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ilponte

Le dame, i cavallier, l’euro e la Nato

di Lanfranco Binni

CuriaziL’ironia della storia ha voluto che i ventisette congiurati “europei” delle Idi di marzo si trovassero installati in una sala particolare del Palazzo dei Conservatori, in Campidoglio: la sala degli Orazi e dei Curiazi, affrescata dal Cavalier d’Arpino all’inizio del Seicento sul tema maschio della forza militare di Roma che afferma con astuzia la sua supremazia sul nemico di turno, gli sprovveduti Curiazi di Alba Longa. La corsa degli Orazi e dei Curiazi fu giocata sulla velocità, e chi si fermò fu ammazzato (il tema si tradurrà nel «Chi si ferma è perduto» dell’italica retorica fascista e delle sue declinazioni successive, fino al «correre!» e «vincere!» del bullo di Rignano; in questo caso gli Orazi sono stati gli elettori del 4 dicembre). I congiurati delle Idi di marzo del 44 a. C. pugnalarono Cesare per difendere la tradizionale oligarchia e scongiurare l’autocrazia di un unico despota. Il gioco, presentato a patrizi e plebei come difesa della libertà della Repubblica, era truccato. In uno straordinario cortocircuito storico i congiurati di un’Unione europea divisa ma arroccata in difesa mentre i “barbari” premono ai confini, e il nemico è anche interno (popoli maledetti, tutti “populisti” quando non stanno al gioco), e i mercati sono contesi da pericolosi competitors della globalizzazione di un capitalismo i cui assetti produttivi tradizionali (occidentali) sono in coma, hanno fatto appello all’unità dell’oligarchia europea, alle diverse velocità delle economie finanziarie forti e dei gregari deboli in una corsa che trova il suo unico obiettivo strategico di medio termine nella «difesa comune» della fortezza assediata. Nella loro Dichiarazione congiunta del 25 marzo definiscono «difesa» pratiche di guerra, e i nemici principali sono l’impero russo e la globalizzazione diversa della Cina, e la crescente pressione migratoria dalle aree devastate del Medio Oriente e dell’Africa.

Il giorno prima (24 marzo) e il giorno dopo (26 marzo)

Il giorno prima dello spettacolino romano, con foto di gruppo e battute goliardiche, si è conclusa, sul fronte sud dell’Europa, di fronte alle coste mediterranee della Sicilia, l’esercitazione navale Nato «Dynamic Manta 2017», con la partecipazione delle marine militari di Stati Uniti, Canada, Italia, Francia, Spagna, Grecia e Turchia, nell’area strategica del «Comando della forza congiunta alleata» il cui quartier generale ha sede a Napoli; l’Italia, oltre a partecipare con proprie unità, svolge da tempo un ruolo logistico fondamentale (porti di Augusta e Catania, stazione Muos di Niscemi, base aeronavale di Sigonella, poligono di Pachino «in uso esclusivo agli Stati Uniti»).

Il giorno dopo, il 26 marzo, con straordinario tempismo e magica capacità organizzativa, si svolgono a Mosca e in numerose altre città della Russia manifestazioni contro la «corruzione» dell’establishment e in nome dei diritti umani. La repressione delle manifestazioni e l’arresto a Mosca del suo organizzatore, Alexey Navalny, provocano un’immediata condanna del Dipartimento di Stato Usa, dell’Unione europea, e una mobilitazione dei media del “mondo libero”. Ma chi è Navaly? Ce lo spiega Manlio Dinucci (Navalny, un democratico “made in Usa”, «il manifesto», 28 marzo), sempre bene informato sulle strategie geo-politiche del dominio occidentale: è stato selezionato dal «Green World Fellows Program» creato nel 2002, che ogni anno seleziona 16 allievi su scala mondiale per farne «leader globali» (attualmente ce ne sono 291, attivi in 87 paesi); con questo ruolo è stato formato all’Università statunitense di Yale; co-fondatore del movimento «Alternativa democratica» è finanziato dalla «National Endowment for Democracy (Ned)», «potente fondazione privata non-profit statunitense che con fondi forniti anche dal Congresso finanzia, apertamente o sottobanco, migliaia di organizzazioni non-governative in oltre 90 paesi per “far avanzare la democrazia”. La Ned, una delle succursali della Cia per le operazioni coperte, è stata ed è particolarmente attiva in Ucraina. Qui ha sostenuto (secondo quanto scrive) “la Rivoluzione di Maidan che ha abbattuto un governo corrotto che impediva la democrazia”. […] La tecnica, ormai consolidata, è quella delle “rivoluzioni arancioni”: far leva su casi veri o inventati di corruzione e su altre cause di malcontento per fomentare una ribellione anti-governativa, così da indebolire lo Stato dall’interno mentre dall’esterno cresce su di esso la pressione militare, politica ed economica. In tale quadro si inserisce l’attività di Alexei Navalny, specializzatosi a Yale quale avvocato difensore dei deboli di fronte ai soprusi dei potenti». Così iniziò il colpo di Stato in Ucraina, così la disgregazione della Siria e la guerra civile da cui nacque il cosiddetto Stato islamico. La tecnica, come scrive Dinucci, è consolidata, e il copione si ripete.

Con il solito pretesto delle esercitazioni Nato, sul fronte orientale (Ucraina, Polonia, Paesi baltici) continuano a concentrarsi truppe e armamenti europei e statunitensi; la Polonia ha firmato la Dichiarazione di Roma del 25 marzo solo dopo aver ricevuto precise rassicurazioni sulla copertura nucleare dei suoi confini con la Russia. È evidente che quando il neopresidente degli Stati Uniti ha parlato di una Nato «obsoleta» non si riferiva a una prospettiva di disimpegno militare dai teatri di guerra, quanto piuttosto a un impegno rafforzato, con la richiesta di maggiori investimenti da parte degli alleati (un incremento delle spese militari fino al 2% del Pil).

L’Italia svolge un ruolo non secondario nelle strategie militari della Nato e dell’Unione europea. Non più semplice portaerei americana per le operazioni in Medio Oriente, dagli anni novanta del Novecento ha assunto un ruolo sempre più attivo nei più diversi scenari di guerra, dall’Iraq alla Somalia, alla Jugoslavia, all’Afghanistan, al Mali, alla Libia. Attualmente l’Italia è impegnata in 30 missioni militari in 20 paesi. Il Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa presentato il 10 febbraio di quest’anno dal Consiglio dei ministri parla di un paese che si avvia a diventare una potenza militare in grado di intervenire in qualunque area del mondo, ovunque siano in gioco «interessi nazionali», strategici ed economici. Si spendono ogni anno 23 miliardi (1,18% del Pil, ma con la prospettiva di arrivare rapidamente al 2%), si centralizzano le catene di comando con l’ambizione di istituire un Pentagono italiano su modello statunitense (un’unica struttura di vertice per tutte le forze armate), si concorda l’installazione di bombe nucleari di nuova generazione nelle basi Usa di Aviano e Ghedi Torre, si condivide il boicottaggio statunitense dei negoziati Onu per il disarmo nucleare. Ai professionisti della guerra, oltre a un buon posto di lavoro in tempi di disoccupazione giovanile, una grande opportunità che farà loro girare il mondo, una sorta di Erasmus in armi, si affida perfino un compito speciale a uso interno: la «salvaguardia delle libere istituzioni»; così recita un disegno di legge del Pd che dovrà attuare le implicazioni del Libro bianco. Il governo dunque non solo non «ripudia la guerra», tradendo la Costituzione, non solo viola il «Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari» ratificato nel 1975, ma persegue politiche di guerra in stretta complicità con l’industria militare che è definita nel Libro bianco un «pilastro del sistema paese», perché contribuisce «attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», e crea «posti di lavoro qualificati». E non a caso il disegno di legge del Pd apre la struttura di comando del progettato Pentagono italico alle «professionalità» degli imprenditori privati delle lobbies dell’industria militare.

Non dobbiamo stupirci se di queste cose si parla poco sui media e anche in Parlamento, mentre imperversa la propaganda sulle magnifiche sorti e progressive del militarismo, del ruolo internazionale dell’Italia e degli interessi nazionali da perseguire in terra, in mare e in cielo, in qualunque latitudine. Le operazioni all’estero sono «missioni di pace», e grazie all’Unione europea siamo in pace da sessant’anni. La disgregazione militare della Jugoslavia all’interno dell’area europea e l’aggressione neocoloniale all’Iraq segnarono la nuova fase di un interventismo militarista occidentale che si è esteso nel tempo, nel «nuovo ordine mondiale» seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. I disastri successivi, in un intreccio infernale tra neocolonialismo, neoliberismo e terrorismo, hanno prodotto lo scenario geo-politico attuale. Non c’era nulla da celebrare il 25 marzo a Roma. L’Unione europea «di Ventotene» non è mai nata, non è mai iniziato quel processo di «Stati Uniti d’Europa» che immaginavano gli europeisti antifascisti del dopoguerra, e il tema, fin dai «Trattati di Roma» del 1957 (un anno dopo l’intervento sovietico in Ungheria), è stato retoricamente utilizzato per costruire un’area di «libero mercato» al servizio delle economie del Nord e delle strategie statunitensi. Il discorso sulle due o più velocità (nell’economia e nella geo-politica) in una situazione di crisi strutturale del capitalismo sancisce la fine di ogni disegno unitario europeista: l’euro è il marco tedesco, contro le migrazioni provocate dal modello di sviluppo occidentale si alzano muri, barriere di filo spinato e campi di concentramento, le oligarchie nazionali si arroccano e militarizzano le società, i paesi deboli dell’Europa meridionale sono strangolati e ricattati dai paesi del Nord, le sovranità nazionali sono espropriate, sono svuotate le istituzioni parlamentari, le elezioni sono un pericolo da contenere, le ondate di razzismo e xenofobia sono amplificate dalla propaganda dei media, il terrorismo reale e presunto è un utile veleno antisociale, a imprigionare le popolazioni nella paura del diverso e del nemico. Barbara Spinelli, che di Unione europea si intende, e non solo per ragioni familiari, ha scritto alla vigilia dell’evento romano (Europa, l’inganno delle celebrazioni, «Il fatto quotidiano», 23 marzo):

[…] l’oligarchia dell’Unione europea ha bisogno di un nemico esterno, del barbaro. Oggi ne ha uno interno e uno esterno. Quello interno è il “populismo degli euroscettici”: un’invenzione semantica che permette di eludere i malcontenti popolari relegandoli tutti nella “non-Europa”, o di compiacersi di successi apparenti come il voto in Olanda («È stato sconfitto il tipo sbagliato di populismo», ha decretato il conservatore Mark Rutte, vincitore anche perché si è appropriato in extremis dell’offensiva anti-turca di Wilders). Il nemico esterno è oggi la Russia, contro cui gran parte dell’Europa, su questo egemonizzata dai suoi avamposti a Est, intende coalizzarsi e riarmarsi. La difesa europea e anche l’Europa a due velocità sono proposte a questi fini. Sono l’ennesimo tentativo di comunitarizzare tecnicamente le scelte politiche europee tramite un inganno visivo, senza analizzare i pericoli di tali scelte e ignorando le inasprite divisioni dentro l’Unione fra Nord e Sud, Est e Ovest, Stati forti e Stati succubi. Si fa la difesa europea tra pochi come a suo tempo si fece l’euro: siccome il dolce commercio globale è supposto generare provvidenzialmente pace e democrazia, si finge che anche la Difesa produrrà naturaliter unità politica, solidarietà, e pace alle frontiere e nel mondo. Da questo punto di vista è insufficiente reclamare più trasparenza dell’Ue. Il meccanismo non è meno sbagliato se trasparente.

E a chi oggi parla di riforma della Ue, di una nuova politica economica non più «austera» e invece di investimenti pubblici per la «crescita» e contro le diseguaglianze, attraverso un fantasioso New Deal, Barbara Spinelli è lapidaria: «Il New Deal non c’è, e il legame tra le varie crisi è negato per meglio produrre un’Europa rimpicciolita, basata non già sulla condivisione di sovranità ma sul trasferimento delle sovranità deboli a quelle più forti (nazionali o sovranazionali)». I Curiazi se ne facciano una ragione, e si lascino pugnalare. Come la Grecia, come rischia l’Italia; e già gli avvoltoi della finanza internazionale hanno gli occhi puntati sulla preda. Meglio mettere a fuoco la questione dell’Europa senza pregiudizi europeisti, non con generici auspici compatibili con l’Unione che esiste, che è irriformabile. Dedicheremo al tema un prossimo numero monografico del «Ponte» in cui proporremo punti di vista diversi sull’Europa del Sud, in una prospettiva internazionalista, socialista e libertaria.

La crisi dell’Unione europea, innescata dall’uscita della Gran Bretagna, dall’incapacità di affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni, e dalle politiche di «austerità» funzionali al rafforzamento dei paesi forti del Nord, sta accelerando processi di disgregazione politica e sociale in numerosi Stati dell’Unione. I sistemi politici nazionali, complici dell’esproprio di sovranità e della devastazione dei sistemi produttivi delegata ai tecnocrati-politici di Bruxelles, implodono e perdono consensi. Il caso dell’Italia è particolarmente significativo. Tre governi tecnici che hanno applicato servilmente le direttive europee («ce lo chiede l’Europa») hanno impoverito il paese, aumentato le disuguaglianze tra ricchi e poveri, precarizzato e distrutto il lavoro, devastato la scuola pubblica, l’università e la ricerca, compromesso il sistema produttivo manifatturiero. La riforma della Costituzione avrebbe adeguato il sistema politico parlamentare alle necessità di consolidare il potere di un’oligarchia stracciona, politica ed economica, al servizio degli interessi della finanza internazionale. La schiacciante vittoria del No al referendum del 4 dicembre, imprevedibile nei numeri (60%), ha provocato la disgregazione del partito di maggioranza relativa, il Pd renziano, e questo è stato il dato politico più importante, merito dell’“elettore ignoto” che tace e non acconsente. Sconfitta l’orgia di potere del maggioritario (chi vince piglia tutto), il sistema politico sta rimuovendo qualsiasi legge elettorale, che un Parlamento delegittimato sarebbe tenuto a produrre dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha sostituito all’Italicum maggioritario un sistema elettorale proporzionale, e il panico detta legge. Pur di evitare un altro referendum e un’altra bocciatura da parte dell’elettorato si è frettolosamente eliminato con decreto legge l’oggetto della contesa, il voucher, pilastro del lavoro precarizzato e della «flessibilità». In previsione delle elezioni politiche del 2018, probabilmente con sistema proporzionale, l’area del Pd si divide per rastrellare voti, per poi ricompattarsi dopo le elezioni; tutti, “sinistra” e destra con varie ruote di scorta, terrorizzati da un probabile successo del Movimento 5 Stelle, pronti a riproporre una coalizione di «unità nazionale» il giorno dopo le elezioni in nome della governabilità. La campana del 4 dicembre è suonata per tutti, e ora tutti si affannano a parlare di periferie, di disoccupazione giovanile, di poveri, gareggiando con il papa che ha tanto successo con i suoi discorsi. Che fare? Su questo terreno inquinato, nulla. Come diceva una canzone degli anni settanta (parole di Giovanni Arrighi), «La crisi è strutturale, è interna al capitale».

C’è un’altra Italia, invisibile ai media se non quando si tratta di strepitare su una vetrina infranta, e allora tutte le oche del Campidoglio starnazzano, e i giornalisti si avventano felici sul riuso di pezzi già scritti mille volte sul pericolo degli anarchici insurrezionalisti e dei black-bloc in felpa nera, c’è un’altra Italia, come sempre nella storia di questo paese, che osserva, ragiona e sperimenta nuove forme di socialità e di altra economia, dal basso, tenacemente estranea ai riti farseschi del potere. Il dato politico nuovo è che quest’altra Italia sconosciuta e contraddittoria si sta autonomamente rafforzando, con grande sconforto di tutte le élites.

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