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Ma Renzi lo conosce il Fiscal Compact?
di Thomas Fazi
E se la risposta è no, cosa ne avrà pensato Angela Merkel?
Cosa avrà detto ieri alla Merkel Matteo Renzi? Avrà senz’altro ammorbidito i toni rispetto a qualche anno fa – quando da sindaco si diceva pronto a violare il “patto di stupidità” –, e avrà ribadito che “nessuno si sogna di sforare il tetto” del famigerato 3% di rapporto deficit/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht, come ha ripetuto in conferenza stampa. Chissà però se Renzi ha ripetuto quello che ha detto agli italiani e cioè che vorrà sfruttare il più possibile i “margini” che secondo lui offrirebbe il Patto. La logica renziana è quanto segue: poiché si prevede che nel 2014 l’Italia registrerà un rapporto deficit/Pil del 2.6% – dunque al di sotto della soglia del 3% – l’Italia avrebbe “un margine ulteriore di 6 miliardi di euro” (0.4% del Pil) che potrebbe coprire una buona parte dell’annunciato taglio di 10 miliardi del cuneo fiscale. L’annuncio sarebbe senz’altro apprezzabile, se non fosse che esso si basa su una lettura molto semplicistica (e fondamentalmente sbagliata) del Fiscal Compact, cosa che sembra la Merkel gli abbia ricordato. Non sappiamo se nella sua immaginazione lo abbia messo dietro una lavagna con finte orecchie da asino, però Angela ci ha tenuto a precisare che quello che bisogna rispettare non è più tanto Maastricht, ma il nuovo Patto di stabilità, il Fiscal Compact che entra in vigore quest’anno e le cui regole sono state stabilite con i pacchetti di regolamenti two-pack e six-pack. Non sappiamo se Renzi stia facendo il finto tonto oppure effettivamente non conosca bene le norme del Fiscal Compact. Sembra che i tedeschi si siano orientati su quest’ultima possibilità.
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Il moltiplicatore monetario è morto
di Frances Coppola
Il report trimestrale della Banca d'Inghilterra (BoE) contiene una descrizione dettagliata di come funziona la creazione di moneta nell'economia a corso forzoso del Regno Unito.
Dotata di un manuale sulla moneta e di un paio di video esplicativi piacevolmente ambientati nei caveau dell’oro (vorrei sapere: dov’è il bancale etichettato "Germania"?), è una guida completa e chiara.
Ed è controversa. Rigetta le teorie convenzionali sui prestiti bancari e sulla creazione di moneta (il grassetto è mio):
• Non succede più che le banche ricevono depositi quando le famiglie risparmiano e poi li prestano, sono i prestiti bancari che creano i depositi.
• Normalmente, la banca centrale non determina la quantità di moneta in circolazione, e la moneta della banca centrale non viene ‘moltiplicata’ in altri prestiti e depositi.”
Di certo, numerose pubblicazioni di molti eminenti ricercatori e prestigiose istituzioni (inclusa la FED, l’FMI, la BCE e la Banca dei Pagamenti Internazionali) hanno dubitato che la teoria convenzionale fornisca una spiegazione adeguata della creazione di moneta in un moderno sistema a corso forzoso.
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Viaggio in Italia
Maurizio Sgroi
Nella morsa degli opposti automatismi
E poi a un certo punto mi viene da ridere.
Stavo leggendo con raro masochismo l’ultimo Macroeconomic imbalances dedicato all’Italia della Commissione europea, di cui tutti hanno parlato ma chissà quanti hanno letto. I giornali se la sono cavata con i soliti titoli riciclati sulla bocciatura italiana e l’hanno subito buttata in politica: Saccomanni qua, Renzi là, e il solito balletto di frasi fatte e indignazioni.
Un vero peccato. Perché nelle 68 pagine del rapporto europeo ci stanno un sacco di informazioni che aiutano a capire bene lo straordinario cul de sac nel quale siamo finiti.
Una di quelle situazioni da romanzo nelle quali qualunque cosa fai sbagli.
Solo che non è un romanzo.
Perciò a un certo punto mi viene da ridere. Mi trovo a pagina 44 e leggo “che un calo nella domanda domestica in Italia colpisce negativamente i paesi dell’area euro”. E poco prima, sempre la commissione, aveva ammonito sulla delicatezza dei link finanziari fra banche italiane e del resto del mondo, europeo in particolare.
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Europeismo, euroscetticismo e sovranità nazionale
di Enrico Grazzini
La sinistra vuole un'altra Europa, una Europa rifondata: ma prima occorre prendere coscienza che per realizzarla è necessario smantellare l'attuale architettura dell'Unione Europea e demolire i presupposti alla base dell'unione monetaria. Riformare i vigenti trattati europei è un tentativo nobile. Ma è anche una missione pressoché impossibile perché occorre l'unanimità del voto di tutti i 28 paesi UE per modificare il trattato di Maastricht. Anche per innovare lo statuto della Banca Centrale Europea occorre l'assenso dei 28 paesi. Basterebbe l'opposizione di un solo stato, di un solo governo, per bloccare ogni tentativo di riforma! E' più facile ripudiare o abolire i trattati che modificarli!
Sul piano politico, è improbabile riformare la UE in senso progressista dal momento che i governi europei che contano, con l'eccezione della Francia socialista, sono conservatori (Gran Bretagna), di centrodestra (Spagna) o di larghe intese (Germania, Italia). Per costruire un'Europa socialmente e ambientalmente sostenibile occorrerebbe però (condizione necessaria ma certo non sufficiente) che nei maggiori paesi della UE, Germania compresa, nel giro di pochi anni andassero al potere governi di sinistra. Tuttavia lo spostamento a sinistra dell'Europa è davvero molto difficile. E' già arduo riuscire a eleggere un governo di sinistra in un solo paese, figuriamoci nella maggioranza dei 28 paesi!
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La trappola del Fiscal compact
di Thomas Fazi
Per mezzo dell’invenzione del bilancio strutturale, il Fiscal compact prima, il six pack e il two pack poi, hanno eliminato definitivamente anche quell’esiguo margine di manovra fiscale previsto dal Trattato di Maastricht. Condannando così l’Europa all’austerità permanente
Si parla tanto del Fiscal Compact ma pochi sanno come funziona veramente. E non solo in Italia. Nei corridoi di Bruxelles la voce che gira è che il testo completo del patto “l’hanno letto in 10 e capito in 3”. Quanto c'è di vero, dunque, su quello che si sente in giro?
Tanto per cominciare, c’è da dire che il Fiscal Compact di nuovo introduce molto poco. Il testo poggia in buona parte sul Trattato di Maastricht (1991) e sul patto di stabilità e crescita (1999) – le tavole su cui sono incise le sacre regole di bilancio dell’Ue –, e poi riprende e integra un insieme di disposizioni proposte dalla Commissione nel periodo 2010-11 e per la maggior parte già adottate dal Consiglio e dal Parlamento europeo, come il Patto per l’euro e in particolare il six-pack e il two-pack.
Com’è noto, il Trattato di Maastricht – successivamente rafforzato dal Patto di stabilità e crescita – si componeva di due “regole d’oro”:
a. Il divieto per gli stati membri di avere un deficit pubblico superiore al 3% del Pil. Questo limite risultava l’unico soggetto a sanzioni in caso di mancato rispetto: la Procedura per deficit eccessivo (Pde) obbligava i paesi “in difetto” a intraprendere una politica di restrizione fiscale e a rendere conto delle sue decisioni in materia di spesa alla Commissione e al Consiglio e infine, eventualmente, a pagare una sanzione.
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Vecchi e nuovi soggetti sociali critici e antagonisti in Europa
di Alfonso Gianni
L’ ora più buia è sempre quella
prima dell’alba, si sta facendo
mattino, e io so che possiamo
ancora avere giorni cantati
Pete Seeger
In una intervista rilasciata al Manifesto (1), Etienne Balibar ha affermato che in Europa “c’è bisogno di resistenza e di protesta ma sfortunatamente la possibilità più visibile è quella offerta dalla destra e dall’estrema destra, anche se non siamo agli anni ’30, la storia non si ripete, non c’è un forte partito fascista, ma siamo di fronte a una crisi morale che può favorire derive molto pericolose nell’opinione pubblica. I socialdemocratici si accorgeranno troppo tardi di non avere fatto nulla per combattere questo”. E’ difficile trovare un’analisi più lucida e puntuale, per di più riassunta in poche parole, con una rapida pennellata verrebbe da dire, sulla questione politica europea.
A distanza di pochi mesi dal rinnovo del Parlamento europeo sono in diversi a preconizzare l’incremento tra quei seggi di rappresentanti del populismo di destra antieuropeo e antieuro (ovviamente le due cose non collimano concettualmente, ma spesso di fatto sì). Lo si vede in modo evidente ovunque si guardi, a Ovest come a Est, a Sud come a Nord, in lungo e largo per il Vecchio Continente. Ma Balibar giustamente, e questo è un punto da tenere ben fermo, ci mette in guardia dalla retorica del pericolo imminente di un ritorno del fascismo, ben consapevole che l’agitare un simile spauracchio è esattamente una delle giustificazioni delle politiche delle grandi coalizioni.
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Fassina: un passo avanti e due indietro
Sergio Cesaratto
Pubblico una breve e sgrammaticata cronaca dell'incontro alla Camera dei deputati, il sonoro è qui. Segue una traccia del mio intervento (letto solo in parte). Infine una postilla su ciò che penso.
Cronaca dell’evento
Il mio intervento ha un audio pessimo, colpa mia che ho parlato con troppa veemenza e vicino al microfono. Non è molto importante. Un commento più serio riguarda gli interventi finali. Mentre D'Antoni è stato più problematico Guerrieri è stato di nuovo totalmente arroccato nella difesa non solo dell'Europa (passi) ma dell'euro. Fino a che mi si dice che una rottura sarebbe complicata e rischiosa sono d'accordo, ma una difesa sperticata dell'euro con argomenti triti (cosa farebbero 17 piccoli paesi con la Cina lupo cattivo... come se non si potesse ricostituire una forma di unità europea senza euro con cambi fissi ma aggiustabili ecc.) Fassina che ci aveva promesso il piano B ha anche parlato di una rottura dell'euro come sconfitta storica, che se si rompe si sfascia tutto, il baricentro del mondo si è spostato, insomma il trito e ritrito.
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Haavelmo e la crescita impossibile nel 2014
Francia, Italia e la recessione "competitiva"
di Quarantotto
Come suggerito da Arturo , laddove si vede incidenza di competitività di prezzo e dei tassi di cambio reali. Come dire: l'euro in sè.
La Francia è messa malino per il futuro immediato? Di più, a rigore, la Francia non ha un futuro nell''euro, dato che attualmente è impegnata, con Hollande in piena "svolta Hartz" , a correggere lo squilibrio delle partite correnti con l'uccisione della domanda interna. Come dire che si piegano alla Merkel mentre fanno la voce grossa con Putin. Ma come si fa quando ci si priva della domanda estera, grazie al cambio folle dell'euro (tranne che per la Germania) e non si può ricorrere alla domanda pubblica? Non si fa.
Il fatto è che questo problema è generale in UEM.
E ce lo dicono sia alla BCE che alla Commissione UE: solo che per loro non cambia nulla, mentre cambia molto per i popoli coinvolti...che è l'ultima delle loro preoccupazioni. E infatti la BCE azzarda mirabolanti previsioni di crescita dell'Eurozona che non stanno nè in cielo nè in terra.
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L’insostenibile rimborso del debito
Giorgio Gattei, Antonino Iero
L’economia italiana deve convivere con la presenza ingombrante di un debito pubblico che ha ormai superato il 130% del prodotto interno lordo. Non è l’unico e, forse, neanche il più grave dei problemi che assillano il nostro sistema produttivo. Tuttavia, vista la rigida dipendenza dai mercati finanziari che l’adesione alla moneta unica europea ci ha imposto, la questione del debito pubblico assume una valenza particolarmente importante poiché foriera di rilevanti ricadute su tutto il quadro economico nazionale (dalla solidità del sistema bancario al flusso di credito verso le imprese, fino al livello dei tassi di interesse applicati al sistema economico).
Il contenimento del debito
In questo contesto, la strada intrapresa dai governi italiani per gestire l’enorme peso del debito pubblico è stata quella del perseguimento di importanti avanzi primari, con attivi spesso di dimensione non indifferente. Così, dopo il picco toccato nel 1994 (121,2% del Pil), il debito pubblico italiano aveva imboccato un sentiero in discesa fino al minimo locale di 103,3% nel 2007, ma poi lo scoppio della bolla immobiliare Usa, poi rovesciatasi sull’economia reale, ha dato luogo ad una pesante fase recessiva dalla quale i bilanci pubblici sono usciti malconci, sia per la riduzione delle entrate, legata alla contrazione delle attività economiche, che per l’aumento delle uscite, connesso con l’attivazione degli ammortizzatori sociali.
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L’impatto dell’euro sulle economie nazionali*
di Spartaco A. Puttini
Innanzitutto, ai fini della questione che dobbiamo affrontare, sono indispensabili alcune premesse.
Nonostante nel linguaggio comune Unione europea ed Europa vengano utilizzati come sinonimi, in realtà l’Unione europea non è l’Europa, ma una sua parte e l’Eurozona non è che una parte della Ue.
Mentre per quanto riguarda la costruzione degli Stati nazionali la spinta era venuta da quella che Renan definiva “la coscienza di aver costruito insieme cose importanti nel passato e la volontà di continuare a costruirle insieme in futuro”, il processo di integrazione europeo ha avuto come molla la paura dell’irrilevanza in cui il vecchio continente era precipitato in seguito all’esito del secondo conflitto mondiale e all’ascesa degli Usa e dell’Urss come attori di primo piano sulla scena internazionale. E’ stata questa irrilevanza all’ombra dell’equilibrio del terrore termonucleare tra le due superpotenze che ha garantito per alcuni decenni la pace sul vecchio continente e non il processo di integrazione.
Il processo di integrazione europeo è stato accompagnato da suggestioni federaliste e ipotesi unitarie. Quella più nota è la spinta verso gli Stati uniti d’Europa, formulata da Altiero Spinelli. Abbastanza nota è anche la propensione delle forze d’ispirazione democratica cristiana alla costruzione di un’Europa unita, intesa come terza forza tra le due superpotenze. Ma non furono solo forze democratiche, laiche o cattoliche, a definirsi europeiste.
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Regimi di cambio, exit strategy dall'Euro e MMT
Intervista a Nadia Garbellini
1. Lei è coautrice con Brancaccio di uno studio che esamina gli effetti derivanti dallo sganciamento da regimi di cambi fissi. Cosa avete concluso dal vostro studio? Sganciarsi da regimi di cambi fissi porta a disastri finanziari, oppure il recupero della flessibilità del cambio, accompagnato da un maggior margine di manovra per la politica fiscale, porta a risultati migliori?
Lo studio che abbiamo condotto riguarda 28 episodi di svalutazioni avvenute contestualmente alla transizione da un sistema di cambi fissi ad uno relativamente più flessibile. Tutti gli episodi analizzati hanno avuto luogo nel periodo 1980-2013.
Va innanzitutto precisato che gli episodi inclusi nel campione da noi analizzato sono assai eterogenei, sia per quanto riguarda le caratteristiche specifiche di ogni paese, sia per l’entità e la persistenza della svalutazione. In particolare, se nei paesi ad elevato reddito pro capite la svalutazione è stata in genere piuttosto modesta e limitata ad uno o al massimo due anni, nei paesi a basso reddito le svalutazioni sono state molto più forti e ripetute negli anni successivi.
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Euro, come recuperare la sovranità monetaria
di Enrico Grazzini
Il progetto Bancor, la moneta comune globale che Keynes presentò a Bretton Woods, può rappresentare la soluzione per uscire dalla drammatica crisi dell'euro. Il progetto euro-Bancor può salvare la cooperazione europea dalla fallimentare moneta unica (1)
Il progetto Bancor, la moneta comune globale che John Maynard Keynes presentò a Bretton Woods settanta anni fa per rilanciare su basi efficienti, eque e pacifiche il commercio internazionale dopo il rovinoso conflitto mondiale, può rappresentare la possibile soluzione per uscire dalla drammatica crisi dell'euro. Per Keynes il Bancor era una moneta dedicata alla pace mondiale e alla cooperazione perché rendeva possibile l'equilibrio degli scambi commerciali (2). A Bretton Woods il progetto di Keynes fallì, e venne adottata la proposta statunitense basata sul dollaro come moneta internazionale egemone. Oggi però forse solo l'idea del Bancor di Keynes potrebbe salvare l'eurozona. È infatti possibile e auspicabile trasformare la moneta unica a guida tedesca, l'euro, in una moneta comune, l'eurobancor, in grado di incentivare i Paesi europei a cooperare sviluppando in maniera equilibrata e redditizia gli scambi senza produrre né vincitori né vinti. L'eurobancor costituirebbe un sistema di finanza cooperativa a beneficio dell'unità europea (3).
La situazione attuale: l'euro come moneta unica
Le elezioni europee si avvicinano, e la questione dell'euro diventa sempre più centrale nel dibattito politico ed economico.
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Non esistono paesi allegorici
Claudio Giunta
Ero a Reykjavík nel 2008, nei primi momenti del primo atto della Bancarotta Nazionale, e mi ricordo bene dei cortei di protesta davanti al parlamento, i cortei contro i banchieri ladri e i politici distratti o collusi che li avevano lasciati rubare. Solo che non erano cortei di proletari, erano cortei di ex proletari che nei decenni della lenta inesorabile crescita economica post-seconda guerra mondiale erano diventati piccoli e medi borghesi, e poi, negli anni della turbo-crescita fondata sul denaro elettronico, 2000-2008, gli anni della truffa di Icesave e della corona islandese dopata, avevano provato a diventare ricchi prendendo soldi a prestito a tassi d’interesse ridicoli e comprando seconde e terze case sul mare, SUV, biglietti A/R per Londra quasi ogni week-end per far la spesa da Harrods, pacchetti-vacanze alle isole Fiji.
Ma qualcosa, o meglio, tutto non aveva funzionato, le banche islandesi erano fallite ed erano state nazionalizzate (con la spiacevole conseguenza che il loro debito finiva per scivolare sulle spalle dei contribuenti, mentre i banchieri si ritiravano nei loro attici di Londra e Berlino), e a decine di migliaia di islandesi adesso (2008) restavano solo le rate da pagare, rate che nel frattempo si erano quintuplicate alla stessa velocità con cui la corona islandese aveva perso più o meno i due terzi del suo sopravvalutatissimo valore pre-crisi.
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Unione europea, colpo di stato?
di Isidoro Davide Mortellaro
Una bella novità
«L’acqua che non ha fatto in cielo sta». Con questa levantina versione del “tutti i nodi vengono al pettine”, da tempo ci si dispone al diluvio che da destra s’addensa sulle urne europee. Larga fa presa una rassegnata e fatalistica aspettativa: il voto certificherà un divorzio profondo tra Unione europea, istituzioni e grandi settori della società europea.
Ci fu un tempo in cui la collera dei più s’apriva alla speranza e la nutriva, alimentava ricerca di verità, provava a marchiare il futuro. Anche in giorni a noi più vicini, però, si è potuto salutare movimenti vogliosi di riplasmare la globalizzazione, contrastare, come «seconda superpotenza», l’unilateralismo della folle guerra al terrorismo e magari riaffermare regolazioni condivise dell’umano consorzio e dei suoi beni. Da tempo, invece, viviamo un mondo sfrangiato da folate di collera e rancore sociale: generazioni precarie s’accalcano in sequenza, frammiste a ceti medi smagriti, denudati dei paramenti abituali, del welfare che fu. Come mercurio scosso schizzano e s’aggrovigliano senza sosta. Sul web o in raduni selvaggi, su piazze punteggiate da forconi, Bonnetts Rouges o svastiche dalle fogge più varie.
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L'apocalittico Martin Schulz, il Dollaro risorto e l'Euro da liquidare
di Domenico Moro
Sull’inserto domenicale del Sole24ore del 16 febbraio è apparso un articolo di Martin Schultz sull’euro e sull’Europa, tratto da un suo libro recentemente tradotto in Italia. Schultz è uno dei massimi dirigenti socialdemocratici tedeschi ed è stato presidente del gruppo al Parlamento europeo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, emanazione del Partito socialista europeo (Pse). Alle prossime elezioni europee sarà il candidato presidente della Commissione europea del Pse, al quale il Pd di Renzi ha chiesto di aderire a pieno titolo.
Secondo quanto dice Schultz nell’articolo in questione, siamo arrivati ad un bivio: o si prosegue con l’integrazione europea o si imbocca la strada della rinazionalizzazione ovvero dell’abbandono dell’Unione Europea. Schultz vede quest’ultima prospettiva come fumo negli occhi. In primo luogo, si tratterebbe di una prospettiva antistorica, in quanto “Nessuno Stato si può sottrarre alla storia mondiale”.
Per storia mondiale Schultz intende la globalizzazione ed i suoi processi. In secondo luogo, il socialdemocratico tedesco ritiene che i Paesi fuori dalla Ue e dall’euro non se la passino meglio di quelli che stanno all’interno.
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