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PostModerni e TransModerni

di Miguel Martinez

blankaIl commentatore Moi, gran collezionista di bizzarrie, ci segnala un episodio avvenuto l’altro giorno a Londra.

I media di destra italiani, molto compiaciuti, parlano in sostanza di una rissa tra femministe “militanti del movimenti TERF” e transessuali/transgender, a proposito dell’uso dei bagni delle donne.

Cerco di approfondire, e trovo che la faccenda ha risvolti interessanti.

Innanzitutto, non esiste alcun “movimento TERF”, che è semplicemente un insulto (trans-exclusionary radical feminists, oppure più retoricamente, trans-exterminationist radical feminists).

 Poi scopro che non c’è stata una rissa, c’è stata un’aggressione da parte di un militante trans (uso l’abbreviazione per non dover scegliere tra “transessuale” e “transgender”) contro una signora sessantenne.

Cerco la signora in rete, e scopro che non si tratta di una persona con fissazioni ideologiche: Maria MacLachlan è una donna lucida, colta, molto anglosassone che sa ragionare e si è fatta un sacco di nemici criticando l’omeopatia.

Di gender si interessa da pochi mesi e dice lei stessa di non avere le idee chiare.

L’episodio in sé è stato insignificante: un trans incappucciato ha distrutto la macchina fotografica con cui la MacLachlan lo stava riprendendo.

Quello che invece è interessante è il contesto: alcune donne avevano cercato di organizzare un dibattito, ascoltando tutte le voci, sull’imminente Gender Recognition Act, che permetterà a chiunque di scegliere il proprio gender tramite una semplice autocertificazione: che poi è la vera questione, quella dei “bagni” di cui parlano divertiti i media ne è una semplice conseguenza.

La biblioteca che avrebbe dovuto ospitare l’evento è stata costretta dalle minacce ricevute a ritirare il permesso per il dibattito. Alla fine, l’organizzatrice ha ottenuta una sala, che doveva restare segreta fino all’ultimo momento, dando semplicemente un appuntamento a tutte a Hyde Park un’ora prima. Dove gli attivisti mascherati di Action for Trans Health si sono messi a inveire; dopo l’aggressione, hanno seguito le donne  e si sono schierati davanti alla sala per tutto il tempo del dibattito, gridando slogan.

Ho conosciuto soltanto due trans, che io sappia: molti anni fa, una persona dai modi e aspetto graziosamente femminili, con grandi capacità artistiche, che si presentò come donna e scomparve appena una sua ex-compagna di classe la riconobbe; e la geniale e creativa Helena Velena.

Non ho la minima idea del loro vissuto, delle loro motivazioni o di “cosa si sentono”, quindi non entro in merito alla questione in sé.

Ma recentemente, un mio amico mi ha fatto riflettere su un altro aspetto.

E’ un uomo non più giovane, molto sensibile e ritirato, che vive da solo.

Un giorno conosce un ambiente di trans, che gli spiegano che i suoi problemi nascerebbero da una disforia di genere. E che li risolverà tutti, quando sarà riuscito a tirare fuori la donna che c’è in lui. Così lui inizia una lunga procedura chimica per cambiare sesso, stimolato, spinto, incoraggiato e coccolato dal gruppo; ma a un certo punto si rende conto che sta subendo un condizionamento intensivo da parte di quella che è sostanzialmente una setta, e decide di smettere.

Metto insieme questi pochi dati, per tirare fuori una teoria, che potrebbe benissimo essere sbagliata, ma le teorie servono per essere discusse.

Innanzitutto, diamo per scontato che esistano persone che realmente sentono di trovarsi nel “corpo sbagliato”, come riconosceva anche l’ayatollah Khomeini.

Però su questa base, ho il sospetto che si sia innestato in tempi recenti qualcosa di completamente diverso, un’ennesima variante della Terapia Universale Americana.

E’ un tema che ha trattato con grande rigore, documentazione e abilità narrativa Ethan Watters, sottolineando – cosa importante nel nostro contesto – anche il meccanismo con cui le malattie psicologiche tipicamente statunitensi vengono esportate nel mondo: l’americanizzazione dell’anoressia a Hong Kong è un tema affascinante (e tragico per molte persone coinvolte).

Sostanzialmente, gli esseri umani hanno tante insoddisfazioni di ogni sorta. Nel 2014, uno studio dell’American College Health Association rivelò che il 54% degli studenti universitari erano affetti da “overwhelming anxiety“, un’ansia travolgente.

“Una vasta oscurità si stende di fronte alle nostre anime; le percezioni delle nostre menti sono oscure come quelle della nostra vista… Ma ahimè, quando abbiamo ottenuto ciò a cui miravamo, quando il lontano ‘là’ diventa il ‘qui’ presente, tutto cambia; siamo poveri e circoscritti come sempre, e le nostre anime ancora soffrono per l’irraggiungibile felicità“.

Così scriveva Goethe, nei Dolori del giovane Werther. Due anni dopo, nella Dichiarazione di Indipendenza, gli Stati Uniti avrebbero dichiarato fondante l’irraggiungibile:

“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.

La Terapia Universale postula che le insoddisfazioni abbiano tutte un’unica causa: esiste insomma un Unico Problema.

All’Unico Problema risponde un’Unica Soluzione.

La definizione esatta del Problema/Soluzione varia di anno in anno, ma il meccanismo è sempre uguale.

C’è qualcosa di poco chiaro che ti rode dentro?

Siamo tutti incasinati, ma accetta Gesù e sarai felice!

Siamo tutti vittime di abusi sessuali subiti nell’infanzia e rimossi, basta ricordarli et voilà!

C’è un engram in te, Scientology ti libera!

Qualcuno si ricorderà quando, un paio di decenni fa, andava di moda l’abuso rituale satanico: un enorme numero di persone si “ricordava” improvvisamente di essere stata trascinata, durante la propria infanzia, dai genitori a partecipare a riti satanici con orge e sacrifici umani.

A questa onda fece seguito quella della memoria ritrovata di abusi incestuosi/pedofili, secondo un’applicazione meccanicamente americana della teoria freudiana (ricordiamo che Freud stesso rimase perplesso di essere diventato una sorta di Messia nel nuovo continente):

hai un problema? E’ la prova che covi un ricordo rimosso; il fatto che non lo ricordi è la prova che l’hai rimosso; i ricordi rimossi riguardano sempre traumi sessuali infantili; e adesso io psicoterapeuta ti interrogo finché non ti ricordi che all’età di un anno tuo zio ti ha violentata, e poi ti aiuto a ottenere un megarisarcimento in tribunale, e l’ergastolo per tuo zio.

Su questo blog, abbiamo seguito una terrificante ricaduta italiana di entrambe queste follie, a Rignano Flaminio, che ha trascinato in carcere persone innocenti e ha sicuramente inciso pesantemente sulle vite dei ventuno bambini coinvolti.

Oggi la Terapia Universale Americana ti pone sempre come Vittima. Ora, le vittime di abusi sessuali reali esistono. Ma quando la Terapia Universale colpisce, tutti diventano vittime di abusi sessuali (tra l’altro togliendo spazio alle vere vittime).

E’ quello che succede, meno drammaticamente, con la dislessia. Che è un disturbo autentico, ma statisticamente molto ridotto e di cui i tanti autonominati “esperti” sanno pochissimo, per il semplice motivo che nessuno ci capisce.

Tutti abbiamo qualche “disturbo”, a partire da me, cioè qualcosa che ci distingue dalla media, semplicemente perché l’Essere Umano Medio non esiste e gli esseri umani, a dispetto della Costituzione degli Stati Uniti, non solo non sono tutti uguali, ma sono tutti diversi.

Oggi, la Terapia Universale stabilisce che ogni problema scolastico sarebbe dovuto alla dislessia; e siccome la grande maggioranza degli alunni al mondo qualche problemino ce l’ha, e la diagnosi di dislessia offre diverse facilitazioni pratiche, ecco che improvvisamente milioni di alunni diventano dislessici.

La Terapia Universale Americana richiede la certificazione di parte.

E’ il terapeuta a certificare che il ragazzo ha subito abusi trent’anni fa; chi osa contestarlo sta infierendo su una vittima. E lo stesso avviene con la dislessia.

La famiglia paga me, terapeuta, per avere un certificato che dice che il ragazzo è dislessico. E se la scuola dovesse mai averci da ridire, sarebbe una brutale violenza, appunto, contro un povero ragazzo dislessico.

La famiglia ricorre a un terapeuta per farsi dire che il proprio figlio è dislessico, non certo per sapere che magari ha qualche altro disturbo non contemplato dai regolamenti scolastici. E questo il terapeuta – che già fa un mestiere precario, dove il pane quotidiano arriva a sprazzi – lo sa bene.

Dalla certificazione del terapeuta di parte, si passa facilmente all’autocertificazione, che peraltro è il punto decisivo in discussione (o in aggressione) nella storiella con cui abbiamo iniziato questo post. Infatti, in questione, non c’è il mio diritto di dire mi sento diverso dagli altri maschi e mi piace avere le tette, che ci sta benissimo; ma quello assai più discutibile di dire, io sono una donna, che non è una categoria emotiva o psicologica, ma fisiologica. E qui potremmo facilmente toccare un altro argomento, che è la smaterializzazione dei nostri tempi, ma lasciamo per ora stare.

Però l’autocertificazione si adatta molto bene a un altra ondata contemporanea, sempre molto legata agli Stati Uniti: il Postmodernismo, di cui abbiamo già ampiamente parlato. Il nocciolo: siccome la realtà è inconoscibile, conta solo il discorso. Ciò che raccontiamo di noi stessi è l’unica “verità”; e proprio perché è tale, non esiste il diritto di metterla in dubbio.

Io dico che sono un ippopotamo, quindi lo sono e non devo fare alcun ragionamento per dimostrarlo. Se tu, parlando, lo neghi, ferisci il mio discorso, cioè tutto ciò che sono, e quindi io ho il diritto di impedirti di parlare.

Infatti, i militanti trans di Londra accusano le femministe di “indurre dei giovani trans a suicidarsi” mettendo in dubbio la loro autocertificazione come donne, per cui le femministe devono essere messe a tacere (e qualche femminista giustamente nota che quello di minacciare il suicidio è un classico metodo maschile di manipolazione, non che manchino anche metodi femminili).

Gli anglosassoni, che per secoli hanno esaltato la libertà di parola, scoprono oggi per la prima volta il passatempo storico dei latini, che consiste nel prendere a sprangate sui denti quelli che la pensano diversamente da loro. E’ il concetto che in Inghilterra chiamano No Platform! E’ curioso notare che il luogo scelto per passare al postmodernismo non dialogante, sia proprio Hyde Park, il luogo dedicato da sempre alla libertà di parola: un interessante romanzo di Chesterton inizia proprio con la predicazione di un improbabile musulmano a Hyde Park.

Tutto questo (postmodernismo e dislessia) ci riporta alle istituzioni dedite alla formazione, scuole e università. E qui subentra un altro fenomeno decisivo.

Abbiamo già passato la cresta dell’onda, e stiamo cominciando a scivolare giù per il Dirupo di Seneca, un fatto che provoca due conseguenze interessanti. Da una parte, siamo convinti che esistano risorse infinite a disposizione di tutti. Dall’altra, sappiamo benissimo che non esiste un futuro per cui prepararci, almeno come lo intendevano i nostri nonni.

L’effetto sulle istituzioni accademiche è automatico: smettono di essere luoghi di formazione e diventano sempre di più luoghi in cui si distribuiscono risorse. Ma siccome le risorse materiali diminuiscono, si distribuiscono sempre più risorse simboliche, che vengono concesse secondo una precisa graduatoria vittimistica. Il vittimismo sostituisce quindi tante altre cose che in passato creavano gruppi umani – idee politiche o religiose ad esempio.

Contemporaneamente, la curva crescente delle regole, di cui abbiamo parlato in un post precedente, ha portato nel 2013 i dipartimenti della Giustizia e dell’Educazione a trasformare il divieto di comportamento obiettivamente offensivi nel divieto di espressioni verbali ritenute unwelcome, cioè soggettivamente sgradite: un’interessante convergenza tra istituzioni e decostruttori postmodernisti.

Un altro elemento ancora è il ritorno all’automutilazione, prassi assai rara storicamente in Europa, dopo gli Unni.

Che qui ci interessa, in quanto oggi milioni di persone ritengono normale modificare in maniera irreversibile il proprio corpo, in base a un capriccio del momento.

Ecco, mettiamo insieme tutti questi elementi, e presentiamo la nostra piccola teoria.

Innanzitutto, ripeto, escludiamo completamente la piccola categoria dei “veri” trans storici.

Ipotizziamo che vi sia un improvviso aumento nel numero di aspiranti trans negli ultimi anni – questo richiederebbe studi statistici che non sono in grado di fare. Si tratterebbe sempre di una minorantissima minoranza, ovviamente, ma abbastanza numerosa da risultare significativa.

Sarebbero in massima parte maschi eterosessuali. E non si tratterebbe di persone che hanno una reale disforia di genere, ma di giovani che hanno qualche problema.

una terf: sai come si fanno i bambini?

io: quando due mamme si amano tanto, una mette il proprio pene nella vagina dell’altra e nove mesi dopo le cicogne lasciano un bellissimo mucchietto senza genere”

Terapeuti, amici e proselitizzanti vari – magari in perfetta buona fede – direbbero ai giovani con qualche disagio che tutti i problemi nascono sempre dalla stessa causa, e che la soluzione consiste in una buona dose di ormoni.

Per vari motivi storici, i tabù sessuali del passato, almeno in certi ambienti, sono decaduti; ma è decaduto anche il tremendo tabù di compiere trasformazioni irreversibili sul proprio corpo. In fondo, è uno dei motivi del successo dell’Isis e di Boko Haram, che sono andati ben oltre il piercing o l’autocastrazione.

Come in tutti i gruppi in qualche modo “religiosi”, l’idea di fondo deve essere sacralizzata, e quindi indiscutibile. E l’indiscutibilità si ottiene in due modi: prima, perché con le vittime non si discute (“se aprite bocca, ci suicidiamo!”), secondo perché quella che possiamo chiamare elasticamente ideologia postmoderna, permette di mettere a tacere l’avversario.

Ripeto, è una teoria. Sicuramente sbaglio in parecchi punti.

Ma la libertà di parola esiste e deve esistere.

Non per sparare sciocchezze, ma per affinare insieme il nostro avvicinamento all’inafferrabile verità.

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