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Fantapolitica
di Alberto Bagnai
(...non metto link, tanto è un raccontino, non c'è nulla di vero, è un'opera di fantasia, e poi chi è di queste parti sa di cosa sto parlando, e chi non è di queste parti è arrivato senz'altro troppo tardi per impedire che la fantasia diventi realtà, e forse anche per riconoscere questa realtà quando gli si parerà davanti, cioè entro un anno...)
L'Unione Europea è un progetto statunitense. Serviva, come sappiamo, a rendere coeso il fronte orientale, quello verso il nemico sovietico.
Poi il nemico si sfaldò, e con esso c'era il timore che si sfaldasse anche il fronte. Sai com'è, quella storia della tesi: senza antitesi, non c'è sintesi...
Aggiungi che serviva anche un bell'impulso, l'impulso definitivo, a quella globalizzazione finanziaria che tante soddisfazioni stava dando al capitalismo, schiacciando ovunque i salari. In Europa questi resistevano: per opporsi al comunismo in modo efficace si era infatti dovuto creare un credibile welfare, e assicurare una bassa disoccupazione. Tutte cose che rendevano i salari piuttosto coriacei, ma non tanto da non poter essere scardinati dalla moneta unica.
Certo, l'euro aveva anche dei costi, proprio per quel sistema finanziario, e per quel blocco geopolitico, che legittimamente si aspettavano di trarne vantaggi.
Ubi commoda... Il fottuto latino!
I costi in termini economici erano noti e ovvi: squilibrando la distribuzione del reddito, la moneta unica provocava una ipertrofia del credito che rendeva il sistema finanziario più fragile, anziché più stabile come promesso.
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La Grecia è stata il prologo
George Souvlis intervista Elias Ioakimoglou
Ormai la storia della capitolazione di Syriza alle istituzioni creditrici europea è ben nota.
Syriza è salita al potere nel gennaio del 2015 con il mandato di opporsi all’imposizione dell’austerità. Syriza, invece, si è piegata alla pressione della troika, accettando misure accentuate di austerità e facendo svanire le speranze dei suoi sostenitori.
In questa intervista con George Souvlis l’economista Elias Ioakimoglou descrive la conseguente crisi che continua a devastare la Grecia un intero anno dopo. Secondo i suoi dati la depressione greca è oggi più profonda e più grave della Grande Depressione statunitense degli anni ’30.
* * *
Il governo di Syriza/Greci Indipendenti (ANEL) si è dimostrato totalmente incapace di invertire l’austerità; al contrario, le politiche neoliberiste sono proseguite e persino intensificate. Il primo ministro Alexis Tsipras aveva ragione quando ha affermato che non c’era alternativa a una continua austerità in Grecia?
Non spettava a Tsipras decidere se c’era o non c’era un’alternativa.
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Ventotene's vaudeville, la penosa agonia dell'€uropa spiaggiata
di Quarantotto
1. La costruzione €uropea, - contrariamente a quanto ritengono gli z€loti che vivono di luoghi comuni, facitori e vittime della propaganda neo-ordo-liberista -, è stata guidata dalla volontà USA di governare l'intero Occidente (qui p.2 e qui, per la traduzione della fonte ufficiale), assicurandosi, per la sua parte più importante (cioè il "vecchio" continente), due certezze considerate imprescindibili:
a) ancorare il continente "madre" (o "padre") all'economia di mercato, in contrapposizione a ogni cedimento "socialista" al bolscevismo sovietico, e trascinarlo in tutte le successive evoluzioni economico-ideologiche del "mercatismo", preparatorie e posteriori alla "caduta del muro" (in particolare il Washington Consensus);
b) agevolare il conseguente perseguimento delle strategie geo-politiche ritenute opportune dagli USA stessi - o meglio dal suo establishment sentitosi trionfatore della guerra fredda e emblema della "fine della Storia"-, in quanto naturali leaders di questo blocco omogeneo di paesi trasformati in sinergici ausiliari "liberal-liberisti": l'agevolazione consentita dall'€uropa è quella di avere un interlocutore unico allorquando occorra garantire un coordinamento politico, ossequioso della linea stabilita al centro dell'Impero, verso le aree diverse da questo blocco (come insegna la vicenda dell'Ucraina e, in misura più incerta, quella dei Balcani, della Libia e del Medioriente...).
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Prof. Stiglitz, it's too late for wishful thinking
di Quarantotto
1. Dunque: il libro di Siglitz è pubblicato e ne circolano anche svariate recensioni: e tutte si possono definire "adesive", nel senso che ne condividono quantomeno l'analisi problematica, che ripercorre la serie di errori e di assurdità teorico-economiche che hanno caratterizzato l'applicazione e gli effetti disastrosi, a dir poco, della moneta unica. Ma, del libro, evidenziano pure le contraddizioni.
Voci dall'estero ci ha riportato un "doppio" commento di Sapir sempre al libro di Stiglitz e al quasi contemporaneo volume di Mervyn King, sempre sull'argomento della crisi della moneta unica.
Al di là dei rispettivi presupposti di teoria economica, entrambi gli autori prevedono una imminente grave crisi politica oltre che economica come futuro sviluppo inevitabile di un elemento "culturale" che qui abbiamo molte volte analizzato: le elites €uropee, in perfetta ed inevitabile continuità con l'intero paradigma pianificato da oltre 60 anni, concepiscono qualsiasi soluzione solo come un'intensificazione degli stessi meccanismi e delle stesse aspettative che hanno caratterizzato la loro azione immutabile.
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"Halt ze German advance"
di Tomasz Konicz
Con la vittoria del campo del Brexit, l'attuale forma dell'UE, dominata dalla Germania, è arrivata di fatto alla fine. La domanda è: cosa viene dopo?
Vorremmo attirare l'attenzione sul testo di Tomasz Konicz sulla crisi dell'Unione Europea, pur avendo delle riserve su alcuni punti; per esempio, sulla valutazione di Konicz circa il fatto che l'Europa starebbe ritornando al "business as usual" nazional-imperialista vecchio di secoli. Qui bisognerebbe tener conto della variegata situazione attuale, determinata dal processo di globalizzazione. Un altro esempio attiene al fatto che, a volte, appare come se il processo di crisi più recente fosse principalmente il risultato di conflitti di interesse e di decisioni politiche. Ciò nonostante, consideriamo corretto l'orientamento generale del testo. Konicz colloca tutti questi conflitti di interesse, ed in particolare il dominio tedesco, nel contesto del processo fondamentale di crisi, con le sue contraddizioni, nel contesto di decadenza del capitalismo. Nel suo insieme, a nostro avviso, viene presentato correttamente lo scenario di crisi dell'Unione Europea, con sullo sfondo le leggi sistemiche della "contraddizione in processo". In questo contesto facciamo riferimento, in tal senso, anche all'Intervista fatta da Telepolis a Robert Kurz nel luglio 2010, ed al testo di Claus Peter Ortlieb del dicembre 2011 [La Redazione di EXIT!].
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Hayek, Monnet, Robbins: le ragioni incomprese di un successo e la (non) modificabilità dei trattati
di Quarantotto
1. Mi è capitato di constatare, confrontandomi con interlocutori di varie appartenenze politiche, che l'approfondimento storico-economico e storico-istituzionale circa le ragioni e le finalità del federalismo europeo, pur in un momento così drammatico, che appare di "transizione" forzata verso...qualcos'altro, sia tutt'ora trascurato: e ciò in favore di una vulgata semplificata che, più o meno, si incentra sull'esigenza di "tornare alle origini", allo "spirito" iniziale, della costruzione europea che sarebbe stata caratterizzata non solo da alti ideali - la pace e la prosperità dei popoli - ma da una solidarietà e da una volontà di democrazia condivisa che oggi sarebbero andate perse. E che, perciò, andrebbero recuperate. (Ecco il più recente esempio:
«Tutti nel M5S si sentono europei, noi non siamo mai stati una forza che voleva uscire dall' Unione europea pur criticandola molto duramente». D' altra parte l' Europa ha smesso di essere comunità, in nome dell' austerità ha penalizzato i più deboli. Questa Europa della moneta unica, del centralismo burocratico ha tradito i suoi valori fondativi e deve cambiare». Tante citazioni di Jean Monnet, di don Sturzo. Nessuna dell' euroscettico Nigel Farage con cui i 5Stelle hanno avuto un certo feeling.)
In realtà ci siamo già occupati di questa presunta precedente presenza di alti ideali democratici e di solidarietà, mostrando come, nel corso del processo normativo dei trattati, non ve ne sia traccia, né nella fase fondativa, né nella fase evolutiva e tantomeno in quella culminata in Maastricht e sue successive modifiche.
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Brexit come crisi dell’Uem e della globalizzazione
di Domenico Moro
Contrari e favorevoli alla Brexit
L’uscita del Regno Unito dalla Ue, la cosiddetta Brexit, è stata universalmente giudicata come un fatto di notevole rilevanza. Tuttavia, non c’è accordo né sulle cause né sulle implicazioni politiche generali. A parere di chi scrive, la Brexit ha a che fare non solamente con la Ue, ma anche e soprattutto con la Uem, l’unione monetaria europea, essendo una conseguenza della divaricazione dei contrasti tra paesi che appartengono all’area euro e paesi che non appartengono all’area euro. L’allargamento di questa contraddizione è dovuta all’accelerazione del processo di integrazione europea, che si fonda sul suo nocciolo centrale costituito dai 19 Paesi dell’euro.
In effetti, Brexit appare essere il risultato non di una sola causa, ma di molteplici e diversi fattori intrecciati tra loro. Quindi, è necessario individuarli, valutandone il peso e l’importanza relativa. In primo luogo è necessario capire quali classi e settori di classe hanno sostenuto Brexit e quali gli si sono opposti. Contro Brexit era la City di Londra, che, insieme a New York, è una delle due maggiori piazze finanziarie mondiali e che rappresenta il 12% del Pil britannico. Secondo un sondaggio, tra le imprese appartenenti alla CBI, la confindustria britannica, l’80% era contrario all’uscita dalla Ue, il 15% incerto e solamente il 5% favorevole1.
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L’euro come metodo di governo
Alessandro Monchietto
Il ciclo di Frenkel, le ragioni degli squilibri dell’eurozona e la mezzogiornificazione delle periferie europee
1. Nella produzione di un ordine del discorso dominante, le notizie vengono selezionate, accorpate, differenziate: alcuni casi di cronaca vengono messi in risalto, altri lasciati in ombra o taciuti. Tutto si muove all’interno di una dinamica che sta a noi comprendere e districare, per non farci travolgere da un’ingiusta lettura del presente. C’è oggi nel mondo un discorso dominante, o che piuttosto si avvia a diventare dominante, relativo all’attuale crisi. Nella sostanza esso sostiene che l’odierna condizione di precarietà economica che caratterizza il continente europeo dipenda dai debiti pubblici, dalla loro quantità troppo elevata, dall’eccessivo rapporto fra debito e Pil. Il problema viene presentato come “crisi dei debiti sovrani”, in particolare di alcuni membri (i cosiddetti PIIGS) ordinariamente descritti come incapaci di controllare l’eccesso di spesa pubblica e la conseguente spirale debitoria; questo dato spaventerebbe gli investitori, determinando una diminuzione della fiducia del mercato azionario che – per questo motivo – comincerebbe a richiedere interessi sempre più alti. Per “tranquillizzare i mercati” occorrerebbero dunque drastiche scelte che migliorino il bilancio pubblico: aumento delle tasse e riduzione delle uscite (ergo tagli alla spesa sociale), privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici, e una riforma del mercato del lavoro che introduca maggiore flessibilità, diminuzione delle tutele sindacali, facilità di licenziamento, in modo da favorire la riduzione del rischio d’impresa e l’aumento della produttività.
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Il De profundis per gli Stati Uniti d’Europa
Michele G. Basso
L’uscita dell’Inghilterra dalla UE è la dimostrazione dell’impossibilità della formazione di una federazione di stati europei sul modello degli USA. Più volte abbiamo riportato le posizioni di Lenin, della Luxemburg e di Bordiga, che giudicarono tale ipotesi o impossibile o reazionaria. L’idea di una soluzione bismarckiana o cavouriana, per cui uno Stato con la guerra unifica diversi paesi, si presentò anche per l’Europa, e fu sconfitta. Napoleone, entro certi limiti erede della rivoluzione francese, dove arrivò con la sua legislazione favorì lo sviluppò di una moderna borghesia, ma il suo tentativo di arrivare ai confini dell’Europa s’infranse contro la riserva della reazione mondiale, la Russia zarista.
L’altro tentativo di unione con la forza, condotto da una borghesia ormai ultrareazionaria, fu quello di Hitler, ma non poteva riuscire perché, più che di unificazione si trattava di colonizzazione, giacché Hitler introdusse in Europa quei metodi terroristici che gli imperi europei avevano utilizzato contro le popolazione africane, asiatiche e con gli indiani d’America.
Se è stata impossibile l’unificazione con la forza, a maggior ragione lo è quella mediante accordi tra Stati.
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Brexit: cosa significa uscire dall’Unione europea
di Valigia Blu

Introduzione
Si sta parlando molto degli effetti politici della Brexit, ma che succede effettivamente se il Regno Unito lascia l’Unione europea? Riprendendo l’ampio lavoro fatto da Full Fact, organizzazione britannica indipendente di fact-checking, abbiamo provato a descrivere le possibili conseguenze che ci saranno riguardo importanti temi, come il commercio, le finanze pubbliche, gli investimenti esteri, l’immigrazione, il lavoro e i diritti umani.
Commercio
L'Unione Europa è il principale partner commerciale del Regno Unito, con il 53,2% delle importazioni di beni e servizi e il 44,6% delle esportazioni nel 2015, come certificato dall’Office for National Statistics (l’istituto statistico del Regno Unito). Come cambierà il rapporto commerciale tra Ue e Regno Unito non si può ancora sapere, dipenderà infatti dall’accordo che sarà raggiunto.
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Brexitheart: cuore impavido
di Marco Palazzotto
Nel 2015, in questo stesso periodo dell’anno, ci siamo occupati di GREXIT. Anche questa estate, ad un anno dal voto OXI, ci occupiamo di un altro paese che vuole rompere con la politica unitaria europea. Il paragone tra Grecia e Regno Unito è molto improbabile, per via della storia, delle dimensioni e dei diversi gradi di sviluppo dei due paesi. Però alcune analogie si possono rilevare, soprattutto a proposito dei rapporti tra governi nazionali e cittadini, visto che questi ultimi - in entrambi i casi - hanno scelto di contrastare le élites europee. In entrambi gli avvenimenti il ruolo della sinistra è stato molto ambiguo. Nel caso greco il governo Tsipras si è rivelato inadeguato a rappresentare le istanze di cambiamento provenienti dalle classi lavoratrici che in massa – prima attraverso manifestazioni pubbliche, poi attraverso il voto – hanno rifiutato i memoranda della troika.
Ma andiamo al caso inglese, sulla Grecia abbiamo già scritto abbastanza qui, qui, qui e qui. Non mi soffermerò sulla polemica a sinistra scoppiata in rete tra sostenitori del remain e sostenitori del leave sulla composizione dell’elettorato inglese che è andato a votare al referendum BREXIT. Per questo argomento – si ritiene per ora superfluo - rimandiamo a quest’analisi di Andrea Genovese apparsa su Contropiano qualche giorno fa.
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Uscire dall'euro per uscire dalla crisi e dalla "austerità"?
Un'escamotage di bassa Lega...
di Redazione
Le elezioni europee di maggio hanno rinfocolato il dibattito pubblico intorno all'euro. Per lo più da destra, ma anche da sinistra una schiera di organizzazioni e di singoli propone l'uscita dall'euro come la carta primaria da giocare contro la crisi e contro l'oligarchia economico-politica che impera in Europa, la sola alternativa alle politiche di "austerità". Una carta da giocare, si dice da sinistra (ma anche da destra), nell'interesse dei lavoratori. Forse non sufficiente di per sé a risolvere tutti i loro problemi; però, quanto meno, può essere l'inizio della soluzione.
L'uscita volontaria dall'euro può suonare suggestiva in quanto evoca la possibilità (inesistente) di tornare a tempi un po' meno aspri degli attuali, ma è secondo noi, per gli interessi dei lavoratori, una soluzione-truffa del tutto interna alla logica capitalistica. E non comporterebbe affatto la fine dei sacrifici. Di più: la propaganda e l'agitazione in suo favore in atto a sinistra, con argomenti quasi sempre simili a quelli della destra "sociale", è pericolosa, perché mette in circolo altri veleni nazionalistici. Come se non bastassero quelli che intossicano corpo e testa di milioni di proletari/e da generazioni.
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Per la democrazia e la sovranità popolare, contro l’integrazione neoliberista e un’unione monetaria fallimentare
Questo documento è frutto del contributo collettivo dai partecipanti al Network Lexit. È stato redatto e approvato prima del referendum sulla Brexit e senza alcuna intenzione di influenzare il voto popolare in un senso o nell’altro.
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Con l’attuazione del mercato unico europeo e del Trattato di Maastricht, l’integrazione europea si è affermata come progetto di ristrutturazione a lungo termine dell’economia europea in senso neoliberista. Il Patto di Stabilità e Crescita, l’affermazione delle “libertà fondamentali” del mercato unico e l’Unione monetaria europea, rappresentano l’impalcatura istituzionale che ha alimentato le politiche di austerità, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale e le politiche di privatizzazione in tutti gli stati membri dell’UE.
Contrariamente alla tesi che vuole l’UE come un campo di gioco neutrale, gli eventi successivi alla Grande Recessione del 2007/9 hanno evidenziato come l’attuale progetto di integrazione europea sia segnato dalla natura regressiva dei trattati che lo definiscono e da una radicalizzazione senza precedenti del suo carattere neoliberista. Rapporti asimmetrici e relazioni gerarchiche di potere (centro-periferia) caratterizzano da lungo tempo l’integrazione europea, ma hanno raggiunto il loro culmine con il dominio tedesco sugli orientamenti di politica economica negli anni successivi alla Grande Recessione.
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Brexit, sette giorni dopo: la miccia brucia
di Federico Dezzani
Non riserva sorprese la Brexit, attenendosi al copione già anticipato: lo choc generato dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sta fungendo da innesco alla dinamite accumulata sul continente dopo otto anni di eurocrisi. Se la nascita degli Stati Uniti d’Europa, fuori tempo massimo nell’attuale contesto politico, è ormai tramontata, è invece certo che la ricaduta della Francia in recessione o l’aggravarsi della crisi bancaria italiana implicherà la dissoluzione dell’eurozona e delle istituzioni brussellesi: il precipitare di una situazione economica e sociale già critica, renderà improcrastinabili risposte a livello nazionale
Grande è la confusione sotto il cielo
La situazione è paragonabile al collasso della Germania guglielmina nel 1918, alla caduta della DDR nel 1989 od all’implosione dell’URSS nel 1991: il caos è grande, la situazione è concitata, gli scenari più disparati si aprano e si chiudono nel volgere di poche ore, è un fioccare di illazioni e congetture. Lo choc è tale da lasciare l’opinione pubblica spaesata. Ma come: è stata Brexit? Ne siamo sicuri?
Lo stordimento è chiaramente percettibile anche tra la tecnocrazia brussellese ed i capi di Stato europei, chiamati a gestire l’ennesima crisi europea, benché ormai completamente esautorati: il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è l’equivalente dell’imperatore Guglielmo II all’indomani dell’armistizio o di Erich Honecker all’indomani delle grandi manifestazioni dell’ottobre ’89 contro il regime socialista. Il residuato di un’epoca che fu. Non è un caso che sia proprio la stampa tedesca, esperta in materia di crolli politici, a lanciare l’appello: sconfitto, vecchio e malato, Juncker deve gettare la spugna.
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La battaglia per una diversa Unione Europea è persa
Occorre farsene una ragione
di Gianni Marchetto
Evocare = dal dizionario: Far comparire le anime dei morti o i demoni mediante pratiche magiche o medianiche.
Dopo la Brexit è tutto un “evocare”, da una parte si evoca una Unione Europea più democratica che si apre all’ascolto dei suoi cittadini, ecc. dall’altra si evocano le piccole patrie, il ritorno del razzismo, le voglie securitarie, ecc.
Enrico Letta (oggi professore) dice che sarebbe una iattura aspettare 16 mesi per rimediare alla Brexit, in attesa della risoluzione della crisi spagnola, del voto francese e poi a settembre del prossimo anno quello tedesco. Occorre fare subito delle cose che colpiscano al “cuore” i cittadini europei: un Erasmus Pro = 1.000.000 di posti di lavoro per i giovani (su ca. 300.000.000 di cittadini Europei, sic!). Però lui è il primo ad avere dei dubbi su questa evenienza.
Massimo D’Alema (apparentemente fuori dal giro) in una intervista a Radio Radicale afferma che il bipolarismo è andato in crisi in tutta Europa mentre si sta assistendo alla crescita di nuove formazioni populiste, antisistema, razziste, ecc. e aggiunge che la “governabilità” se non vuole essere un esercizio controproducente ha sempre bisogno del “consenso” dei soggetti per i quali si esercita. Domanda: e chi lo riceve oggi il consenso? i partiti conservatori e/o popolari, ovvero le varie formazioni socialiste o socialdemocratiche? Ovvero ancora le nuove formazioni populiste?
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