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micromega

La cravatta di Tsipras. Quale morale dalla crisi greca?

di Sergio Cesaratto

tsipras merkel 510Ma che piccola storia ignobile che mi tocca raccontare…

“Atene respira” recitava il titolo de il manifesto del 23 giugno, l’agitprop di Tsipras in Italia. La Grecia “comincia a tornare ad essere padrona del proprio destino” scrive Roberto Musacchio su FB (22/6) che proclama che “serve una battaglia di liberazione dell'Europa”, in linea con Alfonso Gianni, sempre su il manifesto, secondo cui la “questione del debito non è solo greca o italiana, ma riguarda gli equilibri e il futuro dell’Europa e a tale livello va complessivamente affrontata”. Insomma, la Grecia ce l’ha fatta, ora cambiamo l’Europa. Purtroppo le cose non stanno così e tali enunciazioni sembrano le cronache di quel giornalista di Saddam che proclamava la vittoria coi carri americani dentro Bagdad.

 

Atto primo - Dalla tigre greca alla crisi e al primo “salvataggio”

Vale la pena ricapitolare un po’ l’accaduto di questi dieci o vent’anni. Com’è tradizionale per i paesi in ritardo, negli anni dell’euro pre-crisi la piccola Grecia ha fondato la sua crescita sull’indebitamento estero. Come abbiamo più volte spiegato (Cesaratto 2018), tassi di cambio fissi favoriscono i prestiti centro-periferia. Così fu nel gold standard, così è stato nell’euro. Tale modello andava benissimo alla mercantilista Germania (e alla Francia) che poteva così disporre di un piccolo ma prezioso mercato per le proprie esportazioni (e infatti la Merkel andava a braccetto con Karamanlis, il primo ministro greco di centro-destra nel 2004-9). A differenza della Spagna, dove era una bolla edilizia a guidare la crescita, in Grecia era soprattutto la spesa pubblica ad assolvere a questo compito. La crisi da indebitamento scoppia nel 2009-10, quando il socialista Papandreu rivela il conti falsificati dalla precedente amministrazione in un contesto minato dalla grande recessione.

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la citta futura

Come uscire dall’Euro in 5 mosse

di Ascanio Bernardeschi

Perché occorre uscire dall’Unione Europea e come farlo salvaguardando gli interessi dei lavoratori

64bbfaf26f556ccaafd5729a1d3e079f XLDopo che anche Lega e Movimento 5 Stelle hanno (obtorto collo?) dichiarato la loro fedeltà all’euro, all’Europa e alla Nato, c’è il rischio che rimanga fuori dai radar la discussione sulla permanenza o meno nella gabbia dei trattati europei. Eppure l'argomento è della massima importanza, dal momento che le regole previste da questi trattati escludono di fatto ogni possibilità di adottare politiche economiche non tanto rivoluzionarie, ma anche timidamente anticicliche. Infatti questa gabbia inibisce la possibilità di manovrare sulla quantità di moneta emessa, di manovrare sui tassi di interesse, di manovrare sui rapporti di cambio, di effettuare politiche di deficit spending, di definire la politica della banca centrale, in barba alla Costituzione, alla sovranità nazionale, agli esiti elettorali.

Tutto ciò comporta deflazione, tagli al welfare, impossibilità di intervenire nell’economia, necessità di privatizzare per fare cassa, peggioramento delle condizioni dei lavoratori e in generale dei proletari, accentuazione delle disparità sia all’interno dei singoli paesi che fra paesi solidi ed economie traballanti. Ne consegue ineluttabilmente che il potere di interdizione e di autodifesa dei lavoratori si vada restringendo e che la disgregazione del mondo del lavoro affievolisca la presa delle tradizionali organizzazioni di classe dei lavoratori. Non c’è da stupirsi, quindi, se il malcontento, laddove la sinistra non ha saputo svolgere un’opposizione efficace a queste politiche, si sia incanalato verso formazioni della destra xenofoba e fascista o qualunquiste (in Italia Lega e 5 Stelle).

L’imbarbarimento della società non è più un pericolo solo ipotetico, ma tangibile, come pure il pericolo di ritorni a regimi reazionari e di crescita dei movimenti più o meno palesemente fascistizzanti.

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sollevazione2

Il trappolone (franco-tedesco)

di Leonardo Mazzei

L'ultima trovata: far decidere ai parlamenti di Berlino e Parigi la politica economica italiana. Non è uno scherzo, è la proposta Merkel-Macron. E poi qualcuno ci chiede perché insistiamo tanto sulla sovranità...

3ee9082be3924c663e5e6c604a5e6587A Berlino stan preparando una trappola. Ed a Parigi gli tengono bordone. Nel mirino - sai che novità! - l'Italia. Il terreno è stato arato fin dall'autunno scorso, con il famoso non-paper di tre paginette col quale Wolfgang Schäuble dette il suo addio all'Eurogruppo. Ora, dopo otto mesi, Angela Merkel proverà a tradurre in pratica le dritte del suo ex ministro. L'occasione sarà quella del vertice europeo della prossima settimana.

«L'ultima trappola di Schäuble in Europa», questo il titolo insolitamente allarmato dell'insospettabile Sole 24 Ore dell'11 ottobre 2017. Insospettabile pure l'autore, Alberto Quadrio Curzio, non esattamente un "populista". Il quale, descrivendo la proposta dell'ormai ex ministro delle Finanze tedesco, parlava già allora di: «un Fondo monetario come "sovrano rigorista"» e di una «minacciosa "gestione ordinata" dei titoli di Stato», concludendo seccamente che «la proposta è da respingere e non solo perché sarebbe micidiale per l’Italia».

Com'era immaginabile quella di Schäuble non era la mera esercitazione di un ministro in disarmo. Tant'è che adesso la cosa si fa seria. Ce ne parla stavolta un altro insospettabile, Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri l'altro. Il fatto è che l'informale non-paperdell'attuale presidente del Bundestag ha ora preso l'ufficialissima forma di una proposta firmata dal duo Merkel-Macron.

Ma se a ottobre l'establishment nostrano sembrava deciso a dire no, adesso invece tentenna. Lorsignori comprendono che il cappio franco-tedesco riguarda in qualche modo anche loro, ma l'alternativa è il dilagare del populismo, addirittura il licenziamento della tanto amata Merkel, che Dio non voglia!

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politicaecon

"Chi non rispetta le regole" a Roma

di Sergio Cesaratto

Pubblichiamo la traccia della mia presentazione del libro a Roma in una splendida cornice. Grazie all'amico Alberto e ad Asimmetrie. Splendidi i/le ragazz* di L'intellettuale dissidente. A breve il video a cura di ByoBlu, grazie anche a loro

CenciIl libro nasce da una conferenza a Friburgo, la patria dell’ordo-liberismo tedesco, in cui cercavo di spiegare agli amici tedeschi che le responsabilità del mancato funzionamento dell’euro, almeno dal nostro punto di vista, non erano imputabili solo all’Italia, ma forse soprattutto alla Germania. In un certo senso questa è un’affermazione contraddittoria, in quanto l’euro gli italiani se lo sono cercato e hanno aiutato attivamente a disegnarlo. L’euro è il culmine, a ben vedere, del nuovo regime di politica monetaria ispirato e impostato da esponenti come Andreatta e la sua corte bolognese (Prodi, Onofri, Basevi fino a Enrico Letta), con il contributo fattivo della Banca d’Italia post-Baffi e della crescente influenza bocconiana. Cos’è questo nuovo regime?

Nel libro prendo le mosse un pochino indietro, dal fallimento dell’Italia del miracolo economico nell’incontrare le esigenze di giustizia distributiva e di modernizzazione del Paese. Il tentativo riformista agli inizi degli anni sessanta ci fu, ma fallì presto. Già nel 1963 si udì il “tintinnio di sciabole”, e le prime lotte operaie furono stroncate con la stretta creditizia. Il conflitto riesplose negli anni settanta governato in un qualche modo dal modello inflazione/svalutazione e dall’espansione della spesa pubblica con il livello del debito tenuto sotto controllo da tassi di interesse reali negativi. La stabilità dei prezzi fu simbolo e vittima di un irrisolto conflitto distributivo.

Attraverso lo SME e poi col divorzio (il ben noto colpo di Stato bianco di Andreatta e Ciampi), il nuovo regime intese porre disciplina al sistema. Il modello degli anni ottanta fu però contraddittorio: il combinato disposto della perdita di competitività esterna e del sostegno alla domanda interna da parte di governi che avevano ancora in mente la crescita, e gli elevati tassi che ne conseguirono, fece due vittime, in parte sovrapposte: il debito pubblico e il debito estero.

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mondocane

Atene, le voci dei leader della Resistenza greca

di Fulvio Grimaldi

Sovranità, nazione, patria, identità, confini .… La Destra? Accoglienza, no borders, integrazione, Europa…. La Sinistra? La risposta della Grecia in coma (vigile)

ercole“Dico con tutta la forza della mia anima che il nostro paese realmente fa parte del quadro occidentale, appartiene all’Unione Europea, alla NATO e questo non si mette in discussione” (Alexis Tsipras, Antenna TV, maggio 2014)

Voci Bilderberg per tenere a galla i negrieri

L’altra sera ho aperto la finestra di destra del canale di Urbano Cairo, quella che la sua conduttrice e autrice definisce “progressista” alla maniera con cui il PD si definisce di centrosinistra, Saviano di sinistra tout court, Fratoianni di estrema sinistra e “il manifesto” quotidiano comunista. Mi riferisco alla trasmissione della signorina Lilli-Bilderberg-Gruber “Otto e mezzo”, che tutte le sere e anche il sabato ci dà la misura della professionalità con la quale il giornalismo bilderberghiano e quello subordinato affrontano le questioni dirimenti del nostro tempo. Tipo gli eroi MSF di Aquarius, che ormai pescano migranti sul bagnasciuga libico, per risparmiare costi e fatiche ai colleghi in terra. C’erano i soliti tre ospiti; due a far squadra con la conduttrice, l’altro a fare da vaso di coccio, dovendosi guardare dai due lati e anche da davanti. Equilibrio divenuto fisso nelle tv, non solo della signorina Lilli, in queste temperie di terrorizzanti cambiamenti di uno Status quo rimasto tale, con interruzioni, dal Congresso di Vienna del 1815 (restaurazione) e allargato al Sud del mondo dalla Conferenza di Berlino del 1884-5 (spartizione delle colonie).

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paginauno

Governo vs Unione europea

Chi resterà con il cerino?

di Giovanna Cracco

cousin jean the elder 502 the rape of europaGiovanni Tria al Ministero dell’Economia al posto di Paolo Savona, e quest’ultimo agli Affari europei, e tutto si è appianato: la crisi, politica, mediatica e finanziaria (speculativa [1]), dettata dalle posizioni anti-euro di Savona è rientrata. Sorprendentemente, perché sulla carta l’accoppiata è la più euroscettica che un governo italiano abbia mai visto. Non si spiega quindi il ‘cessato allarme’, se non con il fatto che l’alternativa – un governo Cottarelli che non avrebbe ricevuto neanche un voto in Parlamento, altre elezioni a breve e la conseguente instabilità per mesi – sarebbe stata ancora peggiore; evidentemente ora sono tutti convinti che Tria e Savona non usciranno dai consueti binari nei rapporti con l’Unione europea, ma ha ragione Salvini quando afferma di non aver fatto alcun passo indietro perché sulla moneta unica Tria ha le stesse posizioni di Savona. Certamente il primo è meno barricadero del secondo, non ha mai parlato di un Piano B per l’Italexit, ma condivide il medesimo pensiero – che tra l’altro appartiene a diversi economisti critici verso l’euro, una posizione che fino a oggi ha avuto poco visibilità al di fuori dei circoli accademici, delle testate specializzate e della rete.

In una estrema sintesi, inevitabilmente tecnica, i punti chiave di questa posizione sono due: l’impostazione mercantilistica della Germania, che genera un surplus commerciale e finanziario in un’area monetaria priva di collaterali strumenti di compensazione che possano riequilibrare la bilancia dei pagamenti import/export tra i Paesi; e le regole inserite nei Trattati, fiscal compact ma non solo, che impediscono agli Stati di attuare una politica economica espansiva in una fase di crisi non certo alle spalle.

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sollevazione2

Si può uscire dall'euro: ecco come

di Leonardo Mazzei

Un formidabile saggio di Leonardo Mazzei. Una guida pratica che spiega, a chi abbia già capito i perché, i COME si possa e si debba uscire dalla gabbia della moneta unica e riconquistare sovranità monetaria. "Non sarà una passeggiata ma l'Italia ha tutto da guadagnare". Cinque , in risposta agli euroinomani ed ai seguaci di T.I.N.A., i temi sviscerati: 1) la svalutazione, 2) l'inflazione, 3) la fuga dei capitali, 4) la ridenominazione del debito, 5) il presunto isolamento dell'Italia e le sue dimensioni ritenute troppo piccole per ritornare alla sovranità monetaria. Buona lettura.*

uscire dalleuro copertinaQuelli che... ormai è troppo tardi

Che l'euro sia un grave problema per l'economia italiana viene ormai riconosciuto con sempre maggior frequenza. Ma mentre la platea degli ultras della moneta unica si va pian piano svuotando, viene invece a riempiersi quella di chi, pur ammettendo i danni prodotti, sa solo concludere che ormai è troppo tardi per uscirne.

Insomma, se fino a qualche tempo fa si doveva assolutamente restare nell'eurozona per i presunti benefici di questa collocazione - moneta "forte", aggancio a sistemi produttivi considerati più avanzati, tutela del risparmio, eccetera - oggi si tende ad evidenziare i problemi connessi all'uscita. Segno dei tempi, senza dubbio, ma anche della manifesta impossibilità di continuare a sostenere la bontà di una scelta che ha fatto sprofondare l'Italia nella crisi più grave degli ultimi ottant'anni.

Certo, la recessione scoppiata nel 2008 ha avuto una dimensione non solo europea, ma il fatto che si sia rivelata più profonda e prolungata proprio nell'Unione, ed ancor più nell'eurozona, qualcosa dovrà pur dirci. Tanto più che tra i benefici dell'euro doveva esserci pure quello di attenuare i cosiddetti shock esterni. E' avvenuto invece il contrario, come dimostrato da tutti gli indicatori economici: da un lato l'Unione Europea è l'area dove la crisi ha picchiato più duro, dall'altro l'euro ha aumentato le asimmetrie tra le varie economie nazionali che la compongono. Detto in altri termini, la moneta unica ha innescato un meccanismo di redistribuzione della ricchezza al contrario, avvantaggiando i paesi più ricchi (Germania in primis) a danno di quelli considerati "periferici". Tra questi l'Italia.

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economiaepolitica

Impressioni da Berlino

di Sergio Cesaratto

euro explosion 26962642 640x579Il 7 e 8 giugno ho avuto la fortuna di partecipare a un workshop sulla riforma dell’eurozona organizzato da economisti post-keynesiani.

Due presentazioni hanno particolarmente attirato la mia attenzione, non a caso di due studiosi tedeschi vicini all’establishment. Essi esprimono la filosofia “riformatrice” (sic) dell’attuale governo tedesco. Il resto non mi ha invece impressionato, a parte la buona volontà di alcuni economisti tedeschi post-keynesiani (e un battibecco finale di cui dirò). Gli economisti francesi, spagnoli e portoghesi mi sono sembrati molto accondiscendenti nei confronti della situazione attuale.

Il primo dei due studiosi, l’economista Jeromin Zettelmeyer, è uno dei firmatari dell’in/famous  documento dei 14 economisti franco-tedeschi (Bénassy-Quéré et al 2018). Per una analisi critica del documento rimando a quanto ho già scritto in merito su Il Fatto Quotidiano (Cesaratto 2018a). La filosofia di fondo che emerge dal documento è la subordinazione di ogni sostegno in caso di crisi del debito sovrano a una ristrutturazione del medesimo, che comprende in particolare un taglio del debito stesso a sfavore del settore privato. Insomma, ciò che si intende rafforzare è la disciplina dei mercati sulle politiche fiscali nazionali. L’ispirazione di questa posizione è da rintracciarsi nell’altrettanto in/famous  non-paper di Wolfgang Schauble, la risposta tedesca alle proposte di Macron (v. Cesaratto, S. (2018b) qui).

Questo era, in verità, quanto avevano già in mente anche gli estensori del Trattato di Maastricht (che in sovrappeso misero anche i noti paletti su deficit e debito). I mercati, tuttavia, abdicarono al ruolo a loro attribuito di sanzionatori della disciplina fiscale.

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orizzonte48

€uropa e welfare: tra rimedio al pauperismo, ong e legalità costituzionale

di Quarantotto

CsQc j6WIAAm9bd.jpglargeIntroduzione

Forniremo un breve reminder che riguarda il concetto di welfare e la sua accezione fondativa del modello "legale-costituzionale", irriducibilmente alternativa a quello irresistibilmente sospinto dal vincolo esterno (in realtà, l'intero blog è rivolto a questa precisazione di paradigmi, come pure i due libri che traggono dal materiale emerso dal blog il loro contenuto di ricostruzione della legalità costituzionale).

Cercherò di integrare, per punti essenziali, il contenuto di vari post e di alcuni importanti commenti che ne sono scaturiti e che ci riportano a "fonti" che potremmo assumere quale interpretazione "quasi-autentica" del testo costituzionale.

 

1. Premessa definitoria dei paradigmi alternativi interni alle moderne società ad economia capitalistica.

Esistono due tipi di welfare. Perchè esistono due modelli di società che poi sono due diversi modelli di capitalismo: uno è quello costituzionale e l'altro è quello "internazionalista-oligarchico-finanziario".

E infatti esiste un welfare "costituzionale", chiaramente identificabile in base alle previsioni della Carta fondamentale e un welfare "euro-trainato", che tende a orientare la società verso il modello finanziario-oligarchico del mainstream neo-classico.

Questi, sul piano economico, corrispondono a un ulteriore dualismo qui più volte evidenziato, che si incentra su due concetti diversi e incompatibili di "piena occupazione".

Questo dualismo era in realtà ben chiaro ai nostri Costituenti, che, nelle (forse irripetibili e purtroppo transitorie) condizioni in cui si diede vita all'Assemblea Costituente, non ebbero esitazione nella scelta tra le due opzioni.

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vocidallestero

Va cambiato il sistema. La crisi italiana lo dimostra

Alexander Trentin intervista Paul De Grauwe

maxresdefaultPaul De Grauwe da tempo ricorda come in una unione monetaria non esista altro modo per un paese che perde competitività se non attuare una dolorosa svalutazione interna, ovvero schiacciare i salari. In questa intervista riconosce lucidamente che lo stato di cose oggi è insostenibile e che la mancanza di collaborazione dei paesi nord-europei rischia di far crollare l’intero eurosistema. Non auspica però un’uscita immediata e unilaterale dell’Italia dall’euro, ma piuttosto una ripresa degli investimenti pubblici, se necessario anche in violazione degli stringenti parametri dell’eurozona, da lui stesso definiti insensati. Ovviamente, la questione aperta rimane: che fare se l’Ue non dovesse concedere all’Italia la flessibilità necessaria ad attuare le politiche espansive di investimento che oggi sono così urgenti?

* * * *

Professor De Grauwe, come si spiega che i partiti populisti abbiano vinto le elezioni in Italia?

È il risultato delle difficoltà di ripresa dei paesi della periferia dell’Euro dopo la crisi finanziaria. Molti paesi hanno perso competitività. Per cercare di ristabilire un equilibrio economico hanno ridotto i prezzi e i salari al fine di essere competitivi, un meccanismo chiamato dagli economisti “svalutazione interna”. Si tratta di un processo molto doloroso, in cui ai paesi viene imposta l’austerità. La svalutazione interna ha intensificato la recessione, aumentato la disoccupazione e causato sofferenze a molte persone. Ci sono stati contraccolpi politici, in particolare in Italia. Il paese ha decisamente esagerato nell’imporre misure di austerità. Questo ha causato uno scontento diffuso, che i partiti politici hanno saputo incanalare. Una certa responsabilità di ciò ricade sui paesi del Nord Europa. Questi paesi avrebbero potuto alleviare l’onere dell’Italia stimolando la propria economia. Invece essi stessi hanno adottato politiche di austerità. Questo ha creato fino a tempi recenti una tendenza deflazionistica nella zona euro. Tutti i costi sono ricaduti sui paesi in deficit, mentre i paesi creditori non erano disposti a condividere la loro parte. C’è un errore nel sistema.

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coniarerivolta

L’uso politico dello spread: come la BCE ha messo in riga l’Italia

di coniare rivolta

guerraspreadNegli ottantotto giorni che hanno portato alla formazione del nuovo governo giallo-verde si sono giocate tante partite. La più importante è stata senza dubbio quella sull’Europa. In una specie di percorso di rieducazione dei partiti populisti che hanno vinto le elezioni, il Presidente della Repubblica Mattarella si è incaricato di orientare, con singolare protagonismo, le forze politiche verso la costituzione di un governo amico dell’Europa. Movimento 5 Stelle e Lega si sono dimostrarti straordinariamente sensibili ai richiami all’ordine, piegandosi al primo schiocco di spread. Al termine dei balletti, una maggioranza parlamentare a parole euroscettica e populista ha infatti formato un esecutivo che vede nelle posizioni chiave dei Ministeri dell’Economia e degli Esteri le figure di Tria e Moavero Milanesi, una vera e propria garanzia per l’Europa: l’Italia farà la brava, resterà all’interno dei vincoli che stanno massacrando la nostra economia e non metterà mai in discussione gli equilibri che ci vedono condannati al declino.

Mentre questo teatrino andava in scena sotto i nostri occhi, qualcosa di importante si è mosso dietro le quinte condizionando in maniera decisiva il corso degli eventi, qualcosa che può spiegare come agisce il potere ai tempi della globalizzazione e dell’Unione Europea. La storia infinita della formazione di questo governo ha infatti avuto una svolta nell’ultima settimana di maggio, quando il premier incaricato Conte presenta a Mattarella una lista dei ministri che prevede Paolo Savona nel ruolo chiave del dicastero dell’Economia. Savona incarnava un atteggiamento critico ma dialogante nei confronti dell’Europa. Recentemente severo con la direzione presa dalle istituzioni europee, ree secondo lui di favorire troppo la Germania rispetto all’Italia, l’anziano docente universitario viene dai vertici di Banca d’Italia e Confindustria, ed è quindi un uomo delle istituzioni, assolutamente interno alla gestione di quel potere che oggi viene amministrato da Bruxelles e Francoforte.

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micromega

Governo del cambiamento? Solo se avrà il coraggio di scontrarsi con l’Ue

Giacomo Russo Spena intervista Sergio Cesaratto

governo conte 2L’economista ha un giudizio interlocutorio, ma anche preoccupato, sul nuovo esecutivo: “C’è un problema di coperture finanziarie, fare sia la flat tax che il reddito di cittadinanza, oltre alla riforma della Fornero, sarà impossibile”. E per farlo, nel caso, è necessario battere i pugni a Bruxelles: “Manca una visione macroeconomica, non ci si può limitare all’alternativa secca che o si obbedisce ai vincoli europei o si rompe con l’Ue. Bisogna articolare una proposta di mezzo per rinegoziare il quadro”. Infine, come Piano B, crede non si possa morire per l’Europa: “Come extrema ratio sono per il recupero della piena sovranità monetaria, ciò ha a che fare con la nostra democrazia”.

“Non è certamente un governo progressista però sono curioso di capire se andrà a scontrarsi con Bruxelles. È lì che si gioca la partita”. In questi anni Sergio Cesaratto, economista e professore all’università di Siena, ha scritto libri, interventi e relazioni contro l’attuale assetto dell’Unione Europea. Adesso ha un giudizio interlocutorio, ma anche preoccupato, sul nuovo esecutivo. Se pensa che la cancellazione della riforma Fornero sulle pensioni sia giusta, dall’altra critica la flat tax: “È una redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto: una misura che accresce l’ingiustizia sociale e, persino, la crisi finanziaria perché penalizza la domanda interna”. In sospeso rimane poi la battaglia cardine, quella con l’Europa.

* * * *

Professore, partiamo dal contratto di governo siglato tra Salvini e Di Maio. Sono state fatte varie promesse ma, secondo lei, esistono le coperture finanziarie?

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criticascient

La questione tedesca

di Giacomo Gabellini

Ci sono le opinioni e poi le ricostruzioni inoppugnabili come quelle di Giacomo Gabellini: lo scenario geopolitico della crisi della UE

Bundestag Fg kTxE 1280x960ProduzioneL’1 settembre del 1994, durante il semestre di presidenza tedesca dell’Unione Europea (Ue), il presidente del gruppo parlamentare Wolfgang Schäuble, che sarebbe poi assurto a onnipotente ministro delle Finanze di Berlino, presentò al Bundestag, a nome del partito Cdu, un documento redatto assieme a Karl Lamers dal titolo Riflessioni sulla politica europea. All’interno del testo, i due politici tedeschi denunciavano come dopo la caduta del blocco sovietico e la riunificazione tedesca, lo sviluppo del processo di costruzione dell’Europa e di allargamento dell’Ue verso Est fosse entrato in una fase critica, al punto che:

«se entro due-quattro anni non si trova una soluzione alle cause di tale inquietante evoluzione, anziché indirizzarsi verso la maggiore convergenza prevista dal Trattato di Maastricht, l’Unione rischia di imboccare inesorabilmente la via di una formazione più debole, limitata essenzialmente ad alcuni aspetti economici e composta da diversi sottogruppi. Tale zona di libero scambio “migliorata” non potrebbe consentire alla società europea di superare i problemi vitali e le sfide esterne che si trova ad affrontare». 

I provvedimenti istituzionali e politici che Schäuble e Lamers raccomandavano di adottare per prevenire questa deriva riguardavano innanzitutto il rafforzamento istituzionale dell’Unione Europea, la cui capacità di azione su base democratica dovevano essere irrobustite adottando una struttura modellata sulla falsariga dello Stato federale ed ispirata al principio di sussidiarietà.

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soldiepotere

Bankitalia, Europa e mainstream

di Carlo Clericetti

modernismo 20 638Nei due anni scorsi le Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco erano state fortemente critiche nei confronti delle scelte europee. Specie in quelle del 2017 era ricordato un nutrito elenco delle misure che avevano danneggiato l’Italia. Di questo, stavolta, non si trova traccia, e anzi alla conclusione del discorso, dove pure si ricorda che molti cambiamenti sarebbero necessari, Visco si esprime in modo categorico: “Il destino dell’Italia è quello dell’Europa. Siamo parte di una grande area economica profondamente integrata, il cui sviluppo determina il nostro e allo stesso tempo ne dipende. È importante che la voce dell’Italia sia autorevole nei contesti dove si deciderà il futuro dell’Unione europea”. E su questo, capitolo chiuso, è una scelta che non si discute.

Il paragrafo sull’economia italiana, dove il governatore oltre all’analisi della situazione (piuttosto ottimistica) traccia il programma delle cose da fare, conferma una volta di più che l’orientamento di Visco non si sposta di una virgola da quella impostazione mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi 40 anni.

Il primo problema ad essere citato è quello del debito pubblico:

Scoraggia gli investimenti aumentandone i costi di finanziamento e alimentando l’incertezza; accresce il ricorso a forme di tassazione distorsiva, con effetti negativi sulla capacità di generare reddito, risparmiare e investire; comprime i margini disponibili per politiche sociali e di stabilizzazione macroeconomica. Espone a crisi di fiducia, particolarmente pericolose quando, oltre a coprire il fabbisogno dell’anno, si devono rifinanziare ingenti importi di titoli in scadenza: in Italia si tratta complessivamente di circa 400 miliardi all’anno”.

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contropiano2

Quei trattati immodificabili che creano squilibri

Un “piano B” serve a tutti

di Claudio Conti

image 87069 640 panofree xnhn 87069Non è facile capire come funziona il nostro angolo di mondo ascoltando i telegiornali o dando retta alla triade Repubblica-Corriere-Stampa. Da queste fonti, infatti, “l’Europa” viene descritta come il paradiso delle virtù e il nostro paese come la sentina di tutti i vizi; solo dosi a salire di austerità e sacrifici potrebbero correggere un “carattere nazionale” davvero scadente.

Sui vizi italiani si può facilmente concordare – e qui cascano di solito molti asini “di sinistra” – ma l’Unione Europea (una costruzione tecnoburocratica strutturata da trattati non modificabili, se non all’unanimità) è ben lontana dall’essere una casa di vetro.

Per capirne di più bisogna provare a leggere fonti diverse, che diano conto di quel che matura dentro l’establishment tedesco (il vero e unico “motore” della Ue) e soprattutto di quale sia la situazione economica complessiva, con tutte le distorsioni che da qui non si vedono e che i media mainstream si guardano bene dall’illuminare.

Il formarsi di un governo grillin-leghista, con un programma teoricamente “indipendentista” rispetto alla Ue, è stato accompagnato da alti allarmi (registrati anche dai “mercati”), ma con una serie di considerazioni che qui vengono considerate pura follia, mentre altrove sono normale dibattito su cosa può avvenire a seconda dell’evoluzione di alcune variabili.

Per esempio, riferisce il corrispondente dalla Germania di Italia Oggi, sulla prestigiosa rivista Manager Magazine, uno degli opinionisti più influenti, Daniel Stelter, spara a zero sulla Bce di Mario Draghi: