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L’umanesimo nell’Occidente è stato sostituito dall’umanismo

di Salvatore Bravo

Uomo vitruviano Leonardo da Vinci 750x500L’umanesimo nell’Occidente è stato sostituito dall’umanismo: quest’ultimo è funzionale ai bisogni del capitalismo assoluto. L’umanismo recide i legami con ogni fondazione possibile della verità, con ogni oggettività formulata attraverso il logos, predilige l’individuo astratto rispetto all’essere umano concreto e comunitario.

Marx – nella lettura di Costanzo Preve – non può essere relegato nella nomenclatura degli umanisti, poiché non consegna l’essere umano alla contingenza della storia, non riduce il pensiero a nominalismo, ma si pone nell’ottica dell’universale, dell’umanità intera. Il materialismo storico è il mezzo attraverso il quale denuncia l’umanità offesa. Ricostruisce attraverso i modi di produzione l’alienazione (Entfremdung), i processi di negazione della natura umana, la sua riduzione ad appendice del sistema produttivo. Nel conflitto sociale che muove la storia, nelle sue contraddizioni, la condizione umana concreta si dispone al suo interno secondo prospettive e responsabilità differenti: la responsabilità di un magnate è differente rispetto alla responsabilità di un lavoratore salariato. La grandezza di Marx è aver sistematizzato le condizioni che provocano l’alienazione. Ma, nello stesso tempo, non si è limitato a costruire una narrazione ideologica, e dunque parziale: ma la sua opera è finalizzata all’emancipazione dell’umanità, perché il sistema produttivo borghese, il capitalismo, offende e nega la natura umana.

Nell’operaio legato alla catena della macchina e del plusvalore si rende lapalissiana la miseria umana nella fase del capitalismo. L’operaio è negato nella sua natura individuale e comunitaria, è il portatore sano di relazioni sociali errate; la controparte, il capitalista, vive una condizione materiale privilegiata dietro cui agiscono processi di alienazione che nell’immediato non appaiono. In realtà, dietro la maschera del benessere materiale, si scopre il soggetto alienato nella sua natura. Per Preve quindi, Marx è un iperumanista, poiché la sua teoretica è finalizzata a superare le scissioni che impediscono di concettualizzare la natura umana e di valutare attraverso di essa la condizione umana.

L’iperumanesimo di Marx negato dalla sinistra e non riconosciuto da molti, è concetto rimosso, in quanto investe con la sua critica all’economia, non si presta ad essere usato da posizioni ideologiche che vorrebbero ingabbiare Marx sull’economia per evirarlo del suo contenuto rivoluzionario autentico e profondo che scorre tra le pieghe del suo pensiero:

«La filosofia di Marx non è solo un umanesimo, è un iperumanesimo, in quanto si tratta del Destino dell’Uomo (la maiuscola, ovviamente, è volontaria). Una teoria di tipo sociologico sulla strutturazione sociale è di tipo descrittivo, non narrativo o prescrittivo (diventate comunisti, e così riscatterete le alienazioni dell’umanità). In quanto descrittiva, una teoria sociologica di una società particolare dovrebbe necessariamente individuare dai dieci ai venti gruppi distinti in base a parametri come la ricchezza, il potere, gli stili di vita, i consumi, la conoscenza, la cultura, eccetera. Nessuna decente descrizione sociologica di una società potrebbe limitarsi ad individuare soltanto due gruppi sociali». [1]

Al principio dell’opera di Marx vi è una valutazione etica, un’indignazione che si trasforma in prassi, in passione per la conoscenza al fine di ristabilire con il limite “katà métron”, la natura umana. L’emancipazione possibile è degli esseri umani, benché chi vive l’offesa e la sussunzione quotidiana in modo inequivocabile sia portatore di un potenziale rivoluzionario ed emancipativo maggiore rispetto a chi vive il malessere della sussunzione, in modo non diretto, ma mediato dalle maschere del privilegio sociale.

 

La coscienza infelice

L’iperumanesino marxiano utilizza la contraddizione tra finito ed infinito, tra reale ed ideale, tra particolare ed universale quale motivazione profonda della prassi. La scissione è causa di conflitti sul piano sociale ed individuale, essa è il paradigma che svela la distanza dall’orizzonte ideale, dunque è la sostanza che muove la prassi. Il capitalismo assoluto nella forma attuale nega “la coscienza infelice”, la contraddizione, le scissioni le quali sono rese umbratili, fino a scomparire, per eternizzare la sussunzione con il nuovo oppio dei popoli: il consumo ed i suoi eccessi. La speranza rivoluzionaria e la rabbia sociale sono veicolate verso il consumo, per cui i popoli ormai plebi e masse informi si stringono e costringono in una esiziale lotta nella speranza del consumo totale. L’antiumanesimo del capitalismo assoluto agisce per celare, per ridurre il dolore a semplice sofferenza animalesca. Sofferenza senza dolore, poiché il dolore è la sofferenza non solo pensata, ma anche immaginata e vissuta come fonte di ispirazione per la progettualità comune. Il capitalismo assoluto ottunde con il piacere smodato pronto con il disincanto a ribaltarsi in sofferenza utilizzata come introito economico: è medicalizzata, è resa condizione ontologica che si deve imparare a sopportare, in tal modo ogni ordine del discorso finalizzato a riformare struttura e sovrastruttura è rimosso, non resta che il nichilismo passivo a cui ci si deve adeguare; l’antiumanesimo non ha fantasia, perché non ha coscienza di sè:

«Se Marx si fosse limitato a dicotomizzare i dominati e i dominanti, i proletari ed i borghesi, eccetera, avrebbe aggiunto il suo nome alla lunga lista dei perfezionatori della teoria della bollitura dell’acqua calda. Ma egli fece molto di più. Trasformò la scoperta della bollitura dell’acqua calda in filosofia universalistica dell’emancipazione umana, attraverso l’originale elaborazione idealistica della coscienza infelice della borghesia. Ho insistito molto su questo punto, a mio avviso ovvio ed evidente ma del tutto ignoto sia ai liberali che ai marxisti dogmatici, per far capire che la logica del capitalismo assoluto e totalitario in cui siamo sciaguratamente immersi oggi non tende tanto ad addomesticare il proletariato, instupidendolo con il panem (il consumismo). Capitalismo senza classi e società neofeudale ed i circenses (lo sport agonistico), quanto a superare la stessa cultura borghese, nella misura in cui quest’ultima era “inquieta”. Visto nella sua globalità, il cosiddetto postmoderno (con alcune sue ridicole appendici come la cosiddetta biopolitica) non è che un gigantesco (anche se grottesco) tentativo di spegnere gli elementi di coscienza infelice della cosiddetta “modernità”. Per questo la modernità (termine accademicouniversitario-mediatico per indicare il capitalismo) viene ridotta al cosiddetto “disincanto” (con l’appendice della liberalizzazione integrale dei costumi definita “politeismo dei valori”), laddove viene da essa sottratta e cancellata la coscienza infelice, che è stata all’origine del pensiero del borghese inquieto Marx. E’ facile capire tutto questo, e cioè che l’odierno capitalismo oligarchico teme maggiormente la coscienza infelice borghese del rivendicazionismo economico proletario? Per quanto mi riguarda è facile, ma dal momento che tutto l’apparato politicosindacale di “sinistra” ed il clero universitario di filosofia e di scienze sociali rema in direzione opposta, di fatto non c’è speranza a breve termine di un vero riorientamento gestaltico».[2]

La coscienza infelice, la consapevolezza delle contraddizioni fonda l’iperumanesimo materialista di Marx, umanesimo che muove dal conflitto, ma che agisce per la libertà e l’emancipazione dell’umanità e non solo di una parte.

 

Materialismo storico

Il materialismo storico letto quale processo evolutivo della storia predeterminato, è negazione dell’iperumanesimo di Marx. Se la linea evolutiva della storia è già decisa a priori, l’essere umano è solo un elemento secondario nel sistema economico e produttivo per cui da destra come da sinistra si è interni all’antiumanesimo dell’attuale sistema sociale ed economico. Il materialismo di Marx per Costanzo Preve è metafora della prassi, della struttura, dell’ateismo. Il materialismo marxiano è un forma di iperumanesimo, in quanto l’umanità consapevole della contraddizione tra la sua natura ed il modo di produzione è protagonista della storia, ogni “servo arbitrio deterministico” è sostituito con la fatica del concetto e dell’agire politico:

«Mentre il materialismo dialettico è solo una escrescenza inutile e dannosa (la filosofia di Marx non è il materialismo dialettico, ma un idealismo universalistico rigorizzato e coerentizzato), il materialismo storico è invece un “pezzo” indispensabile della sua concezione. Si tratta in realtà (almeno, questa è la mia opinione del tutto eretica) non certo di un materialismo storico, quanto di un idealismo storico universalistico rigorizzato, che viene chiamato erroneamente “materialismo” perché il termine “materia” è usato impropriamente in modo metaforico per indicare l’ateismo (Marx non credeva in Dio), il primato della prassi sulla semplice contemplazione della realtà sociale, e soprattutto il primato della struttura sulla sovrastruttura all’interno di un dato modo di produzione sociale. Detto in linguaggio militare, l’idealismo è la strategia e il materialismo è la tattica. Il discorso sarebbe lungo (ma l’ho fatto dettagliatamente altrove), ma qui è necessario interromperlo per ragioni di spazio. Mentre il metodo del cosiddetto materialismo storico (inteso come teoria della genesi, sviluppo, crisi e tramonto dei modi di produzione) non consentirebbe di per sé una grande narrazione unilineare predeterminata e teleologicamente necessitata, ma darebbe invece luogo ad uno sviluppo multilineare senza alcuna garanzia teleologica, se fosse ovviamente praticato con serietà “scientifica” e libertà interpretativa, il movimento comunista ha trasformato questa intelligente teoria in una stupida teoria dei cinque stadi prefissati della storia universale (comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, capitalismo, ed infine comunismo finale visto come trionfo definitivo della “sinistra” contro la “destra”). Perché tanta inutile ed antistorica stupidità? Ma è semplice. Questa antistorica stupidità restaura in modo evoluzionistico-positivistico un elemento fondamentale del pensiero dei primitivi, e cioè il messianesimo teleologico garantito. Di “materia” non c’è in proposito che la testa dura degli zucconi che credono che la sacrosanta causa della critica al capitalismo abbia bisogno di raccontare (e di raccontarsi) delle storie inverosimili, inventandosi una linea ferroviaria a cinque stazioni in cui correrebbero i binari della storia universale. E tuttavia, gli zucconi resteranno tali finché non sarà assodato che la teoria». [3]

L’antiumanesimo si palesa nel messianesimo del marxismo dialettico, ma anche del capitalismo assoluto, in entrambi si concretizza nella forma del fatalismo storico. La condizione attuale del capitalismo assoluto è interna al determinismo della storia, dea astratta ed ingovernabile, che riporta l’umanità che si auto-percepisce evoluta, in quanto ipertecnologica, ma in verità regredisce ad uno stato primitivo, nel quale le forze ingovernabili della natura e della storia sono padrone e signore della società più smart che la storia abbia conosciuto. L’iperumanesimo di Marx è di ausilio per concettualizzare e razionalizzare le contraddizioni in cui si dibatte l’umanità: senza concetti non è possibile spezzare le catene visibili ed invisibili che tengono “il cane alla catena”.


Note
[1] Costanzo Preve, Capitalismo senza classi e società neofeudale. Ipotesi a partire da una interpretazione originale della teoria di Marx, pubblicato in Costanzo Preve – Eugenio Orso, Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo, Petite Plaisance, Pistoia, p. 5
[2] Ibidem, p. 6.
[3] Ibidem, pp. 8-9.
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Eros Barone
Thursday, 11 July 2019 23:48
"Errata corrige": nella terzultima riga dell'epigrafe sostituire 'rnediante' con 'mediante'; nell'ultima riga della stessa sostituire 'Nicolò con 'Niccolò'; nel secondo capoverso del testo (sesta riga) sostituire 'soggettivisrno' con 'soggettivismo'; nello stesso capoverso (quartultima e terzultima riga) riformulare la frase 'quanto degli indirizzi liquidazionistici della "destra nella sinistra", cioè di quelle forze intellettuali aritimarxiste' nel modo seguente: 'quanto dagli indirizzi liquidazionistici della "destra nella sinistra", cioè da quelle forze intellettuali antimarxiste'.
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Eros Barone
Thursday, 11 July 2019 23:33
"Egli è cosa verissima come tutte le cose del mondo hanno il termine della vita loro. Ma quelle vanno tutto il corso che è loro ordinato... che non disordinano il corpo loro, rna tengonlo in modo ordinato, o che non altera, o s'egli altera, è a salute, e non a danno suo. E perché io parlo de' corpi misti, come sono le repúbliche e le sètte, dico che quelle alterazioni sono a salute, che le riducano inverso il principio loro... Perché tutti i princìpi delle sètte, e delle republiche e dei regni, conviene che abbiano in sé qualche bontà, rnediante la quale ripiglino la prima riputazione e il primo augumento loro."

Nicolò Machiavelli, "Discorsi sulla Prima deca di Tito Livio", IIII.

Poiché tra lo studio del mondo reale e la lettura dei testi
può intercorrere la stessa differenza che c'è tra l'amore sessuale e l'onanismo, il riferimento a Marx non può essere un esercizio filologico senza conseguenze ideali e politiche. Non abbiamo bisogno di erudizione marxologica, bensì di un marxismo capace di confrontarsi con la complessa fenomenologia delle società tardocapitalistiche e dello Stato contemporaneo (da qui l'importanza oggettiva di questo sito): un marxismo (non autocentrato ma) eterocentrato capace di elaborare in forma di generalità - o di astrazioni determinate - il materiale storicamente concreto e specifico prodotto dalla realtà sociale, capace inoltre di confrontarsi con la ricerca culturale e scientifica del nostro tempo a partire dalla realtà così come esso tende ad elaborarla e rappresentarla, in una sorta di relazione triadica: teoria rnarxista / realtà storico-materiale / discipline scientifiche prodotte dalla società capitalistica (per intenderci, è la lezione di teoria-prassi marxista che ci hanno dato in questi ultimi decenni Gianfranco Pala e il collettivo della rivista "La Contraddizione"). Perseguire un siffatto orientamento concettuale e metodologico non è possibile senza un'opera scarnificante ed impietosa di chiarificazione del "culinar-marxismo", o marxisrno rneramente intellettuale, esornativo sul piano teorico ed innocuo sul piano politico, anche se tale opera "in corpore vilì' non è affatto semplice, trattandosi di sceverare effetti di conoscenza utili e produttivi dalla ganga ideologico-retorica che li imprigiona.
La proposta di lettura e di uso del pensiero marxiano, quale emerge da queste considerazioni, non può essere scevra d'influssi o teoricamente neutra: non è possibile leggere Marx se non attraverso una certa griglia interpretativa. Questa si configura, in accezione ampia ma pur sempre discriminante, come materialistica e dialettica.
E' evidente come il punto di vista che si esprime in codeste determinazioni - e che si potrebbe definire, in modo alquanto provocatorio, come un programma di restaurazione del materialismo dialettico e storico - implichi un'azione teorica decisa e senza concessioni nei confronti dell'idealismo, dell'irrazionalismo e del soggettivisrno, promosso tanto dalle posizioni ídeologiche conservatrici e reazionarie della destra classica quanto degli indirizzi liquidazionistici della "destra nella sinistra", cioè di quelle forze intellettuali aritimarxiste o revisioniste che agiscono nei sindacati, nei centri culturali e nei partiti della sinistra opportunista e filo-imperialista.
Gli ultimi decenni hanno messo a nudo lo stato di confusione e di crisi in cui versa il debole (e spesso 'debolista') marxismo italiano nella presente congiuntura, caratterizzata, per un verso, dalla latenza dei conflitti sociali, dai processi di scomposizione/ricomposizione della classe operaia e di trasformazione del movimento operaio in senso neoliberista, e, per un altro verso, da una massiccia e sistematica offensiva, a tutti i livelli (nazionale ed internazionale) e su tutti i terreni (economico, politico e ideologico) della borghesia imperialista. Escludendo tutta una serie di personaggi (fra i quali rientra lo stesso Preve con le sue caricaturali deformazioni e falsificazioni del materialismo dialettico e storico) che sempre meno o per nulla hanno a che fare col marxismo, le ragioni profonde degli usi "culinari" di esso sono più spesso sottaciute che analizzate e denunciate da non pochi marxisti, i quali si attengono ad un cauteloso "nicodemismo", sorta di atteggiamento elusivo e circospetto tipico degli intellettuali subalterni all'egemonia teorica e ideale della cultura borghese. Maestri della retorica della litote e dell''understatement", refrattari ad ogni chiara scelta di campo, costoro rivelano nello stile stesso con cui conducono il dibattito teorico una totale mancanza del senso della presa di posizione.
Questo genere di marxisti ha talmente interiorizzato il modello ideologico dominante, da non essere in grado se non di constatare, più o meno sconsolatamente, che "il socialismo non è inevitabile", mentre è del tutto estraneo a quest'ottica da succubi il prendere atto dell'altro lato, opposto ma correlativo, della presente fase storica, per cui è il dominio della borghesia a non essere inevitabile. D'altronde, una simile impostazione del problema, se da un lato rafforza l'esigenza della progettualità rivoluzionaria, postula dall'altro una visione della discontinuità dei processi storici, fondata materialisticamente sulla legge dello "sviluppo ineguale" delle formazioni
economico-sociali a livello mondiale (un aspetto dialettico che sfugge completamente all'ottica teoricamente volgare e politicamente anticomunista dell'autore di questa nota). Sennonché codesta impostazione, con l'esigenza progettuale che la caratterizza e con il metodo
storico-dialettico che la innerva, è precisamente quanto ripugna a chi ha ormai obliterato la natura di arma teorica del movimento di classe, che è propria del marxismo.
Pertanto, il senso delle proposte formulate in vista di una ripresa della teoria-prassi marxista sarà quello, in ultima istanza, di avviare un processo di ricomposizione teorica, funzionale al rilancio di un movimento di classe. E' questo infatti il problema storico oggettivo che l'intreccio fra cicli capitalistici, cicli controrivoluzionari e cicli rivoluzionari ci ripropone interamente nel nostro secolo. A questo problema, volenti o nolenti, dovremo dare una risposta se non vogliamo, o accettiamo, che questa società ci trascini nel suo collasso autodistruttivo (secondo la previsione marx-engelsiana sulla "comune rovina della classi in lotta" quale sbocco possibile di un periodo di prolungata putrescenza della società, nel quale la stessa lotta di classe ha cessato di operare come forza produttiva della transizione da un sistema economico-sociale ad un altro sistema economico-sociale). La mancanza di una forza rivoluzionaria, atta a catalizzare le spinte divaricanti che segmentano l'attuale composizione di classe in molteplici reparti economico-corporativi, se genera effetti disgregatori sulla spontaneità proletaria, induce invece effetti restauratori nei confronti della spontaneità intelettuale. Quest'ultima fa corpo con la propria intrinseca tendenza liberaleggiante a riprodurre una forma di pensiero eclettico-pluralistica, tendenza che deriva dal ruolo del lavoro intellettuale nel contesto del rapporti sociali di produzione e dalla crescente integrazione nello Stato e nei suoi apparati (università, scuola, enti pubblici, televisione, Rete, case editrici, giornali, riviste: il mercato delle idee...o, per meglio dire, delle opinioni spacciate come idee).
Di fronte a queste due forme di spontaneità sociale s'impone la ripresa di due punti fondamentali del leninismo: 1) attualità della transizione nella nostra epoca (quindi totale rifiuto delle alleanze politiche e degli obiettivi intermedi, spesso codificati come istanza di realismo e così cari agli opportunisti di tutte le risme);
2) mantenimento della teoria del plusvalore e dell'egemonia proletaria (donde promana quel sapore sgradevolmente antipluralistico che così spesso viene rimproverato al leninismo e che lo rende così poco appetitoso per non pochi intellettuali "marxisti").
Se il recupero della lezione di Lenin al patrimonio del socialismo scientifico può sembrare un tentativo troppo legato ai canoni di una tradizione ormai consunta e può quindi apparire preclusivo rispetto ad un programma di ricerca a tutto campo, va nondimeno sottolineato che lo stesso leninismo si è presentato come un'operazione esplicitamente continuistica rispetto al pensiero di Marx e che ciò non gli ha impedito di difendere e insieme sviluppare ed innovare ciò che si proponeva di restaurare. A parità di condizioni, è questo lo stesso compito che ci sta oggi davanti, rispetto sia al marxismo sia al leninismo.
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