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L’Europa vista da sinistra
Giovanna Cracco
Quando i toni della propaganda sfiorano, anzi invadono, il campo del ridicolo, ricordando quelli del Cinegiornale Luce – al punto da domandarsi chi possa crederci, se il popolo sia davvero così bue o se lo creda tale solo la classe dirigente – significa che c’è un problema. Talmente serio da far venir meno la consueta sicurezza e lasciar trasparire una insolita coda di paglia: “Informare, non influenzare” recita la scritta finale degli spot Rai sull’Europa in onda da aprile scorso. La costruzione stessa dei ‘video promozionali’, l’abbondanza di enfasi, i simboli e i valori richiamati, danno la misura di quanto sia temuto il dissenso dei cittadini verso la Ue – non perché abbia un potere effettivo, ma perché sapientemente cavalcato da alcuni partiti per ottenere voti alle ultime elezioni europee. C’è dunque bisogno di agire sull’immaginario collettivo, costruire un mito, una narrazione epica dell’Unione, aspetto fino a oggi trascurato dalla classe dominante. Si può dire che se finora l’approccio comunicativo della propaganda europea è stato ‘freddo’ – principalmente argomenti economici, volti a sottolineare razionalmente la convenienza, e l’ineluttabilità, di una Ue – ora è divenuto ‘caldo’, con temi che puntano alla sfera emotiva e irrazionale: gli spot evocano i milioni di morti delle due guerre mondiali e legano la nascita dell’Unione a “sessant’anni di prosperità e democrazia ma soprattutto di pace”; richiamano la creazione della Ceca, affermando che “non è nata per ragioni economiche ma per mettere in comune le materie prime degli armamenti e rendere materialmente impossibile un’altra guerra”; citano “l’inno che parla di gioia” e celebrano “l’idea straordinaria di due giovani antifascisti al confino nata sulla piccola isola di Ventotene”.
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"La deflazione che avanza misura l'inadeguatezza delle politiche della Bce"
di Domenico Moro
I dati ufficiali, rilasciati dall’Istat e riguardanti l’inflazione di settembre, confermano la tendenza alla deflazione in Italia. Tali dati sono importanti per valutare la natura della crisi in atto e delle politiche delle istituzioni europee.
L’Istat usa due indici per calcolare l’inflazione, il NIC, riferito ai consumi dell’intera comunità nazionale e il FOI, riferito ai consumi di operai e impiegati. Il NIC registra a settembre 2014 un calo dei prezzi del -0,2% rispetto a settembre 2013 e del -0,4% rispetto ad agosto 2014. Risultati pressoché identici sono registrati con il FOI, che diminuisce del -0,1% rispetto all’anno precedente e del -0,4% rispetto al mese precedente. Tali risultati rientrano in una tendenza di fondo caratterizzata dal calo progressivo dell’inflazione, che parte dal +0,9% (NIC) di settembre 2013 e arriva alla deflazione attuale. La deflazione, ad ogni modo, non si limita all’Italia: nell’Eurozona si è registrato un calo del -1,4% dei prezzi alla produzione industriale ad Agosto 2014 sullo stesso mese dell’anno precedente.
Quali sono le ragioni del calo dell’inflazione e del presentarsi della deflazione? Secondo l’Istat la deflazione dipende in gran parte dai beni energetici, i cui prezzi calano del -4,5% tra settembre 2014 e settembre 2013. Comunque, ad essere in calo sono i beni in generale (-0,6%), soprattutto, oltre a quelli energetici, i beni durevoli, i tabacchi, e gli alimentari non lavorati, mentre i servizi crescono (+0,6%). Quindi, la ragione della deflazione è, almeno in parte, dipendente dal calo dei prodotti energetici, ben rappresentato dal crollo del prezzo del petrolio greggio, che da 147 dollari per barile del 2008 è passato, per il Brent, a 88,11 dollari, rischiando di scendere sotto i 70 dollari.
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Germania: il vero malato d’Europa
di Thomas Fazi
Il "modello tedesco" viene presentato (anche da Renzi) come un esempio da seguire. La verità è che esso rappresenta una seria minaccia, per l'Europa e per la Germania stessa
Matteo Renzi non perde occasione di ripeterlo: se l’Italia vuole rimanere competitiva deve seguire l’esempio della Germania e fare “le riforme” (alla tedesca). Non è ovviamente l’unico a sostenere questa posizione. L’idea che la Germania sia uno dei pochi paesi in Europa ad “avercela fatta”, e che rappresenti dunque un modello per il resto del continente, è un fatto che viene dato per assodato dalla maggior parte dei politici e commentatori, al punto che oggi quel processo di “germanizzazione dell’Europa” (e, nel caso specifico, dell’Italia) in corso viene salutato da molti come un fatto positivo se non addirittura inevitabile. Trattasi però di una pericolosa illusione: il “modello tedesco”, lungi dall’essere una best practice da esportare nel resto d’Europa, rappresenta un serio pericolo non solo per gli altri paesi ma anche per la stessa Germania.
A dirlo non è qualche “gufo” del Sud Europa, ma nientedimeno che Marcel Fratzscher, presidente di uno dei principali istituti di ricerca economica tedeschi, il DIW, in un libro intitolato appunto Die Deutschland-Illusion (“L’illusione tedesca”; a tal proposito si veda anche questo articolo di Vincenzo Comito).
Secondo Fratzscher, il mito del modello tedesco si basa su una serie di false illusioni, prima fra tutte l’idea che l’enorme avanzo commerciale accumulato dalla Germania in seguito all’introduzione dell’euro (a fronte di un disavanzo commerciale altrettanto grande nei paesi della periferia) sia da imputare alla maggiore “produttività” ed “efficienza” dell’economia tedesca, a sua volta il risultato della famosa riforma del mercato del lavoro (detta “Hartz”) introdotta da Schröder nel 2003-5 – quella a cui si è ispirato Renzi per il suo “Jobs Act” –, a cui andrebbe il merito di aver ridotto la disoccupazione e rilanciato la crescita nel paese.
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“L’Ue è fallita, la sinistra ragioni sull’euro”
Giacomo Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio
“Proseguendo con le politiche di austerity l’eurozona è destinata a deflagrare. Per questo, una sinistra degna di questo nome avrebbe il dovere di ragionare anche sulle modalità di uscita dalla moneta unica, per non lasciare il campo soltanto alle destre”. L’economista Emiliano Brancaccio è un convinto europeista. Nel 2011 fu invitato a Parigi dal Partito socialista europeo a presentare lo ‘standard retributivo’, una proposta per interrompere la gara al ribasso tra i salari dei paesi membri dell’Unione. “Ma i tedeschi si opposero. Di quella, come di altre ipotesi di coordinamento europeo, anche le più blande, non se ne fece nulla. Anzi, da allora i conflitti tra paesi sono aumentati”. Di fronte alla dura realtà dei fatti, Brancaccio intravede la rottura del giocattolo Europa. Per questo, accantonando utopie e impossibili riformismi, si batte da tempo per una vera discussione sul destino della moneta unica: “Il tema è complesso e va analizzato attentamente, per sgombrare il campo dalle farneticazioni”.
Pochi giorni fa una Napoli blindata ha ospitato l’incontro della Bce. Si è deciso di continuare con la linea della “austerità espansiva”, ovvero con le politiche del rigore. Di questo passo sarà mai possibile una ripresa economica dei Paesi ora in maggiore difficoltà?
Sotto l’influenza del governo tedesco, il vertice Bce ha ribadito che i singoli stati nazionali dovranno restare fedeli alla linea dell’austerity. Inoltre, dal vertice di Napoli è emerso un altro elemento che getta nuove ombre sul futuro dell’eurozona.
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Viktor Orban è bianco o nero? O è grigio?
di Riccardo Achilli
E’ di un certo interesse analizzare la situazione politica interna all’Ungheria del premier Orbán, perché rappresenta un possibile “caso di studio” di Paese che si colloca fuori dall’euro e dalle sue politiche. Un caso di studio che diverrebbe anche attuale, nell’ipotesi in cui le politiche economiche europee non cambiassero, costringendo, per motivi di sopravvivenza, i Paesi più sotto pressione ad uscirne, oppure ad iniziare una linea della disobbedienza sistematica nei confronti dell’Europa.
E’ anche utile dare una visione oggettiva di Orbán, che rifugga dalle due estremizzazioni: da un lato una sinistra radicale acefala, che è diventata sovranista, e che vede in lui l’Eroe della Lotta di Liberazione dei Liberi Popoli Contro L’Euro, d’altro lato, i media e gli analisti di sistema, che, siccome Orbán sfugge al loro ricettario tecnocratico, lo qualificano come un satrapo da Repubblica centroamericana. Orbán, come vedremo, non corrisponde a nessuna delle due estremizzazioni, collocandosi in un’area grigia, che è importante analizzare in modo il più possibile obiettivo (per quanto evidentemente chi scrive non provi nessuna simpatia nei suoi confronti).
Un caveat: va ovviamente premesso che l’Ungheria ha una serie di specificità che nessun Paese dell’area euro possiede.
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Arriva il Fiscal Compact
La prova del fuoco dell'Unione europea
di Leonardo Mazzei
Cosa è successo in questi giorni tra Parigi, Roma e Berlino? Cosa è successo ieri a Napoli da mandare in tilt il listino di Milano, e non solo? E' successa una cosa semplice, semplice. Da noi da tempo prevista e del resto facilmente immaginabile. In breve: la crisi del mostro eurista sta giungendo ad un punto di svolta, rimettendo giocoforza al centro i diversi interessi nazionali.
Partiamo innanzitutto dai fatti.
Martedì scorso il governo italiano ha varato la nota di aggiustamento del DEF (Documento di Economia e Finanza), con la quale Renzi ha annunciato di voler riprendere nel 2015 una politica dideficit spending(spesa a debito), rinviando di due anni (al 2017) il pareggio di bilancio strutturale, e sospendendo almeno per il 2015 il percorso previsto dalfiscal compact.
Il giorno dopo è toccato al governo francese, che per bocca del ministro delle Finanze Michel Sapin ha spostato di 3 anni (dal 2014 al 2017) l'obiettivo del 3% nel rapporto deficit/Pil. Una decisione, che insieme a quella italiana, ha suscitato l'immediata reazione della Merkel che ha ribadito la necessità di «rispettare le regole» e gli impegni presi.
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La rivoluzione (colorata) francese
di Piero Pagliani
Gli USA accelerano la deglobalizzazione conflittuale. Cambia tutto. Hollande attacca l'austerity tedesca, ma per riportare l'Europa nell'ovile del TTIP. Ecco lo scenario
Hollande in rotta di collisione con l'austerity della Merkel?
È una notizia buona o cattiva?
Per certi versi è la riesumazione di alcune delle idee con le quali il socialista francese approdò all'Eliseo nel 2012. All'epoca erano più o meno confezionate così: nei vincoli europei non deve essere conteggiata quella parte di deficit che serve a rilanciare lo sviluppo.
Un programma quindi tenuto in sonno per due anni, nonostante la situazione economica in Francia peggiorasse in termini esponenziali. Ora, evidentemente, qualche cosa è cambiato. Cosa? Molte cose. Per ordine d'importanza, anche se sono tutte interlacciate in modo complicato:
1) Gli USA stanno stringendo i tempi della deglobalizzazione conflittuale. Il golpe nazista a Kiev ha, in questo rispetto, contribuito a isolare la UE, e in primis la Germania, dalla Russia: Fuck the EU! (Victoria Nuland, responsabile per l'Europa della Segreteria di Stato USA).
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Come uscire dalla crisi senza uscire dall’euro
di Enrico Grazzini
"Per rilanciare l’economia lo Stato deve creare nuova moneta – in forma di Certificati di Credito Fiscale – senza passare per le banche e la BCE". La proposta avanzata nel libro “Soluzione per l'euro. 200 Miliardi per rimettere in moto l'economia Italiana” di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi (Hoepli) è forse la più convincente e praticabile finora suggerita. Vediamo perché.
Come raccogliere l'appello di Luciano Gallino contro la dittatura dell'Unione Europea?1 Come uscire dalla crisi sfuggendo ai diktat della UE e della BCE che controllano la moneta unica e che soffocano la nostra economia?
Non vi è alcun dubbio che la dittatura della UE si esprima soprattutto a livello economico nella forma di dittatura dell'euro. La moneta unica infatti impedisce i riallineamenti competitivi (cioè le svalutazioni monetarie dei paesi deboli e le rivalutazioni della moneta di quelli forti) e quindi provoca crescenti squilibri commerciali e debiti con l'estero. A causa dell'euro i paesi creditori, come la Germania e i paesi dell'area del marco (Olanda, Austria, Finlandia, ecc), possono dettare legge e strangolare economicamente i paesi debitori, i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) a cui bisogna aggiungere la Francia.
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Europa: speculazione a tempo
Un dialogo tra Slavoj Žižek, Srécko Horvat e Alexsis Tsipras
Igor Pelgreffi
Con Cosa vuole l’Europa? (2014) Ombre corte prosegue la pubblicazione di testi di Slavoj Žižek: se in Chiedere l’impossibile (a cura di Yong-june Park) uscito a fine 2013, era la riflessione di Žižek nel suo complesso l’oggetto esplorato, in Cosa vuole l’Europa?, scritto assieme al filosofo croato Srécko Horvat, il tema è più direttamente politico.
Sedici brevi interventi, otto a testa: un ping pong fra Žižek e Horvat nel quale gli autori tentano di mettere a nudo le contraddizioni economico-politiche che lacerano l’Europa odierna. Ciò che hanno in comune la bancarotta di Cipro, la necessità della Croazia per l’Europa, l’enigma (lo si insegna tuttora nelle scuole europee) dei Balcani, il caso dell’Islanda, oppure la «marcia turca» (pp. 73-77) è di essere focolai di contraddizione apparentemente marginali, ma in realtà profondamente intra-europei. Nell’impostazione mista tipicamente žižekiana, ossia materialistico-dialettica e psicoanalitica, tutti questi casi sono sia sintomi che reali centri-periferici di sofferenza europea. Ma, contemporaneamente, essi sono anche snodi virtualmente generatori di pensiero antagonista.
Per capire che cos’è l’Europa, l’altro (geografico o simbolico, poco importa) va sempre posto in rapporto dialettico con l’identità, come argomenta Horvat commentando Žižek: «lungi dall’essere l’Altro dell’Europa, la ex-Jugoslavia era piuttosto l’Europa stessa nella sua alterità, lo schermo su cui l’Europa ha proiettato il proprio rovescio rimosso» (p. 28).
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Draghi e l’oracolo svelato
Antonio Lettieri
Il presidente della Bce ha realizzato tutto ciò che la politica monetaria può contro la crisi. Che – ha avvertito – non basta: serve anche la politica fiscale (ma non ha spazi) e più ancora le “riforme strutturali”, soprattutto la deregolazione del lavoro. L’ennesima riaffermazione di una linea economica fallimentare ma che cerca di distruggere il modello sociale europeo
La crisi finanziaria culminata negli Stati Uniti nell’autunno del 2008 col collasso della Lehman Brothers fu immediatamente paragonata a quella del 1929. Una rievocazione che generò un grande allarme a livello globale. Quale giudizio sulla crisi possiamo formulare a sei anni di distanza? Vi sono quattro punti che possono dare un senso al confronto.
1. Il primo riguarda il tracollo del sistema bancario che, in entrambe le crisi, ha fatto da innesco alla più generale crisi economica. Qui sta una prima rilevante differenza. La crisi bancaria dell’autunno del 1929 si aggravò irreparabilmente nei mesi e negli anni successivi. Erano già trascorsi più di tre anni, quando Franklin D. Roosevelt, giunto alla presidenza, di fronte al panico di massa, che creava lunghe file di risparmiatori di fronte agli sportelli delle banche, diventate icone memorabili della Grande Depressione, decise la chiusura temporanea di tutte le banche, mentre l’amministrazione si accingeva ad assumere iniziative straordinarie di riforma.
Per fortuna si tratta di scene consegnate alla storia. Profondamente diverso è stato il corso della crisi dei nostri giorni. La crisi bancaria americana dell’autunno nero del 2008 non è durata anni, ma un numero limitato di mesi. Nell’estate del 2009, dopo aver eseguito il primo stress test del dopo-crisi, Tim Geithner, ex presidente della Federal Reserve di New York, nominato da Barack Obama ministro del Tesoro, annunciò la fine dell’allarme rosso. Il salvataggio delle grandi banche americane era cosa fatta.
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L’Italia può uscire dall’euro?
Problemi e difficili soluzioni
di Enrico Grazzini
Si può uscire dalla trappola dell'euro e dell'Europa a guida tedesca? O saremo costretti a rimanere per sempre legati alle catene dell'eurozona, anche se l'euro-marco continua manifestamente a produrre una terribile crisi in tutta Europa, e in Italia in particolare? Quali sarebbero gli effetti dell'uscita dell'Italia? E' possibile lasciare la moneta unica e la politica deflazionistica ad essa indissolubilmente legata senza portare l'Italia alla rovina, ma anzi creando le condizioni per uno sviluppo sostenibile e autonomo?
La risposta non deriva solo da calcoli economici ma dipende dalle capacità politiche dei governi nazionali e dalle dinamiche internazionali. Infatti, dopo il dollaro, l'euro è la seconda valuta di riserva per le banche centrali di tutti i paesi del mondo e la sua rottura potrebbe provocare non solo la crisi della UE ma una crisi geopolitica internazionale. Non a caso l'euro è sostenuto, in quanto valuta internazionale non competitiva nei confronti del dollaro, anche dall'amministrazione Obama.
La tragedia dell'euro
E' indubitabile che, come hanno denunciato giustamente e con forza Alberto Bagnai1 e molti altri autorevoli economisti internazionali e nazionali, l'ingresso nell'euro sia stato un errore enorme e grossolano.
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La capitolazione finale: l'hausmanizzazione monetaria è compiuta
di Pasquale Cicalese
“..Se la Germania pretende di continuare a vendere più di quanto compra, e incita addirittura tutta l'Europa a seguirla nell'accrescere gli squilibri globali, o accetta moneta fasulla o il default dei debitori. Ancora una volta, in Europa un altro secolo breve è già cominciato.”. Guido Salerno Aletta, La zavorra parla tedesco, MilanoFinanza 23 agosto 2014.
Hanno il fuoco sotto il sedere. E gli rode, gli rode tanto. Hanno adottato all’unisono nel 2014 un nuovo verbo: investimenti! Come mai? Operano, secondo loro, dal lato della domanda e dell’offerta al contempo. Ne hanno necessità per un dato: dal 2008 nell’eurozona gli investimenti sono crollati del 20-25%, mai visto dal dopoguerra. Ma, aggiungono, devono essere corredati da “riforme strutturali”, in primis il mercato del lavoro. Sognano, come sognavano nell’estate del 2011. La Germania adottò il Piano Hartz IV del mercato del lavoro nel 2003 con i minijob, la contrattazione aziendale e con una feroce deflazione salariale.
Risultato? La percentuale degli investimenti in rapporto al pil in quel paese non arriva al 18% (esattamente il 17,9%) e lì ci sono 5 mila miliardi di euro di liquidità che non vengono investiti, parcheggiati in depositi e prodotti assicurativi e finanziari a rendimento zero; se lo si rapporta allo stato comatoso dell’economia italiana, dove la percentuale è pari al 17%, ci possiamo rendere conto che sbatteranno contro un muro. Nessuno in Europa ammoderna impianti, aumenta le spese in ricerca e sviluppo, costruisce infrastrutture, investe in alta ricerca: tutti operano in un sistema economico vecchio di almeno 20 anni. In Italia anche peggio: durante le Considerazioni Finali del 2009, quando ancora era governatore della Banca d’Italia, Draghi ebbe modo di affermare che “negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di bassi consumi, bassi salari, bassi investimenti”.
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Commissione UE: vince di nuovo la Merkel
di Leonardo Mazzei
Mentre l'Istat dà i numeri del nuovo Pil all'europea, Juncker dà i nomi di chi vigilerà sull'ortodossia austeritaria
Giornate di numeri per l'Europa. Ma anche di nomine. Ieri l'Istat ha sfornato il suo primo compitino per abbellire i conti. Altri ne seguiranno a breve. Oggi è toccato invece a Juncker l'annuncio della composizione dell'esecutivo dell'UE. Occhi puntati sul commissario agli Affari Economici, in pratica il successore del mitico Olli Rehn. Come previsto, sulla ruota di Bruxelles è uscito il nome del francese Pierre Moscovici, che avrà però due supervisori: il ben noto Jyrki Katainen, ed il meno conosciuto ma altrettanto "fidato" (per Frau Merkel, ovviamente) Valid Dombrovskis.
Che relazione c'è tra la notizia della "rivalutazione" del Pil e le nomine europee? In un certo senso nessuna: si tratta di due adempimenti già previsti da tempo, privi di ogni legame diretto od indiretto. Eppure, se ci pensiamo un legame c'è. Ed è quello che spesso tiene insieme sostanza ed apparenza delle cose.
La revisione nominale del Pil, che ovviamente non sposta di una virgola i dati della crisi, quelli della disoccupazione, eccetera, serve a dare un po' d'ossigeno ai decisori politici - illuminante, oltre che patetico, è il caso italiano, immortalato dalle furberie di quart'ordine di un Renzi -, mentre i nomi di Juncker servono a chiarire che la direzione di marcia del mostro eurista non cambia. Appunto, da una parte le apparenze, dall'altra la sostanza.
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La danza della pioggia
Un bilancio provvisorio della "eurocrisi" con l'aiuto dei dati ufficiali
di Claus Peter Ortlieb
Benché la Germania finora continui a contarsi fra i vincitori della crisi, e la Grande Coalizione continui a godere della stessa popolarità dei governi federali precedenti, e che, secondo un sondaggio condotto nell'aprile 2014, l'80% dei tedeschi si dica "globalmente soddisfatto dello stato del nostro paese", sono apparentemente numerosi quelli che, malgrado tutto, pensano ci sia qualcosa di sospetto, e sentono che il "paradiso tedesco" (secondo la Wirtschaftswoche del 19 aprile) è minacciato, e che alla fine dei conti toccherà ancora al "contribuente tedesco" pagare per i danni fatti dai paesi europei in crisi. Da qui, l'appello pressante a mettere fine alla crisi senza indugi, e di conseguenza l'avvertimento che rischia di durare ancora un po', fa sì che troviamo nei media sempre più tentativi volti a produrre con la maggior forza possibile degli annunci di fine della crisi - annunci, il cui ottimismo, del resto, si limita spesso al solo titolo, mentre l'articolo vero e proprio ragiona secondo un modo di vedere le cose ben diverso.
"Die Welt", per esempio, intravvede la fine del tunnel il 3 aprile, e titola: "La Grecia si appresta ad effettuare una clamorosa rimonta". Lì pe lì, si crede ad un pesce d'aprile in ritardo, ma velocemente si arriva a comprendere che l'articolo è del tutto serio, salvo che non concerne altro che un aspetto parziale - ed anche non particolarmente pertinente - della catastrofe greca: "Per evitare un terzo piano di salvataggio, Atene considera il suo ritorno sui mercati finanziari, solo due anni dopo il fallimento. Sarebbe un record", spiega l'occhiello.
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Le "due crisi" e il nodo della sovranità
Draghi al telefono con Merkel
Quarantotto
"Il Cancelliere tedesco Angela Merkel avrebbe chiesto chiarimenti al presidente della Bce, lamentando il fatto che Draghi avrebbe posto maggior accento sull’opportunità di riforme strutturali piuttosto che sulla necessità di mantenere l’austerità di bilancio, per rafforzare la crescita in Europa. Lo rivela il Der Spiegel. Ma la Bce smentisce: «È inesatto il fatto che la Merkel abbia chiamato Draghi per contestare le frasi dette a Jackson Hole», afferma il portavoce della Bce, senza fornire i dettagli ma confermando implicitamente che ci sia stata la telefonata. «Il contenuto della conversazione - aggiunge il portavoce - non lo commentiamo e non lo riveliamo».
Senza citare fonti, la testata tedesca ha riferito che sia la Merkel sia il Ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble avrebbero telefonato al numero uno dell’Eurotower, la scorsa settimana, per chiedergli chiarimenti riguardo il suo intervento fatto a Jackson Hole la scorsa settimana.
In quell’occasione Draghi aveva sostenuto che sarebbe «utile» che la politica monetaria della Bce fosse fiancheggiata anche da «un ruolo maggiore della politica fiscale» nel quadro di importanti riforme strutturali. In particolare, Draghi aveva detto: «Nessuna quantità di aggiustamenti fiscali o monetari può sostituire le necessarie riforme strutturali: la disoccupazione strutturale era già molto alta nella zona euro prima della crisi e le riforme strutturali nazionali per affrontare questo problema non possono più essere ritardate».
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