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Hayek, Monnet, Robbins: le ragioni incomprese di un successo e la (non) modificabilità dei trattati
di Quarantotto
1. Mi è capitato di constatare, confrontandomi con interlocutori di varie appartenenze politiche, che l'approfondimento storico-economico e storico-istituzionale circa le ragioni e le finalità del federalismo europeo, pur in un momento così drammatico, che appare di "transizione" forzata verso...qualcos'altro, sia tutt'ora trascurato: e ciò in favore di una vulgata semplificata che, più o meno, si incentra sull'esigenza di "tornare alle origini", allo "spirito" iniziale, della costruzione europea che sarebbe stata caratterizzata non solo da alti ideali - la pace e la prosperità dei popoli - ma da una solidarietà e da una volontà di democrazia condivisa che oggi sarebbero andate perse. E che, perciò, andrebbero recuperate. (Ecco il più recente esempio:
«Tutti nel M5S si sentono europei, noi non siamo mai stati una forza che voleva uscire dall' Unione europea pur criticandola molto duramente». D' altra parte l' Europa ha smesso di essere comunità, in nome dell' austerità ha penalizzato i più deboli. Questa Europa della moneta unica, del centralismo burocratico ha tradito i suoi valori fondativi e deve cambiare». Tante citazioni di Jean Monnet, di don Sturzo. Nessuna dell' euroscettico Nigel Farage con cui i 5Stelle hanno avuto un certo feeling.)
In realtà ci siamo già occupati di questa presunta precedente presenza di alti ideali democratici e di solidarietà, mostrando come, nel corso del processo normativo dei trattati, non ve ne sia traccia, né nella fase fondativa, né nella fase evolutiva e tantomeno in quella culminata in Maastricht e sue successive modifiche.
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Brexit come crisi dell’Uem e della globalizzazione
di Domenico Moro
Contrari e favorevoli alla Brexit
L’uscita del Regno Unito dalla Ue, la cosiddetta Brexit, è stata universalmente giudicata come un fatto di notevole rilevanza. Tuttavia, non c’è accordo né sulle cause né sulle implicazioni politiche generali. A parere di chi scrive, la Brexit ha a che fare non solamente con la Ue, ma anche e soprattutto con la Uem, l’unione monetaria europea, essendo una conseguenza della divaricazione dei contrasti tra paesi che appartengono all’area euro e paesi che non appartengono all’area euro. L’allargamento di questa contraddizione è dovuta all’accelerazione del processo di integrazione europea, che si fonda sul suo nocciolo centrale costituito dai 19 Paesi dell’euro.
In effetti, Brexit appare essere il risultato non di una sola causa, ma di molteplici e diversi fattori intrecciati tra loro. Quindi, è necessario individuarli, valutandone il peso e l’importanza relativa. In primo luogo è necessario capire quali classi e settori di classe hanno sostenuto Brexit e quali gli si sono opposti. Contro Brexit era la City di Londra, che, insieme a New York, è una delle due maggiori piazze finanziarie mondiali e che rappresenta il 12% del Pil britannico. Secondo un sondaggio, tra le imprese appartenenti alla CBI, la confindustria britannica, l’80% era contrario all’uscita dalla Ue, il 15% incerto e solamente il 5% favorevole1.
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L’euro come metodo di governo
Alessandro Monchietto
Il ciclo di Frenkel, le ragioni degli squilibri dell’eurozona e la mezzogiornificazione delle periferie europee
1. Nella produzione di un ordine del discorso dominante, le notizie vengono selezionate, accorpate, differenziate: alcuni casi di cronaca vengono messi in risalto, altri lasciati in ombra o taciuti. Tutto si muove all’interno di una dinamica che sta a noi comprendere e districare, per non farci travolgere da un’ingiusta lettura del presente. C’è oggi nel mondo un discorso dominante, o che piuttosto si avvia a diventare dominante, relativo all’attuale crisi. Nella sostanza esso sostiene che l’odierna condizione di precarietà economica che caratterizza il continente europeo dipenda dai debiti pubblici, dalla loro quantità troppo elevata, dall’eccessivo rapporto fra debito e Pil. Il problema viene presentato come “crisi dei debiti sovrani”, in particolare di alcuni membri (i cosiddetti PIIGS) ordinariamente descritti come incapaci di controllare l’eccesso di spesa pubblica e la conseguente spirale debitoria; questo dato spaventerebbe gli investitori, determinando una diminuzione della fiducia del mercato azionario che – per questo motivo – comincerebbe a richiedere interessi sempre più alti. Per “tranquillizzare i mercati” occorrerebbero dunque drastiche scelte che migliorino il bilancio pubblico: aumento delle tasse e riduzione delle uscite (ergo tagli alla spesa sociale), privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici, e una riforma del mercato del lavoro che introduca maggiore flessibilità, diminuzione delle tutele sindacali, facilità di licenziamento, in modo da favorire la riduzione del rischio d’impresa e l’aumento della produttività.
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Il De profundis per gli Stati Uniti d’Europa
Michele G. Basso
L’uscita dell’Inghilterra dalla UE è la dimostrazione dell’impossibilità della formazione di una federazione di stati europei sul modello degli USA. Più volte abbiamo riportato le posizioni di Lenin, della Luxemburg e di Bordiga, che giudicarono tale ipotesi o impossibile o reazionaria. L’idea di una soluzione bismarckiana o cavouriana, per cui uno Stato con la guerra unifica diversi paesi, si presentò anche per l’Europa, e fu sconfitta. Napoleone, entro certi limiti erede della rivoluzione francese, dove arrivò con la sua legislazione favorì lo sviluppò di una moderna borghesia, ma il suo tentativo di arrivare ai confini dell’Europa s’infranse contro la riserva della reazione mondiale, la Russia zarista.
L’altro tentativo di unione con la forza, condotto da una borghesia ormai ultrareazionaria, fu quello di Hitler, ma non poteva riuscire perché, più che di unificazione si trattava di colonizzazione, giacché Hitler introdusse in Europa quei metodi terroristici che gli imperi europei avevano utilizzato contro le popolazione africane, asiatiche e con gli indiani d’America.
Se è stata impossibile l’unificazione con la forza, a maggior ragione lo è quella mediante accordi tra Stati.
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Brexit: cosa significa uscire dall’Unione europea
di Valigia Blu

Introduzione
Si sta parlando molto degli effetti politici della Brexit, ma che succede effettivamente se il Regno Unito lascia l’Unione europea? Riprendendo l’ampio lavoro fatto da Full Fact, organizzazione britannica indipendente di fact-checking, abbiamo provato a descrivere le possibili conseguenze che ci saranno riguardo importanti temi, come il commercio, le finanze pubbliche, gli investimenti esteri, l’immigrazione, il lavoro e i diritti umani.
Commercio
L'Unione Europa è il principale partner commerciale del Regno Unito, con il 53,2% delle importazioni di beni e servizi e il 44,6% delle esportazioni nel 2015, come certificato dall’Office for National Statistics (l’istituto statistico del Regno Unito). Come cambierà il rapporto commerciale tra Ue e Regno Unito non si può ancora sapere, dipenderà infatti dall’accordo che sarà raggiunto.
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Brexitheart: cuore impavido
di Marco Palazzotto
Nel 2015, in questo stesso periodo dell’anno, ci siamo occupati di GREXIT. Anche questa estate, ad un anno dal voto OXI, ci occupiamo di un altro paese che vuole rompere con la politica unitaria europea. Il paragone tra Grecia e Regno Unito è molto improbabile, per via della storia, delle dimensioni e dei diversi gradi di sviluppo dei due paesi. Però alcune analogie si possono rilevare, soprattutto a proposito dei rapporti tra governi nazionali e cittadini, visto che questi ultimi - in entrambi i casi - hanno scelto di contrastare le élites europee. In entrambi gli avvenimenti il ruolo della sinistra è stato molto ambiguo. Nel caso greco il governo Tsipras si è rivelato inadeguato a rappresentare le istanze di cambiamento provenienti dalle classi lavoratrici che in massa – prima attraverso manifestazioni pubbliche, poi attraverso il voto – hanno rifiutato i memoranda della troika.
Ma andiamo al caso inglese, sulla Grecia abbiamo già scritto abbastanza qui, qui, qui e qui. Non mi soffermerò sulla polemica a sinistra scoppiata in rete tra sostenitori del remain e sostenitori del leave sulla composizione dell’elettorato inglese che è andato a votare al referendum BREXIT. Per questo argomento – si ritiene per ora superfluo - rimandiamo a quest’analisi di Andrea Genovese apparsa su Contropiano qualche giorno fa.
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Uscire dall'euro per uscire dalla crisi e dalla "austerità"?
Un'escamotage di bassa Lega...
di Redazione
Le elezioni europee di maggio hanno rinfocolato il dibattito pubblico intorno all'euro. Per lo più da destra, ma anche da sinistra una schiera di organizzazioni e di singoli propone l'uscita dall'euro come la carta primaria da giocare contro la crisi e contro l'oligarchia economico-politica che impera in Europa, la sola alternativa alle politiche di "austerità". Una carta da giocare, si dice da sinistra (ma anche da destra), nell'interesse dei lavoratori. Forse non sufficiente di per sé a risolvere tutti i loro problemi; però, quanto meno, può essere l'inizio della soluzione.
L'uscita volontaria dall'euro può suonare suggestiva in quanto evoca la possibilità (inesistente) di tornare a tempi un po' meno aspri degli attuali, ma è secondo noi, per gli interessi dei lavoratori, una soluzione-truffa del tutto interna alla logica capitalistica. E non comporterebbe affatto la fine dei sacrifici. Di più: la propaganda e l'agitazione in suo favore in atto a sinistra, con argomenti quasi sempre simili a quelli della destra "sociale", è pericolosa, perché mette in circolo altri veleni nazionalistici. Come se non bastassero quelli che intossicano corpo e testa di milioni di proletari/e da generazioni.
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Per la democrazia e la sovranità popolare, contro l’integrazione neoliberista e un’unione monetaria fallimentare
Questo documento è frutto del contributo collettivo dai partecipanti al Network Lexit. È stato redatto e approvato prima del referendum sulla Brexit e senza alcuna intenzione di influenzare il voto popolare in un senso o nell’altro.
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Con l’attuazione del mercato unico europeo e del Trattato di Maastricht, l’integrazione europea si è affermata come progetto di ristrutturazione a lungo termine dell’economia europea in senso neoliberista. Il Patto di Stabilità e Crescita, l’affermazione delle “libertà fondamentali” del mercato unico e l’Unione monetaria europea, rappresentano l’impalcatura istituzionale che ha alimentato le politiche di austerità, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale e le politiche di privatizzazione in tutti gli stati membri dell’UE.
Contrariamente alla tesi che vuole l’UE come un campo di gioco neutrale, gli eventi successivi alla Grande Recessione del 2007/9 hanno evidenziato come l’attuale progetto di integrazione europea sia segnato dalla natura regressiva dei trattati che lo definiscono e da una radicalizzazione senza precedenti del suo carattere neoliberista. Rapporti asimmetrici e relazioni gerarchiche di potere (centro-periferia) caratterizzano da lungo tempo l’integrazione europea, ma hanno raggiunto il loro culmine con il dominio tedesco sugli orientamenti di politica economica negli anni successivi alla Grande Recessione.
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Brexit, sette giorni dopo: la miccia brucia
di Federico Dezzani
Non riserva sorprese la Brexit, attenendosi al copione già anticipato: lo choc generato dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sta fungendo da innesco alla dinamite accumulata sul continente dopo otto anni di eurocrisi. Se la nascita degli Stati Uniti d’Europa, fuori tempo massimo nell’attuale contesto politico, è ormai tramontata, è invece certo che la ricaduta della Francia in recessione o l’aggravarsi della crisi bancaria italiana implicherà la dissoluzione dell’eurozona e delle istituzioni brussellesi: il precipitare di una situazione economica e sociale già critica, renderà improcrastinabili risposte a livello nazionale
Grande è la confusione sotto il cielo
La situazione è paragonabile al collasso della Germania guglielmina nel 1918, alla caduta della DDR nel 1989 od all’implosione dell’URSS nel 1991: il caos è grande, la situazione è concitata, gli scenari più disparati si aprano e si chiudono nel volgere di poche ore, è un fioccare di illazioni e congetture. Lo choc è tale da lasciare l’opinione pubblica spaesata. Ma come: è stata Brexit? Ne siamo sicuri?
Lo stordimento è chiaramente percettibile anche tra la tecnocrazia brussellese ed i capi di Stato europei, chiamati a gestire l’ennesima crisi europea, benché ormai completamente esautorati: il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è l’equivalente dell’imperatore Guglielmo II all’indomani dell’armistizio o di Erich Honecker all’indomani delle grandi manifestazioni dell’ottobre ’89 contro il regime socialista. Il residuato di un’epoca che fu. Non è un caso che sia proprio la stampa tedesca, esperta in materia di crolli politici, a lanciare l’appello: sconfitto, vecchio e malato, Juncker deve gettare la spugna.
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La battaglia per una diversa Unione Europea è persa
Occorre farsene una ragione
di Gianni Marchetto
Evocare = dal dizionario: Far comparire le anime dei morti o i demoni mediante pratiche magiche o medianiche.
Dopo la Brexit è tutto un “evocare”, da una parte si evoca una Unione Europea più democratica che si apre all’ascolto dei suoi cittadini, ecc. dall’altra si evocano le piccole patrie, il ritorno del razzismo, le voglie securitarie, ecc.
Enrico Letta (oggi professore) dice che sarebbe una iattura aspettare 16 mesi per rimediare alla Brexit, in attesa della risoluzione della crisi spagnola, del voto francese e poi a settembre del prossimo anno quello tedesco. Occorre fare subito delle cose che colpiscano al “cuore” i cittadini europei: un Erasmus Pro = 1.000.000 di posti di lavoro per i giovani (su ca. 300.000.000 di cittadini Europei, sic!). Però lui è il primo ad avere dei dubbi su questa evenienza.
Massimo D’Alema (apparentemente fuori dal giro) in una intervista a Radio Radicale afferma che il bipolarismo è andato in crisi in tutta Europa mentre si sta assistendo alla crescita di nuove formazioni populiste, antisistema, razziste, ecc. e aggiunge che la “governabilità” se non vuole essere un esercizio controproducente ha sempre bisogno del “consenso” dei soggetti per i quali si esercita. Domanda: e chi lo riceve oggi il consenso? i partiti conservatori e/o popolari, ovvero le varie formazioni socialiste o socialdemocratiche? Ovvero ancora le nuove formazioni populiste?
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“Se hai i soldi, voti per restare… se non ne hai , voti per uscire”
di John Harris
“Z” è un instancabile commentatore di questo blog, che da anni esprime con pacata ironia il suo totale disaccordo su qualunque cosa io scriva.
E siccome è anche una persona gentile, ha tradotto dall’inglese questo articolo di John Harris, uscito su The Guardian. Un articolo con cui io mi trovo largamente d’accordo, per cui lo sforzo di Z diventa ancora più encomiabile.
“Se hai i soldi, voti per restare” disse con sicurezza “se non ne hai, voti per uscire”. Venerdì scorso eravamo a Collyhurst, quartiere povero al confine nord del centro di Manchester, e ancora non avevo trovato un elettore che avrebbe votato Remain. La donna con cui stavo parlando mi spiegava che nel quartiere non c’erano parchi né aree gioco per bambini: sospettava che tutti i soldini fossero stati destinati al centro di Manchester, Paese delle Meraviglie rimesso a nuovo, a dieci minuti di strada.
Solo un ora prima mi trovavo ad un evento per il reclutamento di personale laureato, a Manchester, dove nove intervistati su dieci erano schierati per Remain. Alcuni parlavano dei votanti per il Leave con freddezza e supponenza: “Alla fine, siamo nel ventunesimo secolo”, diceva un ragazzo tra i venti e i trent’anni “Se ne facciano una ragione”. Non era la prima volta che sentivo l’atmosfera intorno al referendum puzzare di zolfo – non solo di disuguaglianza sociale, ma anche di una malintesa guerra tra classi.
Ed eccoci qui, dopo la decisione terrificante di andarcene. Gran parte degli elementi politici di primo piano sono stati ormai spazzati via. Cameron e Osborne. Il partito laburista così come lo conosciamo, che si rivela ancora una volta un fantasma ambulante, i cui precetti non riescono più a raggiungere le sue supposte roccaforti.
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Brexit: l’Europa genera mostri
di Andrea Fumagalli
Pubblichiamo una breve analisi di Andrea Fumagalli sull’esito del referendum inglese, a cui segue, in coda, la traduzione in portoghese (Brasil), ripresa dal sito di UniNomade Brasil, che ringraziamo
All’indomani del risultato del referendum che ha sancito l’abbandono dell’Europa da parte della Gran Bretagna è possibile cominciare a discutere i probabili effetti su tre piani di analisi: finanziario, economico-istituzionale, politico-istituzionale.
Gli effetti finanziari
Nonostante l’impatto immediato di caduta degli indici di borsa e di forte svalutazione della sterlina, gli effetti sulla finanza non devono essere ritenuti negativi. In primo luogo, occorre, infatti ricordare che qualsiasi turbolenza, con forti oscillazioni nella dinamica degli indici, è manna per la speculazione finanziaria. Ciò che è successo nella settimana precedente il voto è da manuale. Sulla base di sondaggi più o meno attendibili, tutti a favore della Brexit, per circa tre giorni, abbiamo assistito al prevalere della speculazione al ribasso (vendo ora i titoli che mi aspetto diminuiscano domani, per poterli ricomprare dopodomani ad un valore nettamente inferiore). L’omicidio della deputata laburista Cox, in quel modo cinico che caratterizza il mondo finanziario, ha invertito la tendenza. I sostenitori del “remain” hanno ripreso fiato e le aspettative sono ritornate positive. In tal modo si è potuto capitalizzare la precedente fase speculativa al ribasso.
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Brexit!!!
Brexit e Lezioni di Democrazia
di Jacques Sapir
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"La Brexit può mettere a rischio anche l’euro”
L. Sappino intervista Emiliano Brancaccio
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Vittoria della destra nel referendum inglese e rimbecillimento della sinistra antieuropea
di Michele Nobile
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Brexit: rassegnatevi, il voto dei poveri e degli "ignoranti" conta quanto il vostro
Daniele Scalea
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Ma la Brexit è stata una sconfitta o una vittoria?
di Aldo Giannuli
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Heat or eat? Due appunti sul voto inglese
di Dodo
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Contorsioni logiche della sinistra europeista
di Militant
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Brexit: il vero smacco è che si riveli fruttuosa
di Alberto Bagnai
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Brexit: rassegnatevi, il voto dei poveri e degli "ignoranti" conta quanto il vostro
Daniele Scalea
Arroganza ed odio di classe. Questi i due ingredienti proposti dalle èlite, e dai loro media, in questi giorni. L'arroganza di chi ha perso e non accetta l'esito del referendum chiedendo di ripeterlo, l'odio di classe di chi non accetta che i poveri possano votare in maniera opposta ai loro desideri.
I tempi non gli consentono di chiedere il ripristino del voto per censo, ma l'odio verso le classi popolari di cui gronda la stampa mainstream dopo la vittoria della Brexit non ha precedenti almeno negli ultimi settant'anni. Su questo tema vi proponiamo un breve ma efficace articolo di Daniele Scalea.
La cosa più opprimente del Brexit non sono i mercati che crollano (salvo fenomeni di isteria collettiva, non c'è nessuna condizione oggettiva per un crisi stile 2008), ma le analisi di sociologia spiccia e patetismo spinto sugli sventurati giovani-colti-e-ricchi battuti dai malvagi vecchi-ignoranti-e-poveri (fatevi un giro sul vostro social network preferito per averne abbondanti esempi).
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Brexit: il vero smacco è che si riveli fruttuosa
di Alberto Bagnai
Ci siamo lasciati il 16 giugno dicendoci che la Brexit, comunque andasse, sarebbe stata un insuccesso per Bruxelles. Minacciando di ritorsioni uno stato che intendeva avvalersi del diritto di recesso previsto dal Trattato di Lisbona, i vertici delle istituzioni europee confessavano vuoi la loro intenzione di non far rispettare un patto sottoscritto, del quale essi sono garanti, vuoi che questo patto contiene clausole inapplicabili, perché destabilizzanti, e quindi va ripensato. Quanto ai nostri amici tedeschi, primo fra tutti il ministro Schäuble, si sono messi come al solito in un vicolo cieco: se attuano le loro minacce danneggiano sopratutto la loro economia, la più legata a quella britannica, e fanno capire agli altri membri che l’UE più che a un club somiglia a un lager; se non le attuano diventano poco credibili. Niccolò Machiavelli, o John Nash, che in tempi diversi hanno studiato la teoria dei giochi strategici, si rivoltano nelle rispettive tombe. Ora l’evento si è verificato.
Ricordiamo intanto che quello svolto è un referendum consultivo, al qualre dovrebbe seguire una domanda formale di recesso da parte del governo britannico. Quando e se questa sarà inoltrata, si avvierà la procedura, lunga due anni, nel corso dei quali avremo tempo di tornare sui tanti dettagli tecnici. Intanto, però, una cosa è certa: la prima vittima della Brexit rischia di essere la credibilità degli economisti. I due mesi precedenti al referendum hanno visto un florilegio di appelli accorati da parte di colleghi che unanimi prevedevano catastrofi in caso di Brexit. Ma qual è la base fattuale di queste profezie?
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