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Quelli che "le riserve si vaporizzerebbero"...
di Alberto Bagnai
Contrordine compagni!
Dunque: finora dovevamo dire che "la liretta, l'Italietta, la carta straccia", e altre consimili scemenze. Sì, insomma, dovevamo, noi "de sinistra", esattamente come gli opinionisti degli organi di stampa del grande capitale, alimentare il mito di una Italia troppo piccola per resistere da sola alle grandi tendenze della globalizzazione. Dovevamo cioè presentare come processo oggettivo, e in quanto tale non gestibile né sindacabile politicamente, il fatto che il popolo italiano dovesse cedere la propria sovranità democratica a beneficio di interessi per definizione esteri (in quanto non nazionali: consultate un dizionario dei contrari).
Perché dovevamo fare, a sinistra, una simile operazione? Bò, questo resta uno dei grandi misteri della storia del nostro paese.
Sospetta è questa corrispondenza di amorosi sensi fra gli intellettuali di sinistra e gli opinionisti del capitale, come ho notato qualche giorno fa. Ed è anche sospetta questa incapacità di comprendere che lo spazio politico ha anche lui un suo horror vacui. Annichilire la sovranità del popolo non significa entrare in uno stato irenico ed edenico: significa solo creare un comodo spazio per la sovranità delle multinazionali, come i fatti stanno dimostrando (e se volete dettagli, vi suggerisco questo post del blog di Nuti, che forse qualcuno dovrebbe tradurre).
Ma per fortuna oggi, grazie alla sagace maieutica dello stesso Nuti e dei suoi coautori, ci siamo lasciati dietro le spalle questo retaggio di un passato subalterno, o, come io amo dire, autorazzista.
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Rottamare il verbo euro liberista
di Carlo Formenti
Dopo gli interventi di Brancaccio, Iodice, Fazi e Grazzini proseguiamo il nostro dibattito sull'Europa pubblicando la recensione di Carlo Formenti al volume "Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa" con saggi di Aldo Barba, Massimo D’Angelillo, Steffen Lehndorff, Leonardo Paggi e Alessandro Somma, appena uscito da DeriveApprodi. A seguire anticipiamo il testo di Leonardo Paggi dell'introduzione che apre il volume
Agli osservatori più attenti non dev’essere sfuggito che l’inopinata conversione del Presidente del consiglio Renzi al partito dei critici dell’Europa contiene una buona dose di messa in scena (attaccare l’austerità, se nel contempo si ribadisce l’impegno a rispettare i vincoli Ue in materia, suona poco credibile).
Pur subodorando la teatralizzazione – che mira a captare il consenso di un elettorato irritato con le oligarchie europee – i media, i quali non cessano di diffondere il verbo euro liberista, si sono premurati di invitare alla prudenza, celebrando le virtù del modello tedesco e invitando a non mollare la presa sulla barra del timone, onde non perdere la scia della nave ammiraglia pilotata da Frau Merkel. Ma quali sarebbero le “virtù” in questione? Assai meglio dei media, ce lo spiega un libro a più mani (scrivono Aldo Barba, Massimo D’Angelillo, Steffen Lehndorff, Leonardo Paggi e Alessandro Somma) appena uscito da DeriveApprodi: Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa.
Il modello tedesco, imposto a tutti gli stati membri della Ue con le buone o con le cattive (per le cattive vedi il caso greco), si fonda sull’assoluta priorità attribuita alla lotta all’inflazione e all’equilibrio di bilancio (l’ultimo obiettivo, sancito dai trattati, è stato perfino integrato in alcuni ordinamenti costituzionali, fra cui il nostro).
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Uscire dall'Euro? Un confronto
di Giorgio Lunghini e Sergio Cesaratto
Di seguito un intervento allarmato (e allarmistico?) di Lunghini, a cui risponde Cesaratto
Le conseguenze di un’uscita dall’euro
di Giorgio Lunghini
Qualche cifra sugli effetti di un abbandono della moneta comune per capire perché è meglio evitare
Vi è oggi un consenso unanime circa l’inadeguatezza dell’assetto istituzionale dell’Unione economica e monetaria (Uem), e soprattutto vi è una unanime e severa e fondata critica del suo armamentario di politica economica (per una rassegna delle diverse posizioni si può vedere il mio commento («L’euro: un destino segnato?»), Critica Marxista, marzo-giugno 2015). Differenti sono invece le valutazioni circa le conseguenze economiche e sociali di una eventuale uscita unilaterale dell’Italia dalla Uem – che taluni addirittura invocano. Questa a me pare questione di grande importanza, e qui riprendo le stime e la conclusione di Carluccio Bianchi (che faccio mie e che si possono trovare per esteso cercando su Google “lincei 2015 bianchi storia breve dopoguerra”).
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Il trilemma di "Non è l'euro il problema, ma l'austerità". E il differenziale mediatico
di Quarantotto
1. Per chi dice che l'euro non è il problema ma che lo sono (solo) l'austerità e il fiscal compact.
Inutile precisare che chi, a questo punto, non è in grado di comprendere il senso dei grafici che vedremo più sotto non dovrebbe più intervenire a cuor leggero nel dibattito mediatico e, ancor più, politico.
Questo perché, sull'euro-che-non-è-il-problema-senza-austerità-brutta, basta vedere i dati più significativi, e confermativi delle dinamiche INEVITABILI illustrate dal rapporto Werner - e che Carli, dico Carli, ben comprendeva.
2. Questi dati illustrano come funziona(va) l'Unione monetaria con il mero "valore di riferimento" del disavanzo pubblico al 3% e in assenza di una disoccupazione strutturale indotta in via fiscale, che debba attestarsi a livelli, (come tali irreversibili), tali da consentire un'intensa svalutazione interna.
Cioè indicano quali sono gli inevitabili problemi di a/simmetrie che discendono da una disciplina della moneta unica che, in assenza dei vietatissimi (dai trattati) trasferimenti federali, non si doti di criteri automatici di correzione improntati alla logica del gold standard (tanti euro-oro escono, tanti vanno recuperati e, se non lo si è fatto, occorre che il pareggio di bilancio fiscale dreni liquidità in modo da non consentire l'accumulo ulteriore di debito commerciale con l'estero via spesa privata, limitando le importazioni e sperando, in un secondo tempo, che la conseguente deflazione porti a una miglior competitività di prezzo relativo, ottenuta riducendo il costo del lavoro).
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Che fare? Obiettivi e contenuti della battaglia sull’Euro/pa
Sergio Cesaratto
Pubblichiamo la traccia delle considerazioni che ho presentato in occasione di NOEURO, International Forum - Chianciano 16-18 settembre 2016
Ogni volta che devo intervenire a un convegno politico sull’Euro/pa mi prende un po’ di ansia. Cosa dire di nuovo, che non ci siamo già detti. E che fare? Sia disegnare vie d’uscita dal presente, che delineare il futuro, sono compiti impervi. All’interno della crisi europea, inoltre, il nostro paese vive una crisi verticale che viene da lontano. Su questo ho scritto in una delle lezioni del mio libro: la scelta delle classi dirigenti di questo paese, con poche eccezioni, è stato di scontro con le istanze popolari, da ultimo attraverso il vincolo estero, prima dello SME e poi dell’euro. Il paese nel suo complesso ha pagato duramente tale incapacità a governare in maniera progressiva il conflitto sociale. Oggi il paese è impoverito sotto ogni punto di vista, materialmente, culturalmente, tecnologicamente, ed è privo di classi dirigenti oneste e capaci a quasi ogni livello.
Il dibattito ha tuttavia fatto emergere in questi giorni alcuni temi su cui esercitare un nostro sforzo di analisi.
Quale strategia di superamento dell’euro? Quali slogan convincenti da proporre?
Mi riferisco soprattutto allo scambio Varoufakis-Fassina (qui, qui, e qui). Da un lato la strategia proposta dall’ex ministro greco è che un governo progressista dovrebbe farsi cacciare disubbidendo ai Trattati europei.
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La sinistra può esistere dentro l’euro?
di Thomas Fazi
In un recente articolo pubblicato su MicroMega Guido Iodice replica ad un’intervista di Emiliano Brancaccio in cui quest’ultimo sostiene che «l’Unione non è più riformabile in senso progressista» e che dunque – dato che «il percorso che stiamo percorrendo è palesemente insostenibile» – la sinistra dovrebbe cominciare a guardare “oltre l’euro”, per così dire. Brancaccio esclude l’ipotesi di un’uscita unilaterale dalla moneta unica finalizzata al recupero della sovranità nazionale, che ritiene estranea alla tradizione del movimento operaio, auspicando piuttosto «forme di coordinamento dei paesi euro-mediterranei» (che però l’economista ritiene poco fattibili) o, meglio ancora, «un sistema di gestione delle relazioni internazionali finalizzato al controllo dei movimenti di capitale, fuori e dentro l’Europa, specialmente da e verso quei paesi che adottino misure di dumping sociale e fiscale».
La critica di Iodice alle argomentazioni di Brancaccio verte su tre punti in particolare. Primo, non è vero che l’eurozona non è riformabile perché l’euro è già cambiato tanto rispetto a quello fondato nel 1992 e a quello che abbiamo visto nella prima fase della crisi: negli ultimi anni abbiamo ottenuto il quantitative easing (QE), la “flessibilità di bilancio”, ecc. Secondo, la riforma del sistema monetario internazionale proposta da Brancaccio è addirittura più ambiziosa (e dunque più difficile da realizzare) di una riforma progressista dell’eurozona.
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L’Europa mediterranea alza la voce. Ma i falchi di Berlino la rimettono a cuccia
di Alessandro Somma
Che la Brexit fosse un’opportunità per rimescolare le carte del potere politico ed economico in Europa, era facile intuirlo. Meno facile era prevedere che i primi segnali in questo senso sarebbero arrivati in fretta, innanzi tutto con la notizia di un ripensamento nel settore delle politiche europee volute in particolare dagli Stati Uniti, e per questo sponsorizzate da Londra. Si spiega così il tentativo di affossare definitivamente il progetto di Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, il famigerato Ttip, che pure era da tempo sgradito a pezzi importanti delle amministrazioni tedesca e francese. Contrariamente a quanto è stato scritto, non è ancora detta l’ultima parola[1], e tuttavia assistiamo finalmente a prese di posizioni impensabili solo qualche settimana fa, quando si doveva ancora evitare di irritare agli inglesi: quando occorreva offrire loro di tutto e di più per convincerli a restare.
Qualche timido segnale si registra anche sul fronte delle politiche economiche complessive, e a monte degli schieramenti formatisi a supporto dell’austerità ottusamente imposta dai tedeschi. Si tratta di segnali molto deboli e soprattutto non riconducibili a comportamenti univoci, ma comunque degni di essere registrati, se non altro per tenere viva la speranza di un cambio di rotta.
Gli inglesi, per molti aspetti più dei tedeschi, sono gli interpreti più intransigenti del neoliberalismo, ovvero dell’idea che l’ordine economico deve essere lasciato liberi di autoregolarsi, e che allo Stato si deve affidare il solo compito di prevenire o risolvere i fallimenti del mercato.
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Politiche keynesiane nella zona euro. Impossibili?
di Piergiorgio Gawronski
L’indeterminatezza della durata dello stimolo dai bilanci pubblici – invocato dai keynesiani per rilanciare l’eurozona – viene usata talvolta per argomentare l’inefficacia, anzi la dannosità nel lungo termine delle politiche di deficit spending. Potrebbe essere vero.
Il problema della sostenibilità delle politiche di deficit spending
Supponiamo di avere un’economia piuttosto chiusa, stagnante, simile all’eurozona, con un grave output gap, dove perciò il PIL è determinato dalla domanda aggregata:
- PIL = 10.000 Mld.
- Crescita = 0%
- deficit pubblico = 0 Mld.
- inflazione = 0%
- tasso d’interesse nominale = 0%
- disoccupazione: 10%
Per stimolare la domanda, il 1° anno costruiamo un ponte (spesa: 100 Mld.). Il PIL sale di più (+1.5%), a 10150 Mld., per l’effetto moltiplicatore (1,5); generando circa 0,4*150 di nuove entrate fiscali; il deficit pubblico finale sarà 100 – (0,4*150) = 40.
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L’Unione non è più riformabile. Va fermata la circolazione indiscriminata dei capitali
G. Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio
“Mettiamocelo bene in testa: in Europa non c’è nessuna svolta, nessun vento federalista di cambiamento. La sostanza delle politiche economiche non è cambiata. L’eurozona resta sull’orlo della deflazione, con effetti tremendi per le economie più fragili e per i lavoratori di tutto il continente. Il sentiero che stiamo percorrendo è palesemente insostenibile”. L’economista Emiliano Brancaccio non ha mai aderito allo storytelling renziano sulle possibilità di rilancio del progetto di unificazione europea. Anzi, nel commentare le recenti decisioni di politica monetaria e le proposte di gestione del post-Brexit, Brancaccio mette in luce l’affiorare di crepe sempre più profonde nell’assetto istituzionale e politico dell’Unione.
* * * *
Professore, la settimana scorsa Mario Draghi ha dichiarato che per i prossimi mesi la BCE non immetterà ulteriori dosi di liquidità nell’economia europea. Possiamo affermare che nel direttorio di Francoforte questa volta Draghi ha perso, e che hanno vinto i “falchi” dell’austerity guidati dal tedesco Weidmann?
Il problema non riguarda solo la quantità totale di liquidità erogata, ma anche l’impossibilità di indirizzarla verso i soggetti maggiormente in difficoltà.
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L'Eurozona sta andando a picco. La catastrofe è l'euro, non la Brexit
Marco Dozio intervista Alberto Bagnai
"La Gran Bretagna ha fatto una cosa giusta: sganciarsi da una realtà economica fallimentare". "Non si parla più di Brexit perché i dati sono positivi. Mostrare che chi esce sta meglio, è qualcosa che i media non possono permettersi di raccontare"
Alberto Bagnai, professore di Politica economica, avanguardia italiana del fronte internazionale di economisti contrari alla moneta unica, già autore in tempi non sospetti del libro “Il tramonto dell’euro”: in Gran Bretagna aumentano i consumi interni e gli investimenti esteri. Non c’è male come inizio dell’apocalisse…
Di questa vicenda mi colpisce il fatto che gli economisti, sia accademici sia appartenenti a istituzioni come il Fondo monetario internazionale, sistematicamente tengano un doppio discorso. Stiamo vedendo che nel breve periodo la Gran Bretagna è ripartita. Non è una sorpresa: il Fondo monetario internazionale aveva detto chiaramente che la sterlina era sopravvalutata. Con la Brexit il Regno Unito è riuscito a far aggiustare il suo cambio senza particolari sforzi aggiuntivi di politica monetaria, ma semplicemente con un effetto psicologico: una mossa da maestro. È schizofrenico il fatto che gli economisti dicano che una moneta è sopravvalutata, cioè che costa troppo, e nel contempo preconizzare catastrofi se quella moneta scende. Ci fosse un po’ più di etica professionale tra gli economisti, molti dei quali agiscono in conflitto di interessi, ci sarebbero meno titoli ad effetto e meno turbolenze di breve periodo su mercati.
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Fantapolitica
di Alberto Bagnai
(...non metto link, tanto è un raccontino, non c'è nulla di vero, è un'opera di fantasia, e poi chi è di queste parti sa di cosa sto parlando, e chi non è di queste parti è arrivato senz'altro troppo tardi per impedire che la fantasia diventi realtà, e forse anche per riconoscere questa realtà quando gli si parerà davanti, cioè entro un anno...)
L'Unione Europea è un progetto statunitense. Serviva, come sappiamo, a rendere coeso il fronte orientale, quello verso il nemico sovietico.
Poi il nemico si sfaldò, e con esso c'era il timore che si sfaldasse anche il fronte. Sai com'è, quella storia della tesi: senza antitesi, non c'è sintesi...
Aggiungi che serviva anche un bell'impulso, l'impulso definitivo, a quella globalizzazione finanziaria che tante soddisfazioni stava dando al capitalismo, schiacciando ovunque i salari. In Europa questi resistevano: per opporsi al comunismo in modo efficace si era infatti dovuto creare un credibile welfare, e assicurare una bassa disoccupazione. Tutte cose che rendevano i salari piuttosto coriacei, ma non tanto da non poter essere scardinati dalla moneta unica.
Certo, l'euro aveva anche dei costi, proprio per quel sistema finanziario, e per quel blocco geopolitico, che legittimamente si aspettavano di trarne vantaggi.
Ubi commoda... Il fottuto latino!
I costi in termini economici erano noti e ovvi: squilibrando la distribuzione del reddito, la moneta unica provocava una ipertrofia del credito che rendeva il sistema finanziario più fragile, anziché più stabile come promesso.
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La Grecia è stata il prologo
George Souvlis intervista Elias Ioakimoglou
Ormai la storia della capitolazione di Syriza alle istituzioni creditrici europea è ben nota.
Syriza è salita al potere nel gennaio del 2015 con il mandato di opporsi all’imposizione dell’austerità. Syriza, invece, si è piegata alla pressione della troika, accettando misure accentuate di austerità e facendo svanire le speranze dei suoi sostenitori.
In questa intervista con George Souvlis l’economista Elias Ioakimoglou descrive la conseguente crisi che continua a devastare la Grecia un intero anno dopo. Secondo i suoi dati la depressione greca è oggi più profonda e più grave della Grande Depressione statunitense degli anni ’30.
* * *
Il governo di Syriza/Greci Indipendenti (ANEL) si è dimostrato totalmente incapace di invertire l’austerità; al contrario, le politiche neoliberiste sono proseguite e persino intensificate. Il primo ministro Alexis Tsipras aveva ragione quando ha affermato che non c’era alternativa a una continua austerità in Grecia?
Non spettava a Tsipras decidere se c’era o non c’era un’alternativa.
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Ventotene's vaudeville, la penosa agonia dell'€uropa spiaggiata
di Quarantotto
1. La costruzione €uropea, - contrariamente a quanto ritengono gli z€loti che vivono di luoghi comuni, facitori e vittime della propaganda neo-ordo-liberista -, è stata guidata dalla volontà USA di governare l'intero Occidente (qui p.2 e qui, per la traduzione della fonte ufficiale), assicurandosi, per la sua parte più importante (cioè il "vecchio" continente), due certezze considerate imprescindibili:
a) ancorare il continente "madre" (o "padre") all'economia di mercato, in contrapposizione a ogni cedimento "socialista" al bolscevismo sovietico, e trascinarlo in tutte le successive evoluzioni economico-ideologiche del "mercatismo", preparatorie e posteriori alla "caduta del muro" (in particolare il Washington Consensus);
b) agevolare il conseguente perseguimento delle strategie geo-politiche ritenute opportune dagli USA stessi - o meglio dal suo establishment sentitosi trionfatore della guerra fredda e emblema della "fine della Storia"-, in quanto naturali leaders di questo blocco omogeneo di paesi trasformati in sinergici ausiliari "liberal-liberisti": l'agevolazione consentita dall'€uropa è quella di avere un interlocutore unico allorquando occorra garantire un coordinamento politico, ossequioso della linea stabilita al centro dell'Impero, verso le aree diverse da questo blocco (come insegna la vicenda dell'Ucraina e, in misura più incerta, quella dei Balcani, della Libia e del Medioriente...).
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Prof. Stiglitz, it's too late for wishful thinking
di Quarantotto
1. Dunque: il libro di Siglitz è pubblicato e ne circolano anche svariate recensioni: e tutte si possono definire "adesive", nel senso che ne condividono quantomeno l'analisi problematica, che ripercorre la serie di errori e di assurdità teorico-economiche che hanno caratterizzato l'applicazione e gli effetti disastrosi, a dir poco, della moneta unica. Ma, del libro, evidenziano pure le contraddizioni.
Voci dall'estero ci ha riportato un "doppio" commento di Sapir sempre al libro di Stiglitz e al quasi contemporaneo volume di Mervyn King, sempre sull'argomento della crisi della moneta unica.
Al di là dei rispettivi presupposti di teoria economica, entrambi gli autori prevedono una imminente grave crisi politica oltre che economica come futuro sviluppo inevitabile di un elemento "culturale" che qui abbiamo molte volte analizzato: le elites €uropee, in perfetta ed inevitabile continuità con l'intero paradigma pianificato da oltre 60 anni, concepiscono qualsiasi soluzione solo come un'intensificazione degli stessi meccanismi e delle stesse aspettative che hanno caratterizzato la loro azione immutabile.
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"Halt ze German advance"
di Tomasz Konicz
Con la vittoria del campo del Brexit, l'attuale forma dell'UE, dominata dalla Germania, è arrivata di fatto alla fine. La domanda è: cosa viene dopo?
Vorremmo attirare l'attenzione sul testo di Tomasz Konicz sulla crisi dell'Unione Europea, pur avendo delle riserve su alcuni punti; per esempio, sulla valutazione di Konicz circa il fatto che l'Europa starebbe ritornando al "business as usual" nazional-imperialista vecchio di secoli. Qui bisognerebbe tener conto della variegata situazione attuale, determinata dal processo di globalizzazione. Un altro esempio attiene al fatto che, a volte, appare come se il processo di crisi più recente fosse principalmente il risultato di conflitti di interesse e di decisioni politiche. Ciò nonostante, consideriamo corretto l'orientamento generale del testo. Konicz colloca tutti questi conflitti di interesse, ed in particolare il dominio tedesco, nel contesto del processo fondamentale di crisi, con le sue contraddizioni, nel contesto di decadenza del capitalismo. Nel suo insieme, a nostro avviso, viene presentato correttamente lo scenario di crisi dell'Unione Europea, con sullo sfondo le leggi sistemiche della "contraddizione in processo". In questo contesto facciamo riferimento, in tal senso, anche all'Intervista fatta da Telepolis a Robert Kurz nel luglio 2010, ed al testo di Claus Peter Ortlieb del dicembre 2011 [La Redazione di EXIT!].
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