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Handelsblatt: l’irreale “real estate” tedesco
di Simon Book, Jens Munchrath e Reiner Rachel
L’ambiente di tassi d’interesse negativi e la mancanza di investimenti profittevoli sta spingendo investitori e banche dei paesi core, e della Germania in particolare, in una gigantesca bolla immobiliare. I prezzi delle case raddoppiano di anno in anno, gli acquirenti comprano immobili alla cieca senza nemmeno metterci piede e le banche fanno prestiti a tasso quasi nullo senza verificare la solvibilità dei mutuatari, in quella che sembra la riedizione mitteleuropea della bolla dei subprime. L’unico modo per fermare la corsa dei prezzi è alzare i tassi di interesse, ma la BCE nel tentativo di “salvare il soldato euro” sta caparbiamente andando in direzione opposta. Che la nemesi dell’euro stia arrivando sotto forma di bolla immobiliare? Da Handelsblatt
Jaguar, Maserati e Mercedes pulitissime costeggiano l’acciottolato, riflettendo il sole. Uomini e donne benestanti attraversano il marciapiede in cappotti e cappelli pregiati, con cani di razza al seguito.
Dietro di loro, ci sono irresistibili ville storiche – stucchi classici con grandi ingressi, nicchie e pavimenti di parquet brillanti, torrette maestose e giardini panoramici.
Benvenuti nell’idilliaca Potsdam, l’opulenta ex residenza dei re di Prussia. Al confine sud-occidentale di Berlino, Potsdam è la capitale dello stato orientale del Brandeburgo ed una città molto calda nel surriscaldato boom immobiliare della Germania.
Da un maestoso maniero in riva al lago sulla pittoresca Heiliger See, Anja Farke gestisce l’agenzia di Potsdam del mediatore immobiliare Engel & Völkers. Proprio lungo la strada, la signora Farke sta facendo vedere un’altra spaziosa villa, in una bella tonalità di rosa. La venderà per non meno di 3 milioni di euro, o 3,3 milioni di dollari, assicura.
La signora Farke è abituata a lavorare con successo con i milionari. E’ elegante e cortese, informalmente chic, consapevole di sé ma riservata.
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M€rcati, pubblico/privato e l'esercito europeo
Unica assente, la realtà
di Quarantotto
1. Proviamo a tornare sul tema dell' "esercito €uropeo"...che garantisce la democrazia.
Il problema sostanziale al riguardo non è politico-militare o storico-etno-culturale: porre l'attenzione su tali aspetti, che ostacolerebbero l'operatività futura di un tale "€sercito", equivale tutto sommato a soffermarsi su un problema consequenziale e applicativo che, nello scenario effettivo in cui si svolgono le politiche dell'UE, non è considerato, dagli effettivi "decidenti", così rilevante.
Il problema, o meglio l'essenza di queste politiche ha, invece, più a che fare con le implicazioni e le decisive influenze, tornate in queste ultime ore particolarmente attuali, determinate dall'ideologia, propria dei trattati UE, della assoluta prevalenza dei mercati, e quindi della prevalenza di alcune persone fisiche, che siano esponenti dei gruppi industriali e finanziari, sulle istituzioni (ormai teoricamente) democratiche.
Che questo sia il nodo della questione, che è dunque quello di una politica della "difesa" orientato a favorire i "mercati", più che le effettive e praticabili esigenze operative di protezione dei cittadini assoggettati a tali politiche sovranazionali TINA, ce lo aveva ben illustrato la serie dei 4 post "Fortezza Europa" di Riccardo Seremedi.
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Che altro può fare Mario?
Biagio Bossone e Stefano Sylos Labini
Pubblichiamo un post di Biagio Bossone e Stefano Sylos Labini. Biagio Bossone presiede il Group of Lecce on global governance ed è membro del Comitato di sorveglianza del Centre d’Études pour le Financement du Développement Local. Stefano Sylos Labini, ricercatore ENEA, geologo, esperto di energia, dal 2004 al 2014 ha collaborato con Giorgio Ruffolo, con il quale (2012-2014) è stato editorialista di Repubblica su temi di economia e politica. Dal 2014 ha iniziato a lavorare sul Progetto della Moneta Fiscale
Costi quel che costi…
Fermo sul suo ormai arcinoto pronunciamento di esser disposto a fare qualunque cosa (whatever it takes) pur di riuscire a ravvivare le economie della zona euro, il presidente della BCE Mario Draghi dal 10 marzo scorso ha impegnato il suo istituto ad acquistare obbligazioni emesse da società non bancarie localizzate nella zona euro nell’ambito del programma di acquisto di obbligazioni aziendali (CSPP) (1). In aggiunta agli interventi non convenzionali già in atto, la nuova misura dovrebbe fornire un’ulteriore opzione di politica monetaria espansiva nel tentativo di rafforzare le condizioni di finanziamento dell’economia reale e di riportare l’inflazione dell’area in linea con l’obiettivo ufficiale del 2%.
La novità assoluta del CSPP è quella di attivare un nuovo canale di trasmissione della politica monetaria attraverso cui il denaro appena stampato affluirebbe direttamente all’economia reale piuttosto che essere risucchiato da un sistema bancario inceppato. Il CSPP promette quindi di conseguire un maggiore impatto rispetto alle altre misure tentate dalla BCE finora. Non c’è dubbio che il coraggio e la determinazione del Presidente della BCE meritino riconoscimento.
Eppure, prima di scommettere sull’efficacia del CSPP, occorre dare risposta ad alcuni interrogativi importanti che esso pone, dal quadro applicativo indefinito alla questione fondamentale se la politica monetaria sia sufficiente da sola a trascinare l’Eurozona fuori dalla stagnazione secolare, senza che la BCE debba assumere su di sé responsabilità di natura quasi fiscale, come, ad esempio, quella di mettere denaro direttamente nelle tasche della gente (2).
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Caro Yanis, ti scrivo...
Lettera aperta a Varoufakis dopo il lancio di DiEM 25
di George Souvlis e Samuele Mazzolini
"Democratizzazione o Barbarie” è l’alternativa posta in questo incisivo intervento, che appare in inglese su LeftEast. George Souvlis studia per il PhD in Storia presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze e scrive per varie testate di sinistra (Jacobin, ROAR, Enthemata Avgis); Samuele Mazzolini (MA in Latin American Studies ad Oxford) ha lavorato come consulente per il governo dell’Ecuador, scrive tuttora per il quotidiano di quel paese El Telégrafo e studia Ideology and Discourse Analysis presso la University of Essex.
* * *
Caro Yanis,
abbiamo deciso di scriverti dopo aver seguito attentamente il lancio di DiEM 25 a Roma, il 23 marzo. Questa nostra lettera si propone di discutere una serie di aspetti della tua iniziativa che abbiamo trovato poco convincenti, facendone una critica costruttiva. Chiariamo subito perciò che il nostro obiettivo non è né di bocciare a priori il progetto né di fare i saputelli che sanno meglio di chiunque altro com’è che vanno fatte le cose (atteggiamento non del tutto sconosciuto all'universo della sinistra). Desideriamo piuttosto formulare pubblicamente alcune domande che - sospettiamo – sono già venute in mente a molti e intorno alle quali si è già discusso in modo informale: domande che possano fungere da scintille per una correzione in meglio dell'iniziativa in oggetto.
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Cinque tesi sull'euro
di Jacques Sapir
Come di consueto, Sapir ha parole sagge sul suo blog in tema di eurocrisi. L’economista francese articola in cinque tesi i modi in cui la moneta unica sta condannando alla miseria un intero continente. Occorre al più presto riconoscere la verità: l’euro è la causa, non la soluzione dei nostri problemi. E l’unico modo di salvare l’Europa è superare questo strumento inadeguato, tornando alle flessibilità valutarie
I problemi posti dall’euro diventano sempre più evidenti con le mobilitazioni e le dimostrazioni di piazza in Francia contro la cosiddetta legge “Labour”. E’ ormai evidente che la basi economiche di questa legge sono imposte dalla nostra partecipazione all’eurozona. Dal momento in cui gli Stati vengono privati della possibilità di regolare la loro situazione economica tramite la svalutazione (o la rivalutazione) del cambio valutario, e in assenza di qualsivoglia sistema di trasferimenti fiscali previsti a priori, gli aggiustamenti possono avvenire solo a spese del fattore lavoro. Questa è l’amara verità, che si evidenzia sempre di più sotto forma della legge “labour”, la cosiddetta legge El Khomri, ossia il nome del Ministro a cui è stato imposto di presentarla, senza avere la possibilità di prendere parte alla sua ideazione. I problemi creati dall’euro possono essere esposti in 5 punti.
1. L’euro non è una moneta; non corrisponde a un singolo soggetto politico né a una volontà politica basata sulla legittimazione popolare.
L’euro è un sistema che paralizza il commercio tra paesi. E’ un regime di cambi fissi di fatto affine al gold standard. Non ammette alcuna flessibilità.
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Una Eurozona da Draghi?
di Giorgio Gattei, Antonino Iero
1. È stupefacente vedere come il governatore della Banca Centrale Europea si dia da fare per evitare che l’Eurozona precipiti nel baratro della deflazione (-0,2% il dato di febbraio per l’area euro[1]) e non ci riesca.
Il pericolo è che anche l’Eurozona cada in quello stato comatoso dell’economia che, resistendo ad ogni terapia, affligge da vent’anni il Giappone (cfr. G. Visetti, La strenua lotta del Giappone ad una deflazione ventennale, “Affari e Finanza”, 23.11.2015). Ma, siccome per curare bisogna prima diagnosticare la malattia, è proprio qui che Mario Draghi inciampa, facendo il reticente quando rinvia a generiche «forze nell’economia globale oggi che, tutte assieme, stanno mantenendo bassa l’inflazione» (“La Repubblica”, 5.2.2016). Ma quali queste “forze” (“oscure”, come si sarebbe detto una volta) se non precise variabili macroeconomiche che per pudore non s’intendono nominare?
Più espliciti sono stati i due governatori di Bundesbank e Banque de France in una lettera congiunta (ma il governatore della Banca d’Italia dov’era?) in cui hanno proposto che gli Stati europei cedano più sovranità, allo scopo di «rafforzare la governance della zona-euro», mediante l’istituzione di un Ministro unico del Tesoro con il compito di coordinare l’«unione dei finanziamenti e degli investimenti» per affrontare «il paradosso di un risparmio abbondante che non viene sufficientemente mobilizzato per investimenti» (“La Repubblica”, 9.2.2016).
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Draghi prepara la prossima crisi nell'eurozona
di Pasquale Cicalese
“La Cina non potrà farsi ingabbiare in schemi
come il Trattato di Maastricht. Che non vanno
affatto bene per l’economia cinese”*
Pochi ci hanno fatto caso, ma nell’annunciare le nuove misure della Bce, Draghi il 10 marzo scorso comunicava che il tasso di inflazione atteso per il 2016 nell’eurozona passava da +1% allo 0,1%. Da anni le previsioni della banca centrale vengono smentiti dai fatti, dunque è probabile che, nonostante il QE dell’anno scorso, l’eurozona è in preda alla deflazione. Lo stesso Draghi in conferenza stampa faceva capire che non è attesa una fiammata inflazionistica giacché non ci sono rivendicazioni salariali consistenti. Tradotto: il proletariato europeo è ben bastonato.
Draghi ha spronato i governi alla deflazione salariale e ora quasi si rammarica, come la Yellen della Federal Reserve, che i salari non aumentano. Gira e rigira, la questione è quella: quanto guadagnano i lavoratori dell’eurozona. Il rapporto capitale-lavoro, per chi pensasse che gli operai non ci siano più ci pensa Draghi a far capire che sono determinanti, a tal punto di ucciderli del tutto. Con evidenti contraccolpi, appunto la deflazione e la crisi da domanda.
Ma Draghi si è spinto oltre, invitando i governi ad una politica espansiva per spese per investimenti ad invarianza della stabilità dei conti. In pratica ha detto: fate la Salerno Reggio Calabria ma nel frattempo tagliate posti di lavoro nel settore pubblico, riducete le spese per sanità e soprattutto tagliate le pensioni. Con quel che risparmiate fate lavori pubblici e fate pagare meno tasse alle imprese con minor costo del lavoro e minor tassazione sui profitti (protezionismo fiscale).
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La bolla di Mario Draghi
Sergio Bruno
Le nuove misure espansive annunciate dalla BCE sono un implicito riconoscimento che il QE non funziona e che la politica monetaria finanzia soprattutto l’inflazione dei valori finanziari
Nella sua conferenza stampa del 10 marzo scorso (<http://www.soldionline.it/notizie/economia-politica/diretta-discorso-draghi-bce-10marzo2016 <) il Presidente della BCE ha preannunciato una lunga stagione di tassi di interesse negativi per le banche, il rafforzamento del Quantitative Easing (QE) attraverso l’aumento degli acquisti di titoli, l’estensione della gamma dei titoli oggetto di acquisto alle obbligazioni non bancarie “investment grade”, l’istituzione di nuovi T-ltro (Targeted long term refinancing operations) miranti a premiare le banche che fanno più prestiti a soggetti privati per finanziare la loro domanda (sia per consumi che per investimenti, si immagina).
C’è da essere ammirati dalle capacità retoriche di Draghi e al contempo agghiacciati per quello che è sembrato un clima da ultima spiaggia. Difficile non leggere, nelle parole del Presidente, qualcosa che assomiglia molto al riconoscimento di un sostanziale fallimento del QE, appena mascherato dal riferimento al fatto (ovvio) che senza il QE la situazione sarebbe stata peggiore e dalla ostentata generosità verbale nelle risposte ai giornalisti.
Esistevano, in effetti, solo due alternative, dopo il riconoscimento – appena velato – che la terapia non ha sortito l’effetto desiderato:
– attribuire il fallimento al dosaggio insufficiente;
– riconoscere che le politiche monetarie sono inadeguate, quanto meno senza associarle ad un finanziamento di deficit di bilancio, vuoi di un rilanciato “bilancio federale europeo”, vuoi dei singoli stati.
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Power to the people: politiche monetarie alternative
di Andrea Fumagalli
Giovedì 10 marzo, Mario Draghi è intervenuto in modo deciso per potenziare le politiche di Quantitative Easing (QE). Non solo ha alzato a 80 miliardi al mese il livello degli acquisti di titoli di stato estendo anche l’acquisto a nuovi titoli privati per creare liquidità, ma ha anche abbassato i tassi di interesse di riferimento allo 0.0%. La stampa italiana ha salutato questa manovra con entusiasmo e ha declamato le lodi e il coraggio del governatore della Bce. Ma si è trattato, crediamo, di un coraggio dettato dalla disperazione
Il bilancio di due anni di QE è infatti deludente e i risultati attesi non si sono realizzati, come argomentiamo nel presente articolo. E per di più una nuvola nera si affaccia all’orizzonte: l’insofferenza crescente del potentato economico rappresentato dalle Sparkasse tedesche (e non solo) che mal sopporta la riduzione dei tassi d’interessi se questi diventano negativi. Per il sistema bancario, infatti, tassi d’interesse reali negativi implicano una drastica riduzione degli introiti dell’intermediazione bancaria, in un momento in cui lo scoppio della recente bolla mette a rischio anche le plusvalenze di natura speculativa. E’ facile prevedere un aumento di tensione all’interno del board della Bce. Le avvisaglie di una crisi finanziaria ci sono tutte e Drsghi insiste nel perseverare della sua politica e soprattutto nel metodo finora adottato. Finanziare il sistema finanziario ben sapendo che difficilmente ci saranno ricadute sull’economia reale. Errare è umano ma perseverare è diabolico.
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Lo spacciatore di Francoforte
di Leonardo Mazzei
La droga finanziaria del Quantitative easing (Qe) non funziona, ma dà dipendenza. E siccome uscirne è maledettamente difficile, aumentarne la dose è la tipica risposta di chi non sa più a quale santo votarsi. Questa, in breve, la dinamica che ha portato alle decisioni della Bce, annunciate ieri da Draghi. Per gli apologeti di casa nostra costui è di nuovo "SuperMario", una specie di super-eroe dotato di poteri speciali, se non addirittura risolutivi. Ora, che i poteri della Banca Centrale Europea siano davvero rilevanti è ovviamente fuori dubbio; che possano essere risolutivi dell'infinita crisi economica che tormenta l'Eurozona dal 2008 ci pare quantomeno dubbio. Di certo le scelte fin qui adottate, ed in particolare il Qe, hanno finora mancato clamorosamente gli obiettivi prefissati: riportare l'inflazione attorno al 2%, innescare una crescita economica degna di questo nome.
La cosa è così palese, che è proprio il fallimento su entrambi questi due versanti - evidentemente in stretta correlazione tra di loro - ad aver motivato il rafforzamento del Quantitative easing. Un rafforzamento superiore alle previsioni proprio in conseguenza della presa d'atto di una situazione economica estremamente grave.
Che quella di Francoforte sia stata, nella sostanza, una scelta obbligata, ce lo ha detto, papale papale, proprio un'affermazione di Draghi:
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Le crisi dell'Unione Europea
Franco Russo
Basta scorrere i titoli delle Conclusioni dell’ultimo Consiglio Europeo (17-18 dicembre 2015), per cogliere la gravità delle crisi in cui si dibatte l’UE: migrazioni, terrorismo, unione monetaria, mercato interno, clima, Brexit, ISIS e Siria. Leggendole ci si accorge subito che l’UE le affronta con il consueto approccio: varare misure per affrontare nell’immediato le crisi senza essere mossi da prospettive di lungo periodo, attuarle passo dopo passo, sempre però in funzione della costruzione e gestione del mercato unico sovranazionale, il vero e solo grande disegno delle élite europee. Nella ‘realtà effettuale’, per usare parole di Machiavelli, quelle che si vanno compiendo non sono scelte di routine, anche se l’UE le presenta business as usual. Questo approccio non è casuale, in quanto tipico del pluridecennale metodo funzionalista – ‘da cosa nasce cosa’, ciò che raffinati esegeti chiamano ‘effetti di spill over’; in secondo luogo, perché questa routine dai tratti burocratici esprime la consapevolezza delle élite europee dell’ampiezza dei loro poteri in grado di imporre le proprie scelte senza che in nessun paese – neanche là dove sono stati infranti equilibri politici come in Spagna Grecia e Portogallo – governi, partiti, sindacati o movimenti abbiano l’intenzione e, soprattutto, la forza di opporvisi. A scontrarsi, almeno a parole, con l’UE sono formazioni di estrema destra che si battono esclusivamente contro l’ingresso dei migranti e che come alternativa prospettano al più il ritorno allo Stato-nazione, ormai indebolito dalla devoluzione di poteri sovrani; oppure sono capi di governo, come Renzi, che sperano grazie alle polemiche con la Commissione di lucrare consensi nei sondaggi d’opinione e alle elezioni.
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Perché l’euro è condannato
di Vincent Brousseau
Dal sito de l’Union Populaire Républicaine – nuovo movimento politico francese che si propone il ristabilimento della democrazia con l’uscita dalla UE e dall’euro – una interessante analisi del Prof. Vincent Brousseau sul meccanismo e la dinamica dei saldi Target2: essi sono allo stesso tempo condizione necessaria dell’unione monetaria, ma anche pomo della discordia; riprendendo la loro fuga in avanti, portano ad una situazione sempre più irragionevole e inaccettabile
Qualche giorno fa, l’UPR ha segnalato che i saldi Target avevano ripreso la loro fuga in avanti, cosa sulla quale i media francesi rimangono straordinariamente discreti.
Il grafico accanto mostra l’evoluzione di questi saldi Target da prima dell’inizio della crisi fino ad ora. Questi saldi sono debiti e crediti in un sistema chiuso; la loro somma è quindi pari a zero, il che spiega l’aspetto simmetrico del grafico. I debiti (in basso) riflettono i crediti (in alto).
La fase 2011-2013 è stata un momento di panico. Col passare del tempo, abbiamo accumulato dati sufficienti per poter fare una constatazione: Se non si considera questo episodio di panico, si può constatare ora che il ritmo di fondo della progressione non si è mai interrotto. La Bundesbank accumula ogni anno, in media, circa 80 miliardi di crediti supplementari. E, dal 2008, si arriva a un rispettabile totale di 600 miliardi.
Per dare un ordine di grandezza, vorrei ricordare che il bilancio totale della Bundesbank all’inizio dell’euro era solo di 250 miliardi, e nel 2005, di 300 miliardi.
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Condizionalità senza frontiere
Quello che non dovevate sapere dei finanziamenti comunitari
Alberto Bagnai
(...è uscito un libro che non dovete leggere. Si chiama Finanziamenti comunitari - Condizionalità senza frontiere. Lo ha scritto Romina Raponi e spiega come funzionano realmente i finanziamenti comunitari. Leggerlo nuoce gravemente alla salute. Gli effetti collaterali sono: esofagite, gastrite, insonnia, sindrome depressiva, problemi cardiovascolari. Io vi ho avvertito, voi fate come vi pare. Meglio conservarsi in salute, piuttosto che capire perché chi vi dice "eh, ma noi non riusciamo nemmeno a spendere i fondi europei!" è un perfetto imbecille. D'altra parte, quando non avevamo capito un cazzo, possiamo anche dircelo, stavamo tutti meglio... In ogni caso, quella che segue è la mia prefazione - così gli effetti collaterali li subite ugualmente!...)
* * *
“Ce lo chiede l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di Giandomenico Majone (Rethinking the unionof Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014).
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Deutschland über alles
di Thomas Fazi
Il piano della Germania: creare un oligopolio bancario germano-centrico che disporrà del potere assoluto di decidere di quanto e a che condizioni finanziare il debito degli Stati
La settimana scorsa abbiamo parlato della duplice proposta tedesca che sta scatenando il panico nei corridoi di Palazzo Chigi e di Palazzo Koch (Banca d’Italia). La prima è quella che vorrebbe che ai titoli pubblici posseduti dalle banche dell’eurozona siano attribuiti coefficienti di rischiosità corrispondenti a quelli degli Stati (mentre ora sono considerati privi di rischio); che sia messo un tetto alla presenza di titoli di Stato del loro paese nel portafoglio delle banche; e, infine, che in caso di crisi del debito pubblico – e di contestuale richiesta di assistenza al Meccanismo europeo di stabilità (MES) da parte del governo interessato – sia applicato ai titoli pubblici lo stesso principio di bail-in introdotto per le banche con l’unione bancaria: allungamento delle scadenze e magari anche sospensione e riduzione degli interessi. In pratica un default obbligatorio i cui costi ricadrebbero sui possessori dei titoli pubblici, cioè in primo luogo sulle banche del paese interessato. La seconda proposta riguarda invece la creazione di un “superministro” dell’economia dell’eurozona – un «lord supremo del bilancio dell’eurozona», nella sapida definizione data da Yanis Varoufakis –, che assorbirebbe i residui di autonomia degli Stati nella gestione dei bilanci, senza prevedere come contropartita alcun bilancio federale.
È evidente che tali proposte, se passassero, rappresenterebbe un colpo letale per l’Italia e per gli altri paesi della periferia.
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Se la borghesia italiana si scopre euroscettica
di Pasquale Cicalese
“Si possono inoltre gestire meglio quei crediti deteriorati (quasi un terzo del totale) che fanno capo a imprese in temporanea difficoltà ma con concrete possibilità di rilancio, soprattutto con il rafforzamento della ripresa economica. È essenziale a questo fine un adeguato coordinamento tra le banche finanziatrici, che preveda anche l’intervento di operatori specializzati nelle ristrutturazioni aziendali”. (Governatore Banca d’Italia Ignazio Visco, Intervento ad Assiom Forex - Torino 30 gennaio 2016, pag, 12)
“Gli industriali italiani non riuscirono a salvare il meccanismo della svalutazione. Ne presero atto e si dedicarono, nel decennio seguente l’unione Monetaria, a salvare i propri capitali. Gli investimenti crollarono di fronte alla certezza del cambio forte. Lo sciopero fiscale raggiunse vette sempre più elevate. Le imprese si indebitarono con le banche. I proventi delle esportazioni, per quanto possibile, furono lasciati all’estero. Restò alle banche chiudere il credito, decretando la fine del 25% dell’apparato industriale”. (Marcello de Cecco, Deflazione, il male sottile, Affari&Finanza, 8 febbraio 2016.)
Rimane ancora quel 75% in vita, o in apnea, che dir si voglia. Per quanto? Nel Mezzogiorno non esiste più industria, il pericolo riguarda la fascia adriatica, il nord est e le ex regioni rosse, anch’esse a grosso rischio di ulteriore deindustrializzazione. Le crisi delle banche locali, da Cariferrara a Popolare Vicenza, da Banche Marche a Veneto Banca, sono il chiaro segno che l’industrializzazione del Nord est centro è ad un crocevia. Visco ritiene che possa essere salvata. I crediti deteriorati sono circa 360 miliardi, un terzo dunque sono 120.
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