenso pressoché unanime. Il che mi rende felice per Raffaele, ma al tempo stesso mi preoccupa. Perché, mi chiedo, così tante persone si riconoscono in una lettura tanto disfattista e al tempo stesso tanto consolatoria della realtà in cui vivono? Una lettura che non apre a possibilità altre che non siano o l’accettazione passiva di una vita di merda, o la guerra civile pura e semplice?

Che Teoria della classe disagiata sia quello che nello stanco gergo dell’editoria chiamiamo “libro importante” non ci piove: cattura senza dubbio un umore condiviso, ed è come già detto un’ottima narrazione sentimentale delle sempre più vistose contraddizioni in cui ricade quel generico ceto intellettuale protagonista di tante cronache dei giorni nostri. Ma che sia anche lo strumento attraverso cui comprendere la natura della propria condizione di “disagiati”, ecco, quello proprio no. Men che meno, è un libro che da quel disagio può emanciparci: “there is no alternative”, diceva una tipa qualche tempo fa, ed è lo stesso messaggio che pagina dopo pagina ritroviamo nel manifesto generazionale firmato da Raffaele. Peccato però: è lo stesso messaggio che ci ha inabissato nelle condizioni in cui versiamo.

Infine, qualora vi interessasse: sì, il volo Ryanair Berlino-Katowice c’è.

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Comments   

#1 Riccardo 2017-09-29 00:36
Non condivido proprio l'attacco al keynesismo. Da quello che leggo sembra che l'abbiamo scambiato per il fordismo-taylorismo.
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