Il punto sul momento
di Michele Castaldo
A oltre tre mesi dal 24 febbraio, cioè dall’inizio dell’« Operazione militare speciale » della Russia in Ucraina proviamo a fare il punto su quello che finora è accaduto fra le parti, cioè fra la Russia e l’insieme dell’Occidente sul campo di battaglia e fuori e a quali possibili scenari si va incontro. Premettendo di fare lo sforzo di analizzare i fatti fra selve di bugie e chiacchiere strumentali, in modo particolare nel nostro Occidente, specialisti di vanagloria dei nostri valori e nello spendere fiumi di sprezzanti aggettivi nei confronti del nemico del momento, Putin e la Confederazione russa. Un elenco lunghissimo di editorialisti e commentatori si sono alternati sui maggiori quotidiani italiani e nei programmi televisivi, con conduttori e conduttrici rigorosamente schierati alla bisogna fino all’indecenza di mandare in onda, durante gli stacchi pubblicitari, l’immagine dell’”eroe” Zelensky e la colonna sonora dell’inno dedicato al Comandante Che Guevara, ovvero di mettere sullo stesso piano un eroe vero dell’antimperialismo antioccidentale e un servo dell’Occidente a dirigere il secondo tempo dello scontro tra gli Usa e la Federazione russa in terra d’Ucraina.
Di contro una Federazione russa che il 9 maggio manda in onda la parata per la ricorrenza della vittoria sul nazifascismo. Va detto che mentre Zelensky osannato e corteggiato da tutto l’Occidente appare sempre in splendida solitudine, in Russia c’è stata una manifestazione di 2 milioni di persone nella sola Mosca e 20 milioni per tutta la nazione. Dove compariva spesso il simbolo della ex Urss con falce e martello. Nella stessa Mariupol, in Ucraina, una enorme bandiera rossa con lo stesso simbolo veniva retta da alcune centinaia di manifestanti.
Il 20 maggio 2022, la resa del battaglione Azov, ordinata dall’”eroe” Zelensky, segna per la Federazione russa un punto importante a suo favore, inutile nasconderlo, non ci riescono neppure i più accaniti propagandisti dell’Occidente. La fila dei soldati usciti dalle acciaierie, perquisiti e fatti salire su pullman per destinazioni in terra ex sovietica rappresenta, lo si voglia o meno, quella “pistola fumante” e dunque il simbolo di un momento ambito. Di contro segna un momento non proprio felice per l’”eroe” Zelensky, per le truppe dell’Ucraina e per l’insieme dell’Occidente che sostiene il suo servo. Uno Zelensky – ricordiamolo – che chiedeva e chiede armi, solo armi, e sempre più armi e trasmetteva certezze sulla vittoria dell’Ucraina, è stato costretto a ordinare la resa al battaglione Azov uscito umiliato dalle acciaierie. La dimostrazione che i pensieri e le idee sono una cosa, mentre è la forza e solo la forza, delle armi nel caso specifico, a determinare i risultati di una contraddizione; è tutt’altra cosa.
Innanzitutto ci corre l’obbligo di dire con Bertold Brecht che « alla fine della guerra, di ogni guerra », anche se e quando diversamente chiamata, « i morti si contano da una parte sola », ovvero fra la povera gente e che in presenza di migliaia di morti ed altrettanti feriti, oltre alla distruzione di fabbricati, caserme, industrie ecc. c’è ben poco da festeggiare anche per i più accaniti tifosi delle due parti in causa. Dunque anche la stessa resa del battaglione Azov rappresenta, necessitata quanto si vuole dalla Federazione russa, un macabro trofeo di guerra. Parliamo comunque di uomini miserabili, pur se resisi responsabili di indicibili atrocità nei confronti delle popolazioni civili del Donbass, posti al servizio della potenza del dio capitale e dei suoi rappresentanti d’oltreoceano, in quell’America del nord che pur in crisi e presa a pedate in culo come in Afghanistan, continua a pretendere di dettare l’agenda politica al mondo che ancora crede di dominare.
A differenza di tanti propagandisti occidentali che per screditare la Federazione russa hanno raccontato di obiettivi e intenzioni originari e del ripiego obbligato dalla resistenza “eroica” delle truppe ucraine, noi stiamo ai fatti sul campo e che raccontano che la Federazione russa ha acquisito a grandi linee il risultato che si proponeva di ottenere e poste le basi per una trattativa a partire dai risultati che le armi hanno stabilito. In questo modo viene perciò rimandata la palla all’Occidente per decidere se trattare. Per l’Occidente la questione si complica, perché avvolta com’è nelle sue mille contraddizioni e perciò incapace di dettare una linea politica unitaria se non quella di « inviare nuove armi in Ucraina ». Detto di quanto sul campo è sotto gli occhi di tutti, proviamo a ragionare su come in Occidente si pensa di affrontare una questione che si presenta sempre più complicata, anche perché si è ancora ben lontani da un cessate il fuoco e da un accordo tra le parti, mentre la crisi economica e quella alimentare si aggravano sempre di più.
Un accordo fra le parti? Di quali parti? Federazione russa e Stati Uniti? E perché mai se la Federazione russa sarebbe l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito la trattativa la dovrebbero condurre gli Stati Uniti? L’ipocrisia e la falsità occidentale non hanno confini, ma i fatti sono fatti e mostrano la realtà per quella che è: una guerra iniziata nel 2014 da parte dell’Ucraina per conto dell’insieme dell’Occidente capeggiato dagli Usa per portare i confini della Nato a ridosso della Russia, smembrarla e mettere le mani sulle sue immense risorse energetiche, nonostante che « l’America, che attraverso il dollaro controlla il 90% degli scambi globali e il 59% delle riserve delle banche centrali del mondo, combatte a distanza al fianco di Zelensky anche per difendere il suo trono valutario » come scrive Massimo Giannini su La Stampa di domenica 15 maggio. La domanda è: perché fu iniziata nel 2014 una sanguinosa guerra che ha prodotto nel corso di otto anni ben 14 mila morti? La risposta la troviamo oggi in quello che scrivono i grandi editorialisti e commentatori delle maggiori testate dell’establishment occidentale: « si sta disfacendo un ordine internazionale », dice Angelo Panebianco sul Corrriere della sera di mercoledì 18 maggio 2022. Un ordine internazionale dominato dall’Occidente capeggiato dagli Usa che pensano di correre ai ripari procedendo col loro solito modo: guerra diretta, ieri, e/o per procura oggi, a scapito del malcapitato popolo ucraino usato come carne da cannone.
Vien da chiedersi: com’è possibile scrivere continuamente che sono in crisi i valori dell’Occidente, che questi valori non sono più riconoscibili e appetibili come tali dal resto del mondo, che addirittura il suo capofila, gli Usa, è prossimo al Crack America – libro pubblicato da Massimo Gaggi nel maggio 2020 – per poi invocare e sbandierare i valori occidentali nei confronti del “dittatore” Putin e del popolo russo che da coglione lo segue? C’è o no qualcosa che non quadra, cari intellettuali liberali e democratici di “sinistra”? Com’è possibile che vi ostiniate a difendere l’indifendibile? Sono il tepore e gli agi consolidati nel tempo che vi stimolano nella sua difesa?
Proviamo allora a entrare nelle mille contraddizioni, e destinate a moltiplicarsi, in questo disfacimento dell’« ordine internazionale » e a quali possibili scenari bisogna prepararsi. E lo facciamo non con lo stesso spirito di tanti “volenterosi” che fanno proposte sempre dallo stesso versante e sempre nella speranza che lo stesso movimento storico si perpetui e continui a garantire gli stessi agi alle classi medicee e signorili.
Innanzitutto cerchiamo di spiegare perché un ordine costituito si disfa, un esercizio – questo – al quale sono ostili in modo particolare i potenti della terra e quei personaggi che impropriamente vengono catalogati come una classe, cioè la classe « borghese », fautrice del modo di produzione capitalistico. Dal punto di vista teorico e storico c’è un falso clamoroso che consiste nel capovolgere il rapporto tra il soggetto e l’oggetto, nel definire una classe, la borghesia, come il soggetto della storia piuttosto che espressione del rapporto impersonale degli uomini con i mezzi di produzione e dunque come effetto, piuttosto che come causa. Sicché l’ordine sin qui costituito non è altro che un tempo storico del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione, incentrato sulla concorrenza dei mezzi di produzione e delle merci. Il principio guida non scritto ma praticato urbi et orbi è quello dello scambio incentrato sulla concorrenza tra i produttori attraverso un suo mezzo quale la moneta. Questa ha la forza corrispondente alla forza di produzione di valore della nazione o dello Stato che l’emettono. Il dollaro era la moneta simbolo della potenza degli Usa, l’euro è il simbolo della (presunta) forza dei paesi che aderiscono alla UE. Questi due simboli oggi sono messi in discussione semplicemente perché il modo di produzione capitalistico si è esteso a macchia d’olio dappertutto, dunque sono tantissimi gli Stati e le nazioni le cui economie producono valore, cioè merci, in competizione, così che altre nazioni promuovono la loro moneta come mezzo di scambio sul mercato. Fra questi Stati e nazioni si è elevato, nell’ultimo mezzo secolo, un gigante asiatico come la Cina, la fabbrica del mondo, con i suoi prezzi molto competitivi, che sta sconquassando l’insieme dell’ordine costituito, mettendo in crisi le vecchie dinastie capitalistiche, fra tutte quelle degli Usa e degli stessi europei che un tempo si ritenevano i padroni del mondo. Mentre un Ernesto Galli Della Loggia si chiede dalle colonne del Corriere della sera del 16 gennaio 2022: «Come è stato possibile, ad esempio, accettare a cuor leggero che la Cina entrasse nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) senza avere la garanzia che non ci mangiasse vivi o, per dirne un’altra, assistere tranquillamente alla sua occupazione di enormi parti dell’Africa »? Evidentemente l’illustre editorialista dimostra di non conoscere l’abc delle leggi del mercato, cioè del capitalismo. Di conseguenza la Cina diviene il nemico da battere, e in modo particolare per l’Occidente e il suo capofila, gli Usa. Questi i fatti, che anche l’uomo comune è capace di capire, mentre grandi pensatori si alternano nei talk show per modificare i fatti e portare acqua al mulino della “democrazia” occidentale e dei suoi “valori” eterni di liberismo.
Se poi abbiamo la pazienza di capire bene quali sono i loro intendimenti, leggiamo quello che viene scritto per gli addetti ai lavori, da una Barbara Biscotti che nel presentare la collana delle « grandi Dinastie » per il Corriere della sera scrive: « Ci sono uomini che ambiscono al potere semplicemente perché durante il corso della loro esistenza vogliono dominare e non essere dominati, e possedere più di quanto chiunque altro possieda ». Viva la faccia, di chi osa parlare a chiare lettere: è questo il senso vero che si nasconde dietro l’enfasi della democrazia: la volontà di dominio di « una nuova aristocrazia » proprio mentre si avvia alla decadenza un mondo sviluppato all’insegna dei “valori” rinascimentali.
Quali erano i connotati più significati sui quali si fondava quella volontà di dominio? Lo dice – sempre a chiare lettere – Franco Cardini, citato dalla Biscotti: « l’esercizio delle attività di credito, fece Firenze, la Toscana e buona parte del centro Italia ricchissime di bellezza, e contribuì a rendere il patrimonio artistico e culturale italiano incomparabile ». Insomma: sì la cultura, l’arte, la bellezza ecc. ma dietro c’era e c’è il credito, non il duro lavoro dei campi o l’impastare la calce per tirare su i muri, ma il credito come mezzo di dominio. C’è qualche attinenza con l’oggi? Lasciamo la domanda al lettore che è in grado di rispondere da solo.
Disfacimento di “un ordine”
Che vuol dire che un ordine si sta disfacendo? L’affermazione – pur vera - è un poco peregrina, perché presuppone un qualcosa precedentemente organizzato secondo una certa logica e che a un certo punto si disfa. Ma era veramente ordinato il mondo prima della crisi in Ucraina o dell’invadenza dei mercati da parte delle merci asiatiche? Era sì un ordine, ma un certo tipo di ordine dove l’Occidente dominava la scena nel controllo delle materie prime in molte aree con le buone o con le cattive. Se è così, vuol dire che sta saltando quel tipo di ordine, e non si controllano sempre i nervi al punto da chiedere addirittura di mettere fuori dalla Nato la Turchia perché « non soddisfa né i requisiti di principio né quelli pratici previsti » (Joe Liberman- Markd Wallace su La Stampa di sabato 21 maggio 2022) solo per aver espresso “perplessità” sull’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia. E se gli analisti occidentali sono allarmati è perché quell’ordine è messo in discussione in modo definitivo. È questa la questione, e lo diciamo con le parole di Guterres, Segretario generale dell’Onu: « C’è un’erosione della fiducia ed emerge un crepuscolo di valori condivisi », sul Corriere della serra del 10 febbraio 2022, cioè prima dell’inizio delle operazioni della Russia in Ucraina. « In breve, », dice Guterres, « la governance globale sta fallendo proprio nel momento in cui il mondo dovrebbe essere unito per risolvere i problemi globali ».
Ora, com’è possibile affrontare un disordine che avanza come uno tsunami con ripercussioni devastanti per l’insieme del sistema da parte di chi si ostina a difendere gli stessi “valori” che lo stanno avviando verso – ripetiamo – la catastrofe? È questo l’argomento che cerchiamo di affrontare sommariamente in queste note, proprio perché è lo stesso Guterres ad affermare allarmato: « Il mondo riconosce le crisi ma non è capace di affrontarle ». Il nostro sforzo, perciò, è cercare di spiegare perché non è capace di affrontarle. È questo il tema teorico e politico che ci si pone davanti. Lo facciamo cercando di analizzare in modo distaccato le varie proposte che quotidianamente vengono avanzate dagli addetti ai lavori sapendo che si naviga a vista in una nebulosa convulsa e nevrotica dove ognuno tira fuori il proprio coniglio dal cilindro come tentativo di soluzione del problema, con a centro la questione dell’Ucraina, il punto focale di uno scontro generalizzato degli interessi in campo in questo periodo.
Il principio guida dei difensori occidentali del modo di produzione capitalistico è quello enunciato dalla Biscotti che abbiamo menzionato: « uomini che vogliono dominare piuttosto che essere dominati ». Se è così, chiediamo alla signora Biscotti, i russi o i cinesi perché non dovrebbero ambire alla stessa volontà? Sono degli esseri inferiori? Non hanno le capacità “intellettive” di elargire credito come gli occidentali e perciò usano la forza bruta, come nel caso della Russia contro l’Ucraina? Ma è la stessa forza bruta usata dall’Occidente in Vietnam, in Corea, in Iraq, in Libia, in Serbia, in Afghanistan ecc. Perché se la usano gli occidentali è sinonimo di democrazia e di libertà, mentre se la usano i russi, per difendere i loro più che legittimi interessi nei confronti di chi programmaticamente si è prestato ad accerchiarli per smembrarli, sarebbero aggressori, antidemocratici e privi di valori storici pari a quelli degli occidentali?
Stabilito perciò che l’ordine che si va disfacendo è un ordine che ha le caratteristiche enunciate dalla Biscotti, vien da capire se è possibile frenarne il disfacimento e con quali mezzi, visto che viene paventata come ipotesi la Terza guerra mondiale. Altrimenti detto: se è possibile pensare a un ritorno ad uno status quo ante. E fa specie assistere al fatto che cotanti intellettuali e studiosi, specie quelli di economia, rimuovono i fattori storico-teorici che hanno determinato l’attuale crisi, ovvero le leggi del mercato, e si sperticano in proposte tanto assurde quanto velleitarie, tutte espressioni di un volontarismo privo di basi materiali, tanto a destra, quanto a centro e a “sinistra”.
Vogliamo qui esporre una sorta di campionatura di posizioni e di proposte fatte da personaggi famosi, studiosi, uomini di governo, grandi firme editoriali, ecc. che si dimenano in elucubrazioni vere e proprie senza costrutto.
Ha fatto un certo rumore l’articolo-intervista del papa Francesco sul Corriere della sera, che sui fatti dell’Ucraina ha dichiarato « la Nato ha abbaiato ai confini della Federazione della Russia ». Un modo come un altro che sembrava di voler giustificare l’azione della Russia nei confronti dell’Ucraina per rispondere alla Nato che « abbaiava ». Una del tutto legittima denuncia, ma la proposta era ed è: « pace », e non si capisce bene se deve essere la Nato a smettere di « abbaiare » o la Russia di prendere le legittime precauzioni, come le sta prendendo. Intanto che il santo padre prega, le armi svolgono il loro lavoro abituale da entrambe le parti in campo.
Ma, si dirà, il papa si occupa di problemi dello spirito, non lo crediamo, non è mai stato vero nella storia, ma fingiamo di crederci e analizziamo quello che scrivono i personaggi che si occupano di cose terrene, come ad esempio Romano Prodi, esimio professorone di economia, imprenditore, consumato politico centrista, cattolico e democratico cristiano che ha addirittura sconfitto più volte Berlusconi alle elezioni politiche e così via, come dire? un personaggio di peso, addirittura quotato e candidato alla presidenza della Repubblica..
In questo periodo caldo, per quello che sta accadendo in Ucraina, il professore è stato posto un poco ai margini, ciò nonostante, scrive sì, ma su quotidiani di second’ordine come il Messaggero di Roma e il Mattino di Napoli. Mentre le testate nazionali più importanti, Corriere della sera, La Stampa e Repubblica si occupano più di propagandare e chiamare allo schieramento senza indugi a fianco della Nato e degli Usa, il professor Romano Prodi si sforza di far riflettere sulla differenza di interessi fra l’economia degli Stati Uniti e quella degli europei. Insomma il professore rappresenta – da un certo punto di vista politico – quello che pensa l’imprenditore De Benedetti - che dopo aver a lungo beatificato gli Usa e la Nato dice: « L’Europa non ha interesse a fare la guerra a Putin. Non deve inseguire Biden » sempre sul Corriere della sera, di domenica 8 maggio 2022, a dimostrazione che le ragioni economiche europee sono tanto forti e che non tollerano che un solo padrone governi il vecchio giornale di via Solferino.
Ma il professor Prodi non solo ammette la differenza di interessi contrastanti degli europei con gli Usa, ma anche fra gli stessi paesi europei, al punto da dire: « Come possiamo avere una politica in comune partendo da interessi così divergenti? » sul Messaggero di domenica 22 maggio 2022. Insomma se la concorrenza è il midollo osseo che tiene in piedi l’organismo unitario del modo di produzione capitalistico, com’è possibile – pare chiedersi Prodi – ricondurre a razionalità comune i vari “capitalismi”? Prodi sconta anche una visione romantica, per così dire, quando sostiene: « non dimentichiamo che abbiamo le medie imprese. Sono la nostra miniera d’oro », sul Corriere della sera di mercoledì 27 ottobre 2021, mentre un Roger Abravanel aveva appena pubblicato Aristocrazia 2.0 stimolando la borghesia italiana ad abbandonare il familismo e puntare sulla grande azienda diretta da manager piuttosto che dai figli dei figli. In verità il professor Prodi nonostante la sua immensa cultura e statura non ha capito o finge di non capire che non si può unire ciò che è in competizione e in modo particolare in una fase di crisi storica come quella attuale. Si vuole un esempio limpido come l’acqua pura di una sorgente? A proposito del clima e del suo riscaldamento e la necessità di ridurre i gas serra, rispetto a tanto parlare e alla povera Greta che urla « fate solo bla bla bla », il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi dice testualmente al Corriere della sera di mercoledì 3 novembre 2021: « Si tratta di economie nazionali in concorrenza fra di loro ». E – si badi bene – a fronte di una globalizzazione caotica per sua natura c’è addirittura chi pensa che « Avremmo bisogno di ragionare sull’ampiezza dei problemi imposti da un profondo passaggio di tutta l’economia a un mondo meno globalizzato », Giuseppe De Rita Corriere della sera di sabato 23 ottobre 2021; e poi se la prendono con quel megalomane di Salvini e il suo sovranismo.
A Prodi fanno eco una serie di editorialisti che « lancia in resta » difendono con argomenti “corposi” le ragioni dell’Occidente nel loro insieme, quelle della Nato e degli Usa quale « unica vera democrazia liberale e che liberò gli europei dal nazifascismo ». Tutti questi signori si affannano a ripetere continuamente la stessa cantilena, e quando tentano di scendere sul terreno concreto, cioè del « che fare » oggi per superare il disfacimento dell’« ordine internazionale », diventano ridicoli, perché a fronte di chi sostiene « Tagliamo la spesa militare del 2% » (sempre sul Corriere della sera di martedì 14 dicembre 2021), come il premio Nobel Carlo Rovelli seguito da oltre 50 accademici, c’è chi propone la costituzione di un esercito europeo, magari popolare come un tempo, che va nel segno opposto, come auspica un Ernesto Galli della Loggia sempre sul Corriere della sera, del 22 settembre 2021, in chiusa del suo editoriale: « All’Europa insomma la politica, una vera esistenza politica, continua drammaticamente a mancare, e sembra davvero difficile che da questo vuoto possa sorgere domani, quasi come un’araba fenice, un esercito degno di questo nome ». Altro che Babilonia, lì non si comprendevano perché parlavano lingue diverse, mentre qui si parla la stessa lingua ma con proposte che messe a confronto sembra stare in un manicomio. Ci sbagliamo? Può darsi, ma proviamo ancora a leggere lo stesso editorialista di qualche mese prima, il 28 agosto 2021 che a seguito dalla cacciata e dalla fuga degli Usa dall’Afghhanistan si pone il seguente interrogativo: « sono compatibili o no la fine dell’esercito nazionale e la sua sostituzione con un esercito di specialisti e di mercenari, con una guerra che si pone obiettivi ideologici forti, intrisi di una carica valoriale, com’è evidentemente una guerra “per portare la democrazia” ». E pensare che signori come questo fanno “cultura”, fanno “tendenza”, vengono pagati profumatamente proprio per adempiere a questi scopi. Non è mica finita, sentite il seguito dell’articolo: « Ne dubito assai. Una guerra del genere, infatti, è credibile – e per riuscire essa deve essere credibile e apparire tale innanzitutto agli occhi della popolazione a cui si dice di voler portare la libertà – solo se il Paese che decide di iniziarla vi impegna realmente tutto se stesso, cioè il proprio popolo, e questo mostra di aderirvi partecipando in armi, rischiando cioè la vita. […] solo un esercito nazionale così motivato può occupare un territorio ostile e vinto. […] Con un’armata di specialisti e di mercenari si possono fare al massimo operazioni di polizia; e anche quelle si finisce inevitabilmente per perderle nella maniera più rovinosa se ci si ostina a farle passare per qualcos’altro. Così come infatti sta ormai accadendo da molto tempo agli Stati Uniti e con loro all’intero Occidente »; amara e triste la sua conclusione: « A noi tutti, convinti che in realtà non ci sia nulla per cui valga veramente la pena di morire, e che manchiamo perfino del coraggio di dircelo ».
Questo è l’Occidente oggi che si guarda allo specchio scoraggiato e impaurito, altro che patrimonio valoriale da sbandierare e da imporre come sempre con la forza della democrazia, ovviamente armata.
Chiudiamo questo paragrafo dicendo che come in ogni epoca non mancano « uomini di buona volontà » che con l’aggravarsi della crisi attuale si preoccupano di fare proposte per uscirne. A parte gli interessi che difendono, ci appare del tutto legittimo, ma il tutto difetta, senza eccezione alcuna, di non prendere in considerazione il fulcro su cui ruota il modo di produzione capitalistico che ha prodotto con le sue leggi questa crisi.
Sanzioni e possibili risvolti
A chi segue le cose politiche e gli ondeggiamenti gangsteristici del governo americano, non sarà sfuggito il fatto che la presidenza democratica di questo paese, si sia rivolta al Venezuela proponendo di togliergli l’embargo e le sanzioni e di acquistare il loro petrolio. Ma come? un paese definito Stato canaglia come tanti altri, e il suo presidente Maduro un dittatore, tanto per stare nella scia, di punto in bianco: ciac, si gira, togliamo l’embargo e le sanzioni e dateci il vostro petrolio?
Non conosciamo i termini di eventuali accordi, ma di sicuro ci sentiamo di giurare che l’arroganza degli Usa dopo lo schiaffo in pieno volto preso in Afghanistan e le batoste che è costretto a incassare in Ucraina inducono a più miti consigli. Può darsi che ci sbagliamo proprio perché chi è abituato ad agire con la forza e la prepotenza non conosce i modi gentili e garbati, ma siamo disposti a fare un’eccezione. Resta però il punto chiave dell’analisi della fase di grandi difficoltà del maggior paese imperialista dell’epoca moderna costretto ancora una volta a ripiegare.
Ora però si pone un’altra grave questione, quella di alcuni cereali come il grano e il mais, due prodotti fondamentali per l’alimentazione umana posseduti dall’Ucraina e dalla Federazione russa che insieme esportano circa il 30% della produzione mondiale, buona parte del quale in Europa e nel nord Africa. E si dà il caso che alcuni paesi europei, Italia in primis, si stanno dando da fare per l’approvvigionamento di petrolio e gas dai paesi del nord-Africa per le conseguenze dell’embargo nei confronti della Federazione russa. Scatta, perciò, una doppia preoccupazione per gli europei: l’approvvigionamento per sé, per le ricadute sulle proprie popolazioni, ma ancora di più scatta la preoccupazione che i mancati arrivi dei preziosi cereali in nord-Africa potrebbero causare una crisi alimentare con conseguenze drammatiche che andrebbero necessariamente a provocare tumulti, con ricadute economiche, politiche e sociali destabilizzanti sui paesi già in crisi. È la dimostrazione più chiara e netta che tutte le questioni si intrecciano, e che a un certo punto – un punto determinato da fattori non decisi dall’uomo – l’insieme del sistema va incontro a sconvolgimenti, che i signori dell’establishment definiscono torbidi, difficili da evitare.
Si provi solo a immaginare un paese come l’Egitto con oltre 100 milioni di abitanti e che importa l’85% del proprio fabbisogno nazionale di grano da Russia e Ucraina e che per motivi “opposti” ma tutti risalenti all’arroganza occidentale, potrebbe non ricevere per le sanzioni contro la Russia e per la reazione russa nei confronti dell’Ucraina nel bloccare i porti. È la prova provata che è priva di senso l’espressione di sovranità e sovranismo nazionale, proprio come la Federazione russa per un verso e l’Ucraina, per il versante opposto, stanno ben sperimentando sulla propria pelle.
È questo fatto che dovrebbe muovere le nuove generazioni a sperare in un futuro che veda finalmente in crisi irreversibile l’insieme del sistema e il suo massimo capofila sull’orlo di un vero fallimento. Certo, rimane la sua forza militare e la capacità distruttiva del suo arsenale nucleare, ma a differenza della prima metà del secolo scorso, dove gli Usa rappresentavano il miraggio dell’umanità, oggi la crisi pone l’umanità di fronte all’ipotesi di una catastrofe e mette sul banco degli imputati come non mai proprio gli Usa. Non è una differenza storica da poco.
Nonostante tutta la montagna di chiacchiere russofobe per la propaganda contro la Federazione russa per compattare l’opinione pubblica europea sulla bontà della Nato e la necessità di sostenere l’Ucraina contro la reazione che sta avendo la Russia, emergono chiare due cose: l’importanza dei rifornimenti delle materie prime dalla Federazione russa, e il netto contrasto da parte dei maggiori paesi europei rispetto agli Usa.
La Nato ingloba altre nazioni come la Finlandia e la Svezia in difesa dell’ordine mondiale a direzione Usa? È la dimostrazione ulteriore che l’Occidente è in crisi di valore e sa usare solo il linguaggio della forza, della forza bruta, anche quando a rappresentarlo è l’« altra metà del cielo » come diceva il vecchio Mao, cioè certe donne che poste nei ruoli che il modo di produzione capitalistico le assegna, si comportano come i maschi.
Conclusione
Il Rinascimento si è chiuso definitivamente, si è esaurita la « spinta propulsiva » di tutta un’epoca storica – ed era ora - e gli occidentali non si vogliono capacitare e si illudono ancora che il proprio fascino di “democrazia merciaiola” possa fare breccia in tutto il mondo e durare all’infinito.
*Allo stesso modo va detto che il simbolo della falce e martello che rievoca un certo passato dell’Urss, e un punto di riferimento ideale per il resto del mondo, può tutt’al più rinverdire ricordi di generazioni canute o di giovani ideologizzati. Intanto la falce non può più rappresentare l’aspirazione dei contadini ad avere la terra nei confronti dell’aristocrazia tenutaria, mentre il proletariato, rappresentato dal martello, è avviluppato nelle spire della crisi capitalistica e si comporta come girasole rispetto al capitale. Peggio che andar di notte parlando della Cina che rincorre affannosamente l’Occidente, avendo ormai superato il maestro nella produzione di merci sfruttando il proletariato industriale e smembrando ogni tipo di preesistenza comunitaria in agricoltura. Su questo aspetto ha buon gioco – inutile negarlo – la propaganda occidentale evidenziando il fatto che le masse oppresse sono ormai orfane, prive cioè di un punto di vista ideale e che è valido oggi più che mai il detto di Gramsci « è tutto da rifare ».
Dunque la storia riparte da un punto più basso rispetto al punto cui era arrivata l’Urss, la Cina, maoista, e alla Terza Internazionale, ma infinitamente più alto, proprio perché è declinante il modo di produzione capitalistico.
Il nostro convincimento è che le questioni di questa fase possono essere così sintetizzate: La crisi generale dell’accumulazione di valore spinge sempre più le vecchie potenze, e innanzitutto il loro capofila, gli Usa, a centralizzare il controllo sulle materie prime e incentivare la finanziarizzazione facendosi forti dell’arsenale militare ponendo la Nato al proprio servizio. Si tratta di una necessità oggettiva, perché avendo ormai perso la sfida nei confronti della Cina, vera fabbrica del mondo, deve far leva solo sulla forza delle armi, per poi arrivare allo scontro diretto e definitivo col Dragone. Di fronte a questa minaccia c’è un malessere diffuso delle nazioni che sono arrivate più tardi al modo di produzione capitalistico e all’inserimento nel mercato mondiale, fra questi la Federazione russa, ben gradita se scatena le sue azioni militari nei confronti del “terrorismo” islamico, variabile impazzita della concorrenza sul petrolio, mentre è la più esposta ai rischi di uno smembramento e per questa ragione sta avendo la dura reazione in Ucraina.
Mentre la Cina, vera potenza emergente, non sarà immune dalla crisi che investe l’insieme del sistema, avendo molte palle al piede che la zavorrano: a) rallentamento della crescita dell’accumulazione; b) rallentamento della crescita demografica; c) riduzione del rapporto popolazione e terra da coltivare, d) la sottomissione ad essere sfruttati delle proprie risorse naturali dei paesi africani non può durare a lungo.
Di fronte a queste oggettive necessità, che il modo di produzione capitalistico pone, si avanzano due presunte soluzioni: quella dei difensori dello « status quo e status quo ante » a tutti i costi; e quella di chi si ostina a non voler vedere la crisi generale del modo di produzione capitalistico come oggettiva e che tende a uno scoppio implosivo. Di questa seconda presunzione è inflazionata la sinistra storica e “estrema”. I fatti si incaricheranno di smentirle entrambe.
La nostra tesi conclusiva è: la forza della rivoluzione oggi più che mai, non sta nel valore delle nostre idee e delle nostre proposte, ma nella impossibilità di continuare – a questo stadio di sviluppo – col modo di produzione capitalistico, che è avviato verso l’implosione.














































Comments
Le considerazioni espresse sul tema della tragica guerra sono sostanzialmente condivisibili, a meno di un paio di annotazioni.
La rassegna sulla apparente contraddittoria e mediocre fenomenologia della chiacchiera e propaganda presente sui giornali italiani, dovrebbe includere la constatazione che non è una novità da guerra, seppur in questo caso le mistificazioni siano più visibili, ma la regola del marketing di classe praticato ogni giorno. Cioè i giornali (e media) sono strumenti di pubblicità e propaganda della classe dominante (benché quasi più nessuno li legga oggi e per questo il livello da basso tende a azzerarsi), per disinformare e manipolare le classi inferiori. Pertanto questa sarebbe la lezione da apprendere.
Per quanto concerne la riflessione sul sistema di valori occidentali, in apparente oscillazione tra lo slogan unilaterale e la putrefazione, essa coglie nel segno. Siccome però sono nel capitalismo inesorabilmente collaterali o subordinati all'unico valore della valorizzazione del valore di scambio, in certi frangenti, quando la posizione di dominio e l'accumulazione non sono minacciati, possono godere di un certo credito, ma quando il conflitto imperialistico si intensifica e viene meno una adeguata mediazione di interessi, implacabilmente risorge nel suo splendore intellettuale e morale la rigorosa (e cupa) analisi della grande Rosa Luxemburg in merito.
Infine non è tanto la fissazione " (del)la crisi generale dell’accumulazione di valore " a causare certe spinte e controreazioni dell'unica superpotenza, ma la dinamica del capitalismo, dell'accumulazione, per come accade nelle determinazioni storiche e conflittuali, in rapporto alla intrinseca difficoltà a mantenerne elevato il tasso e in rapporto ai piani imperiali di costruzione di un dominato villaggio globale.
L'idea che il (soggetto impersonale) capitalismo (e imperialismo) spontaneamente e meccanicamente raggiunga punti critici speciali, nei quali implode per aprire alla rivoluzione e al suo superamento non ha molto più fondamento degli idealismi velleitari rivoluzionari