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Gli errori di Tsipras, M5S e sinistra sull'euro
Come sganciarsi dalla moneta unica senza uscire dall'eurozona
di Enrico Grazzini
L'opposizione democratica – quella dei 5 Stelle e della Sinistra – dovrebbe preparare urgentemente un piano chiaro sull'euro e sull'Europa. La situazione italiana è infatti molto più preoccupante di quanto ci fanno apparire. È più che grave: è disastrosa (anche se al peggio purtroppo non c'è fine). La crisi bancaria è serissima, e quella dell'intero Paese prelude a probabili rotture con l'Unione Europea e con i mercati finanziari. In effetti l'Italia è sull'orlo del baratro: l’esito è incerto, ma senza svolte sicuramente avanziamo verso la catastrofe. Il contesto è pessimo: l’euro è una moneta strutturalmente fragile e perennemente a rischio di sopravvivenza, l’eurozona è già in coma, e l'Italia è il punto debole di questa eurozona malata.
Pochi dati sintetici (fonte: Istat) illustrano la drammatica condizione a cui è giunto il nostro Paese. Dal 2007 al 2015 l'Italia dell'euro ha perso quasi 10 punti di PIL (circa 140 miliardi in meno) e un quarto della produzione industriale. I disoccupati sono passati da un milione e 150 mila unità a quasi tre milioni. Il reddito medio è sceso fino al livello pre-euro (primi anni '90) e 4,6 milioni di famiglie sono ormai entrate in condizione di povertà assoluta. Gli investimenti sono caduti del 30% circa. Con i famigerati tagli alla spesa pubblica, i servizi per i cittadini (sanità, istruzione, trasporti) sono in condizioni di degrado. Al sud l'unico business fiorente e liquido è quello delle mafie. I giovani più bravi vanno all'estero. Paghiamo più tasse di quanto lo stato spende per i servizi pubblici, ma lo stato è ugualmente in deficit perché paga circa 70-80 miliardi all'anno di interessi sul debito agli investitori finanziari.
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“Sei lezioni di economia”: un libro per capire la crisi dell’Europa. E uscirne
di Vladimiro Giacché
Giunti al termine delle “Sei lezioni di economia” di Sergio Cesaratto si hanno due certezze. La prima è che il testo di Cesaratto è molto di più di un libro di lezioni di economia: è senz'altro un compendio delle principali teorie economiche tra Otto e Novecento, ma anche una storia economica d'Italia dagli anni Settanta in poi, una ricostruzione molto accurata della crisi europea dal 2010 a oggi, e anche – aspetto quest’ultimo da leggersi un po’ in filigrana, ma importante – una ragionata e al tempo stesso appassionata ricostruzione dell'itinerario intellettuale del suo autore nel contesto delle controversie economiche degli ultimi decenni. La seconda certezza è che si tratta senz'altro di uno dei più importanti contributi al dibattito economico italiano degli ultimi anni. Se la seconda certezza rende più gratificante il compito del recensore, la prima lo rende più arduo, costringendo a selezionare tra gli aspetti del libro da trattare: selezione che necessariamente sacrifica qualcosa.
In questa sede ci si occuperà della ricostruzione della crisi europea offerta da Cesaratto, e non senza rammarico: le pagine sulla rivoluzione incompiuta di Keynes e sulla conseguente successiva riconduzione di questo autore nell'alveo della teoria marginalista (riconduzione che Cesaratto considera forzata, ma fondata su alcuni limiti del suo pensiero) avrebbero meritato pari attenzione (lo stesso non si può dire purtroppo delle pagine sbrigative dedicate a Marx, e in particolare alla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto: che, a differenza di quanto sembra pensare l'autore, non è una spiegazione delle singole crisi, ma un’interpretazione delle tendenze di lungo periodo del modo di produzione capitalistico).
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Rottamare Maastricht
di Militant
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Rottamare Maastricht, di A. Barba, M. D’Angelillo, S. Lehndorff, L. Paggi, A. Somma
Da qualche anno Derive Approdi sta rispondendo ad un’esigenza culturale e politica di confronto d’alto profilo sulla natura della crisi del capitalismo e sulle possibili vie d’uscita. Invece di sposare una posizione, ne mette sostanzialmente due a confronto: da una parte il filone foucaultiano-biopolitico dell’analisi del/sul potere liberale dei nostri giorni; dall’altra l’analisi marxista della crisi, le sue origini, le sue conseguenze economiche e politiche. Le due impostazioni sembrano trovare un terreno di confronto comune sull’Unione europea. E’ inevitabile che sia così: la Ue è la concretizzazione politica, economica ma anche culturale e “valoriale” che il capitalismo liberista assume nell’Europa oggi. Parlare di potere e di crisi non può che condurre ad una riflessione sulla costruzione europeista. E’ in questa direzione interpretativa che va inserita la pubblicazione di questo Rottamare Maastricht, un libro breve (186 pagine), composto di più saggi, che si offre come strumento per la comprensione delle storture dell’Unione europea intesa come progetto politico-economico fallato dalle sue fondamenta. L’obiettivo è dato sin dal titolo: rottamare i trattati europei, a cominciare da quello più cogente/coercitivo: Maastricht. Sul come, si aprono le interpretazioni più diverse, e i saggi proposti non arrivano (forse giustamente) a sintesi. Non è però questo che si chiede ad uno strumento di comprensione del presente. La soluzione non potrà che arrivare da un processo collettivo che imporrà una sintesi politica autorevole alle diverse interpretazioni dell’Unione europea. Dal nostro punto di vista, questa non potrà che passare dalla rottura qualsiasi essa sia della Ue, ma sul tema c’è ancora fermento a sinistra.
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La sinistra non la si ricostruisce solo sul no-euro
F. Giusti e F. Gabriellini intervistano Sergio Cesaratto
Sergio Cesaratto, economista, ordinario all'università di Siena, autore di Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi (e come superarla), Imprimatur, 2016. Lo abbiamo intervistato per Controlacrisi.org in occasione del presentazione del suo libro tenutasi a fine novembre a Pisa a cura del municipio di beni comuni e dei delegati\lavoratori indipendenti
Nel 2012 hai scritto un libro con Massimo Pivetti dal titolo Oltre l'austerità. Ce ne vuoi parlare soffermandoti sui risultati di queste politiche in Italia e in Europa?
Nel 2012 il libro pubblicato on line da Micromega fu una prima testimonianza contro le politiche europee. Naturalmente tutto quello che scrivemmo lì si è avverato soprattutto nei riguardo degli anelli più deboli dell’eurozona, Grecia, Portogallo, Italia. Le cose vanno apparentemente meglio in Spagna al costo di una riforma del mercato del lavoro ancora più feroce di quella italiana in cambio della quale Madrid ha però ottenuto una certa tolleranza per i suoi disavanzi pubblici. Così da anni è concesso a quel Paese di sforare i parametri europei e ciò spiega la sua maggiore crescita. Sospettiamo anche che la finanza internazionale, la Deutsche Bank in primis, abbiano l’ordine di servizio di continuare a finanziare quel Paese così virtuoso. Ciò non è concesso all’Italia, che il capitale tedesco vuole schiacciare distruggendo la nostra industria. La devastazione che l’austerità europea sta imponendo al Paese è enorme. Il pericolo maggiore è l’assuefazione al degrado.
Sei lezioni di economia nascono da un colloquio immaginario con i tuoi studenti, quesiti che scaturiscono dai tuoi corsi universitari come nasce l'idea del libro e come si è sviluppata?
La lettrice (o lettore) immaginario non è necessariamente uno studente.
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Unione monetaria: un punto di vista italiano
di Alberto Bagnai
Nel primo dei due capitoli scritti per L’euro est-il mort?, libro pubblicato in Francia che raccoglie i contributi di più autori coordinati dall’economista Jacques Sapir, Alberto Bagnai – ben noto ai nostri lettori per il blog Goofynomics e presidente dell’associazione a/simmetrie – analizza la crisi dell’eurozona con l’aiuto dell’esperienza italiana, particolarmente utile da due punti di vista: perché l’Italia stessa è un’unione monetaria che non è un’area valutaria ottimale e ne ha già sperimentato le conseguenze; e perché le élite italiane hanno dichiarato molto esplicitamente quali erano, dal loro punto di vista, gli obiettivi dell’unione europea: utilizzare il vincolo esterno legato alla moneta unica per orientare il processo democratico e in questo modo la distribuzione del reddito. Senza il “sogno europeo”, il “ce lo chiede l’Europa” e le crisi generate dalla moneta unica non sarebbe stato possibile realizzare il programma di “riforme strutturali” che hanno indebolito e impoverito i lavoratori e in generale le fasce di popolazione più deboli. Il vero successo dell’euro, amaramente, è stato questo
L’euro e il declino dell’economia italiana
Adam Smith ce l’aveva ben detto, nel terzo capitolo del primo libro de «La ricchezza delle nazioni»: la divisione del lavoro è limitata dalla dimensione del mercato. Non ci si può aspettare che un produttore privo di sbocchi sul mercato sia spinto ad adottare innovazioni e quindi aumentare la produttività. A che cosa gli servirebbe produrre di più, o produrre a un costo più basso, se non ha qualcuno a cui vendere? La produttività non è una questione puramente esogena o tecnica. Nell’economia classica (Smith), come in quella keynesiana, e, ci permettiamo di aggiungere, nell’economia tout court, la produttività dipende anche dalla domanda.
Che cosa c’entra questo con l’Italia?
L’evento che più salta all’occhio nell’economia italiana degli ultimi trent’anni è senza dubbio l’improvviso arresto del tasso di crescita della produttività del lavoro, che si manifesta poco dopo la metà degli anni 90. Dal 1971 al 1996 la produttività del lavoro era aumentata a un tasso medio annuale del 2.7%, non lontano dal 3.0% della Francia e dal 2.9% della Germania.
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L’euro e il rischio Trump nell’Unione
Antonio Lettieri
Prima la Brexit, poi l'elezione di Trump ci dicono che l'"imprevedibile" può verificarsi, specie quando dilaga lo scontento per politiche economiche a vantaggio solo di pochi. Nel 2017 voteranno due (e forse anche noi) paesi importanti, e tutto può accadere. La crisi dell'euro merita una riflessione laica, aperta a diversi scenari possibili
Dopo la vittoria di Donald Trump non solo ci si deve interrogare sulle ragioni del suo imprevisto successo in America, ma anche su quale lezione se ne possa trarre per l’Unione europea. Si tratta evidentemente di situazioni politiche non sovrapponibili. Eppure, non ostante tutte le differenze, gli scenari presentano intriganti punti in comune. Innanzitutto, la crisi economica che in modi diversi ha toccato le due sponde dell’Atlantico; poi la crisi dei tradizionali assetti politici.
Gli stati Uniti e l’Europa sono stati entrambi colpiti dalla Grande recessione. Con una differenza fondamentale. L’America di Barack Obama ha ripreso a crescere in tempi relativamente rapidi e già nel 2014 il reddito nazionale aveva superato quello antecedente alla crisi. La disoccupazione giunta al 10 per cento al culmine della crisi è stata ridotta al 4,9 per cento. Il contrario si è verificato nell’Unione europea e, in particolare, nell’eurozona dove la crisi ha avuto effetti devastanti.
Il confronto fra le politiche adottate per rispondere alla crisi mostra tutta l’assurdità della combinazione di austerità e riforme strutturali adottate nell’Unione europea sotto l’egida della Commissione europea con la complicità degli stati membri dell’eurozona. L’austerità ha bloccato la crescita, portato a livelli esplosivi la disoccupazione e accresciuto il debito pubblico che era finalizzata a ridurre. Le riforme strutturali hanno aggredito le conquiste sociali che avevano caratterizzato la democrazia europea del vituperato Novecento: una politica reazionaria definita, con un’ipocrita torsione del linguaggio politico,“riformista”.
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Referendum, spread, crisi bancaria, OMT, Memorandum e... la grande tranvata
di Quarantotto
1. Ooops! Fanno una scoperta...
ALLARMISTI PER IL SÌ - Ft: "Se vince il No, Italia fuori da euro". Confindustria: "Si fermano investimenti". Ma per Nyt il problema è un altro
Naturalmente non spiegano bene perché il referendum si colleghi all'uscita dall'euro dell'Italia.
Anzi, dicono che per il New York Times "il problema sarebbe un'altro" (come vedremo): non il referendum in sé, ma le sofferenze creditizie in Italia, cioè, l'Unione bancaria che, (ma si ostinano a non voler unire i puntini), coincide con l'euro.
E ciò in quanto l'Unione bancaria è il meccanismo assicurativo dei Paesi creditori all'interno di un sistema in cui le insolvenze diffuse sono la conseguenza degli strumenti di correzione degli squilibri commerciali determinati dalle svalutazioni competitive tedesche, poste in essere in violazione dei trattati, ma tollerate dalle istituzioni €uropee...
E tollerate, anzi avallate, in quanto soggette all'indirizzo politico imposto dal paese che ha vinto la guerra commerciale che l'euro era programmato ad innescare: secondo la previsione della "economia sociale di mercato fortemente competitiva".
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Disintegrazione dell’Europa o processo costituente?
Crisi, governo dell’emergenza e prospettive di nuova invenzione democratica
di Beppe Caccia e Sandro Mezzadra
Il testo che qui proponiamo in versione italiana nasce da una comune ricerca, intrapresa nel corso della prima metà del 2016 intorno alle “crisi multiple” del processo d’integrazione europea. È in corso di pubblicazione in tedesco nel volume curato da Mario Candeias e Alex Demirović, Europe – What’s Left? Die Europäische Union zwischen Zerfall, Autoritarismus, und demokratische Erneuerung, Münster, Westfälisches Dampfboot, 2017. Integrato con alcune considerazioni successive all’esito del referendum sulla Brexit, l’articolo è stato scritto ovviamente prima dei risultati delle elezioni presidenziali americane. Ancora non è dato sapere quale impatto possa avere Trump alla Casa Bianca sulle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, all’interno del più generale sommovimento che su scala planetaria la sua vittoria andrà a produrre. Nondimeno riteniamo che già alcune delle tesi contenute in questo contributo – dal ruolo dell’Europa nel contesto capitalistico globale alla reale natura dei “sovranismi” di cui lo stesso Trump è certamente espressione, fino alla necessità di articolare molteplici e convergenti livelli d’iniziativa, sociale e politica, alternativa – possano contribuire al dibattito in corso. E a un suo ulteriore avanzamento, a partire dai nodi politici che il testo, e prima ancora la realtà contemporanea, lasciano irrisolti e aperti alla discussione collettiva.
* * * *
Europa/mondo: il capitalismo globale e i suoi spazi
Il capitalismo globale è ben lungi dall’aver trovato una stabilizzazione dal punto di vista dell’organizzazione dei suoi spazi e della definizione del suo rapporto con gli spazi politici e giuridici.
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L’Euro e il contesto internazionale
di Jacques Sapir
Un importante articolo di Sapir disegna i processi mondiali ed europei verificatisi negli ultimi trent’anni: la fine dell’Unione Sovietica e la preoccupazione per lo strapotere degli Stati Uniti hanno spinto la Francia ad avviare una costruzione europea che però è subito andata fuori dal suo controllo per diventare preda della globalizzazione e devastare le economie e le istituzioni del mezzogiorno europeo; l’impossibilità degli Stati Uniti di conservare il ruolo di iperpotenza ha infine messo in crisi la globalizzazione e sta ricreando la situazione normale di un mondo diviso in Stati sovrani che, si spera, cerchino e trovino la via della cooperazione.
* * * *
La nascita dell’euro risale a un periodo in cui si poteva credere, o almeno avere l’illusione, della fine delle Nazioni. Se le possibilità di una moneta unica per i paesi della Comunità economica europea erano state evocate molto presto, dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’70 e in particolare dal «Piano Werner»[1], è nel 1989 che sono state prese le decisioni che miravano a fare dell’Unione economica e monetaria (UEM), e dunque dell’Euro, uno dei pilastri della futura Unione europea generata dall’«Atto unico» del 1984, e di cui il trattato di Maastricht avrebbe scritto il copione [2].
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"Rottamare Maastricht"
di Fabio Petri
Fabio Petri, Recensione (intervento alla presentazione) del libro “Rottamare Maastricht”, di A. Barba, M. D’Angelillo, S. Lehndorff, L. Paggi, A. Somma (Deriveapprodi), Roma, 27 ottobre 2016
Lo scopo del libro, dall’Introduzione di Paggi, è aiutare ‘la costruzione di un movimento anti-Maastricht diverso da quello populista’, sottrarre al populismo ‘il monopolio della critica della situazione esistente’; combattere Maastricht come cultura, concezione del mondo, proposta di civiltà; a tal fine aiutare a ‘trasformare la protesta sociale in conflitto distributivo e in alternativa politica’, aiutare ‘la costruzione di un movimento ancora inesistente’, per la qual cosa ‘occorre mettere sul tappeto il problema di una filosofia di governo alternativa e di un programma che indichi, in primo luogo sotto il profilo concettuale, alcuni punti di scorrimento verso un’Europa politica della crescita’.
Il libro non si spinge a proporre esplicitamente questa filosofia di governo alternativa o programma (l’Introduzione si limita a indicare il bisogno di più democrazia più salario più produttività, ma senza entrare nel come raggiungere questi obiettivi); piuttosto fornisce analisi preliminari per dimostrare la necessità di aprire il dibattito; tre messaggi in particolare emergono dai cinque contributi.
Primo messaggio, che emerge dai contributi di Paggi e Somma: la storia di come si arriva a Maastricht è storia di abbandono, e tradimento, dell’idea originaria di una unione politica europea collaborativa, unificante; Maastricht ha di fatto creato con la moneta unica un ostacolo a tale obiettivo, perché aumenta le differenze e i conflitti tra i paesi membri dell’euro, ponendoli in concorrenza l’uno con l’altro.
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Ma di cosa si stupiscono gli €uropeisti italiani? E si rendono conto di cosa stanno cosituzionalizzando? Weidman sì
di Quarantotto
1. Nel precedente post abbiamo posto in rilievo la contraddizione tra il volere la "flessibilità" di bilancio, o comunque una gestione nazionale più autonoma e discrezionale del livello del deficit, magari facendo leva sul "presunto" incoraggiamento di Obama, e l'atteggiamento invariabilmente intransigente delle istituzioni UE a trazione germanica, inserendo, simultaneamente in Costituzione "l'obbligo di attuare le politiche europee" come mission delle Camere e contenuto tipizzato della funzione legislativa.
Allo stesso modo, oggi, all'interno dei nuovi sviluppi del malcontento ostentato dal nostro presidente del Consiglio, sulla materia dell'immigrazione, verso l'atteggiamento €uropeo ("chiacchiere", porte chiuse e assenza di "civiltà").
In base a una realistica, e giuridicamente corretta, lettura del contenuto dei trattati €uropei e del contesto applicativo che i rapporti di forza, - che non possono più essere ignorati, oggi meno che mai-, quali potranno mai essere queste "politiche dell'Unione"?
La risposta ce la fornisce un documento di interpretazione autentica di provenienza germanica, cioè dallo Stato che ha (stra)vinto la "competizione" (commericiale, liberoscambista) che, come avevamo segnalato, e prima di me il prof.Guarino, si sarebbe instaurata tra gli ordinamenti dei paesi aderenti all'Unione disegnata da Maastricht, e che dunque, come in ogni organizzazione liberoscambista, avrebbe comportato un vincitore imperialista e dei "perdenti" in posizione del tutto analoga a quella dei paesi coloniali.
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UE e politiche liberiste. Quale alternativa?
Non c’è solo il razzismo alla radice dell’insofferenza popolare nei confronti della UE e dell’euro
di Marco Elia e Andrea Fioretti
Recentemente un grande regista e attento osservatore dei mutamenti sociali ha dichiarato: “se non sei arrabbiato, che razza di persona sei?”. L’interrogativo posto da Ken Loach è di fondamentale importanza. Coglie, infatti, l’assoluta centralità della questione della diffusione tra le masse popolari dello scontento, della frustrazione e della rabbia per il progressivo peggioramento delle condizioni di vita: la generalizzazione della precarietà, la disoccupazione di massa e le devastanti politiche di austerità sono gli ingredienti della montante insoddisfazione.
Di fronte alla insoddisfazione e rabbia popolare, tuttavia, risulta evidente l’assenza nel dibattito pubblico di un’alternativa reale allo stato di cose presente. E sicuramente una prospettiva di cambiamento reale è assente proprio tra coloro che concretamente rischiano di perdere il lavoro, si ritrovano disoccupati o soffrono per la sempre minore disponibilità dei servizi pubblici essenziali. L’obiettivo di queste brevi note non è certo quello di colmare un tale vuoto di elaborazione. Piuttosto cerchiamo di porre l’attenzione – e stimolare un confronto - su alcuni nodi dell’attuale dibattito a sinistra: un utile punto di partenza ci pare essere l’interpretazione da dare al crescente rifiuto verso le istituzioni comunitarie europee. Il tema è insieme particolarmente importante, complesso e spinoso.
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Viva il nazionalismo democratico
Contro l'ideologia dello stato federale europeo
di Enrico Grazzini
Ebbene sì, lo confesso: sono un convinto nazionalista! La grande maggioranza dei politici e degli intellettuali invoca più Europa per uscire dalla crisi in cui l'Unione Europea è precipitata: chiede una Europa federale perché teme il ritorno dei nazionalismi nel vecchio continente. Per combattere il risorgere degli spettri del nazionalismo molti (soprattutto a sinistra) chiedono più UE e più federalismo. A mio parere la rottura dell'eurozona prima o poi è inevitabile e la UE dell'euro è entrata in coma politico. Occorre allora innanzitutto difendere decisamente l'interesse nazionale. E introdurre anche forme di autonomia monetaria.
La battaglia contro lo sciovinismo e la xenofobia è sacrosanta e la minaccia è purtroppo tanto reale quanto pericolosa. Credo però che siano proprio le politiche liberiste e neo-colonialiste della UE ad alimentare il peggior nazionalismo, a gettare benzina sul fuoco del populismo. E' la feroce e inutile austerità dell'euro che genera, per reazione difensiva, il nazionalismo esasperato. E quindi penso che occorra contrastare apertamente l'Unione Europea, la moneta unica per 19 diversi Paesi, e l'ideologia federalista che legittima la UE e l'eurozona, la sostiene e la promuove.
Il sogno federalista degli Stati Uniti d'Europa è condiviso in Italia da un ampio schieramento, che va dalla Confindustria ai sindacati, da settori del centro-destra al centro-sinistra e alla sinistra:
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Ventotene, l’Europa e il postmoderno
di Giovanna Cracco
Nell’epoca postmoderna le grandi narrazioni universali finalistiche e collettive che avevano legittimato il legame sociale non sono più credibili perché hanno tradito le promesse
Imprescindibile Lyotard, quando si parla di postmodernismo. Ne sono state date definizioni plurime, ma al filosofo francese si risale per la prima: “Semplificando al massimo, possiamo considerare ‘postmoderna’ l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni”, scrive nel 1979 ne La condizione postmoderna. Un’epoca che per Lyotard coincide con il capitalismo avanzato e l’“informatizzazione della società”, cambiamenti tecnologici che incidendo fortemente sul processo di ricerca e di trasmissione delle conoscenze, generano la trasformazione del Sapere in merce; già l’èra industriale ne aveva fatto forza produttiva, questo è un passaggio ulteriore. “Il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi, per esse-re scambiato. Cessa di essere fine a se stesso, perde il proprio ‘valore d’uso’.” (1)
In questa fase storica, le grandi narrazioni universali, finalistiche e collettive che nella precedente epoca moderna avevano legittimato il legame sociale – illuminismo, idealismo e marxismo, ma anche il positivismo scientifico che si è accompagnato al capitalismo, esaltando la tecnologia come motore dello sviluppo economico e del benessere delle società – non sono più credibili, perché hanno tradito le promesse, e l’agire dell’Uomo non appare più quel processo di emancipazione verso una civiltà globale sempre più avanzata, libera ed egualitaria.
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Stiglitz tra "riforme" e "le riform€": un problemino di democrazia, no?
Quarantotto
1. Fingiamo per un attimo che Stiglitz non sia parte di un establishment USA, storicamente connotato dal nuovo modo di essere "democrat" (e cioè liberal, ben radicato nella upper middle class); e fingiamo pure, per un attimo che Stiglitz non sia il terminale spendibile, - in un'€uropa sempre più squassata dal dramma della disoccupazione e della dottrina ordoliberista al potere-, di un blocco di potere che, pur annoverando tra le sue fila, per l'appunto, persone di oggettivo valore, non riesce a produrre altro che Hillary Clinton come sua punta di diamante politica e la prospettiva, sempre più concreta, di una guerra globale nucleare.
Forti (...) di questa "ipotesi" di laboratorio, andiamo dunque a esaminare senza pregiudizi (determinati dal contesto che abbiamo scartato), le interessantissime risposte date da Stiglitz a questa intervista (disponibile fortunatamente in italiano): Referendum, Stiglitz: "Se Renzi perde parte fuga dall'euro".
2. Esaminiamo la prima risposta del Nobel per l'economia, che segue ad una domanda circa la pericolosità (addirittura!) del suo ultimo libro, per aver "fornito munizioni a tutti i populismi", ripiombando l'€uropa nella sue "paure" (cioè la domanda tendeva ad affermare che senza l'euro gli europei non sarebbero capaci di mantenere rapporti civili e cooperativi nei reciproci confronti!!!):
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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

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Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

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Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

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Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

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Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto







































