Suicidio o illusione infranta? Le disavventure dell’Europa e l’avvenire dell’internazionalismo*
di Valerio Romitelli
Che l’Europa si sia votata al suicidio è tema ricorrente in più saggi[1]. Ovvia condizione preliminare di ogni suicidio è però che a farlo sia qualcuno di effettivamente vivente. Mentre è proprio questo che qui mi preme contestare. Più che euroscettico potrei infatti venire classificato come eurocinico. Tra i cinici più noti non vi era infatti quel tal Diogene che andava in giro a cercare “l’uomo” rifiutando chiunque si presentasse come tale? Ebbene, se la comparazione è ammessa, a me viene da dubitare di chiunque si presenti come europeista! Mia convinzione è infatti che l’Europa politica, quella fatta da 27 Stati, l’Ue insomma, altro non sia che un’illusione. Un’illusione che come ogni illusione duratura ha effetti del tutto reali, ma non conformi alle intenzioni che la legittimano.
Il punto è, detto brutalmente, che la prima ad essere antieuropeista a me pare sia la stessa Europa, quale si è venuta edificando dal secondo dopoguerra: un’Europa dunque contraria, opposta, antagonista a ciò che è l’Europa in senso geografico. Certo va da sé che geopolitica e geografia non sempre coincidano, ma il caso in cui l’una sia incompatibile con l’altra rappresenta un vero paradosso. Ed è proprio questo il paradosso dell’Europa quale la abitiamo dai primi anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Il guaio è che ci siamo talmente abituati a questo paradosso che oramai non ce ne rendiamo più neanche conto. L’illusione dentro cui così viviamo consiste nel ritenere Europa solo meno di 2/3 del “vecchio continente”, mentre il suo restante territorio corrispondente a più di 1/3 lo trattiamo come uno spazio non solo estraneo, ma addirittura ostile. Per molti abitanti della prima porzione d’Europa ovviamente non è così, ma nessuna protesta pare riuscire a convincere la maggioranza dei governi di questa porzione a desistere dalla loro sempre più forsennata russofobia. Sì perché oramai lo si sarà capito che ciò di cui sto parlando altro non è se non il fatto che quasi mezza Europa è Russia e che allo stesso tempo l’altra metà abbondante è obbligata a considerare questo fatto un inconveniente contro cui lottare. Fino anche a morte, fino anche armi in pugno!
Chi giustifica questo atteggiamento tanto illusorio quanto cieco ne fa risalire l’occasione scatenante al febbraio 2022 e all’invasione Russia dell’Ucraina.
Il ben noto argomento teso a convalidare questa versione dei fatti consiste nel sostenere che con tale invasione Putin si sarebbe convinto di rilanciare il sogno zarista, per arrivare ad estendere il suo dominio dispotico il più possibile verso occidente, preferibilmente fino a… Lisbona! Come se i quasi 18 milioni di km2 del suo attuale territorio non bastassero e come se in rapporto a ciò i neanche 150 milioni di abitanti non fossero già enormemente scarsi.
Senza discuterne oltre, qui mi pare più opportuno cercare altrove la ragione della russofobia ammorbante l’Ue. Dove? Diciamolo con formula secca: tra i paesi che le hanno dato la lingua – una lingua, si badi, che non appartiene a nessuna di quelle parlate nelle 27 nazioni che compongono questa Unione. Ma che è propria della sfera anglofona. Ora certo sta di fatto che l’inglese nella seconda metà del secolo scorso sia diventata quel che il latino era ai tempi dell’impero romano con tutte le conseguenze del caso. Dunque è del tutto comprensibile che sia stata adottata ufficialmente anche dall’Ue, senza togliere che ciò attesta una sottomissione culturale di tutti i paesi che la compongono a paesi che non ne fanno parte.
La buona domanda diventa allora: perché mai prima l’impero inglese, poi quello americano e alla fin fine quel tanto che resta del primo e ancora sopravvive del secondo avrebbero più o meno da sempre voluto un’Europa antieuropea, contraria alla sua stessa enorme parte russa? La risposta è fin troppo risaputa: sta nella congenita paranoia di Stati Uniti e Regno unito di ritrovarsi sperdute isole in mezzo ai mari qualora Europa e Russia o ancor peggio Europa e Asia si avvicinassero politicamente in modo stabile. Ecco dunque che la russofobia si rivela come virus inoculato nel vecchio continente da governi inglesi e americani per mantenerne una parte di questo continente politicamente separata dall’altra.
Vecchie storie oramai superate?
No di certo, come vedremo meglio tra poco, ma prima di tutto ricordiamo un fatto clamoroso, che può essere considerato un antecedente significativo dei recenti sabotaggi del 23 settembre 2022 ai gasdotti sottomarini Nord Stream. Si tratta dei bombardamenti in contrasto con le risoluzione dell’Onu ma ciò nonostante autoproclamatisi “umanitari” attuati dalla Nato contro la Serbia tra il marzo e il giugno 1999 (cui la stessa Italia con il governo D’Alema e il ministro della difesa Mattarella prese parte). L’attenzione qui deve riguardare anzitutto le date. Il 1 gennaio dello stesso gennaio 1999 l’Euro era infatti stata adottato e la Federazione Russa vi aveva già dimostrato interesse come possibile alternativa al dollaro per svariati motivi, ma appunto con la guerra alla Serbia questa possibile apertura dell’Europa verso l’est si trovò subito bloccata sul nascere. Come disse una battuta del tempo “l’Euro era già Nato!” .
Ma risaliamo ai primi vagiti della stessa Europa nei primi anni del secondo dopoguerra. Quando si incomincia a parlarne? Certo anche della fine della guerra, nel 1941 a Ventotene, soprattutto tra Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi allora al confino, come si usa sempre ricordare in onore dell’oramai celeberrimo Manifesto da loro redatto. Ma con che ascolto? Con quali conseguenze reali? Che allora la guerra fosse ancora in pieno svolgimento rende questo documento niente più che una testimonianza di intenti solo retrospettivamente apprezzabili, comunque li si voglia valutare. Di ben altra portata reale è invece l’attività di Churchill per promuovere niente di meno che degli “Stati Uniti di Europa” a guerra finita. Ebbene quando iniziò tale attività? Giusto nel 1946 qualche mese dopo che lo stesso Churchill nel marzo di quell’anno aveva annunciato il calare della “cortina di ferro” tra le potenze vincenti, dando avvio a quella che si sarebbe chiamata la “guerra fredda” tra la sfera angloamericana e quella sovietica. Fu dunque per contenere l’allora inevitabile influenza di Mosca in Europa che Churchill nel settembre del 1946 a Zurigo non solo prefigurò la formazione degli Stati Uniti di Europa ma si proclamò anche a capo di un neonato “Comitato internazionale dei movimenti per l’Unione Europea”. Il passo successivo verso l’unificazione anglofona della parte occidentale dell’Europa fu poi la costituzione del Consiglio Europeo (per la difesa dei diritti umani, lo Stato di diritto, la democrazia e così via) che avvenne non a caso a Londra. Ma fatto ancora più degno di nota è che avvenne solo un mese dopo la fondazione della Nato, dell’aprile ’49.
Un legame, questo, tra Alleanza atlantica e istituzioni europee che è tutt’oggi plasticamente evidente se si misura la distanza di pochi Km tra la sede della prima e la sede delle seconde a Bruxelles. Quanto Nato ed Ue siano tra loro in simbiosi è oggi dimostrato ulteriormente dal loro contemporaneo vacillare: per volere della Casa Bianca la primo e la seconda per gli scarsi consensi con cui deve fare i conti la maggioranza dei suoi governi.
La storia del vecchio continente è una storia di potenze coloniali e imperialiste che si sono succedute nel dominare il mondo, ricorrendo – lo si sa- anche ai metodi più abominevoli. Ed è stato solo dopo essere state sconfitte, a causa di due guerre mondiali da loro stesse innescate, che hanno accettato di unirsi tra i vicini, come in un condominio di reduci provati dalle troppe battaglie. Resta che non sono riuscite a concepire altri modi di farlo se non in stile imperiale, eminentemente verticistico, gerarchico e accentrato. Per questo si sono ridotte ad accettare il diktat anglosassone di restare un’Europa monca, eterodiretta, incapace di decidere un proprio destino. C’è un personaggio che esemplifica bene questa realtà.
Si chiama Walter Hallstein. Chi era costui? Eminente giurista tedesco, nel 1939 lo si trova a Roma a capo della delegazione nazista per discutere assieme ai fascisti della futura spartizione dell’Europa. Solo poco più di una decina di anni dopo, nel 1952, torna a essere sempre a capo di una delegazione tedesca, ma questa volta per discutere della prima istituzione europea del dopoguerra: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Paesi promotori: Italia, Francia, Germania dell’ovest, Belgio, Lussemburgo, Paesi bassi). I suoi meriti come progettista giuridico di un rinnovamento europeo gli sono evidentemente valsi non solo un rapidissimo perdono delle sue colpe come autorevole funzionario di Hitler, ma anche una folgorante carriera nella edificazione post-bellica dell’Europa auspicata da Churchill. Una conversione questa che si sa è stata comune a non pochi nazisti anche “di spicco” scampati ai processi di Norimberga. Nel caso di Hellstein, a fargli voltare gabbana in modo così convinto gli sono valsi forse i due anni di prigionia in Mississippi dove è stato destinato dopo essere stato catturato in Europa in quanto ufficiale della Wehrmacht. Sta di fatto che dal 1958 al 1967 sarà il primo presidente della Commissione Europea, cui si dovranno non pochi tratti dell’impostazione politica e giuridica poi seguita da questa istituzione. Tra di essi quella che si chiamerà proprio la “dottrina Hallstein” e che prevedeva la preclusione di qualsiasi rapporto con la Germania dell’Est – divieto poi decaduto solo nel 1975 cogli accordi di Helsinki e il riconoscimento reciproco delle due Germanie.
Morale della favola? Un punto, almeno, che qui più interessa e che questa vicenda biografica testimonia chiaramente: l’innegabile e sia pur relativa continuità tra la visione nazista e la visione post-bellica dell’Ue. Una continuità basata sull’ipotesi di imporre un’identità a un tempo sovranazionale e russofobica al vecchio continente. Certo non è trascurabile il fatto che l’Europa secondo il disegno nazista avrebbe dovuto sottostare al proprio regime totalitario, mentre l’Europa dell’ovest oggi convertitasi in Ue si è fin dal suo nascere costituita di regimi democratici. Resta che le procedure di formazione di entrambi questi due diversi modelli di Europa sono stati previsti e realizzati non solo dall’alto e in senso univoco, ma anche dall’esterno della diverse realtà sociali e nazionali, oltre che ben più repentinamente e diversamente da come sono storicamente avvenute ad esempio le formazioni degli stessi Stati Uniti e Regno Unito. Quante vicissitudini, conflitti e compromessi tra parti anche radicalmente avverse ci sono voluti nel corso di più secoli perché queste due entità statali prendessero corpo? E come mai invece pur mantenendoli come modelli di democrazia liberale si è preteso di dar vita a un’Europa unita nel giro di pochi anni e tramite ristrette misure legali e monetarie? Se dunque si ammette che tutto questo processo si è sempre mantenuto sotto l’egida delle due potenze anglofone vincenti la seconda guerra mondiale si può concludere che ciò abbia corrisposto alle loro strategie di come unificare il vecchio continente: rinverdendo le sue più arcaiche tradizioni politiche accentrate e autoritarie, in fondo di tipo monarchico e imperiale, ma senza lasciare che nessun paese europeo se ne mettesse veramente al comando. Non a caso il cuore dell’Europa post-bellica è stato rappresentato proprio da quella Germania, che è stato il paese più umiliato e disfatto dalla sconfitta del ’45.
Che oggi il suo governo dimostri tanto impegno nel riarmo non promette certo bene. Se nel prossimo futuro fosse proprio la Germania a succedere agli Stati Uniti nel primeggiare in Europa non ci sarebbe certo da rallegrarsene. Non resta allora che rifugiarsi nella prospettiva sovranista della difesa degli interessi nazionali? Ma se è vero che le trame intessute dalla finanza globale sono economicamente onnipresenti, come farebbe una qualsivoglia nazione a vantare dei propri ben distinti “interessi”? Dove si poterebbe mai trovare una schiera di funzionari statali così puri e ligi alla loro missione da astenersi da ogni corruzione e opporsi impavidamente agli esorbitanti superpoteri nomadi che oggi imperversano ovunque? Per gli apici del capitalismo globale oggi non c’è patria se non negli imperi multinazionali: anzitutto, quello americano declinante, quello cinese ascendente, con tutti i relativi satelliti. Gli “interessi nazionali” che renderebbero possibili entità come le “borghesie nazionali” non sono che astrazioni obsolete. Questa categoria di “borghesia nazionale” è stata pertinente finché e laddove si poteva supporre esistessero dei pezzi del mondo così tanto “sottosviluppati” da non essere ancora irretiti nelle maglie della concorrenza planetaria. Ammesso e non concesso che esistano ancora territori simili certo questi non si trovano in Europa così come non vi si trova alcuna “borghesia” nazionale degna di questo nome.
E allora? Allora, né l’una, né l’altra. Né correre dietro alla nazione e ai suoi supposti “interessi” supponendo di doverne riscattare il tradimento a opera di un’Europa “che non c’è”, ma neanche tentare di aggrapparsi all’Europa “come dovrebbe essere”, pur di non cedere alle tentazioni sovraniste. Momento sarebbe più che mai giunto di ripensare e riattivare come merita la prospettiva dell’internazionalismo. Il problema è che tocca farlo nella sua formulazione più essenziale e radicale. Sì perché, a differenza di altri tempi, attualmente non c’è patria del socialismo o del comunismo a fare da stella polare nella ricerca di una maggior giustizia terrena. Per chi si ostina a desiderarla non è forse mai stato così vero che “unica patria” non può che essere il “mondo intero”! Altro problema è che con la sovrastante crisi del diritto, anzitutto quello internazionale, ma a maggior ragione anche di quello interno a ogni paese, si assiste a uno strano fenomeno. Quello per cui laddove la giustizia pare affermarsi nelle relazioni tra Stati, all’interno dello stesso Stato protagonista di quest’affermazione pare invece regnare più che mai l’ingiustizia. Esempio di ciò lo dà l’Iran, che da un canto costituisce la realtà più attiva nell’opporsi concretamente, anche per tramite delle milizie sue alleate, all’atroce e inammissibile pulizia etnica in atto contro i palestinesi, ma che, d’altro canto, è anche un paese dove pare non si risparmino iniquità per tanti, troppi suoi stessi abitanti. Un paradosso quasi inestricabile dunque, che si aggiunge a tanti altri paradossi simili disseminati come mai nel mondo contemporaneo. Ma ecco allora che, anziché tentare di destreggiarsi tra le difficoltà che così si pongono all’affermazione di una giustizia all’altezza del nostro tempo, un pensiero internazionalista le potrebbe assumere come suo stesso terreno di analisi e sperimentazione.












































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