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sbilanciamoci

Stati Uniti, la crisi è epocale

di Bruno Cartosio

Le comunità nere si sono ribellate spesso, dagli anni Sessanta fino a tutto il nuovo millennio, fino a ora. Ma questa volta è diverso, la sollevazione non è mai stata così generale, così duratura, così politicamente forte e propositiva

foto black lives matter milano09 1170x600 1Contingenze e persistenze. Tra le prime, la peggiore delle pandemie, in coincidenza con la peggiore amministrazione presidenziale delle ultime generazioni. Tra le seconde, mezzo secolo di economia politica poco meno che criminale e di dominio da parte di un piccolo ceto di plutocrati. Al fondo, una crisi sociale, in cui la continuità plurisecolare del razzismo contro gli afroamericani ha fatto corto circuito con i processi pluridecennali della sottrazione di reddito, servizi, dignità a danno degli strati medio-bassi e poveri della popolazione. I fatti delle cronache di queste ultime settimane negli Stati Uniti sono stati ambivalenti: terribili per i reiterati omicidi polizieschi di cittadini afroamericani e straordinari per l’immediatezza della risposta nera e le grandi manifestazioni di solidarietà interrazziale, intergenerazionale, intersezionale (e internazionale) che l’hanno accompagnata finora. Il movimento afroamericano è diventato una sollevazione generale contro il razzismo, l’ingiustizia sociale, Trump. Sottraiamo dunque la cronaca dalle considerazioni che seguono per cercare di fornire qualche elemento che ne spieghi le radici e le ragioni. 

Supponiamo di prendere l’ormai famoso, apodittico giudizio espresso una decina d’anni fa dal finanziere Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo: la mia classe ha fatto la lotta di classe e l’ha vinta. Le pezze d’appoggio sono tutte implicite. Nella lingua del vincitore sono date per acquisite, note, tanto evidenti da rendere indiscutibile quel giudizio. Anche gli sconfitti potrebbero essere altrettanto sintetici. Le prove materiali della sconfitta operaia al termine di un secolo di lotta di classe sono altrettanto note, sono le stesse. Sono sotto gli occhi di tutti, stanno nella distruzione delle grandi città industriali cresciute con la seconda rivoluzione industriale, nella disgregazione delle comunità di lavoratori che le hanno abitate e rese grandi, nell’approfondimento drammatico delle disuguaglianze sociali.

Ancora per un attimo: in un immaginario confronto a due, il Lavoratore e il Capitalista arriverebbero a conclusioni politiche diametralmente opposte: dispongono e usano ognuno dei due gli stessi dati statistici/quantitativi, economici e sociali, ma mentre all’uno va bene avere vinto la guerra di classe, all’altro va male averla persa. Non è un esempio campato per aria. Le ricerche storiche ed economico-politiche di Kevin Phillips sono servite sia allo stesso storico per mostrare da dove viene il male delle grandi e crescenti disuguaglianze sociali, sia agli analisti di Citigroup per mostrare ai loro clienti privilegiati quali siano le dinamiche da cui proviene il bene del loro arricchimento sfrenato.

Non è solo una questione di cifre, come piace agli economisti-economisti. Capitalismo e democrazia. Il passaggio dal “capitalismo sociale” del lungo secondo dopoguerra al “capitalismo neoliberista” degli ultimi cinquant’anni è stato una svolta decisiva nell’economia politica statunitense e poi mondiale. Il liberal Colin Crouch ha scritto di post-democrazia; Wolfgang Streeck parla invece di “de-democratizzazione del capitalismo”. Le diversità tra vincere e perdere hanno a che fare con il grado di comando del grande capitale, con il grado di giustizia sociale e di risposte ai bisogni delle persone. Queste ultime dipendono in gran parte dal funzionamento dei sistemi amministrativo ed economico-politico e dalle culture dominanti, formali e informali.

Trent’anni fa lo stesso Phillips scriveva, argomentando, che la democrazia negli Stati Uniti era diventata plutocrazia. Non erano molti, allora, gli studiosi che mettevano in evidenza quella trasformazione. Prima di lui, il pericolo incombente era già stata segnalato in linea di principio da un giurista come Louis Brandeis: “Possiamo avere la democrazia, o possiamo avere la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe”. Dagli scorsi anni Novanta in poi formulazioni secche sono venute anche da altri liberal, politologi come Robert Dahl (“Un’economia capitalistica di mercato limita seriamente l’uguaglianza politica: cittadini che sono disuguali economicamente è improbabile che siano uguali politicamente”, 1998) e da economisti come Joseph Stiglitz (“La disuguaglianza economica determina una disuguaglianza politica”, 2017). E’ con questo discrimine che abbiamo a che fare.

La tesi dell’evoluzione plutocratica trova conferma nell’analisi della struttura oligopolistica del potere economico-finanziario e nel controllo oligopolistico dell’informazione-intrattenimento. La giustificano anche la prolungata passività politica dei comuni cittadini e la “lontananza” da loro della politica istituzionale. (Alla fase attuale, che invece è un’esplosione di partecipazione democratica, arriviamo tra poco.) Tanti cittadini rinunciano alla partecipazione politica perché privilegi e corruzione truccano la partita, scrive Robert Reich. “Ma se rinunci alla politica”, aggiunge, “rinunci alla democrazia, e se rinunci alla democrazia è come se dicessi ai potentati del denaro…’prendetevi tutto’…A quel punto è finita. Siamo una plutocrazia al 100 per cento”. Reich e mille altri sanno bene che l’allontanamento delle persone dalla politica e dal voto è stato ed è un obiettivo perseguito dai ceti dominanti. Altrimenti come mai nelle elezioni comunali voterebbe un’infima minoranza, in quelle congressuali meno del 40 per cento e nelle presidenziali meno del 60 per cento (le percentuali un po’ più alte del solito nelle presidenziali del 2016 e nelle congressuali del 2018 sono state eccezioni).

E se si considera che chi vota di più sono i benestanti e ricchi, si capisce sia perché il Congresso non legiferi a favore delle classi subalterne (dalla tassazione alla difesa del lavoro, al welfare…), sia perché gli stessi “rappresentanti del popolo” appartengano alla stessa classe di chi li vota (sesso maschile e razza bianca inclusi). Se non fosse così, come potrebbe un candidato al Congresso spendere milioni (suoi e della sua cerchia di finanziatori) per la propria campagna elettorale, e come mai la maggioranza di Rappresentanti e Senatori è costituita di milionari? E vorrà dire qualcosa se i lobbisti attivi a Washington per conto del grande capitale sono oggi quasi 10.000 (18 di loro per ogni membro del Congresso) e nel loro insieme spendono circa 3 miliardi di dollari all’anno per “influenzare” i comportamenti degli eletti dal popolo.

Nei trent’anni tra il 1977 e il 2007 l’1 per cento più ricco della popolazione, da solo, si è preso quasi il 60 per cento della crescita del reddito nazionale e il 10 per cento di vertice se la è presa quasi del tutto, lasciandone lo 0,5 per cento al restante 90 per cento della popolazione. La Grande recessione iniziò a cavallo tra 2007 e 2008 e durò – negli Stati Uniti – per un paio d’anni. Nel 2011, Michael Cembalest, della J.P. Morgan, scriveva in un rapporto riservato ai propri investitori: “I margini di profitto hanno raggiunto livelli che non si vedevano da decenni… Sono le riduzioni dei salari e delle prestazioni sociali che spiegano la maggior parte dell’incremento degli utili”. E aggiungeva che la tendenza alla riduzione era in atto da tempo, “la retribuzione dei lavoratori americani si colloca al punto più basso da cinquant’anni a questa parte”. Grazie, dal loro punto di vista, alla deindustrializzazione, alla distruzione dei sindacali e alla precarizzazione del lavoro. Più vicino a noi: secondo l’Ufficio di statistiche del lavoro, la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori statunitensi è passata dal 63,3 per cento nel 2000 al 56,7 per cento nel 2016. Detta nel linguaggio giornalistico di Thomas Edsall, del New York Times, “La parte di torta che spetta al lavoro sono sempre le briciole”. Era il giugno del 2018; è inutile dire che oggi le briciole sono diminuite ancora.

La pandemia ha indotto un rallentamento generale dell’economia e la caduta dei consumi. Le chiusure di tante attività produttive “non necessarie” hanno avuto una ricaduta immediata e drammatica sull’occupazione. Secondo l’Ufficio del censimento tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47 per cento degli adulti maggiorenni – 118.530.000 su 249.171.000 – ha perso il reddito da lavoro. E tutte le fonti, inclusa la Fed, hanno confermato che le percentuali di disoccupazione e sottooccupazione degli afroamericani (delle donne più degli uomini), seguiti dagli ispanici, hanno subito un’impennata ulteriore negli ultimi mesi. Già prima i neri avevano tassi di occupazione più bassi (di 4-5 punti) e di povertà doppi rispetto a quelli dei bianchi (20,8 contro 8,1). Le cronache hanno anche evidenziato che gli afroamericani, anche in questo seguiti dagli ispanici, hanno subito contagi e decessi da Covid-19 in percentuali sproporzionatamente alte rispetto alla loro presenza (pari al 13 per cento) nel complesso della società.

Non è difficile figurarsi che cosa intendessero i ricercatori del Censimento quando scrivevano che gli americani “si sentono ansiosi o nervosi” per metà del loro tempo. I neri più di tutti. Ed è stato su un simile stato di cose che è caduto l’assassinio di George Floyd il 25 maggio a Minneapolis. Erano già successi gli altri omicidi di Ahmaud Arbery il 23 febbraio, in strada, per il puro odio razziale di un ex poliziotto, e di Breonna Taylor il 13 marzo, massacrata da poliziotti che avevano fatto irruzione in casa sua sparandole nel suo letto. Avevano entrambi suscitato un’ondata di indignazione, ma erano le fasi iniziali della pandemia; una minaccia ancora più grave, capillare e incomprensibile stava investendo la comunità nera.

Quando sono stati ammazzati George Floyd, Manuel Ellis (ucciso in marzo a Tacoma, ma di cui si è saputo solo ai primi di giugno) e infine Michael Thomas l’11 giugno ad Atlanta, le esasperazioni combinate della pandemia, della mancanza di lavoro e dell’estrema violenza poliziesca sono esplose. Gli episodi di brutalità delle polizie locali sono ricorrenti: sono un migliaio ogni anno e le vittime afroamericane sono 31 per milione, contro i 13 per milione dei bianchi. Le comunità nere si sono ribellate spesso, dagli anni Sessanta fino a tutto il nuovo millennio, fino a ora. Ma questa volta è diverso, la sollevazione non è mai stata così generale, così duratura, così politicamente forte e propositiva. Thomas Jefferson disse che una “piccola insurrezione” è necessaria, di tanto in tanto, per prevenire “la degenerazione del governo” e accendere “l’attenzione per la cosa pubblica”. La degenerazione di questo governo non è più prevenibile, ma l’attenzione alla necessità urgente di cambiare il “sistema” è stata sollevata. Si vedrà quanto piccola o grande sarà l’insurrezione.           

 

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Franco
Sunday, 28 June 2020 13:05
"Fare Politica" è un modo di relazionarsi che ha inventato la "Borghesia", è come il Lavoro, non è un fare neutro. Implica muoversi dentro le Categorie del Modo di vivere e produrre "Capitalistico". Fare politica, anche per la "sinistra" , significa manipolare , indirizzare tutto ai fini di un consenso verso gruppi ristretti che si ritengono gli interpreti privilegiati di certi accadimenti sociali. Bisognerebbe farla finita con una certa idea di sinistra che incosciamente abita ancora in coloro i quali pensano e credono di "criticare" lo stato di cose presenti. D'altronde Marx diceva che i pensieri dei subalterni sono quelli dei gruppi dominanti. E mi pare che su questo avesse totalmente ragione. Saluti
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Caddeo Sandro
Saturday, 27 June 2020 21:06
Ogni volta che leggo certi interventi, ed in modo particolare quelli che commentano gli stessi interventi, mi sento costretto anch’io ad intervenire. Il problema nostro non è quello di andare addosso a chi fa un articolo, ma di chi invece di discutere di problematiche terribilmente complesse, come se ciascuno di noi sapesse tutto, e quindi non entra nel merito reale di quello che sta accadendo da molti decenni nel mondo. Anche in Europa, sono accadute molte questioni importanti, e invece sembra quasi che non sia accaduto niente. Basterebbe, prendere i dati che tutti noi abbiamo a disposizione, per fare un’analisi reale del nostro Paese, dell’Europa, e soprattutto delle grandi potenze mondiali, in modo particolare la Cina, la Russia, e l’India, con altri Paesi che sono vicine a loro. Vorrei ricordare che gli Stati Uniti d’America nel 1950, subito dopo la seconda guerra mondiale, aveva un Pil rispetto a quello del mondo intero pari a circa il 50%. Credevo che questo dato fosse chiaro a tutti, nessuno escluso. Oggi gli Stati Uniti d’America si trovano in una situazione completamente diversa. Infatti la sua percentuale del Pil mondiale è scesa ormai al 25%. Non solo ma se dovessimo guardare ai Paesi che io chiamo ancora occidentali, possiamo anche comprendere che tra questi paesi, e quindi anche tutti i paesi europei, insieme anche agli Stati Uniti d’America, la percentuale del Pil mondiale non supera il 50%, anzi, dalle statistiche risulta addirittura che i Paesi non occidentali, tra alcuni anni ci supereranno. Fermo restando che il nostro mondo, quello che oggi abbiamo ancora a disposizione, è stato distrutto in un periodo brevissimo, storicamente parlando, ovvero come ho sempre detto, un tempo che storicamente è pari al sbattere delle ali di una farfalla. In questi 150 anni di storia del Capitalismo nato dalla rivoluzione industriale, abbiamo distrutto il nostro pianeta Terra in soli 150 anni, mentre in tutti i periodi precedenti, non si è praticamente fatto niente di simile. Oggi, dovremmo avere compreso che non possiamo continuare a fare quello che abbiamo fatto nei 150 anni precedenti. A me basterebbe fare un’analisi del nostro Paese, per comprendere come, dopo gli anni 60 e 70, quando la nostra generazione di allora, anche grazie alle nostre battaglie, ha trasformato i valori della nostra Costituzione antifascista, in leggi dello Stato, capaci di avere quei diritti scritti in quella carta, che si sono trasformate in Leggi. Dalle questioni del lavoro, alle questioni della riforma sanitaria, a quelle della scuola, a quelle che riguardano la famiglia, e tante altre questioni riguardanti la Sanità, con quella riforma che ha creato il servizio sanitario pubblico, che molti si sono dimenticati, ma che ha creato un punto di riferimento a livello internazionale, tanto che tutti ci invidiavano, altro che quello che accade in un Paese che non ha più il potere internazionale che aveva prima. Eppure dopo gli anni 80, sulla base della crisi determinata in modo particolare dalla crisi della Fiat, possiamo dire tranquillamente che da quei valori della Costituzione che avevamo trasformato in diritti fondamentali, dallo sviluppo precedente, abbiamo peggiorato continuamente le nostre condizioni di vita, sia per quanto riguarda i nostri diritti che avevamo conquistato, ma anche per quanto riguarda lo sviluppo del nostro Paese, non tanto sulla quantità di produzione, o di capacità di produrre sempre di più, ma dal punto di vista dell’uguaglianza sociale ed economica, tanto che dopo il 1974 abbiamo fermato lo sviluppo e abbiamo aumentato sempre di più le diseguaglianze sociali. Non solo, ma dopo il 2007-2008, a causa della grande crisi venuta dagli Stati Uniti d’America che ha inventato un sistema che Maurice Allais, economista Francese, aveva chiamato moneta prodotta dal nulla, tanto che quella moneta che non esisteva è stata esportata proprio dagli Stati Uniti d’America, portando quella crisi a livello mondiale. Da quel periodo siamo entrati in un tunnel, e ancora oggi, non riusciamo nemmeno a vedere la fine di quel tunnel, non riusciamo nemmeno a vedere la luce. Questo significa che quel processo di sviluppo è finito già dal 1974. Per quale motivo, dovremmo essere dubbiosi che, così come è accaduto da sempre nel passato, una società, quando nasce, non fa altro che crescere, svilupparsi fino al suo massimo, ma poi raggiunto il suo massimo non può fare altro che regredire, come accade anche a noi esseri umani che sappiamo che un giorno moriremo, ma non sappiamo quando. Noi siamo dagli anni 80 che abbiamo questo problema, una società incapace di svilupparsi, nonostante nel frattempo sia nata una rivoluzione tecnologica, che il capitalismo non vuole che prenda il suo posto. Ma che lo si voglia o no, questa società morente non può impedire di permettere la rivoluzione che si espanda in tutto il pianeta. Non possiamo mantenere una diseguaglianza sociale ed economica a questo livello, distruggendo nello stesso tempo, in tempi rapidi il nostro mondo che non è solo nostro, ma è anche delle prossime generazioni. E ancora oggi, nonostante tutto quello che è accaduto in questi ultimi 40 anni e più, ancora non lo abbiamo capito e stiamo ragionando non sulle questioni reali e nemmeno questioni filosofiche, ma su questioni di lana caprina.
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AlsOb
Saturday, 27 June 2020 13:14
Claudio, le osservazioni critiche di Michele C. sono puntuali nel cogliere nel segno: lo scritto del Cartosio è patetico e misleading per il suo provinciale propagandismo.
Tra parentesi la sottocultura negra americana, che continua a presentare persistenti forme di disadattamento, è quella che più è stata penalizzata dall'immigrazione clandestina o meno, perciò per molti versi avrebbero motivi per votare il nazionalista e antiimmigrazionista Trump.
Se poi il distratto autore andasse a vedere da quali distretti e partito provengono i più ricchi rappresentanti e lobbisti al Congresso potrebbe avere qualche sorpresa. Nella sostanza agevolare la sterile e aggressiva rivolta della sottocultura negra su base razzista fa comodo e per ragioni elettoralistiche e per ostacolare una effettiva presa di coscienza di classe.
Prima di ogni possibile trasformazione occorre comprendere la realtà e il capitalismo fittizio. Cosa ardua data la deriva neoliberista della sedicente sinistra.
Quanto a organizzare, a parte il fatto che sarebbe compito degli sfruttati americani pensarci, si è a anni luce da una possibilità realistica. Ma almeno le rappresentazioni dovrebbero essere scientifiche, non propagandismo a buon mercato.
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claudio
Saturday, 27 June 2020 12:30
“Tanti cittadini rinunciano alla partecipazione politica perché privilegi e corruzione truccano la partita, scrive Robert Reich”. “Ma se rinunci alla politica”, aggiunge, “rinunci alla democrazia, e se rinunci alla democrazia è come se dicessi ai potentati del denaro…’prendetevi tutto’…A quel punto è finita. Siamo una plutocrazia al 100 per cento”.
Quello che Reich, Stiglitz, ecc., non dicono, è che il trucco sta proprio nella cosiddetta democrazia, che è soltanto democrazia del potere costituito, ossia del potere economico/finanziario, che è poi anche quello politico/giudiziario/poliziesco, dei media, religioso, sportivo, dello spettacolo e così via. Fintanto che non ci organizziamo e lottiamo seriamente per superare il ‘trucco democratico’ continuerà a farla franca il razzismo, lo sfruttamento del lavoro salariato sempre più precario e tutto i resto.
A questo punto mi domando: perché i signori Michele Castaldo e compagnia non smettono di criticare le virgole di questo sistema e provano seriamente di organizzare il partito dell’enorme massa degli sfruttati, dei disoccupati, dei giovani sempre più precari e di tutte le altre classi subordinate al potere del grande capitale? E’ inutile porsi tutte quelle domande nei confronti dell’autore dello scritto, che insieme ai Reich, Stiglitz, ecc., costituisce la costola intellettuale del potere dominante. Diamoci una buona volta da fare a sviscerare la quint’essenza dei trucchi politico/sociali, chiamata equivocamente democrazia!
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Franco
Saturday, 27 June 2020 11:57
Il dominio di questo sistema sociale mondiale, che per comodità chiamiamo genericamente Capitalismo, è totale. Il dominio stesso si manifesta anche come collasso progressivo e a macchia di leopardo, ma sempre dominio rimane. Rivolte, sommosse o proteste saranno ovviamente presenti ma in quadro complessivo di collasso "controllato" a livello mondiale. Non ci saranno "rivoluzioni statali" territoriali. Ma un quadro complessivo di collasso barbarico. Paradossalmente solo gli Usa, come potenza continentale in "declino" ma dominante in competizione con la Cina, potranno , forse in futuro, configurare un nuovo possibile Mondo. Ma è solo una scommessa visionaria. Non dimentichiamo che gli Usa sono un crogiolo di popoli uniti da un unica lingua in un solo continente. Marx, riveduto e corretto, a "New York" ?. Buona Fortuna
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romke
Saturday, 27 June 2020 10:17
L'"epocalità" della crisi la vede solo il professore e i suoi simili, sostenitori della riforma della "democrazia" borghese. Tra tutti gli "inter" di cui si compiace di aprire l'articolo, ovviamente dimentica il carattere "inter"classista del movimento in USA e nel resto del mondo. Quella sommossa violenta, che nasce si dalle violente contraddizioni del capitalismo, non ha espresso (e non può esprimere) una proposta alternativa al vigente sistema, se non quello di riformarlo . Di conseguenza il solito tema del distacco della politica dalla realtà sociale, un problema che è solo di chi cerca voti per le prossime elezioni, in USA come altrove. E gabellare una sommossa per insurrezione, nello stile del professore avrebbe il risultato politico di portare voti a Biden tramite quella macchietta che è Sanders. Che epoca si dischiude !
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Michele Castaldo
Friday, 26 June 2020 17:53
Egregio professor Cartosio,
Le vorrei confessare un dubbio: non vorrei che tutta la questione del razzismo negli Usa facesse da piena debordante contro il liberismo trumpiano, come se Trump fosse arrivato da un'altro pianeta.
D'accordo che le elezioni sono organizzate in un certo modo, ma non dimentichiamo che abbiamo avuto un afroamericano come presidente grazie all'unità degli afroamericani con gli ispanici. Dunque se è stato poi eletto Trump ci dovremmo pur chiedere perché.
Ora proiettare tutto il movimento successivo all'uccisione di George Floyd all'elezione di un presidente democratico vorrebbe dire - a mio modestissimo parere - non aver compreso il punto di caduta di un modo di produzione che nella sua punta più alta comincia a scricchiolare proprio perché parti importanti anche del popolo bianco è ridotto in estrema povertà.
Domando: E se il movimento appena rifluito fosse il prologo di una ben più estesa rivolta sociale per l'aggravarsi della crisi per l'effetto della pandemia del Covid-19?
Ce l'auguriamo o pensiamo come David Harvey che è preferibile un consumismo trumpiano piuttosto che una rivolta e una rivoluzione? Perché la democrazia è un contenitore, di cosa lo riempiamo?
Michele Castaldo
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