Guerra commerciale USA-Cina: il vero ladro finalmente smascherato
di Rémy Herrera, Zhiming Long, Zhixuan Feng e Bangxi Li*
Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 1/2020, a cura di Stefano G. Azzarà, pp. 177-190, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0
Karl Marx ha sostenuto che il commercio intemazionale potrebbe espandersi nel senso indicato da David Ricardo, soprattutto se i paesi coinvolti consentissero un aumento della produzione a un costo inferiore. Tuttavia, Marx ha anche aggiunto che nonostante questo guadagno immediato lo scambio opera a scapito delle economie meno industrializzate e si rivela in realtà disuguale, cioè come una forma di esproprio, non appena si tiene conto delle quantità di lavoro e degli sforzi produttivi che entrnao nella merce scambiata1. È quanto accade se un paese meno sviluppato presenta una produttività del lavoro inferiore a quella dei suoi partner di commercio estero, con meno ore di lavoro incorporate nelle merci che importa rispetto alle ore incluse nelle proprie esportazioni. I rapporti tra quantità di lavoro richieste da esportazioni e importazioni (quelle che più avanti verranno chiamate “ragioni di scambio fattoriali”) sono in questo caso sfavorevoli al Paese meno avanzato, il quale viene sfruttato per quanto riguarda i rispettivi contributi di lavoro. Tuttavia, i marxisti dopo Marx, a partire dai teorici del sistema-mondo capitalistico, mostrerebbero che l’entità delle disuguaglianze tra i paesi coinvolti nello scambio può dipendere dal differenziale nella remunerazione del lavoro, inferiore alla periferia rispetto a quanto sia al centro pur con uguale produttività2. Rivelando così la natura ineguale o espropriativa dello scambio imperialistico, Marx ha quindi confutato l’idea di un commercio internazionale che porta a equalizzare o correggere gli effetti delle disuguaglianze e ha sottolineato piuttosto i meccanismi di dominio e sfruttamento che colpiscono le economie meno industrializzate e portano alla loro sottomissione nei confronti dei paesi capitalisti ricchi3.
E se Marx pensava che «la libertà dei commerci accelera la rivoluzione sociale» e ha scelto di «votare a favore del libero scambio», non ha mancato di insistere sul fatto che quest’ultimo aggrava le disuguaglianze tra i paesi, plasmando una divisione internazionale che funziona secondo con gli interessi dei capitalisti più potenti. Senza aderire al protezionismo, Marx ha perciò respinto radicalmente le conclusioni normative degli economisti tradizionali e dei sostenitori del libero scambio4.
Marx potrebbe aiutarci quindi, in questa prospettiva, a comprendere alcuni aspetti delle attuali relazioni USA-Cina?
1. L’evoluzione del commercio estero
L’ampio deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è stato il principale pretesto utilizzato da Washington per innescare, a partire dalla prima metà del 2018, quella che viene abitualmente chiamata una “guerra commerciale” contro Pechino. Al di là delle accuse di furto della proprietà intellettuale e altre cortesie, le ragioni invocate dall’amministrazione statunitense si riferiscono alla presunta concorrenza sleale della Cina. In questo quadro, si presume che la Cina accumuli da un lato i vantaggi di maggiori esportazioni attraverso bassi salari e una valuta nazionale sottovalutata e, dall’altro, quelli dovuti ad importazioni ostacolate da sussidi alle imprese nazionali e da pesanti vincoli normativi che impediscono l’accesso al suo mercato. Non fornisce il deficit bilaterale degli Stati Uniti una prova inconfutabile che Donald Trump ha ragione quando afferma che «i cinesi estirpano ogni anno centinaia di miliardi di dollari [dagli Stati Uniti] e li iniettano in Cina»5? I recenti mutamenti nella configurazione delle catene del valore che per molte attività hanno visto la Cina occupare progressivamente un posto strategico nelle reti di fornitura globalizzate tendono certamente a complicare l’analisi. Ma come si può negare l’evidenza che tutti questi dollari siano effettivamente trasferiti dal paese in deficit a quello in surplus?
Come sappiamo, dagli anni ‘80 (e anche ‘70) si sono osservati deficit commerciali bilaterali sempre più profondi a scapito degli Stati Uniti e a vantaggio della Cina. Esistono differenze per quanto riguarda l’importo esatto del disavanzo tra i dati statunitensi (Dipartimento del commercio degli Stati Uniti) e i dati cinesi (China Customs Administration): queste differenze di valutazione sono dovute, tra l’altro, alle riesportazioni da Hong Kong, ai costi di trasporto e alle spese di viaggio dei cittadini dei due paesi presi in considerazione.
Questo deterioramento è rallentato (temporaneamente, prima di accelerare di nuovo) solo in seguito all’impatto delle crisi che hanno scosso l’economia statunitense nel 2001 (lo scoppio della bolla della “new economy”) e nel 2008 (la cosiddetta crisi dei “subprime”, che si è riverberata in Cina a partire dal 2009 ma soprattutto dal 2012 in poi), ma anche dopo l’apprezzamento dello yuan (nel 2005 e nel 2011) e dopo la crisi finanziaria dell’estate 2015 sui mercati azionari cinesi. Degradato dapprima lentamente negli anni ‘90 e poi bruscamente negli anni 2000 e 2010, questo saldo bilaterale ha superato la soglia di 100,0 miliardi di dollari nel 2002, 200,0 miliardi nel 2005, poi 300,0 miliardi nel 2011, per raggiungere infine per i soli beni (servizi esclusi) il deficit record di 419,5 miliardi di dollari nel 2018. La Cina a questa data era ufficialmente diventata il primo partner commerciale degli Stati Uniti, per un totale di 659,8 miliardi di dollari: 120,0 miliardi in esportazioni e 539,5 in importazioni. Nel frattempo, il commercio di servizi ha registrato un surplus di 40,5 miliardi di dollari a favore degli Stati Uniti nel 2018.
È proprio nel 2018 che Washington ha lanciato la guerra commerciale contro la Cina. A gennaio sono state prese le prime misure, consistenti nell’aumentare drasticamente i dazi doganali a carico di alcuni prodotti (come le apparecchiature domestiche ei pannelli solari fotovoltaici). A marzo sono seguite ulteriori barriere alle importazioni (metallurgia, automobile, aeronautica, robotica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, apparecchiature mediche e altro). Ad aprile sono arrivate le sanzioni contro le aziende cinesi prese di mira dai divieti sull’uso di input di fabbricazione statunitense.
Entro giugno 2019, poiché gli aumenti delle tariffe hanno colpito nuovi settori, la Cina non era più il principale partner commerciale degli Stati Uniti, superata dai partner di questi ultimi nell’accordo di libero scambio nordamericano, Messico e Canada. Tuttavia, alla fine del 2019 il deficit commerciale si è notevolmente ridotto e si è attestato a -345,6 miliardi di dollari, al di sotto di quello della fine del secondo mandato del presidente Barack Obama, con uno spostamento visibile dai primi mesi del 2019.
Potrebbe darsi allora che Trump abbia ragione e sia sulla buona strada per vincere la sua battaglia commerciale? Gli economisti tradizionali affermano che il commercio tra gli Stati Uniti e la Cina è iniquo: ma è davvero così?
2. La misura dello scambio disuguale
Muovendo da determinate condizioni e ipotesi tecniche, è possibile calcolare i rispettivi valori di lavoro contenuti nei beni e servizi scambiati dagli Stati Uniti e dalla Cina nel loro commercio bilaterale6. È quanto abbiamo fatto utilizzando due metodi distinti7. Un primo metodo consiste nello stimare direttamente lo scambio ineguale come rapporto tra i contenuti di lavoro integrati negli scambi USA-Cina: la Cina esporta una quantità di ore di lavoro svolte dai lavoratori cinesi e in cambio importa un’altra quantità di ore dai lavoratori statunitensi, a cui si aggiunge il surplus della bilancia commerciale e cioè ore aggiuntive di questi stessi lavoratori statunitensi corrispondenti a questo saldo bilaterale. Dobbiamo anche valutare quante ore di lavoro equivalgano a un dollaro USA, sia negli Stati Uniti che in Cina. I nostri calcoli, eseguiti a prezzi correnti, devono poi convertire le valute utilizzando il tasso di cambio ufficiale.
I risultati che abbiamo ottenuto per gli ultimi quattro decenni (dal 1978 al 2018) evidenziano l’esistenza di uno scambio ineguale tra Stati Uniti e Cina a scapito di quest’ultima e a favore della prima. I rispettivi mutamenti nei contenuti di lavoro integrati nei beni scambiati sono stati molto diversi nei due paesi: per la Cina vediamo un forte aumento fino alla metà degli anni 2000, poi una brusca caduta e infine una stabilizzazione all’inizio degli anni 2010; per gli Stati Uniti assistiamo invece a un’evoluzione molto più moderata caratterizzata da aumenti costanti. Scopriamo poi che tra il 1978 e il 2018 un’ora di lavoro negli Stati Uniti è stata scambiata in media per quasi quaranta ore di lavoro cinese. Tuttavia, a partire dalla metà degli anni ‘90 — periodo di profonde riforme in Cina, soprattutto in materia fiscale e di bilancio — abbiamo osservato una diminuzione molto marcata degli scambi disuguali, senza che questi ultimi scomparissero completamente. Nel 2018, 6,4 ore di manodopera cinese erano ancora scambiate con 1,0 ora di manodopera statunitense. L’erosione di questo vantaggio commerciale degli Stati Uniti potrebbe quindi spiegare lo scoppio della guerra commerciale contro la Cina?
Adottiamo anche un secondo metodo per verificare questi risultati. Con il primo metodo è il confronto del tempo di lavoro medio necessario richiesto per produrre i beni scambiati che ci permette di valutare direttamente la disuguaglianza del commercio. Tuttavia, l’appropriazione della ricchezza prodotta tra i paesi può essere misurata rigorosamente solo attraverso il trasferimento bilaterale del “tempo di lavoro sociale necesario”, cioè dei “valori internazionali”. Questi ultimi possono essere stimati empiricamente, sebbene non sia facile calcolarli. Inoltre, con il metodo precedente era possibile calcolare solo il lavoro vivo incorporato direttamente nelle esportazioni, mentre il prodotto lordo include anche il lavoro materializzato nei mezzi di produzione mobilitati. Il nostro secondo metodo si basa su una nuova interpretazione della teoria del valore del lavoro, al fine di superare i limiti del primo metodo ed esaminare in maniera più precisa l’entità dello scambio disuguale8.
Il calcolo dello scambio diseguale è strettamente correlato all’applicazione dei metodi input-output, perché implica la misurazione dei flussi delle merci scambiate e dei valori nella divisione del lavoro tra paesi. Il valore che può essere misurato è in realtà l’ammontare dell’input di lavoro totale contenuto nella merce, che include l’ammontare del lavoro diretto e quello del lavoro “materializzato” (quest’ultimo risultante dal lavoro contenuto nelle merci dei processi di produzione intermedi). Per misurare questo valore si è pensato quindi di utilizzare la matrice input-output per ottenere gli input di lavoro. Tuttavia, mentre uno scambio ineguale implica il confronto dei prezzi, l’unità degli input di lavoro è il tempo. Pertanto, l’unità di tempo del valore deve essere convertita in un’unità monetaria, rispetto alla la quale lo schema di misurazione del valore basato su questa nuova interpretazione della teoria del valore del lavoro è una soluzione possibile. Una catena del valore globale è una forma di divisione integrata del lavoro, che implica una doppia dimensione (paesi x industrie). Per rappresentarlo, gli strumenti più adatti sono le tabelle input-output (MRIO) multiregionali. Qui utilizziamo queste tabelle dettagliate dei flussi delle merci, con misurazioni dei valori contenuti nella merce, per stimare i flussi di valore internazionali e infine, confrontando questi ultimi con i flussi di valuta, l’ammontare dello scambio disuguale.
In questo quadro alternativo valutiamo quindi le quantità di valori internazionali di nuova creazione nei diversi settori dei diversi paesi, utilizzando l’espressione del tasso di cambio a parità di potere d’acquisto per riflettere la quota del prodotto di un paese nella produzione mondiale e per ridurre l’impatto delle fluttuazioni del tasso di cambio reale. Calcoliamo quindi la differenza tra i valori internazionali appena creati da ogni settore economico di ogni paese e i prezzi sul mercato mondiale. In totale, grazie a una matrice del commercio mondiale costruita con tavole input-output internazionali, per ogni settore nei due paesi si ottengono i valori dei trasferimenti da o verso altre attività economiche registrate, trasferendo quindi di fatto i valori netti, cioè l’entità di scambio ineguale. Con i dati disponibili, i nostri calcoli potevano essere effettuati solo per gli anni tra il 1995 e il 2014 per cinquantacinque settori e quarantatré paesi, inclusi Stati Uniti e Cina. Se ci concentriamo su questi ultimi due paesi, i risultati che otteniamo con questo secondo metodo confermano quelli raccolti in precedenza mediante il primo: nel commercio USA- Cina nel periodo tra il 1995 e il 2014 c’è stata disuguaglianza. In totale, i trasferimenti di valori internazionali sono largamente avvenuti a beneficio degli Stati Uniti. Espressa in dollari correnti, alla fine del periodo questa “ridistribuzione” si avvicinava ai 100 miliardi di dollari, ovvero quasi lo 0,5% del valore aggiunto statunitense.
3. L’erosione del vantaggio degli Stati Uniti
nostri risultati mostrano che per gli Stati Uniti, in quanto potenza egemonica mondiale, è sempre più difficile mantenere il proprio vantaggio e restare in cima a questa competizione e, di conseguenza, sopportare tutte le implicazioni di quel libero scambio per il quale una volta definivano le regole a proprio vantaggio. La Cina è infatti riuscita a ridurre sensibilmente l’importanza di questo scambio ineguale e il suo svantaggio nel trasferimento di ricchezza è in progressiva diminuzione: la proporzione di questo trasferimento sfavorevole sul valore aggiunto cinese è scesa dal -3,7 per cento al -0,9 per cento tra il 1995 e il 2014. La Cina ha dovuto scambiare cinquanta ore di manodopera cinese con un’ora di lavoro statunitense nel 1995, ma solo sette nel 2014.
Le analisi settoriali che si possono trarre dall’applicazione del nostro secondo metodo di calcolo dello scambio ineguale sono a questo proposito molto significative. Sebbene quarantatré dei cinquantacinque settori di attività considerati dal nostro studio tra il 1995 e il 2014 (il 78 per cento di essi) evidenzino trasferimenti di valore diretti dalla Cina agli Stati Uniti (i più importanti sono il tessile, l’abbigliamento e la pelle, i mobili e altre forniture), altri dodici settori sono all’origine di trasferimenti di valori che vanno nella direzione opposta e cioè operano a scapito degli Stati Uniti. Queste ultime attività includono la produzione di computer, prodotti elettronici e ottici (con 6,9 miliardi di dollari trasferiti dagli Stati Uniti alla Cina nel 2014), agricoltura e allevamento, caccia e attività legate alla caccia (3,1 miliardi di dollari), la produzione di autoveicoli e servizi di rimorchi e semirimorchi (1,1 miliardi) e la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (422 milioni, ancora calcolati per il 2014).
Il primo di questi settori comprende uno dei principali assi dell’offensiva lanciata dall’amministrazione Trump tanto contro la Cina quanto contro le gigantesche imprese transnazionali statunitensi del “globalismo”, in particolare quelle che operano nelle nuove tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, alle quali contesta di essersi trasferite in Cina e che sostriene di vole riportare negli Stati Uniti. Trump viene spesso liquidato come un folle, ma è in realtà il prodotto e il rappresentante più eminente di una delle frazioni dell’alta finanza che attualmente dominano l’economia degli Stati Uniti: la fazione “continentalista”, opposta alla fazione “globalista”9. Il secondo settore, quello dell’industria automobilistica, è uno dei pilastri dell’economia statunitense ma è stato gravemente scosso (e abbondantemente salvato) dopo la crisi del 2007-2009. Il terzo settore, l’agricoltura e l’allevamento, è quello che ha subito alcune delle più dure ritorsioni da parte della Cina sotto forma di tasse doganali imposte sui prodotti agricoli importati dagli Stati Uniti (in particolare dagli Stati che sono grandi produttori di beni agricoli nonché grandi sostenitori di Trump alle elezioni presidenziali, come il Kansas, per esempio): restrizioni che hanno aggravato lo svantaggio degli Stati Uniti. Il quarto settore economico menzionato tra i più deboli degli Stati Uniti è la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici, la cui importanza strategica vitale è stata recentemente e dolorosamente rivelata dalla pandemia di COVID-19. In queste condizioni, ci si può chiedere se l’avvio di una guerra commerciale non costituisca anche un tentativo da parte degli Stati Uniti di limitare l’assorbimento da parte della Cina dei valori estratti da questi settori fondamentali.
4. Sfidare l’egemonia globale
Al di là delle invettive dei forum politici e del belletto dei negoziati diplomatici, le questioni economiche che ci investono sono qui complesse. Una pluralità di fattori che si sovrappongono spiega la tendenza al ribasso osservata nell’ammontare degli scambi di lavoro inclusi nel commercio bilaterale. Alcuni dei più influenti, tra gli altri, sono senza dubbio le fluttuazioni dei tassi di cambio e le rispettive dinamiche della produttività, che riflettono in particolare i cambiamenti nella produzione e il divario tecnologico tra i due paesi.
L’aumento esponenziale delle esportazioni cinesi negli ultimi trent’anni è stato ottenuto sulla base di un’industrializzazione riuscita — ma lunga e difficile — e di un controllo rigoroso dell’apertura del Paese al sistema mondiale, integrati nel quadro di una “strategia di sviluppo” a sua volta rigorosamente controllata10. Per questa ragione il contenuto dell’export ha potuto essere progressivamente modificato in modo da interessare processi produttivi sempre più elaborati, al punto che beni e servizi ad alta tecnologia rappresentano oggi più della metà del valore totale della merce esportata dalla Cina. Grazie alle innovazioni tecnologiche in tutti i settori (compresi robotica, nucleare, spazio), sempre più dominati su scala nazionale, le strutture produttive del Paese hanno potuto evolversi dal made in China al made by China. Per diversi decenni, il tasso di crescita dei guadagni di produttività del lavoro è accelerato, in media, dal 4,31% degli anni ‘80 al 7,28% degli anni ‘90, dall’11,72% degli anni 2000 persino al 14,12% del 2010. Questa accelerazione ha reso possibile sostenere l’aumento molto sostenuto dei salari industriali (in termini reali), ma ha fatto sì che il leggero aumento del costo del lavoro cinese, rispetto ai concorrenti del Sud (Corea del Sud, Messico, Turchia e così via) non diminuisse la competitività delle aziende nazionali e non diminuissero nemmeno i loro margini. Allo stato attuale, le esportazioni — e gli investimenti diretti esteri, poiché più della metà delle esportazioni sono effettuate da transnazionali straniere stabilite in Cina — svolgono invece un ruolo di supporto nello sviluppo del paese.
Bisogna aggiungere che la guerra commerciale contro la Cina è stata lanciata dall’amministrazione statunitense in un contesto preesistente, in cui, per decenni, gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni estreme attraverso la loro valuta nazionale — che è anche la valuta di riserva internazionale — su tutte le altre economie mondiali. Pensata per cercare di migliorare la competitività dei prezzi delle esportazioni dall’uno o dall’altro dei due paesi, la tendenza al ribasso che vede un dollaro debole o uno yuan debole ha guadagnato velocità, di recente, quando le autorità monetarie cinesi hanno reagito alle sanzioni statunitensi lasciando deprezzare la loro valuta nazionale. Lo yuan è stato quindi svalutato nell’agosto 2019. Ma in precedenza era realmente sottovalutato?
Il boom delle esportazioni su cui si basava in parte — ma solo in parte — il modello di crescita cinese ha cristallizzato un principale punto di tensione nelle relazioni internazionali. In effetti, il renminbi, la cui unità monetaria è lo yuan, sarebbe stato a lungo notevolmente sottovalutato secondo i media negli Stati Uniti e altrove. Questa presunta sottovalutazione sarebbe stata all’origine del peggioramento dei deficit commerciali statunitensi, perché i beni cinesi esportati, già molto economici, sarebbero stati resi ancora più competitivi sui mercati mondiali da uno yuan mantenuto artificialmente deprezzato. Da qui la pressione raddoppiata di Washington per l’apprezzamento della valuta cinese rispetto al dollaro, che ha portato, nonostante la riluttanza e la resistenza di Pechino, alle rivalutazioni del 2005 e del 2012. Tra questi due anni, cioè da quando le autorità monetarie cinesi hanno deciso di non collegare più le fluttuazioni della loro valuta al dollaro (luglio 2005) all’ultima rivalutazione effettuata (aprile 2012), il valore reale dello yuan si è apprezzato del 32 per cento rispetto al dollaro.
I dibattiti tra gli economisti sul “valore equo” delle valute sono controversi. Tuttavia, tra i criteri discussi c’è soprattutto il rapporto tra il saldo delle partite correnti e il prodotto interno lordo, che viene utilizzato dai consulenti esperti dei governi statunitensi (sotto i presidenti T rump e Obama). Il benchmark così utilizzato per definire il cosiddetto “tasso di cambio di equilibrio” sarebbe un ammontare del surplus o del deficit della bilancia dei pagamenti correnti e il prodotto interno lordo in un range compreso tra +/- 3 o 4 per cento. Ma se applichiamo questo criterio alla Cina, nel contesto delle importanti relazioni bilaterali con gli Stati Uniti, vediamo che l’ammontare cinese è sceso da oltre il 10,6 per cento nel 2007 a meno del 2,8 per cento nel 2011 e solo all’1,4 per cento nel 2012. E questo criterio ha continuato a essere soddisfatto anche in seguito, attestandosi appena al di sopra del 3,5 per cento, quindi entro la “finestra di tiro” statunitense. All’inizio degli anni 2010, la Cina è riuscita quindi a portare il rapporto tra la bilancia dei pagamenti correnti e il prodotto interno lordo a un livello ritenuto “ragionevole”, cioè compatibile con il tasso di cambio dello yuan rispetto al dollaro. La proporzione delle esportazioni nel prodotto interno lordo è stata messa sotto controllo: dopo essere salita a più del 35% a metà degli anni 2000, è scesa al di sotto del 20%, ovvero dieci punti di prodotto interno lordo al di sotto della media mondiale (30% negli ultimi dieci anni). In Cina, questo rapporto tra esportazioni e prodotto interno lordo che ammonta a meno del 20% è ora inferiore a quello dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (28%) e, in modo ancora più marcato, a quello dell’area dell’euro (45%). È anche questo controllo dell’apertura che ha garantito alla Cina condizioni relativamente più stabili in termini di tassi di cambio (e tassi di inflazione) rispetto ad altri paesi.
Di conseguenza la “sottovalutazione” dello yuan non è così evidente come spesso si sostiene (a differenza del deterioramento dello scambio dal punto di vista della Cina, assai reale ma generalmente ignorato), se si fa riferimento al benchmark più utilizzato dalla stessa amministrazione statunitense. Ciò non ha tuttavia impedito agli Stati Uniti, nonostante i giganteschi squilibri paralleli che caratterizzano la sua economia (deficit fiscale e deficit commerciale), di perseguire quella che molti osservatori hanno definito una “guerra valutaria” attraverso il deprezzamento del dollaro USA sui mercati dei cambi esteri, e di tentare di imporre a Pechino i termini di quella che sembra una “resa”11, con la conseguenza di una svalutazione delle riserve in dollari detenute dalle autorità monetarie cinesi. Nonostante questo, è la Cina che viene spesso accusata di aver reso più rigida questa svolta dalla guerra commerciale alla guerra monetaria.
Sarebbe avvenuto perché la Cina è riuscita a implementare un progetto di sviluppo non finanziario e non bellico al fine di contrastare in modo autonomo ed efficace il blocco di potere dell’alta finanza statunitense, il quale si nutre di capitale fittizio e impone le proprie crisi e le proprie guerre al mondo?
L’ipotesi che formuleremo, quindi, è che, sommata a una guerra valutaria che le preesisteva, la guerra commerciale lanciata da Washington contro Pechino, nell’ambito della “Nuova Guerra Fredda”, potrebbe essere interpretata come un tentativo dell’amministrazione Trump di frenare il lento e continuo deteriorarsi del vantaggio che gli Stati Uniti erano riusciti a trarre dal loro commercio con la Cina per almeno quattro decenni e quindi anche come un tentativo di salvaguardare la fatiscente egemonia mondiale americana. La Cina ha certamente accumulato entrate dai suoi surplus commerciali bilaterali, ma i guadagni corrispondenti sono stati compensati dal fatto — evidenziato dai nostri calcoli che misurano lo scambio ineguale bilaterale — che sono principalmente gli Stati Uniti che hanno tratto profitto da questo commercio in termini di tempo di lavoro incorporato nella merce scambiata.
Mentre è tutt’altro che certo che la guerra commerciale di Trump riuscirà a piegare la Cina come Ronald Reagan ha fatto con il Giappone negli anni ‘80, lo stretto intreccio commerciale e monetario delle prime due economie del mondo — una superpotenza in declino, l’altra in ascesa — pone rischi estremamente preoccupanti per i due paesi, nonché per l’intera economia mondiale. Tutti sanno che gran parte dei dollari raccolti dalla Cina attraverso i suoi avanzi commerciali tornano negli Stati Uniti sotto forma di massicci acquisti da parte delle autorità monetarie cinesi di buoni del tesoro emessi dagli Stati Uniti allo scopo stesso di finanziare i propri deficit commerciali. Rivolgiamoci quindi a Donald Trump, per chiedergli semplicemente: “Signor Presidente, se dovessimo toglierci le maschere per un momento, chi sarebbe il vero ‘ladro’ in questa faccenda?”.














































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... chi vi obbliga?