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Da Marx a Mark: la filosofia della storia ai tempi di Facebook

di Raffaele Danna

Questo articolo è stato scritto originariamente in inglese dall’autore, con il titolo From Marx to Mark: Philosophy of History in the Age of Facebook. Qui vi proponiamo la traduzione. La versione originale è consultabile a questo indirizzo

Mark Zuckerberg Background desktop wallpaperDa Marx a Mark

Secondo il fondatore di Facebook, la storia non è più storia di lotte di classe. Lo è stata, ai tempi dell’occidente imperialista, dell’industria del carbone e dell’architettura del ferro. Oggi, ai tempi della crisi economica, del mondo senza centro, dell’informatica e dei social network, la storia è diventata altro.

I filosofi gettavano sguardi sulla storia universale e offrivano interpretazioni complessive del suo sviluppo: filosofie della storia. I filosofi erano immancabilmente al centro, se non al culmine, della storia stessa. Oggi, nel mondo plurale e senza egemonia occidentale, all’avvento della quarta rivoluzione industriale, dell’abolizione dello spazio e della continua accelerazione, l’occidente ha trovato altri profeti. Ai seriosi ritratti di un Hegel o alla barbuta espressione di un Marx si è sostituita la glabra babyface di uno Zuckerberg. “Zuck” per gli amici.

In un post pubblicato di recente il CEO di Facebook racconta la sua visione per il futuro della sua azienda. In questo contesto, Zuck si lancia in una sorta di filosofia della storia: offre una interpretazione complessiva sullo sviluppo della storia umana.

History is the story of how we’ve learned to come together in ever greater numbers — from tribes to cities to nations. At each step, we built social infrastructure like communities, media and governments to empower us to achieve things we couldn’t on our own. 

Today we are close to taking our next step. Our greatest opportunities are now global — like spreading prosperity and freedom, promoting peace and understanding, lifting people out of poverty, and accelerating science. Our greatest challenges also need global responses — like ending terrorism, fighting climate change, and preventing pandemics. Progress now requires humanity coming together not just as cities or nations, but also as a global community.

This is especially important right now. Facebook stands for bringing us closer together and building a global community. […] In times like these, the most important thing we at Facebook can do is develop the social infrastructure to give people the power to build a global community that works for all of us.

La storia dell’umanità è interpretata come uno sviluppo progressivo di infrastrutture sociali sempre più grandi e complesse. Si tratta di una piccola (ma autentica) filosofia della storia dalla quale i social network emergono come il risultato finale dello sviluppo storico. È una tesi peculiare che vale la pena di essere osservata più da vicino. Secondo Zuck, l’obiettivo di questo tipo di sviluppo storico è un crescente grado di ricchezza e di libertà per tutti coloro che si uniscono alla comunità: «the purpose of any community is to bring people together to do things we couldn’t do on our own. To do this, we need ways to share new ideas and share enough common understanding to actually work together». Lo scopo di Facebook è presentato come quello di aiutare l’umanità nel suo percorso verso la creazione della prima comunità globale, guidando il suo sviluppo. Per facilitare questo processo, Zuck dichiara di volersi impegnare a promuovere comunità che siano supportive, safe, informed, civically-engaged e inclusive. Zuck fornisce molti dettagli su ognuno di questi punti. Se non hai tempo per leggere il testo, quello che segue è un breve riepilogo (altrimenti puoi saltare direttamente al terzo capitolo).

 

Global community

Le comunità definite supportive sono comunità «that strengthen traditional institutions in a world where membership in these institutions is declining». Particolare attenzione è rivolta alle «meaningful communities» che portano le persone a incontrarsi e sviluppare relazioni significative, rafforzando così il tessuto sociale. Una comunità veramente globale sarebbe la prima infrastruttura sociale in grado di proteggerci dalle minacce globali che, come il terrorismo, i disastri naturali, le malattie, le crisi dei profughi e il cambiamento climatico, hanno bisogno di risposte coordinate da un punto di vista mondiale. «No nation can solve them alone». Facebook sta investendo «more and more resources» per raggiungere questo obiettivo. I primi dispositivi (come i controlli di sicurezza e le campagne di crowdfunding) sono stati un successo, ma altre innovazioni sono ancora in fase di sviluppo, come l’uso di intelligenza artificiale per identificare i contenuti pericolosi o i casi «where our community should be able to identify risks related to mental health, disease or crime».

Per quanto riguarda l’informazione, Zuck ammette che molte critiche sono state sollevate sulle fake news e su informazioni targhettizzate e univoche (“filter bubbles”). La sua promessa è che «it is our responsibility to amplify the good effects and mitigate the bad — to continue increasing diversity while strengthening our common understanding so our community can create the greatest positive impact on the world». Con la promozione di civically-engaged communities, Zuck vuol dire essenzialmente due punti. Innanzitutto, incoraggiare il coinvolgimento dei cittadini nei processi politici esistenti: votare, chiedere conto ai propri rappresentanti, partecipare al dibattito pubblico e organizzare. Come secondo punto, forse più interessante, Zuck sostiene che una comunità globale potrebbe stabilire un nuovo modo per i cittadini di tutto il mondo di partecipare al processo decisionale collettivo. «Our world is more connected than ever, and we face global problems that span national boundaries. As the largest global community, Facebook can explore examples of how community governance might work at scale». Infine, la nuova comunità globale dovrebbe essere inclusive. Qui Zuck sostanzialmente argomenta che la comunità dovrebbe disporre degli standard e dei limiti che sono impostati dalle preferenze del singolo utente. La conclusione del testo è la seguente:

History has had many moments like today. As we’ve made our great leaps from tribes to cities to nations, we have always had to build social infrastructure like communities, media and governments for us to thrive and reach the next level. At each step we learned how to come together to solve our challenges and accomplish greater things than we could alone. We have done it before and we will do it again.

 

Falsa disintermediazione

Cerchiamo di soffermarci su alcuni aspetti di questo testo. È una miscela interessante di pensiero politico americano positivista, smart-liberal, progressista e orientato ai diritti civili. È la filosofia della storia made in Palo Alto: molto smart, ottimista e con un’ottima dose di sottaciuto – ma ben consapevole – corporate branding. Molti dei valori che Zuck dice di sostenere sono progressisti e democratici, e l’autore di questo articolo abbraccerebbe la maggior parte di essi. Ma il modo in cui viene svolta l’argomentazione di Zuck è interessante e merita un minuto di attenzione.

In questa visione del mondo, lo Stato nazionale è presentato come un’eredità del XIX secolo ormai obsoleta e il concetto di stato sovranazionale (recentemente piuttosto impopolare) non è nemmeno menzionato come parte della storia. Molti concetti sono incerti e indefiniti. Un esempio significativo è quello che Zuck chiama «our values». Si tratta dei valori espressi nei Community Standards che ogni utente di Facebook dichiara di accettare, in una sorta di contratto sociale (il più delle volte inconsapevole)? Naturalmente, molti degli incidenti di percorso non vengono menzionati, come le notevoli carenze che Facebook sta affrontando per far effettivamente rispettare i propri Community Standards, come hanno mostrato recenti indagini (esempi qui e qui). Ovviamente, Zuck propone una visione neutrale – se non del tutto positiva – della tecnologia.

Ma ciò che è ancora più difficile da capire è chi sta parlando in questo post. Il testo è prevalentemente organizzato nella prima persona plurale: «noi» appare 169 volte, «nostro» e termini derivati 113 volte. Ma il modo in cui viene impiegata la prima persona plurale può essere ingannevole:

On our journey to connect the world, we often discuss products we’re building and updates on our business. Today I want to focus on the most important question of all: are we building the world we all want?

History is the story of how we’ve learned to come together in ever greater numbers — from tribes to cities to nations. At each step, we built social infrastructure like communities, media and governments to empower us to achieve things we couldn’t on our own.

In questo passaggio «noi», «nostri» e simili sono impiegati per fare riferimento sia all’umanità in generale, sia alla grande comunità di utenti di Facebook sia al piccolo gruppo del team di Facebook («we at Facebook»). Lo stesso pronome si riferisce a miliardi, milioni, e a un piccolo gruppo di persone. Questo dispositivo retorico dà l’impressione di una sovrapposizione dei diversi strati e, di conseguenza, di una sovrapposizione della voce di Zuck con la voce dell’utente/lettore. È molto difficile non essere d’accordo con ciò che la sua babyface sta sostenendo: quello che dice è quasi identico a quello che noi diciamo. Questa linea sottile attraversa tutto il post. Il testo è infatti progettato per nascondere il ruolo del «we at Facebook» all’interno del «noi» della comunità.

Con questo arriviamo ad una delle questioni fondamentali di questo testo. La forza che sta dietro a tutti i passaggi di questa peculiare filosofia della storia è il ruolo guida del «we at Facebook», se non di Zuck stesso, nel foggiare lo sviluppo della comunità globale. C’è un tentativo intenzionale di nascondere questo ruolo, presentandolo come risultato naturale della volontà di ogni utente di Facebook. In altre parole, questo testo vuole nascondere il ruolo di mediazione del social network stesso. Ma quello che impariamo sotto la superficie è che la disintermediazione non esiste. La mediazione viene soltanto dissimulata o spostata.

 

Facebook e accountability

Questo succede, da un lato, perché Facebook sta cercando di soprassedere sul fatto che ci sono ancora molti problemi con le nuove industrie high-tech globali. Il primo esempio è il gigantesco problema fiscale: Facebook e altri giganti high-tech sono maestri nell’arte dell’elusione fiscale. Inoltre, i fornitori di informazioni come Facebook e Alphabet (Google) stanno facendo profitti sempre più facili dopo l’avvento degli smartphone. A differenza di alcuni anni fa, ora molte informazioni che queste aziende raccolgono non devono essere cercate. Vengono generate e fornite automaticamente dall’utente. Facebook e Google sono come geografi con mappe che si disegnano da sole, o che almeno si riempiono da sole di informazioni. Ma queste mappe non vengono vendute gratuitamente. E molte informazioni che queste aziende controllano possono essere estremamente redditizie. Ad esempio, è possibile costruire modelli psicometrici della nostra personalità a partire da pochi dei nostri like e dedurne stime accurate del nostro colore della pelle, della nostra intelligenza, del nostro orientamento sessuale, dei nostri atteggiamenti e preferenze politiche. Si è addirittura sostenuto che tali modelli hanno svolto un ruolo chiave nel portare Trump alla Casa Bianca. Da qui, il passo è abbastanza breve per immaginare di costruire una classifica globale degli utenti: dal grado A al grado Z. Si spiegano in questa ottica i rumors riguardo a un grande interesse da parte di Facebook nel piano del governo cinese di progettare una classifica globale dei propri cittadini, in modo da assegnare risorse in modo più efficiente e da tenere sotto controllo gli individui potenzialmente pericolosi, negando loro l’accesso a determinati servizi e diritti.

Questo ci porta al punto centrale: il punto del potere e dell’accountability. È evidente che, nonostante la sua innocente babyface Zuck è in una posizione straordinaria. Egli possiede una rete di enorme potenza, che raccoglie in media dati, relazioni, memorie ed emozioni di oltre 1,86 miliardi di persone al mese. In realtà, Pandora deve molto a Facebook. Probabilmente avete raggiunto questo articolo da un link di Facebook. Gli eventi organizzati da Pandora sono generalmente pubblicizzati su Facebook. Organizziamo le nostre riunioni editoriali e coordiniamo molte delle nostre attività attraverso Facebook. Detto questo, ciò che costituisce veramente la forza del nostro progetto sono le persone reali, le idee e gli incontri reali che danno sostanza al nostro spazio web e cartaceo: Facebook rimane un mezzo (un “media”) per noi. Ma la questione resta sullo sfondo: dovremmo augurarci o meno che Zuck considererà le nostre pagine e contenuti come «significativi» per lo sviluppo di «supportive communities»? Dovremmo accettare di non avere alcuna voce in capitolo sul modo in cui una decisione del genere potrebbe essere presa?

Più in generale, dovremmo accettare la totale assenza di accountability di queste nuove organizzazioni sempre più potenti? È giusto che il proprietario di una macchina straordinaria come Facebook non sia responsabile nei confronti della comunità degli utenti se non attraverso la sua sola buona volontà? Zuck ha ragione dicendo che la tecnologia sta aprendo opportunità senza precedenti e spettacolari, ma queste dovrebbero essere rappresentate in tutte le loro dimensioni contrastanti. Se questo accadesse potremmo gradualmente renderci conto del potere che queste organizzazioni svolgono nella nostra vita quotidiana, potremmo chiederci come queste organizzazioni stanno facendo i loro profitti e chiederci se siamo d’accordo con tutto questo. Riflettere su questi temi e calarli nel loro più vasto contesto potrebbe sviluppare una crescente politicizzazione della tecnologia. La tecnologia sta rendendo possibile la creazione di comunità globali e ciò apre nuove e inesplorate possibilità. Il percorso lungo la formazione di stati moderni è stato quasi sempre contraddittorio, conflittuale e violento. E il più delle volte sono stati i cittadini comuni a pagare le conseguenze di questi processi, perché non sapevano.[1] Personalmente preferirei evitare di «balzare» in una nuova era di ignoranti ingannati.

Concludendo, la filosofia della storia è fatta dai vincitori: da persone e organizzazioni che si sentono in posizione di sapere e, in alcuni casi, di controllare, i meccanismi della storia. Nel suo post, Zuck colloca Facebook in una posizione molto vicina a quella dello stato moderno hegeliano: i social network (e Facebook più di tutti gli altri) sono il risultato finale del progresso storico dell’umanità. È difficile dire se lui creda veramente queste cose o meno, dietro tutti quei livelli di intermediazione con cui sta cercando di mascherarsi. Quello che mostra questo testo è che a Facebook si sentono abbastanza tranquilli nel presentarsi come una delle frontiere dello sviluppo umano. Ma al tempo stesso il fatto che Facebook avverta il bisogno di pubblicare un testo in cui si presenta il proprio programma per i prossimi step è un segno interessante. È impossibile sapere se ciò riflette la percezione di un atteggiamento già mutato degli utenti verso la tecnologia (e di conseguenza la necessità di affrontarlo) o semplicemente la buona volontà dei vertici.

Certamente, considerare la tecnologia come un tema problematico e ricco di tensioni e ripensare la narrazione della glabra babyface all’interno di una complessa rete di potenza, mancanza di accountability e dissimulato ruolo di mediazione può essere un modo per suscitare qualche dubbio. In poche parole, non dobbiamo dimenticare che lo sguardo di chi si mette a scrivere una filosofia della storia dovrebbe essere più simile a questo:

Hegel portrait by Schlesinger 1831


Note
[1] Tilly, C., et al. (1975), The formation of national states in Western Europe, Princeton: Princeton University Press, p. 24.
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