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Anticapitalismo e antifascismo in Europa
Due critiche alla strategia di Syriza
di Giulio Palermo
Syriza è in gravi difficoltà. Non per lo scontro con le istituzioni europee ma per le rivendicazioni del popolo greco. Ormai sono i fatti a dimostrarlo: il suo programma politico è internamente contraddittorio. Allentare la crisi sociale e umanitaria non è possibile all’interno delle regole dell’unione economica e monetaria. Questo è il dato. Le promesse di Syriza non possono essere mantenute.
Tsipras ora deve scegliere: tradire il capitale, che vorrebbe che il governo greco faccia il dovuto in casa per rispettare gli impegni in Europa; o tradire il popolo greco, che ha votato per una forza che gli prometteva di allentare la stretta del capitale in crisi sulla gente che lavora e che perde il posto. Si tratta di una scelta che non può essere rimandata. Restare nell’ambiguità serve solo a indebolire la classe lavoratrice greca e, con essa, quella di tutt’Europa.
In questo articolo, mi soffermo su due conseguenze di questa strategia ambigua.
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Contro il Parlamento Europeo
di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli
Su Open Democracy un tema che rischia di diventare di forte attualità prossimamente: man mano che l’euroscetticismo avanza, una risposta apparente è quella di colmare quello che viene definito il “deficit democratico” della UE, rafforzando la legittimazione democratica percepita delle sue istituzioni. In realtà nessuna di queste proposte apparentemente illuminate affronta il tema principale, che è quello della “cattura oligarchica” delle istituzioni UE, anche di quelle elettorali rappresentative. Il tema è approfondito dai due autori in questo studio
Alle elezioni del Parlamento europeo del maggio 2014, i partiti euroscettici hanno guadagnato terreno a spese dei partiti pro-europei. Questo vale sia per i partiti euroscettici di destra che per quelli di sinistra. In generale, la reazione delle elite pro-UE è stata sufficiente e paternalistica. Alcuni tra gli appartenenti all’elite pro-UE hanno suggerito che il voto euroscettico è stato un voto di protesta non contro le istituzioni dell’Unione europea, ma contro i governi nazionali, che hanno fallito nella gestione della crisi economica, finanziaria e del debito sovrano. Alcuni hanno suggerito che l’ondata euroscettica è arrivata principalmente da persone appartenenti ai segmenti più poveri della popolazione: quelli più colpiti dalla crisi, ma anche quelli che, a causa del nesso esistente tra povertà e bassi livelli di istruzione, sono meno capaci di capire le cause della crisi e quale potrebbe essere la possibile soluzione. I contributi dei trattati, dei patti, delle politiche, dei vincoli e obiettivi della UE agli alti tassi di disoccupazione e agli ampi tagli alla spesa pubblica in molti Stati membri, sono stati misconosciuti e minimizzati.
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Il teorema di Maastricht e la sua confutazione
di Davide Tarizzo
L’attuale strozzatura della vita democratica in Europa si può ricapitolare in un solo e unico teorema, che non si può ridurre al teorema dell’euro, già ampiamente smentito dai fatti, ma va identificato con il teorema di Maastricht, più inclusivo e insidioso del primo. In base a questo teorema, l’integrazione economica tra i vari paesi europei può essere disgiunta, come di fatto accade tuttora, dalla loro integrazione politica. Ciò implica una lunga serie di conseguenze che non erano difficili da prevedere: una delle più rilevanti è che paesi con discrepanti legislazioni sul lavoro saranno lasciati competere in un mercato unico, affidando al capitale la valutazione sulla legislazione più conveniente per il capitale stesso. I capitali tenderanno, di conseguenza, a concentrarsi là dove i salari sono meno tutelati, per incrementare i profitti, mentre i paesi in cui i salari sono più protetti tenderanno ad adeguarsi e ad abbassare le tutele sul lavoro, per recuperare competitività, in una spirale al ribasso senza fine. Questo processo è automatico e oggettivamente inevitabile se l’integrazione economica non è preceduta da, o associata a, una qualche forma di integrazione politica. È inevitabile perché le legislazioni nazionali sono così lasciate in balia del capitale, che tende automaticamente, necessariamente, oggettivamente a fare i propri interessi. È questo che chiamo il teorema di Maastricht.
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La conferenza ad Atene
di Jacques Sapir
Jacques Sapir racconta della conferenza organizzata ad Atene, che finalmente contempla in maniera esplicita la possibilità per la Grecia di uscire dall’euro. Questa conclusione pare obbligata in ogni caso, ma occorre che la politica si muova per evitare che essa avvenga in maniera conflittuale e disordinata. La conclusione del grande economista francese è che, per evitare catastrofi, l’Europa deve abbandonare la moneta unica al più presto
La conferenza organizzata dal settimanale The Economist sul rapporto tra la Grecia e i suoi creditori ha consentito una discussione molto franca sulla possibilità di un’uscita della Grecia dell’euro. Questa idea, pur se ancora provoca una sensazione di paura e di incertezza in una parte del pubblico, comincia ora ad essere molto più accettata. Un’ipotesi che è stata quindi discussa nell’ambito di questa conferenza è stata quella di un’ ‘uscita di velluto’ (velvet exit). Si noti il riferimento al processo di separazione tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia, che a suo tempo fu chiamato “rivoluzione di velluto”. Il fatto che questa ipotesi possa essere discussa e valutata dai molti partecipanti a questa conferenza, sia greci sia stranieri, è un segno inconfondibile del progresso dell’idea di un’uscita dall’euro. Essa corrisponde a ciò che l’ex Presidente Francese, Valéry Giscard d’Estaing ha definito, alcune settimane fa, un “GREXIT amichevole”.
Questa conferenza ha riunito, sotto la guida della signora Joan Hoey, che dirige l’edizione locale dell’Economist, e che è anche una conosciuta analista della situazione locale, insieme al vice ministro degli affari esteri, signor Euclid Tsakalatos e a Nikos Vettas, direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale e professore di economia presso l’Università di Atene, vari accademici:
- Andreas Nölke, professore di economia e relazioni internazionali, dell’università Goethe di Francoforte.
- Henk Overbeek, professore di relazioni internazionali all’Università di Amsterdam.
- Giovanni Dosi, professore di economia e direttore degli studi economici presso l’Università di Pisa.
Oltre al sottoscritto.
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Un'Alba Mediterranea contro troika ed euro
Il M5S rompe gli indugi
Luca Fiore - Alessandro Avvisato
Una platea composita e affollata ha seguito oggi con estrema attenzione l’iniziativa organizzata dal Movimento 5 Stelle presso l’Auditorium Sandro Pertini della Camera dei Deputati. L'incontro ha visto la partecipazione di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle come Di Stefano e Di Battista, del giornalista Gianni Minà, di alcuni intellettuali militanti – come Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola - e di numerose rappresentanze delle ambasciate paesi dell’Alba.
Una iniziativa che a partire dal processo di rottura avvenuto in America Latina nei decenni scorsi rispetto all’asfissiante dominazione economica statunitense e alla dollarizzazione delle economie, propone un processo di rottura all’interno dell’Unione Europea che liberi i Pigs – i paesi “maiali” oggetto di quasi un decennio di politiche di austerity – dall’ormai intollerabile gabbia rappresentata da una moneta – l’Euro – e da alcune istituzioni – la Bce, la Troika – che i partecipanti all’iniziativa hanno esplicitamente contestato.
Introducendo i lavori, il parlamentare del M5S Manlio Di Stefano ha sottolineato "L'insostenibilità del sistema-euro per i paesi europei con condizioni diverse tra loro e gli effetti della globalizzazione". A questo punto si può fare altro? A questa domanda Di Stefano ha risposto citando l'esempio dei paesi dell'Alba Latino americana. "Quindi i cittadini italiani possono discutere anche di altre ipotesi possibili". Importante il passaggio nel quale ha affermato che il M5S vuole tradurre tutto questo in atti legislativi.
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Tre Riflessioni Sull'Orlo Dell'Abisso
Written by Franco Berardi Bifo
L’errore del 2005
Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna. I socialisti francesi come i democratici italiani hanno tradito le loro già pallide promesse di opporsi all’oltranzismo austeritario, hanno gestito in prima persona la mattanza sociale, e ora fanno le vittime, si lamentano perché il popolo non li segue e gli intellettuali non si impegnano.
Lasciamo perdere gli intellettuali francesi che non esistono più da almeno venti anni, a meno di considerare Bernard Henri Levy un intellettuale mentre a me pare che si tratti di un imbecille molto pericoloso, come dimostrano le sue campagne a favore dell’intervento in Siria e in Libia.
Non so come andranno a finire le elezioni francesi. Quel che so è che il Front National è la sola forza politica capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria. Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione tra destra e sinistra.
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Dopo l'euro
di Jacques Sapir
Jacques Sapir discute lo stato attuale del dibattito sull’euro (citando anche Fassina) e considera imminente il punto di rottura. L’intransigenza tedesca combinata alla passività delle altre classi dirigenti europee rende probabile, purtroppo, uno smantellamento “conflittuale”, con la Germania che cercherà di negare la propria responsabilità nella distruzione dell’equilibrio europeo per la terza volta in un secolo. Sapir parla poi del “day after”: dei passi necessari da intraprendere subito dopo la rottura, del quadro giuridico e del sistema monetario che verrà, discutendo l’eventualità di un euro mantenuto come moneta comune —ma non unica— negli scambi internazionali: un’ipotesi comunque difficile da implementare, e utile più che altro come salvagente ideologico per chi non vorrà ammettere il fallimento totale dell’euro.
Le più recenti dichiarazioni e gli articoli scritti negli ultimi giorni da diversi economisti e politici europei dimostrano che siamo entrati in una fase acuta della crisi dell’euro. In Grecia, la questione di un possibile ritorno alla dracma viene discussa apertamente. In Italia c’è Stefano Fassina, un economista del Partito Democratico (il partito di centro-sinistra da cui viene anche Renzi), ed ex Viceministro dell’Economia e delle Finanze, che per quanto riguarda la questione euro ha deciso di attraversare il Rubicone (1.1; 1.2). La “conversione” di Fassina a posizioni critiche sull’euro dimostra bene come il dibattito si stia espandendo in Italia. Più recentemente abbiamo visto Wolfgang Streeck, sociologo ed economista, pubblicare su Le Monde un lungo articolo per spiegare che l’Europa deve abbandonare la moneta unica (2) [Trovate l’articolo di Streeck da noi recentemente tradotto su questo link, NdT]. Queste diverse posizioni, senza dimenticare quelle di Podemos in Spagna, sono un buon indicatore del fatto che siamo effettivamente ad un punto di rottura. Streeck dice senza mezzi termini che il mantenimento dell’euro sta uccidendo l’Europa e sta provocando un aumento di antagonismo anti-tedesco.
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La stretta monetaria
Manfredi De Leo*
Altro che effetti espansivi sulla crescita. Come sostenuto più volte su Economia e Politica, in assenza di una ripresa degli investimenti pubblici il quantitative easing della BCE non servirà a rimettere in moto l’economia. Sarà piuttosto uno strumento con il quale le autorità monetarie potranno imporre nuovi tagli e riforme strutturali.
La Banca Centrale Europea ha dato avvio al massiccio programma di acquisti di titoli sui mercati finanziari detto Quantitative Easing (QE). Si tratta di una misura di portata storica, per le dimensioni del programma – circa mille miliardi di euro – ma anche e soprattutto per il fatto che esso coinvolge i titoli del debito pubblico europei: la banca centrale ne acquisterà quote consistenti, in controtendenza con un’impostazione della politica monetaria incentrata sull’indipendenza dell’autorità monetaria da quella fiscale. Una mossa che ha diviso gli analisti. Da un lato chi, con Scalfari, descrive il governatore della BCE come il “motore della crescita europea”, un eroe moderno che “mette l’economia al servizio del bene comune” – spesso rappresentato in contrapposizione al governatore della Bundesbank, arcigno sostenitore del rigore. In effetti, lo stesso termine “quantitative easing” allude ad una misura che accompagna una politica fiscale espansiva, allentando quei vincoli di natura monetaria che, in assenza di un aumento della liquidità, ne ostacolerebbero l’operato. Entro questa lettura, l’eurozona appare animata da un conflitto tra due opposti indirizzi di politica economica: crescita vs rigore, ovvero Draghi vs Weidmann, con il primo che incarnerebbe lo spazio politico per condurre l’Europa fuori dal paradigma dell’austerità.
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La politica monetaria di Draghi è efficace, anzi no
Gerardo Marletto, Domenico Moro
Con un suo recente intervento su economiaepolitica.it, Domenico Moro sottolineava l’inefficacia del quantitative easing alla Draghi ai fini della crescita economica. Queste tesi, che più volte abbiamo proposto ai nostri lettori, sono state oggetto di critiche da parte di Gerardo Marletto. Qui pubblichiamo un botta e risposta tra Marletto e Moro sulla inefficacia delle politiche monetarie espansive in presenza di austerità.
La critica di Gerardo Marletto
L’articolo di Domenico Moro (“Un quantitative easing per i mercati azionari e non per l’occupazione”) si inserisce in una linea di pensiero che da qualche tempo caratterizza non solo la rivista economiaepolitica.it ma buona parte del pensiero economico della sinistra nostrana. Una linea di pensiero allo stesso tempo presuntuosa e sbagliata.
A mio modo di vedere tutto comincia con l’arrivo di Draghi alla BCE.
Fino a quel momento non si poteva che essere d’accordo nella critica all’ossessione per l’inflazione della BCE. E giustamente si attaccava la reiterazione di questo modello restrittivo di politica economica contro i cosiddetti PIGS.
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Democrazia, partiti di massa e liberoscambismo
Saper dire la verità (l'ultima chance)
Quarantotto
1. Mi rendo conto di quanto sia importante coordinare, in un'unica esposizione riassuntiva, il discorso che abbiamo cercato di svolgere negli ultimi mesi.
La questione riguarda il tema dei temi: e cioè come la democrazia "sostanziale" (imperniata sulla tutela dei diritti fondamentali sociali da parte delle istituzioni politiche, a ciò vincolate dalle Costituzioni democratiche), non possa effettivamente sopravvivere all'inserimento della società in un paradigma liberoscambista.
Più esattamente, si tratta di come la democrazia, all'interno di tale paradigma liberista, non possa sopravvivere se non in termini "idraulici", che significa "tolleranza" verso l'espressione del voto, ma a condizione che conduca alla ratifica di indirizzi di politica economica e sociale rigidamente precostituiti, cioè convenienti alla oligarchia che controlla de facto ogni processo decisionale.
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Con la vittoria di Syriza si apre una nuova fase in Europa
di Alfonso Gianni
Siamo in molti ad avere sostenuto a più riprese che, in particolare in Europa, è assolutamente necessario che la politica prenda il primato sull’economia. Principio giustissimo. Ma non sufficiente per fare fronte alla nuova situazione che si sta profilando attorno all’affaire greco. Infatti la cattiva politica che domina attualmente in Europa si sta comportando nei confronti della Grecia addirittura peggio dei poco teneri mercati finanziari. Sembra un paradosso, ma non è difficile rendersene conto se seguiamo lo svolgimento degli ultimi eventi.
L’economista Yanis Varoufakis, attualmente ministro delle finanze del nuovo governo greco, rispondeva così - in una intervista rilasciata al Manifesto a fine 2014 – sulle probabilità di vittoria di Syriza nelle elezioni che si sarebbero tenute di lì a un mese: “Non c’è alcun dubbio che le forze dell’establishment faranno di tutto per fermare Syriza, ricorrendo alle più bieche forme di terrorismo psicologico nei confronti dell’elettorato greco. Ma sembra che questa volta tale strategia, già impiegata con successo in passato, sia destinata a fallire”. Così è stato.
Il terrorismo psicologico contro la Grecia
Il “terrorismo psicologico” non è stato lieve. Diciamo che si è solo fermato alla soglia del terrorismo vero e proprio. Non si è trattato solo di una campagna di stampa avversa condotta su scala internazionale. Non ci sono state soltanto le dichiarazioni dei vari leader o capi di stato che si sentono le vestali delle politiche di austerità.
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E’ In Arrivo Una ‘Primavera Europea’?
di Matteo Mameli e Lorenzo del Savio
Dal sito PopularResistance.com, un articolo di due studiosi italiani, Matteo Mameli e Lorenzo del Savio, sottolinea come i partiti radicali che suscitano tante speranze in Europa e che cercano di cambiare dall’interno le istituzioni europee, presentino in realtà il forte rischio di essere “catturati” dalle oligarchie che ci governano. L’inganno potrebbe passare attraverso l’idea di Piketty di salvare la democrazia europea tramite un rafforzamento del Parlamento europeo. Niente di più falso e inutile, sostengono gli autori. L’argomento, che potrebbe diventare di pressante attualità nei prossimi mesi, è ulteriormente approfondito nel paper degli stessi autori di cui abbiamo proposto la traduzione e che vi invitiamo a sostenere.
Sull’onda della vittoria del partito progressista di Syriza alle elezioni greche del 25 gennaio 2015, alcuni hanno iniziato a parlare dell’arrivo di una ‘Primavera Europea’, una rivolta democratica contro lo status quo politico in Europa.
Questo status quo ha imposto delle brutali politiche di austerità su paesi come Grecia, Cipro, Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda. Queste politiche hanno portato avanti e tutelato gli interessi delle banche e, più in generale, di coloro che detengono grosse attività finanziarie. Esse hanno portato avanti e tutelato gli interessi delle grandi imprese. Hanno provocato dei tassi di disoccupazione incredibilmente alti, una enorme compressione dei salari dei lavoratori e un numero impressionante di fallimenti di piccole imprese. Esse hanno portato a tagli drammatici alla sicurezza sociale e ai sistemi sanitari pubblici.
Queste sono questioni economiche, ma sono anche questioni morali. Rapinare una intera generazione di giovani europei della possibilità di trovare un lavoro decente significa privarli delle loro speranze e della dignità. Ma oltre a questi problemi, ci sono altri aspetti dello status quo europeo che sono veramente scandalosi. Attraverso una varietà di meccanismi – dai memorandum della troika ai patti e ai trattati UE – le istituzioni europee hanno derubato i cittadini europei di ogni controllo democratico significativo sulle decisioni politiche.
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Andiamo verso una dissoluzione conflittuale della zona euro
Jacques Sapir
Siamo entrati in una fase acuta della crisi dell'euro
Le ultime dichiarazioni o articoli scritti nei giorni scorsi da diversi economisti e politici europei dimostrano che siamo entrati in una fase acuta della crisi dell'euro. In Grecia, la questione di un possibile ritorno alla dracma è discussa apertamente. In Italia è Stefano Fassina, un economista del Partito democratico, ex Vice Ministro dell'Economia e delle Finanze nel governo Letta, che ha deciso sulla questione Euro di attraversare il Rubicone.
La "conversione" di Fassina a tesi critiche sull'euro dimostra che il dibattito si sta espandendo in Italia. Più di recente, è stato Wolfgang Streeck, sociologo ed economista, che in un anrticolo su Le Monde ha sostenuto che l'Europa dovrebbe abbandonare la moneta unica. Queste diverse posizioni, per non parlare di quelle di Podemos in Spagna, sono un buon indicatore che siamo ad un punto di rottura. Streeck dice senza mezzi termini che mantenere l'euro sta uccidendo l'Europa e causando un aumento dell' antagonismo anti-tedesco.
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Atene chiama. Fassina risponde?
Mimmo Porcaro
L’arretramento di Syriza
Non si è buoni amici del popolo greco se si sottovaluta il netto arretramento a cui Syriza è stata costretta dai ricatti delle sue controparti e dalla propria incertezza strategica. Nella lettera presentata da Varoufakis all’Eurogruppo non c’è alcun cenno alla questione più importante, ossia alla ristrutturazione del debito, ed oltre a ciò il governo greco si trova di fatto nell’impossibilità di utilizzare il fondo salva-stati (che andrà per intero alle banche) e di superare l’obbligo dell’avanzo primario (avanzo che, al massimo, potrà essere modulato). E’ impossibile onorare anche parzialmente, in queste condizioni, gli impegni presi con gli elettori. E’ impossibile pensare che si sia aperto, in questo modo, un qualche spazio di manovra. Ed è sorprendente che si imputi tutto ciò alla durezza delle istituzioni europee: che cosa ci si aspettava? Come è possibile che il gruppo dirigente di Syriza non abbia previsto la rigidità dell’eurogruppo e i ricatti della Bce? Come hanno fatto a non capire che l’esclusione dell’uscita dall’euro ha reso quasi nullo il loro potere negoziale, di fronte ad un’Europa che, oltretutto, è momentaneamente ringalluzzita dal Q.E. di Draghi (non a caso annunciato poco prima delle elezioni greche…)?
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Euroexit e salari
Gennaro Zezza
Prosegue il dibattito suscitato dallo studio di Realfonzo e Viscione che ha messo in luce gli effetti positivi di una uscita dall’euro ma anche i rischi per il mondo del lavoro. Dopo gli interventi di Salvatore Biasco e del Keynes blog, secondo i quali è necessario permanere nell’euro per evitare conseguenze a loro avviso molto gravi, pubblichiamo un intervento diametralmente opposto di Gennaro Zezza. L’autore considera “apocalittiche” le posizioni di Biasco e del Keynes blog, ma ritiene anche eccessive le preoccupazioni di Realfonzo e Viscione sui rischi salariali e occupazionali, sostenendo che l’euroexit sia necessaria per praticare politiche di pieno impiego.
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L’intervento di Realfonzo e Viscione sulle possibili conseguenze di una uscita dell’Italia dall’eurozona sta suscitando un certo dibattito. Il commento di Salvatore Biasco prefigura scenari apocalittici, dati dalle ripercussioni sui bilanci bancari del deprezzamento delle attività finanziarie in “nuove valute”. La redazione di Keynes blog sembra concordare con Biasco sulle conseguenze catastrofiche, per il sistema finanziario internazionale, di una rottura della eurozona, ed enfatizza il modesto impatto che la svalutazione di una “nuova valuta” avrebbe sulla crescita.
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