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Angolature di nazionalismo

Prodi, il sogno europeo e il nemico americano

Alessandro Visalli

Vittorio Corcos Sogni SIDCUn titolo provocatorio, lo ammetto. Ma vero.

Partirò dal commento ad una intervista a Theodore Roosevelt Malloch, un politologo americano che insegna alla Henley Business School (già Oxford University) ed è il candidato più probabile alla carica di ambasciatore USA presso Bruxelles. Si tratta di una intervista, dunque, in qualche modo programmatica e volta a catturare il consenso della nuova amministrazione.

Quindi ascolteremo una presentazione, in conferenza con l’economista Emiliano Brancaccio, dell’ex Presidente della Commissione Europea (ed ex Premier) Romano Prodi.

Il possibile futuro ambasciatore in sostanza pronuncia dieci enunciati davvero significativi:

1-     “che il progetto di integrazione europea sia un disastro dovrebbe ormai essere cosa nota a tutti. Una cosa del genere non avrebbe mai trovato l’avvallo né di Churchill né di Roosevelt”.

2-     “Per molto tempo, a partire da Dulles, il Dipartimento di Stato è stato dell’avviso che la strada migliore per assicurare la pace in Europa fosse di unificarla. Al centro di questo ragionamento vi era la relazione Francia-Germania” MA “È sensato perseguire questa politica dopo il trattato di Maastricht del 1992 e quelli successivi? Oppure esistono errori di fondo in una tale logica integrazionistica, come spiegato da personaggi come Lord Dahrendorf [ad esempio qui] e molti altri ancora?”

3-     “USA e UK, di questo ne siamo coscienti, sono diversi dal resto dell’Europa: noi crediamo nella democrazia e nella trasparenza, mentre l’UE è intrinsecamente anti-democratica ed opaca”.

4-     “Nonostante il nostro generoso contributo allo sviluppo post-bellico ed alla democrazia in Europa, per non parlare dell’onerosa difesa militare, l’anti-americanismo è oggi preponderante in Europa. Perché? Perché tanta ingratitudine da parte degli Europei e delle loro istituzioni? La risposta risiede nel risentimento europeo verso la potenza americana. Credetemi, l’anti-americanismo in Europa non è un’idea astratta, né è limitata ai ‘soliti noti’ di sinistra. Pervade tutta la cultura ed il processo decisionale dell’Unione europea”.

5-     “Gli interessi americani sono ulteriormente minati dalle molteplici contraddizioni interne intrinseche all’UE – sociali, economiche e politiche, che pregiudicano i valori ed i fini degli USA. Fra queste [contraddizioni], l’Euro, una moneta sbagliata, è di gran lunga la più grave. L’Euro offre scarse protezioni contro gli shock economici e si affida a trasferimenti fiscali a livello dell’Unione per appianare gli squilibri economici, che sono numerosi. Queste non sono che mezze misure per le economie che compongono l’UE”. “L’incongruenza di base della filosofia neo-funzionalista su cui si fonda l’UE sta nella premessa che l’integrazione politica si può raggiungere tramite l’integrazione economica. Una premessa profondamente sbagliata, aggravata ulteriormente dal ritmo forzato di tale integrazione”.

6-     “Per di più, come dimostrato dall’ex capo economista della Banca Mondiale Joseph Stiglitz, (si veda: The Euro and Its Threat to Europe), [l’Euro] ha spostato l’ago della bilancia a favore della Germania. L’avanzo delle partite correnti della Germania ammonta pesantemente all’otto percento del PIL, imponendo una tendenza deflattiva su tutta l’Eurozona”.

7-     “Questa tendenza va considerata per quello che è. È deleteria per gli affari, gli investimenti e la sicurezza americani, e finisce col tradursi in una regolamentazione eccessiva, una bassa crescita, alti livelli di disoccupazione e di rigidità strutturale”.

8-     In conclusione “l’Unione europea è ormai un organismo anti-democratico, intasato dalla burocrazia e da un dilagante anti-americanismo”.

9-     “La cura per la catastrofe europea è un’autentica democrazia – un governo del popolo e non di burocrati non eletti travestiti da esperti. I commissari europei non sono eletti e non devono rendere conto a nessun parlamento Queste élite globaliste con le loro annesse sovrastrutture sono distaccate dal popolo e dunque totalmente anti-europee”. Quindi “se i governi europei sostengono di condividere i valori di democrazia e libertà, che li si metta alla prova. Sottopongano la UE a referendum in tutti i paesi membri”.

10- “L’amministrazione Trump ha spiegato fermamente ed a chiare lettere che l’America non è più interessata all’integrazione europea nelle sue modalità correnti. Di fatto, potrebbe anche decidere di appoggiare un’inversione rispetto alla sempre più accelerata traiettoria verso un modello socialista e protezionista di Stati Uniti d’Europa”… “Badate bene: l’architettura globale è in evoluzione, e si sta muovendo in direzione di una maggior fiducia negli stati nazionali sovrani piuttosto che in blocchi integrati o entità sovranazionali”.

Dunque, riassumendo: il progetto di integrazione europea, da Maastricht in poi, è “un disastro”, protezionista verso l’esterno (si riferisce alla microregolazione, agli standard, all’antitrust ed agli aiuti ai prodotti europei, ad esempio nell’agricoltura) e burocratica verso l’interno. Questo progetto è essenzialmente anti-democratico. Inoltre è ispirato da un profondo risentimento verso il potere americano che informa di sé “tutta la cultura ed il processo decisionale dell’Unione Europea”. Ad aggravare tale condizione interviene l’Euro, una “moneta sbagliata”, che nasce dall’errore di pensare che l’integrazione politica può nascere da quella economica [che, invece, provoca divergenza, come si vede benissimo e molti dicevano da tempo, es Kaldor e Myrdal]. Tutto ciò provoca un vantaggio essenziale alla Germania che impone una tendenza deflattiva all’eurozona con il suo avanzo delle partite correnti. Il processo porta dunque “regolamentazione eccessiva, una bassa crescita, alti livelli di disoccupazione e di rigidità strutturale”.

L’America, che pure ha voluto unificare l’Europa, non è più interessata all’integrazione ulteriore. In linea con una “maggior fiducia negli Stati nazionali sovrani”, che la caratterizza, la nuova amministrazione “potrebbe anche decidere di appoggiare un’inversione rispetto alla sempre più accelerata traiettoria verso un modello socialista e protezionista di Stati Uniti d’Europa”.

E’ strano come vista da fuori una costruzione possa apparire diversa di come è rappresentata da dentro.

Gli americani leggono quello europeo come un “modello protezionista”, e fondamentalmente “anti-americano”.

Quanto c’è di plausibile in questa lettura?

Nella conferenza citata, appena un paio di giorni fa, Romano Prodi si presenta al suo uditorio (per lo più studenti di economia) come una sorta di chierico errante che va in giro a presentare l'Europa. E quindi fa un discorso di una quarantina di minuti a degli studenti sul progetto europeo.

Questo discorso è interessante, nella sua sintesi, perché, in sostanza, presenta se si ascolta con attenzione la vera ragione forte per il processo di costruzione europea: dominare il mondo. Secondo quanto tra le righe dice il professore, ma nella replica (min 1.45.00)  chiarisce di pensare “pro-fon-da-men-te” che la questione è di farsi rispettare da USA e Cina per poter dettare le regole del mondo futuro. A questo obiettivo chiaramente ogni altro interesse va sottomesso, ogni forza deve essere funzionalizzata.

Non è affatto difficile rintracciare, Malloch ha ragione, nei discorsi e nei testi europei questa profonda ispirazione; quanto sia il riflesso di una falsa coscienza potrebbe essere una domanda legittima ma complessa. Se questa volontà di potenza imperiale esercitata in proprio (e non come socio minore dell’egemone americano) sia un progetto o l’interiorizzazione per lungo uso di una retorica esercitata come velo agli interessi di gruppo (delle tecnocrazie), di classe (di alcuni network ben radicati nel sistema bancario-industriale) e nazionali (di alcuni paesi infra-egemoni), è difficile concluderlo ma lecito sospettarlo.

Malgrado l’assoluta mancanza di mezzi (in primis militari) e il probabile esercizio di “falsa coscienza” si tratta comunque di una hybris propriamente imperiale, ma completamente travestita da retorica universalista. Quello di Prodi è uno strano discorso, a ben ascoltare: un insieme di nazionalismo in grande taglia (un discorso di mera affermazione e potenza) e di universalismo utopico-idealista incorporante una filosofia della storia di derivazione illuminista.

Ma un nazionalismo è tale anche quando si esercita ad una scala più ampia. Anche quando per affermarsi deve passare sopra le nazioni esistenti (come fece il nazionalismo italiano, che ha molto in comune, quando si affermò sopra nazioni che avevano secoli di vita, una delle quali era l’unità statuale territoriale più antica dì’Europa). E certo è parte del nazionalismo una componente di razzismo e di rifiuto del riconoscimento rivolto alle unità minori che si sceglie di non riconoscere. Visto dal lato di queste, di autorazzismo. I discorso di Prodi insiste spesso su questo concetto: siamo inadeguati, incapaci di stare al mondo, deboli e anche un poco sbagliati, abbiamo bisogno di unirci per trasformarci e diventare forti.

Ma una forza fatta quasi interamente di soft power, di attrazione e persuasione, mentre il potere economico della finanza è interamente anglo-americano (al netto del molto sopravvalutato potere cinese, cui Prodi si riferisce), quello dell’industria vede una forte presenza tedesca, ma innervata da elementi di fragilità non affrontati (come esempio si può leggere questo intervento di Berger), e nell’assenza più totale del potere militare e della capacità di azione politica. Una simile forza è sostanzialmente un auto-inganno.

Ma resta, malgrado ciò, il più potente veicolo della strana carovana che da una ventina di anni si incammina verso la distopia di Hayek, fingendo di voler invece produrre una società, progressivamente sempre più unita, in cui fraternità, eguaglianza e libertà possano trovarsi finalmente insieme (il quarto progetto della carrozza europea, attivamente sbandierato da generosi quanto improvvidi e spesso inconsapevoli utopisti).

Insomma, si propone una autoaffermazione nazionale (di una nazione non esistente) a spese delle nazioni esistenti, giudicate deboli ed imbelli, per affermare il primo progetto (“una potenziale superpotenza imperiale in un mondo tripolare”), quando di fatto, come mostra l’ambasciatore, si sta lavorando entro il secondo (“un’area a ridotta statualità politica democratica, nella quale l’utopia del mercato libero possa trovare luogo”), prevedendo anche la difesa verso l’esterno.  

Invece di promuovere il terzo progetto, quello più sensato (“un luogo dei popoli, in cui possa dispiegarsi, rispettosamente gli uni verso gli altri, la vocazione alla identità nella differenza delle diverse tradizioni”) quello del nazionalismo europeo è, insomma, sostanzialmente un programma di guerra, non di pace, un disegno di potenza ostile verso il resto del mondo.

Il resto del mondo se ne avvede.

Ma, nel segno della “falsa coscienza” è un progetto che viene vestito con le più graziose ed accettabili vesti di una missione universale (come, del resto, dai romani in poi è sempre stato proprio di ogni disegno imperiale espansivo). Inoltre, come accade ad ogni nazionalismo, anche questo, europeo, ha dei sacrificati, qualche minoranza che deve diventare subalterna e portare le proprie risorse nella cassa comune, in favore del “core” dominante.

E come accade ad ogni nazionalismo tutto ciò è sepolto sotto molti strati di retorica, perché i perdenti non se ne accorgano (in questo caso siamo noi). E' successo esattamente lo stesso in tutte le unificazioni ottocentesche, in Italia, in Germania, in USA (che parte nel settecento ma arriva a compimento a metà dell'ottocento). 

Certo, il sangue c’è sempre in ogni cosa umana, e nessun progetto può prescindere dal fatto del potere, dall’importanza della forza. Ma qui il sangue è venduto come vernice biologica ecocompatibile. Ciò è inaccettabile.


Anche la scelta dell'Euro ci viene da prodi presentata come il modo di far affermare l'Europa nel mondo. Si è trattato, in effetti, di una delle principali linee di giustificazione ed ha una sua forza interna, ma bisognerebbe capire meglio cosa designa in questo caso il termine “Europa”; cioè chi si afferma nel mondo?

Ovviamente si afferma il capitale europeo, ma quale; di chi? Potrebbe non essere per tutti esattamente la stessa cosa, se per affermarsi il capitale deve prima unificarsi sotto il cappello del sistema finanziario-industriale integrato del nord Europa. Se il progetto è di avere un solo centro e molte marche di confine del tutto marginali e subalterne. Potrebbe non essere la stessa cosa per noi.


Ancora prima, anche per l'allargamento ad est (l'altra grande scelta strutturante il mondo nel quale oggi viviamo) la linea di giustificazione di Prodi è in due linee:

-        la prima parla de “il treno della storia [che] passa, passa una volta sola”;

-        la seconda ricorda (“pensate se tutto l'est fosse l'Ucraina” cioè contendibile con il rivale russo) l'allargamento come esportazione di democrazia (ovvero, di nuovo, come allargamento imperiale). Come un “grande strappo della storia”, grazie al quale abbiamo “pacificato”, tutto il nostro continente... Si sente un tono, in questo parlare che sarebbe degno di Tacito. 

Ecco a cosa è stato sacrificato l'interesse dei lavoratori e delle 'classi subalterne' dell'Europa tutta ed in particolare dell'Europa non “core”.

Classi “subalterne”, però, che smettono di essere tali quando si rendono conto di essere maggioranza, ma allora arriva Trump, arriva il Brexi, arriva il referendum del 4 dicembre,

arriva…. 

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