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Come unirsi contro l’Unione?
Mimmo Porcaro
Uno dei principali problemi di chi vuole uscire dall’Unione europea e dall’Euro è quello di costruire una grande alleanza sociale e politica capace resistere alla dura reazione che i grandi poteri nazionali (ma soprattutto internazionali) non mancherebbero di scatenare di fronte a questo “inaccettabile” gesto di autodeterminazione. Un’alleanza capace, quindi, non solo di guadagnare il consenso politico e morale di milioni di cittadini ed elettori, ma anche di metter mano ad un concreto programma alternativo di rilancio dello sviluppo del paese, base materiale della resistenza contro le iniziative ostili che, almeno in un primo momento, si concretizzerebbero proprio nel tentativo di strangolamento economico. Una simile alleanza non può non prevedere un riavvicinamento di ciò che in questi anni è stato (a volte artificiosamente) separato: e quindi una riunificazione dei diversi spezzoni in cui si è frammentato il lavoro dipendente, ed una nuova relazione tra l’intero mondo del lavoro dipendente ed una parte significativa delle piccole e medie imprese. Questo riavvicinamento si presenta indubbiamente come cosa assai difficile, e richiede decisi mutamenti di atteggiamento sia agli uni che agli altri. Proprio per questo conviene parlarne da subito, e con franchezza, precisando che quanto dirò vale sia nell’ipotesi di una rottura prodotta dal nostro paese che nell’ipotesi di una rottura subita: le turbolenze ed i rischi di regressione in questo secondo caso non sarebbero inferiori (anche per la presenza di una ormai innegabile tendenza alla guerra) alle conseguenze di un nostro scatto di dignità nazionale.
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QED 37 - La Germania: riassunto per i politici
di Alberto Bagnai
(...cari lettori, questo post sarà pieno di ovvietà. Non vogliatemene: sto cercando di ampliare la platea degli interlocutori)
Fin dall'inizio della mia attività di divulgazione ho insistito sul fatto che quello che rendeva certa la fine dell'euro non era il fatto che esso danneggiasse i paesi deboli, quanto che danneggiasse anche quelli forti. Faccio solo due esempi:
1) il 23 agosto del 2011: "la Germania segherà il ramo su cui è seduta"
2) il 23 luglio del 2013: "il menù dei prossimi mesi sarà il crollo dei 'virtuosi'"
Oggi sono uscite stime pessime sul Pil tedesco, e quindi scrivo l'ennesimo QED di questo blog, ma tengo a precisare che alla Germania non sta andando male perché io porto sfiga, ma perché l'economia è una scienza, una scienza che per bocca dei suoi esponenti più qualificati aveva chiarito che le cose dovevano andare come stanno andando.
Due atteggiamenti mentali errati hanno impedito al vasto pubblico, ma anche a molti colleghi, di capire il senso e la fondatezza di queste mie osservazioni.
Il primo è mutuato dalla "cultura" calcistica. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa lo vive come Italia-Germania 3 a 4, cioè come una situazione nella quale siccome noi stiamo perdendo, allora la Germania sta vincendo. Ma l'economia non funziona così: l'economia esiste perché esiste lo scambio, e il creditore che strozza il debitore non risolve nulla.
Il secondo è mutuato dalla "cultura" geopolitica, in versione vagamente complottarda.
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Le larghe intese provocano il crollo dell'economia italiana
di Pasquale Cicalese
La menano con lo 0,2% (e con ulteriori rischi al ribasso..), come se questo fosse il problema. Leggono le intro del Bollettino Economico e nessuno che si degni di leggerlo interamente. Il giorno dopo editoriali di un’ovvietà disarmante e tutti a parlare di “riforme” per uscire dalla “crisi”. Ma non è una crisi, è un vero crollo capitalistico, quello certificato dai tecnici di Palazzo Koch. Dopo tante pagine in cui si articolano le misure messe in campo da governi e banche centrali di tutto il mondo, ecco arrivare il paragrafo riguardante l’economia italiana. Potrà crescere solo se ritornano gli investimenti. Sta qui il problema, non ritornano da decenni, figurarsi oggi. Ma perché puntare sugli investimenti e non magari su altre voci? La risposta è insita in un rigo della pagina 36 del Bollettino economico: il tasso di accumulazione nel biennio 2012-2013 è crollato del 13%. Non si è arrestato, il tasso, semplicemente è crollato a livelli mai visti dalla storia dell’unità d’Italia. Ma non è finita qui: gli investimenti potrebbero ulteriormente decelerare a causa della persistente sovracapacità produttiva.
Insomma si è perso il 25% della produzione industriale, ma potrebbe non bastare, un nuovo ciclo di investimenti si avrebbe, a questo punto, con la perdita di almeno il 40% della capacità produttiva e a quel punto addio prodotto potenziale, ci vorrebbe un’arma atomica economica per ripartire. Di chi è la colpa di questo disastro? Il Bollettino informa che l’arco temporale è il 2012-2013, ma nemmeno in questo semestre le cose sono migliorate. Chi c’è stato al governo? Sono gli anni delle larghe intese, di Monti, Letta e Renzi con i mass media che bombardavano gli italiani sulla necessità delle riforme. Chi li ferma più questi autori del disastro più epocale che l’Italia abbia mai avuto?
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Gli ultimi tre anni di un euro in bilico
Bruno Amoroso
Per la nuova edizione del libro di Bruno Amoroso L’euro in bilico, Castelvecchi 2014 l’autore ci ha inviato la sua nuova prefazione dal titolo Tre anni dopo che traccia uno scenario delle politiche europee che tiene conto di quanto avvenuto negli ultimi tre anni
Se otto ore vi sembran poche
provate voi a lavorare
e sentirete la differenza
di lavorar e di comandar.
[Canzone popolare]
La prima edizione di questo testo risale al 2011, tre anni che per il dibattito politico e gli eventi che sono seguiti appare come un’era geologica. Il testo fu accolto, salvo alcune generose eccezioni che fecero risaltare ancora di più le regole del gioco, con il silenzio degli accademici che vedevano con fastidio che un tale prodotto fosse partorito dall’interno del loro sistema, e dei giornali e dell’informazione in generale poiché ne metteva in luce la parzialità del loro ruolo.
I più infastiditi furono gli amici e i colleghi di ‘sinistra’ che vedevano giustamente in una mina vagante di questo tipo il rischio del diffondersi del grido ‘il re è nudo’, il re inteso sia l’euro sia la sinistra.
Sugli alti colli del potere nessuno si preoccupò. A Bruxelles erano confidenti che le grandi somme investite per la ‘ricerca europea’ avrebbero garantito la fedeltà delle call girl dell’accademia e del giornalismo europeo al loro piano, e prodotto tranquillamente il frutto dell’euro-dogmatismo.
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Chi è Juncker, il nuovo presidente della Commissione Europea?
Una breve nota su crescita e austerity
Clash City Workers
Jean Claude Junker, politico e avvocato lussemburghese, è stato nominato Presidente della Commissione Europea, con ben 422 voti favorevoli (per la maggioranza assoluta erano necessari 376 voti su 751), 250 contrari e 47 astensioni. Ma cos’è la Commissione? E chi è Junker? Di quali equilibri è frutto la sua nomina? Cosa ci dice questa notizia a noi proletari, studenti, disoccupati, lavoratori? Cerchiamo di rispondere a queste domande.
1. Che cos’è e a che serve la Commissione Europea
Si tratta di uno degli organi più importanti dell’Unione, secondo solo al Consiglio Europeo - che, essendo composto dai Governi dei singoli paesi, e fissando le priorità generali dell’UE, mantiene una sua premazia -. La Commissione, che è formata da 28 commissari, serve ad armonizzare gli interessi delle differenti borghesie continentali, a rappresentare questi interessi nel suo insieme e a renderli attuativi. Il suo stesso nome ci dovrebbe far capire molto di quello che è: come ci ricorda l’etimologia della parola - e di parole analoghe come “commissariato” - indica qualcosa di ben poco democratico: un ristretto numero di persone specializzate in una data materia, deputate a speciali operazioni, che agevolano le procedure decisionali.
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Il debito pubblico dell’eurozona (e soprattutto dell’Italia) va ristrutturato
Ecco perché
di Thomas Fazi
Oggi in Europa, in ambito mainstream, esistono fondamentalmente due approcci al problema del debito pubblico, perlomeno in Europa: quello rigorista e quello pseudo-keynesiano (vedremo poi perché “pseudo”). Il primo – che dal 2010 in poi ha monopolizzato il discorso pubblico europeo e fornito il necessario sostegno teorico, ideologico e mediatico al “regime di austerità” – afferma che uno stato è come una famiglia o un’impresa: quando si accumulano troppi debiti, l’unico modo per ridurli è tagliare le spese. In sostanza, considerando che il rapporto debito/Pil è costituito da un numeratore (debito) e un denominatore (Pil), l’approccio rigorista interviene sul numeratore, aumentando l’avanzo primario dello stato (l’eccedenza delle entrate rispetto alle uscite, escludendo gli interessi sul debito) con l’obiettivo di liberare risorse da destinare al servizio del debito. Ovviamente ci sono solo due modi per ottenere un maggiore avanzo primario: o si taglia la spesa pubblica o si aumentano le tasse. Il problema di questo approccio (a prescindere dalle implicazioni sociali) è che aumentando l’avanzo primario si riduce il Pil, a causa del cosiddetto moltiplicatore fiscale, e dunque il rapporto debito/Pil aumenta. Il motivo è che un paese che registra un avanzo primario sta di fatto levando risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri.
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La Sinistra e l’Unione antieuropea: la fine delle illusioni
di Enrico Grazzini
La sinistra sembra illudersi che la Ue possa cambiare all'interno dell'attuale quadro istituzionale, politico e monetario. Bisogna invece rivendicare la sovranità nazionale e disobbedire al Patto di Stabilità imposto dalla Troika
Occorre una rottura, un bagno di realismo e uno scatto di coraggio di fronte a questa crisi e a questa Unione Europea che opprime e disunisce i popoli europei. La sinistra italiana ed europea guidata da Alexis Tsipras dovrebbe prendere atto della cruda realtà politica di questa UE appena rieletta e modificare la sua politica pro UE e pro euro nutrita di buone e nobili illusioni. L'ideologia dell'europeismo a tutti i costi rischia infatti di diventare inconcludente, inefficace e impopolare verso la politica economica imposta dalla UE, che è senza dubbio la principale causa della crisi senza fine che affligge drammaticamente l'Europa e l'Italia. Anche considerando che, dopo le elezioni europee, l'opinione pubblica, delusa dalla mancanza di tangibili cambiamenti positivi, diventerà prevedibilmente sempre più anti-Unione Europea.
Matteo Renzi chiede di realizzare gli Stati Uniti d'Europa e reclama la fine dell'austerità senza crescita. Renzi in questo senso è molto più coraggioso e innovatore di Enrico Letta e di Pier Luigi Bersani, il quale, quando ancora sperava di diventare premier italiano, nelle sue interviste al Wall Street Journal rassicurava sul rispetto integrale di tutte le politiche d'austerità.
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Facciamo un referendum sul cancro?
Alberto Bagnai
Su Twitter intravedo tracce di un referendum non capisco bene se sull'austerità o sul Fiscal compact, che porrebbe non so bene quale quesito, con non si sa bene quale scopo. La democrazia diretta, per carità, è una bellissima cosa. L'uso che se ne fa ultimamente suscita qualche perplessità, ma non vorrei entrare in un campo che non è il mio. Quanto a questo referendum, i promotori, va da sé, sono illustri o meno illustri ma comunque ottimi colleghi, tutte brave persone, ovviamente, tutte bene intenzionate, si capisce, e, non occorre dirlo, tutte animate dal desiderio di fare qualcosa. Mi spingo oltre (senza chiedere il permesso): sono animati, gli illustri e meno illustri ma sempre ottimi colleghi, da qualcosa di più di un desiderio. Quello che li anima è la smania ideologica di fare qualcosa, il qualcosismo, l'ideologia velleitaria e perdente dalla quale questo blog si è distanziato fin dall'inizio, per due ben precisi motivi che occorre ricordare a chi è appena arrivato: il primo è che la cosa più importante da fare, ora come sempre, è capire, e per capire non occorre scrivere il proprio nome su una qualche lista, occorre viceversa leggere i tanti bravi autori che da decenni ci hanno avvertito del vicolo cieco nel quale ci stavamo mettendo. La seconda è che, per chissà quale motivo, capita che i fanatici del qualcosismo, ancorché tendano a vedersi e presentarsi come persone pure, animate dal nobile e disinteressato movente di fare qualcosa (“qualsiasi cosa!”) pur di “risolvere” la situazione, poi, quando vai a grattare, sotto sotto hanno sempre un interessante network di affiliazioni politicanti cui far riferimento, o hanno ambizioni politiche, sempre tutte legittime in quanto tali, ma non sempre molto condivisibili per il modo nel quale vengono portate avanti.
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Il cammino di una Europa da ri(costruire)*
di Riccardo Petrella
Breve premessa personale
E’ stata per me la prima volta che, in quasi cinquantanni di “militanza” civile e cittadina, ho partecipato ad una elezione politica, per di più come candidato. Una bella esperienza di vita. Non perchè tutto sia stato gradevole, corretto, senza delusioni, ma perchè per due mesi ho vissuto in uno stato di entusiasmo e di convinzione di partecipare ad un lavoro collettivo di grande rilievo l’obiettivo essendo quello di far rieleggere al Parlamento europeo (PE) (da cui erano stati cancellati nel 2009) dei rappresentanti della “sinistra italiana”. E cio’per “cambiare l’Europa”, per un’Altra Europa ! Non fa mica parte di ogni giorno il pensare di trovarsi impegnato in uno sforzo pubblico di trasformazione della società! Quest’esperienza è un privilegio raro, come lo è diventare membro del Parlamento europeo per rappresentare, insieme ad altri 750 eletti, un popolo di 509 milioni di persone! Non sono diventato europarlamentare. Direi una bugia se non riconoscessi che sono un po’ dispiaciuto. Sono pero’ contento di aver contribuito , con tante migliaia di altri militanti e simpatizzanti in Italia, al raggiungimento dell’obiettivo predetto. Per quanto piccola sia la sua pattuglia, la “sinistra italiana” è di nuovo rappresentata al PE. Si tratta ora di ripartire per un (lungo) cammino di trasformazione radicale dei processi d’integrazione europea.
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"La fine dell'euro avverrà nel caos più totale per l'accanimento ideologico della classe politica"
"L'élite al potere oggi è più rappresentativa dell'epoca feudale che della modernità"
Alessandro Bianchi intervista Brigitte Granville
Con le elezioni europee del 25 maggio scorso, le popolazioni hanno inviato un messaggio chiaro a Bruxelles: gli europei non sono più disposti a rinunciare ulteriormente a quote della loro sovranità e vogliono rinegoziare le concessioni fatte in passato. La nuova Commissione e il nuovo Parlamento europeo ascolteranno questa volontà di cambiamento?
Certamente no, il loro comportamento sarà tale da rendere inutile il voto dato agli anti-euro, i quali costruiranno una minoranza che sarà ignorata completamente. In funzione del mandato democratico, l'élite politica considera che nulla è cambiato e che, proprio per questo, ha tutto il diritto di continuare ad agire come se nulla fosse accaduto.
La propaganda pre-elettorale dei governi al potere e di Bruxelles ha voluto rassicurarci sulla situazione economica attuale della zona euro, anche se le economie italiane di Italia, Olanda e Portogallo sono tornate a contrarsi e la Francia è in una situazione di stagnazione.
Inoltre, l'area monetaria è in una situazione di inflazione molto bassa – deflazione per diversi paesi – che rende sempre meno sostenibile la traiettoria debito/Pil di diversi paesi. In un tale contesto, ritiene che la zona euro rischia una nuova crisi che potrebbe rimettere in discussione gli strumenti creati o davvero « il peggio è dietro di noi » come ci hanno detto?
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La cavalcata populista verso l’Eliseo di Marine Le Pen
e lo sfondamento a sinistra del Front National: un’analisi
Matteo Luca Andriola
Con quasi il 24,8% Marine Le Pen fa tremare i palazzi di Parigi e quelli della trojka, mandando a Bruxelles 25 deputati, seguita dai gollisti dell’Ump col 20,8%. La Francia, inutile dirlo, è ormai schierata a destra, molto a destra. La leader del Front infatti, non perde tempo e la sera stessa del suo trionfo manda l’avviso di sfratto a Hollande: «Non vedo come il Presidente della Repubblica non possa non prendere la decisione che si impone per rendere l’Assemblea nazionale rappresentativa. E questo esige evidentemente una modifica delle modalità del voto», dice raggiante il leader del partito populista francese. «Ed è solo il primo passo» ha commentato la Le Pen, arrivando all’Elysee Lounge, un ristorante molto chic a pochi metri dall’Eliseo, scelto dal Front national per festeggiare la valanga di voti che lo hanno incoronato primo partito dell’Esagono, ora proiettato all’Eliseo: «Hollande adesso deve indire elezioni politiche anticipate. Oggi l’assemblea nazionale non è più nazionale. Cos’altro può fare il presidente della Repubblica – continua Marine – se non sciogliere le Camere dopo un fallimento così grande come quello che abbiamo appena visto?». Insomma, la tenuta dell’Unione europea potrebbe passare anche dalla tenuta del governo socialista, ridotto ai minimi termini col 14% dei consensi. Più di un elettore su quattro infatti, in uno dei pilastri dell’Unione europea, entità a trazione franco-tedesca, ha votato un partito xenofobo. Ma Hollande, inutile dirlo, non vuole dimettersi: «Ci vuole tempo e io chiedo tempo», ha detto il primo ministro Manuel Valls, intervistato dalla radio Rtl.
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La morsa istituzionale UEM e "interna"
Tra fallimenti nascosti e incostituzionalità conclamate
Quarantotto
1. Una delle cose più tristi della crisi italiana è che la stragrande maggioranza degli italiani non ne capisce gli eventi, limitandosi a subirne le conseguenze come un fatto ineluttabile.
Tutto quel che i media consentono di "capire", attraverso un'attenta disseminazione di slogan e paralogismi di espertoni vari, è che le cose vanno male per via della corruzione e, in stretta connessione, dell'eccesso di spesa pubblica; questi "mali", ormai plebiscitariamente considerati incontestabili, confluiscono nell'indicare la causa dell'eccesso di prelievo fiscale, la cui attenuazione viene promessa, appunto,come conseguenza dell'abbattimento di corruzione e spesa pubblica (senza alcuno spiraglio di credibilità delle misure proposte, che non sia mero annuncio, che dico, bombardamento!, mediatico).
Mi potrete obiettare che queste cose ve le ho dette molte volte e con mille sfaccettature: ma la premessa serve a richiamare il "perchè", ora e in concreto, cioè nei fatti in preparazione per tutti noi, la situazione promette di virare dal male al peggio.
Siamo di fronte ad un accanimento che si avvale della saldatura di un duplice livello istituzionale: cioè di scelte politiche che si traducono in super-norme che realizzano lo schemino propagandistico riassunto in premessa, con l'effetto di acutizzare la crisi, operando in modo inutile ed anzi opposto rispetto all'obiettivo (immaginifico) della sua risoluzione.
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L'Europa in crisi e il mistero della competitività
Andrea Ginzburg , Annamaria Simonazzi
Come dimostra la Germania, lo sviluppo economico dei paesi dell'Eurozona dipende dalla specializzazione della produzione
Come scrive Mariana Mazzucato nel suo libro Lo Stato imprenditore, la cosiddetta ‘economia dell’offerta’ lanciata negli anni ’80, indirizzata a ridurre le tasse sui profitti per rilanciare gli investimenti, ha avuto scarsi effetti sugli investimenti stessi e quindi sulla crescita, ma effetti importanti sulla distribuzione del reddito. Si potrebbe facilmente estendere questa conclusione anche alle riforme del mercato del lavoro attuate in Italia negli ultimi 15-20 anni. Come ha documentato Maurizio Zenezini in un’analisi molto dettagliata della relazione fra queste riforme e la crescita (Economia e società regionale, 2, 2013), mentre l’Italia—attesta l’OCSE—ha sperimentato negli ultimi 15 anni la più forte deregolamentazione del mercato del lavoro della maggior parte dei paesi OCSE, l’economia ha smesso di crescere ancor prima del collasso del 2009 e le riforme recenti, “pur considerate imponenti dagli stessi responsabili della politica economica” sembrano incapaci di rivitalizzare l’economia, così che le previsioni di crescita sono state continuamente riviste al ribasso. Ad un’analisi retrospettiva, gli effetti di queste riforme sulla crescita appaiono nulli nel breve periodo e modesti, nel migliore dei casi, nel lungo periodo. Contemporaneamente, le retribuzioni contrattuali reali per l’intera economia italiana sono rimaste ferme fra il 1993 e il 2011. In quest’ultimo anno, valevano il 77% della media dei paesi OCSE, mentre erano pari all’85% della media dodici anni prima. Non c’è bisogno di ricordare qui i disastrosi dati sulla caduta, in Italia, dei livelli di occupazione e sulla crescente incidenza del lavoro precario.
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Elezioni europee, gattopardismo in salsa fiorentina e nuovo partito di massa del capitale
Domenico Moro
“Non eravamo esattamente d’accordo con l’incentivazione degli 80 euro, ma non mi sono azzardato ad avanzare alcun tipo di critica, ho compreso la necessità del governo di bloccare un voto anti europeo.”
Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo
1. Il quadro europeo: crisi del bipolarismo e del bipartitismo e ascesa degli euroscettici
Negli ultimi mesi i mass media annunciavano e le forze politiche principali temevano la “tempesta perfetta” del voto euro-scettico. Il 22 maggio il Sole24ore titolava: <<Il voto europeo preoccupa i mercati>>, e il 25 maggio, giorno delle consultazioni, aggiungeva: <<Europa alle urne: mercati e riforme appese al voto>>. Invece, martedì 27 lo stesso quotidiano tirava un sospiro di sollievo: <<Piazza affari vola dopo il voto, Milano (+3,61%) miglior listino d’Europa>>. Anche le altre borse non se la sono cavata male: Madrid +1,22 per cento, Francoforte +1,28 per cento, persino Parigi cresce pur con un modesto +0,75 per cento.
La borsa è uno dei termometri che misurano l’opinione del capitale rispetto all’andamento della politica. Quindi, tutto bene per i circoli dominanti dell’establishment economico e politico? No, non proprio tutto bene. L’ondata euroscettica si è manifestata con forza, sebbene non così potente dappertutto come l’establishment europeista diceva di temere. A questo proposito, due sono gli aspetti più interessanti.
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Euro e pieno impiego: la conferenza di Grenoble
di Lorenzo Battisti
L’attuale situazione economica rappresenta una sfida per tutti gli economisti, compresi quelli “eterodossi” che pure avevano avvertito con anni di anticipo l’arrivo di una crisi di grandi proporzioni. In particolare va analizzata l’Unione Europea e il ritorno della disoccupazione di massa.
Il 15 e 16 Maggio alcuni tra i maggiori economisti critici a livello mondiale si sono riuniti a Grenoble, in Francia, per discutere e confrontarsi su questi argomenti.
Il pieno impiego in Europa: con o senza l’Euro?
Il dibattito sull’Euro attraversa ormai molti paesi, sia del Nord che del Sud Europa, poiché la crisi, iniziata negli Stati Uniti, sembra non trovare un termine in Europa. Molti pensano che la differenza tra la durata e gli effetti della crisi in queste due aree sia dovuta alla costruzione europea. Il dibattito tra gli economisti ha quindi cercato di indagare se questa sia davvero la causa, e, in questo caso, se sia meglio riformare l’Euro oppure abbandonarlo. Molti libri negli ultimi anni hanno trattato questi temii ricevendo sempre maggiore attenzione dal grande pubblico.
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