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Theresa May rinnova la vergogna della dichiarazione Balfour

di Patrizia Cecconi

Breve dossier sul contesto storico che diede vita alla “magna charta del sionismo”secondo la definizione di David Lloyd George

balfourChe gli interessi cancellino la morale, coprendo con i termini giusti la sua cancellazione, è cosa risaputa. Qualunque Stato, democratico o totalitario, repubblicano o monarchico, reazionario o progressista ha sempre chiamato diplomazia le azioni a tutela dei propri interessi e “grande diplomatico” colui che per gli interessi dello Stato sapeva andare al di sopra della morale guadagnandoci addirittura onori e gloria. Un’occhiata alla biografia del grande M. de Talleyrand servirebbe ai tanti che fanno gli stupiti di fronte alle alleanze mutevoli che ci consegna la cronaca prima di trasformarsi in storia.

Ma la signora Theresa Brasier – meglio conosciuta col nome maritale di May, come ben si addice al suo essere leader del partito conservatore – è ben lontana dalla figura di Talleyrand e non va solo oltre la morale, ma anche contro quel minimo di pudore che si potrebbe definire semplicemente buongusto.

La signora Theresa May, attuale Primo ministro del Regno Unito, possiamo ben dire “senza pudore” sta infatti organizzando solenni festeggiamenti per un anniversario che segna una svolta tragica nel mondo mediorientale e, indirettamente, nel mondo tutto. Un anniversario che segna una macchia di vergogna sulla Corona inglese e che dovrebbe indurre l’attuale governo non a festeggiare, bensì a chiedere scusa al popolo palestinese per l’errore fatto cento anni fa.

Del resto anche la Chiesa, sebbene dopo secoli, si è piegata a fare le dovute scuse per gli errori e gli orrori commessi in passato. Ma il governo inglese no, anzi addirittura festeggia e rivendica la giustezza di una dichiarazione, peraltro secondo alcuni più o meno estorta, come pochi sanno, ad un convinto antisemita quale era lord Balfour.

Dai festeggiamenti si dissocia, per fortuna, il leader dei laburisti Jeremy Corbin, ma la sua dissociazione non è condivisa da tutto il partito. Evidentemente gli interessi che legano tuttora la Gran Bretagna allo Stato di Israele vanno oltre la vergogna e sono trasversali agli orientamenti politici.

In fondo, il potere economico, e di conseguenza politico, delle lobbies ebraiche è conosciuto, risaputo e condannato anche da un certo numero di ebrei che nulla hanno da spartire col sionismo e che non limitano la loro critica all’attuale governo fascistoide di Netanyhau, ben assistito da fascisti conclamati quali Bennet e Lieberman, ma criticano lo Stato di Israele per quel che è fin dalla sua nascita. Non sono molti, ma ci sono, e questo è un buon segno per le “magnifiche sorti e progressive”dell’umanità, come le avrebbe chiamate il nostro grande Poeta, e che non sembrano ancora essersi ben impiantate in questo mondo in cui i criminali non vengono sanzionati, bensì premiati e festeggiati, almeno finché sono utili alle cosiddette grandi potenze.

Ma vediamola da vicino la dichiarazione di Balfour. E per vederla da vicino è necessario ricordare che si stava in piena guerra mondiale, la prima. E occorre anche ricordare che la Corona britannica aveva seri problemi economici per procurarsi materiale bellico. Bisogna anche fare un passo indietro e ricordare qualche altro nome, almeno quello di Mac Mahon che per molti è solo una strada più o meno importante, o del generale Allenby che viene ricordato soprattutto per l’Allenby bridge, ovvero il ponte sul fiume Giordano che si deve attraversare, sempre che i soldati israeliani, veri padroni – illegittimi ma padroni – lo consentano, per entrare in Palestina dalla Giordania.

A proposito di Mac Mahon e di Allenby, magari qualcuno ricorda il colossal degli anni “60 con cui il regista David Lean omaggiò la figura di Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia consegnando in forma mitica, attraverso tre grandissimi attori quali Peter O’Toole, Omar Sharif e Alec Guinness la rivolta araba contro l’Impero ottomano che tanto serviva alla Corona inglese per vincere la Prima guerra mondiale.

Di sicuro invece, pochi conoscono, almeno in Italia, la commedia di George Bernard Shaw del 1936 in cui veniva raccontata in forma satirica la storia della dichiarazione di lord Balfour il quale, pur essendo convinto antisemita come già scritto sopra, disse che per una volta, data la necessità di ricorrere a un chimico ebreo per vincere la guerra, si dovevano abbandonare i pregiudizi.

Tutto questo è solo premessa per dire che la dichiarazione fatta per conto della Corona britannica al barone Rothschild è cosa di cui la Gran Bretagna dovrebbe vergognarsi, altro che festeggiare! Ma andiamo con ordine e, sebbene in forma necessariamente sintetica, rivediamo i fatti, almeno dal 1915 al 1917, per inserire nella giusta cornice il seme velenoso che l’infausta dichiarazione piantò in Medio Oriente.

Vogliamo partire da un’immagine tratta proprio dal film di David Lean che rivisto oggi, con le dovute licenze artistico-cinematografiche, aiuta a capire perché l’Impero britannico investì sulla rivolta araba, imbrogliando di fatto le comunità beduine che, sotto il leader hashemita Al Huseyn e i suoi figli, tra cui Faysal, interpretato in chiave filmica da un superbo Alec Guinness, si impegnarono per abbattere l’Impero ottomano. Lawrence d’Arabia, il mitico ufficiale britannico che nella realtà, oltre che nel film, era un profondo conoscitore della cultura e del mondo arabo, era considerato un fratello ed era così interno a quel mondo che aveva studiato a fondo già come archeologo, ed era così fuori dagli schemi che forse amava anche, di amore profondo, un ragazzo beduino cui dedicò una poesia pubblicata in uno dei suoi libri. Bene, Lawrence d’Arabia uscì disgustato dal tradimento di cui era stato suo malgrado responsabile, avendo organizzato tecniche di guerriglia e battaglie vittoriose che MAI servirono a fondare quella nazione araba che Mac Mahon, l’Alto commissario britannico, aveva promesso allo sharif della Mecca (Al Huseyn) per guadagnarne l’alleanza contro i turchi.

La promessa dell’Alto commissario britannico, maturata ma mai rispettata tra il 1915 e il 1916, precedeva gli accordi dei due rappresentanti di Gran Bretagna e Francia, Mark Sykes e George Picot, con cui le due super-potenze (con l’assenso della Russia ancora zarista) ridisegnavano la mappa del Medio Oriente spartendosi la regione dal Tigri fino al Mediterraneo come fosse una torta di cui, comunque, non erano proprietari e lasciando a bocca asciutta, salvo vaghe e mai rispettate promesse, le popolazioni autoctone che stavano strumentalmente utilizzando per potersi appropriare di quella fantastica fonte di risorse mediorientali, nonché corridoio di accesso all’Oriente.

Dunque gli arabi, convinti che con l’aiuto delle due super potenze europee sarebbero riusciti ad ottenere la loro indipendenza, giocati dal carisma di figure quali Lawrence e da promesse quali quelle di Mac Mahon, si fecero ammazzare per sconfiggere le armate dell’impero ottomano regalando al colonialismo inglese e francese il loro futuro, segnato su carta già il 16 maggio 1916, appunto la data degli accordi Sykes-Picot, peraltro mai ratificati dai due parlamenti. Trentadue anni dopo sarebbe nato lo stato di Israele massacrando centinaia di palestinesi e cacciandone centinaia di migliaia dalle loro case.

Ma tornando alla Prima guerra mondiale, alla quale dal 1915 aveva preso parte anche l’Italia – convinta che avrebbe avuto qualche bocconcino coloniale che al tempo faceva molta gola – l’Impero britannico si trovava a sostenere uno sforzo economico superiore alle sue capacità. Dalle memorie di David Lloyd George, Primo ministro britannico dal 1916 al 1922, viene fuori che mancavano i fondi per produrre materiale bellico. Esattamente la cordite, cioè un propellente necessario a rendere attiva la polvere da sparo utilizzata per i mortai e altre armi necessarie a vincere la guerra. Lo stesso elemento, tanto per capirci meglio, che venne utilizzato per rendere ben attiva la prima bomba atomica sganciata dagli americani su Hiroshima alla fine della Seconda guerra mondiale. Come fare? La Corona inglese rischiava di uscire sconfitta. Le casse imperiali non erano sufficienti ad acquistare la quantità di materiale bellico indispensabile all’esercito. Le forze arabe che nel luglio del 1917, guidate da Lawrence avevano sconfitto i turchi e conquistato Aqaba aprendo la strada al generale Allenby verso Gerusalemme, non sarebbero state sufficienti a garantire la vittoria definitiva di quella prima terribile guerra mondiale se non ci fossero state munizioni. Serviva assolutamente quel costoso elemento necessario a far brillare la polvere da sparo. Dalle memorie di David Georges Lloyd, utilizzate poi dal commediografo G.Bernard Shaw per il suo satirico “Arthur e l’acetone” viene fuori che un bravissimo e ricchissimo chimico “purtroppo” ebreo era in grado di produrre il prezioso elemento ricavandolo in modo super economico da un albero molto diffuso in Gran Bretagna: l’ippocastano o, come ricorda Lloyd, dal mais. È qui che lord Balfour pare abbia pronunciato la fatidica frase “anche se è ebreo dobbiamo accantonare i pregiudizi”pur di utilizzare le sue scoperte.

Quel chimico ebreo altri non era che il professor Chaim Weizmann (che nel “48 sarebbe diventato presidente di Israele) allora docente di chimica all’università di Manchester, poi direttore dell’Ammiragliato britannico fino alla fine della Prima guerra mondiale. Ma cosa chiedeva in cambio delle sue scoperte? Denaro? Onorificenze? No! Chiedeva Gerusalemme! Fu lui a chiedere – in cambio delle sue scoperte offerte all’esercito britannico, e della spinta che ottenne attraverso le lobbies ebraiche americane per far entrare in guerra gli Usa a fianco della Gran Bretagnala dichiarazione che il ministro degli Esteri lord Balfour avrebbe fatto al barone Rothschild, esponente del sionismo.

A onor del vero va anche detto che Arthur Balfour, nel gennaio del 1919, prima ancora che il Regno Unito ottenesse il Mandato dalla Società delle Nazioni su parte del Medio Oriente, concluse un accordo con il figlio del leader hashemita Huseyn, l’emiro Faysal successivamente sovrano dell’Iraq, in base al quale gli ebrei avrebbero avuto la loro “casa nazionale” in Palestina ma il resto della regione sarebbe diventato un unico grande Stato arabo.

Non andò così. Faysal era un uomo intelligente e lungimirante ma, ciò nonostante, non tenne conto che quell’accordo non sarebbe mai stato rispettato perché le superpotenze, memori del principio con cui l’Impero romano aveva governato per secoli durante l’antichità, scelsero il dìvide et impera piuttosto che la nascita di una grande nazione che avrebbe gestito in proprio le risorse naturali del territorio su cui sarebbe sorta.

Gli arabi che si erano fatti ammazzare per sconfiggere l’Impero ottomano, erano stati beffati ancora una volta dai vincitori cui avevano consentito la vittoria, quindi, per bocca dell’emiro Faysal, dichiararono che non avrebbero più rinunciato alla Palestina, opponendosi alla nascita di uno Stato che era ormai chiaro quali interessi avrebbe rappresentato. L’altro protagonista della vittoria britannica, cioè il chimico Chaim Weizmann, “padre” della dichiarazione Balfour, ricoprì invece la carica di presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale fino al 1931 per poi presiedere l’Agenzia ebraica che lui stesso aveva fondato e con la quale si organizzava la migrazione di massa degli ebrei in Palestina.

La dichiarazione di Balfour, alla fine della Prima guerra mondiale, venne inserita nel Trattato di Sèvres che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia la quale, da immenso impero, fu ridotto a modesto Stato, privato di tutti i territori arabi, e la Conferenza di Parigi, in cui si istituì un sistema di mandati che la Società delle Nazioni avrebbe affidato alle potenze vincitrici, accolse la dichiarazione che favoriva la costituzione di una casa nazionale ebraica come impegno preso dal Regno Unito, cui andarono per Mandato internazionale l’Iraq, la Transgiordania e la Palestina. Alla Francia andarono invece il Libano e la Siria.

Praticamente si realizzava ciò che gli accordi Sykes-Picot di alcuni anni prima, senza neanche la ratifica dei rispettivi parlamenti, avevano programmato in caso di vittoria.

Alla conferenza di Parigi re Husseyn cercò di far valere i diritti degli arabi secondo quanto promesso dagli inglesi durante la guerra e fu proprio questa la risposta che diede al presidente statunitense Wilson quando costui gli chiese cosa si aspettasse. Hussein, visto che i rapporti di forza non avrebbero consentito la sospirata nascita di una grande nazione araba, ciò che si era inutilmente aspettato, aggiunse che se ciò non fosse stato possibile gli arabi sarebbero stati disposti ad accettare un mandato unico di amministrazione sotto l’egida della Società delle Nazioni attribuito alla Gran Bretagna. Ovviamente non era per omaggio alla sua dichiarazione che la Gran Bretagna divenne mandataria, ma la sua accondiscendenza venne comunque “premiata” con l’attribuzione della Transgiordania a suo figlio Abdullah e dell’Iraq a suo figlio Faysal. La storia va ancora molto oltre, il danno provocato da Francia e Gran Bretagna in tutto il Medio Oriente ormai era fatto e sarebbe andato avanti senza trovare sosta come tutti possiamo vedere, ma siamo costretti a fermare qui questo ramo del racconto per tornare agli effetti della dichiarazione Balfour sulla Palestina.

In punta di diritto, come direbbe un giurista attento agli aspetti legali, quella dichiarazione non ha alcuna legalità e finalmente il presidente dell’Autorità nazionale palestinese ha deciso di avviare le contestazioni legali per ottenere il dovuto risarcimento dei danni procurati da quel regalo che un antisemita, per gli interessi della Corona inglese, fece a un rappresentante del sionismo, senza neanche avere l’approvazione da parte dall’intero governo di cui lo stesso lord Balfour faceva parte. Così come illegali possono essere considerati i precedenti accordi Sykes-Picot che non furono né approvati dai due parlamenti né sottoposti ad alcuna Conferenza internazionale per essere legittimati. L’arroganza della forza al posto del diritto sembra essere la chiave di lettura della spartizione del Medio Oriente, e la successiva nascita dello Stato di Israele rientra in questa stessa cornice, a tutto danno delle popolazioni autoctone.

I palestinesi oggi chiedono alla Gran Bretagna di scusarsi e di emettere una nuova Dichiarazione a sostegno della proclamazione dello Stato di Palestina. Il governo britannico non si cura di rispondere e va avanti con la preparazione dei festeggiamenti ammettendo in tal modo la piena responsabilità nell’ingiustizia che ha creato e sostenendo uno Stato macchiatosi di atti feroci e di stragi di migliaia di innocenti già da prima di suo costituirsi.

Molti non conoscono o hanno dimenticato l’evolversi dei fatti storici, altri invece addirittura approvano perché gli interessi sono al di sopra della giustizia e della morale, ma fanno un errore: non pensano che la Storia, a volte, presenta il conto quando non si è più in grado di pagarlo.

Nell’ormai lontano 1936 G. Bernard Shaw presentava agli inglesi la commedia in tre atti sullo svolgimento e i tragici effetti di quella promessa di terra altrui, e concludeva il terzo atto con una terribile battuta, “questa dichiarazione creerà un’altra Belfast”.

Quindi chi aveva lucidità e onestà di pensiero aveva capito dove avrebbe portato la richiesta di Chaim Weizmann alla Corona inglese in cambio della spinta sionista all’intervento americano e in cambio delle sue scoperte chimiche per scopi bellici. Ma l’interesse del Regno Unito ad insediare nella regione araba una comunità con cui avrebbe avuto un rapporto privilegiato non va sottovalutato e rappresenta sicuramente l’altro elemento che portò alla dichiarazione divenuta, come scrisse nelle sue memorie l’allora Primo ministro Lloyd George, la magna charta del movimento sionista.

Dunque il Primo ministro Theresa May, e con lei tutti i suoi accoliti, ha deciso di festeggiare l’atto di nascita di un crimine che da settant’anni copre di sangue la Palestina e da oltre settant’anni devasta tutto il Medio Oriente. Lo fa lucidamente, visto che la storia non può non saperla, quindi sarà la Storia a giudicarla per il suo concorso morale in crimini di guerra e contro l’umanità. Intanto la stanno giudicando quelli che sanno e che non hanno rimosso la coscienza per far spazio ad interessi economici e/o politici.

Un nuovo Lawrence d’Arabia non nascerà e, comunque, non verrebbe più creduto. Al suo posto possono nascere solo mostri alimentati da troppi decenni di ingiustizia, mostri che non portano a loro volta giustizia ma morte e anche di questo la responsabilità va ascritta a chi oggi sa e lucidamente seguita a sostenere gli ispiratori e gli esecutori di crimini contro l’umanità, addirittura omaggiandoli e fingendo di ignorare che un Paese che non rispetta la legalità internazionale e che ha calpestato oltre 70 Risoluzioni ONU è un paese fuorilegge.

Shame on you Theresa May, grideranno probabilmente il 2 novembre i critici del governo britannico e, a conti fatti, secondo l’andamento della storia, avranno ragione.

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