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Da moneta unica a valuta comune

Una terza via per superare l’Euro

di Enrico Grazzini

Quale è la soluzione migliore per uscire dal sistema perverso dell'euro che soffoca inutilmente le economie e i popoli di Europa? Forse per trovarla occorre “salire come dei nani sulle spalle di un gigante”: la proposta che avanzeremo in questo articolo discende infatti niente di meno che dal progetto Bancor che John Maynard Keynes presentò a Bretton Woods. Tuttavia, prima di approfondirla, è opportuno considerare sinteticamente la situazione europea.


Lo stato dell'Unione. L'unione bancaria fasulla

Occorre innanzitutto riconoscere che questa UE è diventata esattamente il contrario di quella auspicata dai padri costituenti: non è più un progetto di libertà, di democrazia, di cooperazione e di pace tra i popoli, ma il preciso disegno di centralizzare rigidamente l'economia dei paesi europei sotto la guida tedesca per imporre politiche neoliberiste di smantellamento delle economia nazionali a favore del capitale del nord Europa, Germania in testa. Oggi perfino Romano Prodi, l'uomo politico che ha fatto entrare l'Italia nell'euro, riconosce che l'Europa è un disastro, una minaccia.

“Il rapporto tra i paesi è cambiato in favore della Germania. … La Germania è l’unico paese che conta davvero. Questo cambia tutto il quadro europeo. ...Le forze centrifughe in Europa stanno aumentando di intensità, non si parla più di un’Europa… Ma di un’Europa con finalità diverse”[1].

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Gli avversari sono lucidi, gli alleati un po' meno

di Marino Badiale

François Heisbourg non è “uno dei nostri”. Come si può capire anche solo dando un'occhiata a Wikipedia, si tratta di un membro delle oligarchie europee, che ha condiviso le scelte (costruzione di questa UE, creazione dell'euro) che hanno portato ai problemi attuali. Del resto, basta citare le parole con le quali inizia il suo libro*: “L'autore è un europeo convinto (…). Nella sua vita adulta, ha lavorato nei suoi diversi ruoli pubblici, industriali e accademici  alla costruzione europea (pag. 7)”. L'idea di Europa che Heisbourg condivide è quella che abbiamo discusso più volte in questo blog: una Europa in cui l'eliminazione dei vincoli alla circolazione di merci e capitali permetta le “riforme”, cioè la distruzione dei diritti del lavoro e l'abbattimento dei costi del Welfare State, affinché il capitalismo europeo possa meglio competere con il resto del mondo. La costruzione di una UE rigidamente incardinata sui principi neoliberisti e di una moneta unica che mette i lavoratori di ciascun paese europeo in concorrenza fra loro, sono ovviamente frutto non di errori intellettuali ma di precise visioni politiche, economiche e culturali.

È allora di grande interesse il fatto, già segnalato su questo blog, che una persona di questo tipo scriva un libro in cui propone con molta chiarezza e lucidità la fine dell'euro, concordata e controllata, e il ritorno alle monete nazionali. Proprio il fatto che, come s'è detto, l'autore non è “uno dei nostri”, rende utile confrontarsi con quello che dice (e quello che non dice).

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"In Europa commessi gli stessi errori degli anni '30"

Alessandro Bianchi intervista Paul De Grauwe

In un suo studio recente, Design Failures in the Eurozone: Can they be fixed?, ha dimostrato come l'Unione monetaria europea non sia riuscita ad uniformare le cosiddette dinamiche di espansione e arresto – “boom and busts” - anzi la sua presenza ha di fatto amplificato gli effetti negativi per i singoli paesi membri. Ci può spiegare meglio le ragioni?

Ripeto spesso come la zona euro, al momento della sua creazione, appariva come una bella villa in cui tutti gli europei volevano entrare. Ma era una villa che non aveva un tetto. Quindi, fino a quando il tempo è stato buono, abbiamo continuato a voler restare tutti al suo interno, ma ora che il tempo è pessimo cresce la voglia di scappare.

In quello studio, in particolare, prendevo a riferimento uno dei fallimenti di progettazione, riguardante le dinamiche endogene interne all'Unione delle espansioni – “boom” – ed arresti – “busts” – dimostrando come la partecipazione alla zona euro abbia "spogliato" gli Stati delle vecchie protezioni lasciandoli in balia di effetti molto più ampi dei normali cicli tipici di tutti i sistemi capitalistici.

Nella zona euro le politiche monetarie sono centralizzate, ma il resto delle misure macroeconomiche rimangono nelle mani dei governi nazionali, producendo dinamiche peculiari e senza costrizioni per l'esistenza di una moneta unica.

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L'Opa di Natale della signora Spinelli

Leonardo Mazzei

Sì o no all'offerta pubblica d'acquisto lanciata dall'editorialista di Repubblica? Ecco dove si giocherà davvero il futuro di Rifondazione Comunista

Barbara Spinelli ha lanciato la sua Opa. Prima con un'intervista al giornale di Syriza, poi con un articolo su la Repubblica. L'offerta d'acquisto è semplice: il Prc si metta di lato, anzi - meglio - scompaia del tutto e si limiti semmai alla sola manovalanza, che a rappresentare in Italia la candidatura di Alexis Tsipras a presidente della commissione europea si candida direttamente la signora Spinelli. La figlia di Altiero, che fu anche compagna di Padoa Schioppa, uno dei padri dell'euro...

Non sappiano esattamente da chi sia costituito il «piccolo gruppo di persone» che sosterrebbe l'idea di Spinelli, di cui parla ella stessa nell'intervista. Sicuramente alcuni nomi sono rintracciabili nelle firme poste in calce all'insulso appello apparso qualche giorno fa sul Manifesto. Ma quel che conta non sono i nomi, bensì il senso dell'operazione.

Un senso esplicitato di nuovo nell'articolo della vigilia di Natale, dal titolo leggermente immodesto, come si addice al personaggio: «I legislatori del futuro». Il ragionamento che vi viene svolto è abbastanza semplice. Siccome l'attuale ottimismo dei governanti europei è insostenibile, siccome l'alternativa che va prendendo forma è quella del rifiuto dell'euro e dell'Unione, occorre scegliere una terza via, quella che dovrà portare agli Stati Uniti d'Europa. Una formula non utilizzata apertamente, ma che sarebbe l'inevitabile sbocco dell'unione politica di tipo federale che viene auspicata.

Spinelli non è stupida, e dunque non nega la questione della sovranità.

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Riflessioni sulla "Unione Bancaria"*

Tra principi costituzionali inviolabili e ordoliberismo finanziario

Quarantotto

1- La costituzione e l'obbligo programmatico, indeclinabile, di tutela del risparmio come corollario del principio redistributivo della tutela del lavoro.

L’avanzamento della trattativa sulla c.d. “Unione bancaria” impone alcune precisazioni di tipo sia economico che costituzionale.

Cominciamo a inquadrare la materia sul piano costituzionale.

Cercherò di farla semplice, ma semplice non è…più: e ciò a causa del violento sovrapporsi di 30 anni di teoria e pratica del “vincolo esterno” alle chiare enunciazioni del Costituente.

L’articolo 47, primo comma, infatti stabilisce il principio secondo cui “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, in tutte le sue forme, disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. In questa enunciazione viene racchiuso il valore prioritario, sul piano economico e sociale, attribuito dalla Costituzione al risparmio: infatti, sebbene ciò appaia attualmente caduto in un inspiegabile “oblio”, la Repubblica si impegna a tutelarlo “in tutte le sue forme”, vale a dire in tutti i modi possibili affinché la parte non consumata del reddito - chè tale è il risparmio-, da parte dei cittadini, produca a sua volta nuova ricchezza.

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Digressioni

Sei Premi Nobel (P.Krugman, M.Friedman, J.Stigliz, A.Sen, J.Mirrless, C.Pissarides): “l’Euro e’ una patacca” Sei Premi Nobel per l’economia, di diverse ideologie, ci dicono tutti la stessa cosa: l’Euro e’ una patacca insostenibile. Gli ultimi due ad aggiungersi alla lista di Nobel che sostengono cio’ sono James Mirrless e Christopher Pissarides. Tra un po’ rischiamo di perdere il conto.   

Partiamo da Paul Krugman che ci spiega perche’ “L’euro è campato in aria”:

 … penso che l’euro fosse un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica. Ma una volta abbandonate le valute nazionali avete perso moltissimo in flessibilità. Non è facile rimediare alla perdita di margini di manovra. In caso di crisi circoscritta esistono due rimedi: la mobilità della manodopera per compensare la perdita di attività e soprattutto l’integrazione fiscale per ripianare la perdita di entrate. Da questa prospettiva, l’Europa era molto meno adatta alla moneta unica rispetto agli Stati Uniti. Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo. Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi. Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così.

…l’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea. … Ricordiamoci però una cosa: l’Europa non è in declino. È un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio.

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L'Italia ha sufficienti risorse culturali per uscire dalla crisi?

di Quarantotto

Mi pare sempre più evidente che ormai l'andamento della crisi sia puramente inerziale. E, per lo stesso motivo, le sue stesse conseguenze si manifestano in modo meccanicistico.

Un moto uniformemente accelerato che non muterà a meno che non intervenga una forza-vettore "esterna", in senso divaricato e con effetti tanto più imprevedibili quanto più tale moto avrà sviluppato la sua crescente forza cinetica.

Facciamo un esempio; parlando con un esponente di una parte politica che non esclude una posizione anti-euro, mi sono imbattuto nella simultanea pervicace idea che tagliando la spesa pubblica, presunta per la maggior parte come "improduttiva" (l'esempio fatto era quello dei 30.000 -?- forestali calabresi), si potevano tagliare le tasse e rilanciare l'economia.

Al che obietto che: 

a) tagliare le tasse si può fare anche senza tagliare la spesa pubblica, basta avere la piena sovranità, monetaria e fiscale, conforme a Costituzione;

b) il taglio della spesa pubblica, per effetto del suo moltiplicatore (pressocchè doppio di quello dei tagli dell'imposizione tributaria) è più recessivo e non viene compensato dalla simultanea ed equivalente riduzione fiscale;

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J’accuse! L’Europa è morta  il 22 settembre

Lelio Demichelis

J’accuse! Ma a differenza di Zola – che si rivolgeva al presidente francese – noi non possiamo rivolgerci a presidenti come Barroso, Angela Merkel o Mario Draghi, perché non sono super partes come poteva essere Félix Faure ma anzi, e peggio, sono loro gli autori diretti di un’autentica e deliberata ingiustizia.

Di più: di un autentico crimine economico e sociale (oltre che intellettuale) compiuto contro l’Europa come ideale e contro l’umanità di milioni di europei oggi impoveriti e con aspettative di qualità della vita (individuale e sociale, politica ed economica) drammaticamente decrescenti. Tutto questo mentre vi erano (e vi sono) alternative decisamente migliori rispetto alle politiche (antipolitiche e antisociali) fin qui adottate dall’Europa. E se non sono state adottate, è perché l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza. Il crimine – da loro compiuto con ostinatissima determinazione e ideologica premeditazione (con dolo) – è di aver fatto morire ancora di più l’Europa (che già non stava troppo bene) e i suoi valori di solidarietà, socialità, uguaglianza, libertà e fraternità, e di ricerca di un virtuoso essere-in-comune.

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Con Tsipras, per una lista di cittadinanza europea

di Alfonso Gianni

Dalla crisi nella quale siamo immersi non si può uscire né con brodini caldi (come punta a fare la finanziaria in discussione in Parlamento), né con il nuovo piano di dismissioni e privatizzazioni annunciato dal governo. Occorre rimettere in discussione i trattati europei: ecco perché le prossime elezioni per il rinnovo del parlamento Ue sono così importanti.

Con la legge di stabilità (ex legge finanziaria) attualmente in discussione alla Camera sono entrate in vigore le ultime norme che la governance europea si è recentemente data, derivanti dal Trattato detto Two pack. Nella fattispecie esse consistono nel fatto che il testo della legge di stabilità, prima ancora di essere messo in discussione dai singoli parlamenti, deve ricevere una supervisione dagli organismi europei, i quali hanno il potere di entrare nel merito per verificare se la legge proposta è congrua con gli obiettivi di riduzione del debito che la Ue si è data. In caso contrario il governo è invitato da apporre le correzioni “suggerite” dalla Commissione europea. Solo dopo interverrà il Parlamento.

E’ evidente che siamo di fronte ad un ulteriore passo verso il rafforzamento in senso a-democratico degli organi di governo della Ue.

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mauro poggi

MES: il metodo e la follia

Mauro Poggi

In un recente storify Claudio Borghi rammenta, con giustificata irritazione, l’esistenza di un’entità europea chiamata  MES.

A dire il vero non sono sicuro che il verbo “rammentare” sia l’espressione più adeguata: si può rammentare solo qualcosa che già si conosce, e il MES – per la maggior parte di noi – è solo uno dei tanti acronimi di cui l’Europa è prodiga e di cui si ignora il significato. Insieme a LTRO, LFSF, Fiscal-compact, Two-packs, Eurogendfor e altri ancora, è solo uno dei tanti lemmi della neo-lingua europea,  bizzarrie tecno-burocratiche, complicate ma in apparenza sostanzialmente innocue, davanti a cui il cittadino medio si ritrae pigramente, convinto che le cose importanti sono altrove. Una convinzione che i media assecondano con zelo, e contro la quale si levano solo le voci del web, che per loro natura non possono mai arrivare al “grande pubblico”.

Probabilmente “Fondo salva-stati” suonerebbe più familiare, ma il lodevole scopo che l’espressione sottintende è tale da indurre chiunque a darlo per assodato e a non indagare oltre. A chi non sta bene che gli stati vengano salvati?

Riepilogo allora per i più distratti.

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one euro

Ma è possibile uscire dall'euro e adottare in Italia
le politiche della Modern Monetary Theory?

by Elido Fazi

Ringrazio Ricky che mi ha segnalato il manifesto “Non Eravamo i PIIGS. Torneremo Italia”. Il documento, preparato dagli economisti Warren Mosler (uno dei più conosciuti fautori della Moderna Teoria Monetaria), Mathew Forstater, Alain Parguez e il giornalista eretico italiano Paolo Barnard, propone un ritorno unilaterale dell’Italia alla lira e una messa in pratica nel nostro paese delle tesi della scuola economica che si rifà alla Modern Monetary Theory (MMT). Dirigo, insieme al teologo Vito Mancuso, una collana di teologia che si chiama “Campo dei Fiori” in onore di Giordano Bruno. Ho simpatia per gli eretici come Barnard, anche se su molti punti, alcuni cruciali, non sono d’accordo con lui. Ma devo riconoscergli che, al contrario di molti altri, lui cerca di andare oltre i soliti conformistici articoli sulla crisi che leggiamo troppo spesso sui giornali italiani (e anche su quelli stranieri).

Poiché la tesi dell’uscita della lira dall’Euro è legata alle teorie della Moderna Teoria Monetaria, bisogna cercare di capire che cos’è quest’ultima, portata avanti soprattutto dalla sinistra del Partito Democratico americano (tra i suoi più accesi sostenitori c’è l’economista James K. Galbraith, docente di Scienza delle Finanze all’università del Texas, figlio del celebre economista John Kenneth Galbraith, il più grande studioso della crisi del ’29, consigliere, non si sa se ascoltato o meno, di Barack Obama).

Essendo una teoria propugnata da quella parte della sinistra americana che si è battuta affinché fosse eletta Janet Yellen alla guida della Federal Reserve (a proposito, c’è qualcuno che ha capito il sacro mistero del perché Obama preferisse Lawrence Summers, noto trafficante di Wall Street, consulente di hedge fund, ispiratore della nefasta politica di deregulation sotto la presidenza Clinton, alla Yellen, che ha sempre lavorato nel pubblico e a Wall Street non ha mai messo piede?),

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E adesso, povero euro?

Mimmo Porcaro

Lasciamolo dire al Sole 24 ore, un giornale che per la sua funzione non può permettersi di raccontare troppe frottole: “Chi si illudeva che il ritorno dei socialdemocratici al governo avrebbe ammorbidito le politiche di rigore di Angela Merkel si ritrova smentito su tutta la linea: niente allentamenti, né mutualizzazione dei debiti, né solidarietà finanziaria Ue nell’unione bancaria se non come ultimissima spiaggia. Silenzio sulla crescita europea (che non c’è). Invece contratti Ue vincolanti sulle riforme degli altri”. Così Adriana Cerretelli, addì 28 novembre.

Capito? Il PD ha sempre saputo che le cose sarebbero andate così, e farà finta che sia ancora possibile ottenere, assieme al rigore, la sospirata crescita. Non si tratta di illusioni, si tratta di fare il proprio mestiere, che è, per il PD, quello di tenere i lavoratori italiani dentro la gabbia del capitalismo euroatlantico. Ma che dire della sinistra sedicente radicale, che ancora continua a coltivare speranze analoghe? “Beh – mi si risponderà – ma noi non speriamo certo nel rinsavimento della Merkel, contiamo piuttosto sulla lotta dei lavoratori europei…” . Appunto: se la Grosse Koalition tra socialdemocratici e conservatori è tirchia sull’Europa, è invece più generosa sul fronte interno.

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L'Italia e la trappola della produttività

di Paolo Pini

La stagnazione della produttività è all'origine della crisi italiana. Ma l'intervento della legge di stabilità sul cuneo fiscale non servirà a rilanciarla

GLI STATI UNITI SI TROVANO IN UNA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITASon passate quasi due settimane da quando la Commissione Europea ha sostanzialmente, anche se non formalmente, bocciato la Legge di Stabilità (LS) proposta dal governo Letta. Semaforo arancione dalla Commissione.

Per rispondere alle obiezioni della Commissione, il governo italiano ha argomentato che altri interventi sono in programma per ridurre il debito, e che si impegna a tradurre i programmi in azioni concrete entro le scadenze previste, senza comunque modificare i saldi della LS inviata al Parlamento italiano ed alla Commissione Europea.

Il governo Letta cerca di inviare un segnale nelle intenzioni forte alla Commissione europea per garantire che l’Italia rispetterà i vincoli posti dai Trattati e loro modifiche recenti 2011-2012, quegli stessi vincoli che hanno bloccato l’Europa dopo la flebile ripresa del 2010 e che l’hanno gettata nella depressione di una durata, sinora, di 6 anni, dal 2008 al 2013. Non vi sono azioni particolari che il governo avanza per modificare nella direzione di crescita ed occupazione la LS proposta, la quale nei saldi rimane immutata, mentre nella composizione è oggetto di negoziazioni parlamentari il cui esito sarà tutto da verificare alla scadenza della approvazione finale dei due rami del Parlamento.

È evidente che questi interventi hanno un unico scopo, quello di cercare di soddisfare i tecnocrati europei che richiedono il rispetto dei vincoli che sono stati imposti con i Trattati e le loro recenti revisioni, Six Pack e Two Pack.

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Il surplus tedesco e gli squilibri europei

di Domenico Mario Nuti

I paesi debitori sono stati forzati ad adottare misure di austerità, mentre i surplus tedeschi hanno contribuito a tenere depressa l’economia mondiale

Il 30 ottobre l’Office of International Affairs del Tesoro statunitense ha pubblicato il suo solito semestrale Report to Congress on “International Economic and Exchange Rate Policies”, in consultazione con il Board of Governors della Fed e la direzione e funzionari dell’Imf. Di solito il Report è un’occasione per attaccare la Cina sulla sottovalutazione del renmimbi, e questa volta non fa eccezione: “Il RMB è andato apprezzandosi su una base ponderata con le quote commerciali [del 6,6% su base effettiva reale], ma non così rapidamente e così tanto come occorrerebbe [un 5-10% addizionale]”. Ma il Report contiene inoltre una critica vigorosa della Germania per il suo surplus commerciale a livelli record, che viene considerato un freno per la ripresa dei paesi dell’Eurozona che fronteggiano un corrispondente deficit commerciale, e per lo sviluppo mondiale.

Fra i Key Findings del Rapporto (p.3):

“Nell’ambito dell’Eurozona, paesi con surplus commerciali ampi e persistenti devono agire per stimolare lo sviluppo della domanda interna e ridurre i loro surplus. La Germania ha mantenuto un ampio surplus di conto corrente durante tutta la crisi finanziaria dell’area dell’euro, e nel 2012 il surplus nominale di conto corrente della Germania era maggiore di quello della Cina.

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lavoro culturale

La nostra impotenza contemporanea

di Alain Badiou

Nel continuare a dare spazio al tema della crisi, dopo l’intervista a Giorgio Agamben sull’Europa, pubblichiamo parte dell’intervento di Alain Badiou alla conferenza “Le symptôma grec”, tenutasi presso l’Università di Parigi 8 e all’École Normale Supérieure dal 18 al 20 gennaio 2013. Gli interventi della conferenza sono stati raccolti in un dossier speciale dalla rivista Radical Philosophy intitolato “Il sintomo greco: debito, crisi e la crisi della sinistra”. La traduzione del testo è di Nicola Perugini.

Voglio iniziare con una sensazione, un sentimento, forse personale, forse ingiustificato, ma che ad ogni modo sento, viste le informazioni di cui dispongo: una sensazione di generica impotenza politica. Ciò che sta accadendo in Grecia è una sorta di concentrato di questa sensazione.

Ovviamente il coraggio e la creatività tattica dei dimostranti progressisti e anti-fascisti sono motivo di entusiasmo. Queste sono cose veramente importanti. Sono cose nuove? Niente affatto. Esse sono gli elementi invariabili di ogni vero movimento di massa: egualitarismo, democrazia di massa, invenzione di slogan, coraggio, velocità di reazione… Sono cose che abbiamo visto, con la stessa energia – un’energia gioiosa e sempre un po’ ansiosa – nel Maggio del 1968 in Francia. Le abbiamo viste più recentemente a Piazza Tahrir, in Egitto. Sicuramente esse dovevano essere all’opera anche ai tempi di Spartaco o di Thomas Münzer.

Ma proviamo a muoverci, provvisoriamente, da un altro punto di partenza.

La Grecia è un paese con una storia molto lunga e dal significato universale. Un paese la cui resistenza a varie oppressioni e occupazioni che si sono susseguite è dotata di particolare intensità storica. Un paese in cui il movimento comunista, anche nella forma della lotta armata, è stato particolarmente potente. Un paese in cui, ancora oggi, i giovani danno l’esempio sostenendo rivolte di massa e tenaci.