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sbilanciamoci

Euro sì, euro no. Economisti a confronto

di Dario Guarascio

Uscire dall'Unione monetaria è davvero l'unica strategia possibile per i paesi della periferia dell'Unione per ritrovare un sentiero di crescita? Una sintesi del dibattito ospitato da Etica ed Economia

index101La crisi greca e la drammaticità delle sue fasi finali hanno contribuito al ravvivarsi del dibattito politico ed accademico circa l’opportunità, da parte dei paesi periferici dell’eurozona, di procedere all’abbandono dell’area valutaria quale unica strategia possibile per ritrovare un sentiero di crescita. Con questo contributo si intende fornire una sintesi del dibattito ospitato dal Menabò di Etica ed Economia a cui hanno preso parte gli economisti Giorgio Rodano, Salvatore Biasco e Massimiliano Tancioni.

Il primo ad intervenire sulle pagine del Menabò è stato Rodano, con un articolo apparso ad inizio luglio di quest’anno. Il giudizio sulla moneta unica espresso da Rodano è netto: l’euro non è stato una buona idea, è nato come un compromesso politico tra Francia e Germania ed è figlio di una visione particolarista. La significativa eterogeneità delle economie europee, spiega Rodano, rende irrealizzabile quella che tecnicamente viene definita un’area valutaria ottimale. Mancando i requisiti qualificanti un’area di questo tipo, le economie più fragili della zona euro sono costrette a ‘rientrare’ dalle crisi comprimendo il costo dei fattori produttivi e, in particolare, il costo del lavoro. L’austerità, e le connesse sofferenze sociali che segnano il quotidiano dell’economie periferiche nell’eurozona, sono, dunque, un inevitabile portato della loro permanenza nell’Unione Monetaria.

Quale risposta, dunque, alla fatidica domanda ‘Uscire dall’euro allora?’. Utilizzando il tipico modus operandi dell’economista Rodano pone a confronto benefici e costi delle alternative a disposizione. Nel caso di un eventuale abbandono dell’Unione Monetaria.

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ass sylos labini

Dentro l’euro ma anche oltre l’euro

Il Piano B dei Certificati di Credito Fiscale

di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini

ltre euro specialeLe trappole dell’euro

L’euro è ormai diventato il simbolo di questa Europa “malata del mondo”. Creato sul modello del marco tedesco, ed esteso a un’area continentale, la sua architettura presenta quattro difetti strutturali:

  • ha eliminato l’uso del tasso di cambio per il riallineamento della competitività dei paesi membri senza sostituirlo con strumenti di riequilibrio alternativi;
  • non prevede strumenti fiscali adatti per operare adeguate politiche anti-cicliche e impone vincoli eccessivamente restrittivi sulla spesa per investimenti pubblici;
  • fa sì che i debiti pubblici di ciascun paese membro siano denominati in una moneta che gli stati emittenti non controllano (diventano in effetti debiti in moneta straniera);
  • determina una politica monetaria (tassi di policy e offerta di moneta) e un tasso di cambio identici per economie fra loro molto diverse.
  • Attualmente c’è chi (come Wolfgang Schaeuble, il ministro tedesco delle Finanze) vorrebbe imporre una riforma autoritaria del sistema per andare verso una maggiore centralizzazione, verso l’integrazione fiscale oltre che monetaria, garantendo la leadership e la primazia delle nazioni “più virtuose”: tuttavia, l’integrazione fiscale presupporrebbe l’integrazione politica, per la quale, però, non c’è alcuna volontà da parte dei principali paesi. È ingenuo credere che i principali paesi dell’Eurozona (in particolare Germania e Francia) rinuncino alla loro piena sovranità in campo politico, fiscale, della sicurezza interna ed esterna, e della politica estera.

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    micromega

    Nel laboratorio dell’Europa postmoderna

    di Luigi Pandolfi

    Architetti passanoA pensarci bene, questa Europa costituisce il compimento del post-moderno in ambito politico-istituzionale ed economico. Letteralmente, di ciò che “viene dopo”. Ma “dopo” che cosa? Non c’è dubbio: “dopo” la stagione in cui lo Stato ha tentato di “contenere” e governare il capitalismo, di addomesticarne le crisi ed influenzarne le scelte, mediante la “politica economica”, la programmazione, l’intervento pubblico in economia. D’altro canto, per tutto il secolo XIX e parte degli anni venti, per dirla con James K. Galbraith, «il grande problema del capitalismo era stato la crescente gravità dei cicli economici, tra rapide espansioni e dure recessioni»[1], alle quali, salvando il capitalismo stesso, si era reagito, per l’appunto, con l’interventismo pubblico ed il welfare state. In ambito teorico, parliamo, più semplicemente, del salto di qualità dall’analisi di ciò che è (economia politica) all’elaborazione di ciò che deve essere (politica economica)[2].

    La politica economica, com’è noto, si basa sulle relazioni tra variabili, variabili-strumentali” e “variabili-obiettivo”[3]. Le prime rappresentano i mezzi attraverso i quali gli “agenti della politica economica” mirano al raggiungimento dei propri scopi, che coincidono, evidentemente, con le seconde variabili, quelle “obiettivo”. Agenti-strumenti-obiettivi: questa, quindi, la triangolazione alla base di qualsiasi modello di strategia economica. Ma chi sono gli “agenti di politica economica”? Beh, non potrebbero che essere gli Stati attraverso i loro governi, a loro volta legati al parlamento (o direttamente al corpo elettorale) da un vincolo di tipo fiduciario. Nondimeno, nella storia economica contemporanea, con la crisi del ’29 che ha segnato una nuova svolta in tal senso, l'azione degli Stati in ambito economico non si è mai dispiegata isolatamente, bensì “in concorso” con le banche centrali, autorità monetarie nazionali, “strumentalmente” legate al potere politico.

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    manifesto

    Un conflitto oltre le frontiere

    Étienne Balibar

    La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini

    nuova 2356 to090915rtx 1387Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione.

    Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità.

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    effimera

    La Grecia ci dice che questa Europa non è riformabile: deve essere rivoluzionata

    di Andrea Fumagalli

    2012 11 euro7Logica finanziaria versus logica economica

    La conclusione della trattativa tra Bruxelles e Atene (la capitolazione greca) è l’esito di una scelta politica che di economico non ha nulla. Anzi irride profondamente qualsiasi razionalità economica, quella razionalità dell’homo oeconomicus che viene ritenuta alla base di qualsiasi scelta economica efficiente e continuamente sbandierata dai manuali di economia politica, dalla stampa e dagli stessi politici di governo per giustificare decisioni che di economico hanno invece ben poco.

    L’accordo imposto alla Grecia con il ricatto della stretta di liquidità prevede per 10 anni un avanzo primario del 3,5%, la costituzione di un fondo di garanzia patrimoniale da alienare (leggasi privatizzare) del valore di 50 miliardi di euro (poco meno del 25% del Pil Greco, una cifra che in Italia equivarrebbe a più di 450 miliardi!), misure fiscali che incidono negativamente sulla domanda interna grazie all’aumento dell’Iva (con il duplice effetto di colpire 1. settori –turismo, in primo luogo, da cui “la Grecia –come giustamente rileva Paolo Pini  – trae un flusso positivo di risorse estere per compensare almeno in parte il saldo negativo complessivo della bilancia commerciale” e 2. penalizzare i redditi più bassi), nuovi interventi sulla previdenza e sanità pubblica oltre a quelli già adottati negli anni precedenti e via di questo passo.

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    contropiano2

    Basta un "Piano B" per rompere la gabbia dell'Unione Europea?

    Dante Barontini

    In calce "Un piano B per l'Europa"

    7779705336 yanis varoufakis I fatti hanno la testa dura, andiamo ripetendo spesso. E costringono tanti a cambiare idea, visione, progetto politico. Nel panorama disastrato della sinistra radicale europea questo è certamente un bene, vista la miseria mostrata negli ultimi 25 anni.

    Ma intorno a cosa si sta cambiando idea? Intorno al problema principale, discriminante, politico per definizione: quale rapporto tra movimenti sociali contro l'austerità e Unione Europea?

    Ora ben quattro leader politici della sinistra europea, in alcuni casi ex ministri (o vice) delle finanze dei rispettivi paesi (Lafontaine, Varoufakis, Fassina, Melenchon) hanno firmato e diffuso, da Parigi, un documento-appello intitolato “Un piano B per l'Europa” in cui dichiarano di di “essere determinati a rompere con questa Europa”, con una visione che prevede anche una revisione totale del sistema della moneta unica e il ritorno alle monete nazionali. Vedremo tra poco quelli che secondo noi sono i limiti di questa impostazione, ma non si può negare che si tratti di un notevole passo in avanti rispetto al “riformismo europeista” ancora sbandierato dalla parte meno reattiva della cosiddetta sinistra radicale.

    Nel dire questo, e nell'invitare alla discussione i nostri lettori e tutti gli attivisti sociali e politici di questo paese, consigliamo di concentrarsi sull'evoluzione dei processi storici, anziché sui nomi e cognomi dei singoli. Non perché le biografie o la formazione individuale non abbiano la loro importanza, ma per la forza irresistibile dei processi storici, che producono i propri interpreti anziché esserne determinati. In fondo, è l'essere sociale (complessivamente) a produrre la coscienza, non viceversa...

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    micromega

    Grecia, la necessità di un Piano B

    Meglio un salto nel vuoto che uno nel nulla

    di Marco Bertorello

    alexis tsipras yanis varoufakis5101Trascorso del tempo dall'accordo tra Troika e Grecia si può provare a trarre qualche considerazione di più ampio respiro, provando a uscire dalla logica manichea traditore versus eroe popolare, capitolazione versus vittoria. Senza fare/farci sconti per capire cosa comporta quell'accordo e, in particolare, per considerare cosa fare per poter cambiare qui e ora. Questa terribile vicenda, infatti, pone seri problemi per una prospettiva di trasformazione. Dopo anni di marginalità su scala internazionale il cambiamento è parso alla portata nel piccolo paese ellenico, o, perlomeno, si è posta la concreta possibilità di iniziare un processo di controtendenza, rimettendo in discussione debito e austerità, cioè i pilastri della costituzione materiale del neoliberismo sul piano europeo. Le conseguenze di ciò che è accaduto, dunque, ricadono sull'agire politico di molteplici paesi.

     

    Il piano B e le sue banalizzazioni

    Con tutte le cautele del caso e la consapevolezza di non poter impartire lezioni ai greci, penso che nell'estenuante trattativa di luglio fosse necessario prevedere un piano B. Prima di spiegare perché fosse necessario preferisco concentrarmi sulle difficoltà di una sua realizzazione. Non mi convince, infatti, come da diverse parti esso sia stato banalizzato.

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    comunismo e comunit

    «Euro sì, Euro no». Oltre la dimensione afasica della “gabbia d’acciaio” capitalistica

    Carmine Fiorillo e Luca Grecchi

    Il refrain “Euro sì, euro no”/L’errore dei “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico”/Tre notazioni per correggere la rotta/Il limite dell’approccio monetario e geografico/Il “contingente” elude la presa in carico di una progettualità umanistica e comunitaria//Oltre la dimensione afasica della “gabbia d’acciaio” capitalistica/Qualche minimo contenuto per affrontare il problema/Le scorciatoie non esistono

    mittagsrastIl refrain “Euro sì, euro no”

    Oramai da qualche anno il dibattito pubblico delle forze più “radicali” nel panorama politico italiano, si incentra sul tema della permanenza dell’Italia nell’euro e nella Unione Europea. Associazioni, blog, perfino trasmissioni televisive, vivono sul refrain “Euro sì, euro no”. Rispetto ad altri temi, il dibattito in questo caso è anche sostenuto da una discreta schiera di studiosi, che hanno nel tempo apportato molti contributi.

     

    L’errore dei “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico”

    Ci pare tuttavia che la doppia tesi sostenuta dai “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico” – ossia: a) che l’uscita dall’euro e dalla UE sarebbe sicuramente benefica per le classi subalterne; b) che essa costituirebbe la principale condizione necessaria per favorire una progettualità anticapitalistica –, sia per la prima parte (a) incerta, e per la seconda parte (b) errata.

    Per iniziare ad argomentare, chiariamo subito – per evitare che sussistano equivoci sul punto – di essere pienamente consapevoli che l’euro e l’Unione Europea sono strumenti del modo di produzione capitalistico, e come tali utilizzati solo in favore del capitale.

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    vocidallestero

    Perché l’Eurogruppo sta governando l’Europa?

    di Alberto Bagnai

    La farraginosa complicazione del diritto europeo fa sì che ben pochi tra i comuni cittadini siano consapevoli di quali siano le modalità di governo della UE, un’organizzazione che sta diventando sempre più  determinante per le nostre vite.  In questo quadro oscuro, può accadere che organismi informali prendano delle decisioni per le quali non hanno alcun potere e al di fuori di ogni certezza del diritto…e nessuno se ne accorga!  Sul suo blog Goofynomics, il prof. Alberto Bagnai analizza storia e origini dell’Eurogruppo,   quest’organo stravagante che paradossalmente (e non per caso) ha in mano la gestione della crisi dell’euro. Una lettura indispensabile

    grecia eurogruppoSupponiamo che gli assessori alla finanza dei comuni di Manchester, Glasgow, Nottingham e Oxford si incontrino per caso in spiaggia a Bristol (Regno Unito). Decidono di prendere una birra insieme e durante questo incontro informale prendono un’altra, meno irrilevante, decisione: aumentare la vostra pressione fiscale. Sì, voglio dire proprio la vostra, anche se vivete a Londra, o Smarden, o Edimburgo, o dovunque nel Regno Unito …

    Quali sarebbero le vostre reazioni il prossimo anno, una volta giunto il giorno felice di pagare le tasse? Suppongo che sareste contrariati. Ma, soprattutto, probabilmente vi porreste una  ovvia  domanda : “Chi o cosa mai al mondo ha dato a questa gente il diritto di aumentare la mia aliquota fiscale?”

    La risposta è: nulla. Sono abbastanza sicuro che non c’è niente nella Costituzione inglese (o francese, o tedesca) che garantisce a una riunione informale di politici locali il diritto di aumentare le tasse a livello nazionale, o anche a livello locale. Una decisione del genere, se fosse applicata da una qualche autorità, provocherebbe subito una rivolta.

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    economiaepolitica

    La BCE e il tradimento della regola di Bagehot

    di Mario Seccareccia

    greece ecbSi è sollevato un gran dibattito mediatico intorno alla crisi greca, ma il ruolo della Banca Centrale Europea (BCE) è stato piuttosto sminuito. La BCE è stata spesso presentata come una distante istituzione al di sopra di ogni sospetto, il cui obiettivo principale è semplicemente quello di stabilizzare il sistema monetario e finanziario dell’eurozona, ed è stata infatti celebrata come la più “indipendente” tra le banche centrali. Tuttavia, sarebbe più corretto dire che la BCE è una banca centrale sovranazionale che si pone come autorità tecnocratica suprema che si presume agisca nel pubblico interesse senza, ci dicono, favorire alcun governo o gruppo di governi nazionali. La BCE dirige ex cathedra l’intera costellazione di banche centrali nazionali dell’eurozona all’interno di uno specifico framework politico, dove queste sono soltanto sue controllate nell’ambito del Sistema europeo delle banche centrali (SEBC). Le banche centrali nazionali sono quindi “indipendenti” dai loro governi nazionali ma, allo stesso tempo, completamente dipendenti da un’autorità tecnocratica superiore e presumibilmente “neutrale” e “basata sulle regole”, la BCE, che dovrebbe attuare politiche con il fine di raggiungere gli obiettivi del suo mandato originario e, cioè, raggiungere la stabilità dei prezzi e il massimo livello di benessere all’interno dell’intera zona euro, senza pregiudizi o parzialità.

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    micromega

    È l’Europa, bellezza!

    di Paolo Pini e Alessandro Somma [1]

    europa pini somma 510Il Trattato di Lisbona del 2007, nella parte in cui elenca i fondamenti dell’Unione europea, menziona una formula carica di ambiguità: economia sociale di mercato. Molti ritengono che sia un richiamo al capitalismo dal volto umano, quindi a un ordine economico incompatibile con lo sconcertante epilogo della crisi del debito greco. Non è così: quella formula ha una lunga storia, tutta tedesca e tutta in linea con quanto avviene ad Atene.

    Come si sa, il nazismo esattamente come il fascismo affossarono la democrazia ma non anche il capitalismo: la prima venne anzi sacrificata sull’altare del secondo, fatto che alla conclusione del secondo conflitto mondiale era considerato pacifico dai più. Tanto che nello scontro sulla costituzione economica della rinata democrazia tedesca era nettamente prevalente l’opzione per la democrazia economica: la situazione in cui lo Stato disciplina il mercato per renderlo un luogo nel quale le persone possono emanciparsi, se del caso contro il principio di concorrenza.

    Gli oppositori della democrazia economica, detti ordoliberali, ritenevano invece che un mercato retto dalla concorrenza consentisse la migliore distribuzione della ricchezza, e che a queste condizioni l’inclusione sociale coincidesse con l’inclusione nel mercato.

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    vocidallestero

    Le ragioni del Grexit

    di Costas Lapavitsas

    grexit1La prospettiva del default greco e dell’uscita dall’Unione Economica e Monetaria (UEM) è sorta per la prima volta durante la crisi della zona euro nel 2010. Dal punto di vista della teoria monetaria, il problema della Grecia è semplice: un’economia debole con rilevanti problemi istituzionali si è unita ad una unione monetaria strutturalmente carente. Questa è la classica trappola di una economia debole che adotta una valuta forte – e intrinsecamente problematica. Ci sono solo due vie d’uscita: o la UEM dovrà essere completamente ricostruita, o la Grecia dovrà considerarsi inadempiente sul proprio debito ed uscire.

    La causa principale del malfunzionamento della UEM è la politica della Germania di mantenere bassi i salari nominali, cosa che le ha dato un grande vantaggio competitivo e le ha permesso di diventare un creditore importante in Europa. Adottando un approccio neo-mercantilista, la Germania ha costretto la sua economia interna ad una persistente debolezza della domanda, cercando allo stesso tempo di arricchirsi commerciando con l’estero. I comuni tedeschi, soprattutto i salariati, hanno fatto le spese di una politica che avvantaggia i grandi esportatori e le banche.

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    sinistra

    Un altro euro è possibile?

    Per la sinistra può voler dire una cosa sola

    Jacopo Foggi

    LapavitsasPrendo spunto per scrivere questo articolo dagli sviluppi della posizione politica dell’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis e di esponenti della sinistra un po’ in tutta Europa, a cominciare da Stefano Fassina. Sono sempre di più, chi più chi meno e per ragioni più o meno nobili o opportunistiche, quelli che dopo i fatti della Grecia cominciano a prendere una posizione più esplicita contro i meccanismi deflazionistici e antidemocratici della moneta unica. E’ di questi giorni la notizia che Varoufakis stia mettendo su, insieme, intanto, all’ex capo dell’FMI Strauss Kahn1, una sorta di gruppo di opinione di ambito europeo, con l’obiettivo di creare una coalizione trasversale che sia capace di opporsi all’egemonia dei paesi nordici con a capo ovviamente la Germania, nella gestione della crisi economica europea.

    Purtroppo gli elementi di novità sembrano in realtà essere molto pochi. Il fatto è che la loro posizione economica continua a rimanere alquanto ambigua e indeterminata. Stanno raccogliendo favori e opinioni, come appunto l’intervento di Fassina sul blog di Varoufakis2 qualche giorno fa, e quello di Tremonti e Paolo Savona3, ognuno dei quali ha in realtà idee alquanto differenti sul da farsi. Per ora la prospettiva sembra quindi essere quella di fare da catalizzatore di opinioni di posizioni critiche verso la moneta unica e/o la sua gestione a guida tedesca.

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    scenari

    La Grecia e il fallimento europeo

    di Andrea Zhok

    I. Breve storia della crisi greca

    crisi grecia 5 e1346838768729 500x325Il recente precipitare degli eventi in Grecia ha messo in luce tanto la fragilità politica delle relazioni interne all’Unione Europea quanto l’ambiguità dei patti che vincolano gli stati membri. Sui media, italiani ma non solo, si sono succedute letture degli eventi marcatamente divergenti, spesso ideologiche, e ancor più spesso penosamente disinformate.

    Scopo di questo breve scritto sarà perciò, in una prima parte, di fornire un resoconto il più sobrio possibile, del quadro storico della crisi greca, rinviando ad una seconda parte un commento politico più comprensivo. Nel prosieguo, per ragioni di leggibilità non sono state introdotte note o riferimenti bibliografici, ma tutti i dati riportati sono tratti o da fonti ufficiali (Eurostat, FMI reports, ecc.) oppure, occasionalmente, da resoconti della stampa economica specializzata. Su alcuni dati vi sono piccoli scostamenti a seconda delle fonti, ma esse non toccano la sostanza. Pur sapendo che non è mai possibile separare completamente fatti ed interpretazioni, nella prima parte il mio intento sarà di limitare al massimo i commenti, lasciando innanzitutto al lettore la possibilità di acquisire un quadro sinottico della situazione.

     

    1. Gli esordi della crisi greca

    Il 20 ottobre 2009, il ministro delle finanze Gyorgos Papaconstantinou, ministro del partito socialista (Pasok) appena tornato al governo, rivela pubblicamente che il rapporto Deficit/Pil per l’anno in corso, non oscillava intorno al 3%, come atteso, ma intorno al 12,5%.

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    marxxxi

    La tragedia greca nello scacchiere internazionale

    La fine dell'europeismo

    di Lorenzo Battisti

    Riceviamo dal compagno Lorenzo Battisti, del Comitato Centrale del PCdI, e pubblichiamo come contributo alla discussione

    greece span articleLargeAppare sempre più evidente che la vicenda greca si sia giocata più nelle stanze delle cancellerie europee che in quelle del governo di Atene. I continui colpi di scena che ci riserva la tragedia greca hanno oscurato lo scontro internazionale che si è svolto dietro le quinte. L'epilogo della vicenda mostra le responsabilità e i limiti di ideologici di Syriza e della Sinistra Europea, tanto nell'analisi dell'Unione Europea che in quella del mondo attuale.

     

    La questione del debito greco: problema economico o conflitto politico?

    Come osservava Stiglitz prima del referendum greco

    “I leader europei stanno finalmente cominciando a rivelare la vera natura dello scontro in atto sul debito e la risposta non è piacevole: si tratta del potere e della democrazia, più che di moneta ed economia” [1]

    Come è stato chiaro fin dall'inizio della crisi, la questione del debito è stata solo la scusa: la dimensione del debito greco è si esorbitante per quell'economia, ma rappresentava una cifra assolutamente gestibile nel contesto europeo. Quindi quali sono le ragioni che hanno portato all'imposizione di politiche così pesanti, che hanno indebolito l'Unione Europea oltre a condannare i greci a condizioni di vita impossibili?