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Quando inizierà il secolo asiatico?

di Pierluigi Fagan

secolo asiatico 691x1024L’anno prossimo, secondo i calcoli UNCTAD-UN riportati da FT, quando l’insieme delle economie asiatiche calcolate in Pil-PPP, per la prima volta dal 1850, saranno più importanti di tutto il resto del mondo. Naturalmente, questa è solo la riduzione giornalistica di un processo che è di natura storica. Le epoche trapassano come le dissolvenze incrociate, sempre meno del precedente e sempre più del successivo, con tempi più o meno lunghi o lunghissimi. Qualche volta la dissolvenza si ferma, incespica, sembra addirittura ravvoltolarsi, ma a grana grossa funziona così: un’era sfuma nella successiva. Ci si accorge che un’era è finita, in genere, molto dopo che ha iniziato la sua lenta fine, la scelta del momento in cui non più l’una allora l’altra è sempre arbitrario.

La quantità e qualità degli indicatori di questo passaggio è vasta e solida. A grana grossa, l’Asia è il 60% della popolazione mondiale e continuerà ad esserlo nel mentre la popolazione mondiale continuerà a crescere nei prossimi trenta anni, mentre l’Occidente che era ancora il 30% del mondo ai primi del ‘900 e che oggi è regredito al 15%, tra trenta anni sarà al 12%. Quasi tutta questa contrazione occidentale di peso è dovuta all’Europa, Italia e Germania in testa ed è in dubbio se nei prossimi decenni avremo un unico Occidente coerente e compatto o un Occidente anglosassone ed uno continentale. Nella misura in cui l’intero sistema asiatico, dal dopoguerra (ma con una accelerazione a partire dagli anni ’80), si è votato al moderno modo di stare al mondo, dedicandosi alla produzione e scambio con sviluppo della tecnica, la quantità demografica è destinata a trasformarsi in quantità economica e questa in potenza generale. Nell’analisi tra grandi partizioni continentali, non solo l’Asia supererà l’Occidente, ma risulterà il cliente ideale per la materia energetica degli arabi ed il partner ideale per l’inclusione dell’Africa nella nuova modernità. Fungerà quindi da attrattore e motore mondiale.

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Il da noi spesso citato studio di K. Pomeranz, “La grande divergenza”, illuminava il punto esatto nel quale il piccolo Occidente prese a pareggiare e poi staccare l’Asia per dimensioni di potenza economica, poi militare, poi politica e culturale, che era stato il sistema più massivo praticamente da sempre (A.Maddison). Era grossomodo il 1850 secondo il Pomeranz, 1800 secondo altri, ma alcuni retrocedevano le cause di lunga durata alla reazione avuta dagli europei ai cataclismi del secolo nero, quel XIV secolo in cui un terzo della popolazione europea morì in soli cinque anni della più grave epidemia di peste che la storia ricordi. Il contraccolpo a quel colpo fu l’inizio del modo moderno di stare al mondo.

Affascinati dal concetto di rivoluzione, gli storici occidentali dell’ultimo secolo hanno visto sequenze di rivoluzioni dappertutto, quella artigianale XV sec., quella copernicana XVI sec., quella scientifico-razionalistica a partire dal XVII sec. come quella “industriosa” (Jan de Vries), quella inglese sempre del XVII sec., quella francese e quella americana del tardo XVIII secolo, quella industriale del XIX, la più importante per la visione economica della storia. Ultima quella russa XX sec. nel mentre quelle industriali contano oggi la supposta quarta edizione. Dopo tanta rivoluzione, il nuovo -probabile- secolo asiatico, ci farà forse scoprire l’affascinante concetto di Involuzione, sperando che la nemesi non ci porti a saltellare di balzo in balzo all’indietro nello sprofondo della storia, passando dalla mistica ottimistica del Progresso a quella pessimistica del Regresso.

In pratica e più a grana grossa il modo moderno di stare al mondo ebbe natali proprio nel XV secolo, e comprendeva in un sistema unico, che noi dividiamo in separati aspetti perché andiamo all’università a studiare singole discipline de-correlate e confondiamo le nostre lenti col mondo che le lenti ci fanno osservare, tanto il fare economico che quello politico, quello culturale che quello spirituale, quello militare che quello sociale. Le società umane sono veicoli adattivi ed amalgamano quei diversi aspetti in certi diversi modi, cercando le loro migliori condizioni di adattamento ai tempi ed agli spazi che occupano. Il senso e la forma di una società storica, vanno sempre letti nel rapporto tra la sua forma interna che la fa “intera” ed il contesto. Quel “modo moderno” che gli storici generali quanto quelli dell’economia (Braudel-Arrighi) sequenziano da Genova-Venezia (e fiere commerciali tra Nord Italia e Francia) alla Province Unite, dall’Inghilterra poi Gran Bretagna poi Regno Unito agli Stati Uniti d’America, e che, pur con i dovuti adattamenti, passerà alla interpretazione che ne daranno gli asiatici. Poiché quella sequenza è anche una sequenza di incrementi di centri di sistema con demografie crescenti, ecco che il 60% asiatico del mondo sarà il centro del mondo, a sostanziale parità di condizioni del modo di stare al mondo.

Questo “modo” nella interpretazione occidentale, ha avuto due logiche, quella esterna e quella interna. Nato nel suo complesso per “risolvere problemi” (i “problemi” che si ingenerarono con l’evidente fallimento adattivo della catastrofe della Peste nera e delle élite feudali-religiose), per altro creandone continuamente di nuovi che alimentano la coazione all’infinito, il modo ha replicato una più antica versione che nasce con la nascita delle società complesse già ottomila anni fa: un minore che subordina un maggiore. Tanto al suo interno che al suo esterno. Così, uomini di fascia sociale alta hanno subordinato quelli di fascia bassa (che erano già subordinati secondo diverso regolamento stabilito dall’alleanza tra possessori di terra e titoli e possessori dell’immagine del mondo che ne giustificava il potere ovvero la Chiesa), l’uomo ha cominciato a subordinare la natura, lo Stato ha subordinato i frammentati poteri locali, la politica sovrana ha subordinato la religione (da Augusta 1555 in poi), gli Stati europei hanno cercato l’un con l’altro di subordinarsi reciprocamente per altro non riuscendovi quasi mai, assieme hanno subordinato il mondo sino alla massima estensione dell’Impero britannico (ma anche francese, olandese, portoghese, spagnolo etc.) fino alla breve fase unipolare americana degli anni ’90. Di quest’ultima, non sono certo che rimarrà traccia nei libri di storia, troppo breve e troppo poco nitida quando la si guarderà dalla giusta distanza.

Ad un certo punto, secondo chi scrive ed altri a partire dai primi anni ’70, nel centro del sistema occidentale cioè gli Stati Uniti, si è rotta per varie ragioni la logica che teneva in equilibrio l’interno con l’esterno. Gli USA hanno reagito dando sfogo alla loro proiezione globale con il WTO (affiancato ai già presenti IMF e WB) ed hanno continuato a provar di tener sotto controllo in modalità “impero informale” grandi parti del mondo, ma più che altro hanno cominciato a stampare dollari che sono stati investiti in buona parte nella crescita del resto del mondo. Ne è venuto fuori  “l’elefante di Milanovic” che ha contratto la classe media occidentale in favore di quella orientale, e soprattutto beneficiato i detentori di capitale liquido, ottenibile anche a prestito con poche o nessuna garanzia se iscritti a vario titolo nell’esclusivo club delle élite. Poi, tra una avventura militare e l’altra previa stimolazione di grattacieli che crollano (dove il fatto militare è pur sempre un keynesismo travestito), di bolla in bolla, si è arrivati al crollo del 2008. Una parte della inviperita classe media americana ha mandato al potere un presidente più petro-commerciale che imperiale (premiando così una élite che stava perdendo terreno verso l’altra). In Asia, al già affermato per quanto stagnante Giappone, si sono affiancati Corea del Sud e Cina, Sudest asiatico ed ora India. Il baricentro di potenza ha cominciato a spostarsi silenziosamente ad Oriente mentre qualcuno -con rara e tempestiva lucidità- annunciava la Fine della Storia ed un Nuovo Secolo Americano.

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Sull’argomento del titolo, Parag Khanna, narratore globalista di origine indiana, cresciuto negli Emirati e poi vissuto in Occidente ed oggi acquartierato a Singapore, ha da poco pubblicato presso Fazi editore, la sua ultima fatica: Il secolo asiatico? Curioso che il famoso “scontro di civiltà” di Huntington, nacque come lungo articolo col punto interrogativo e finì come titolo assertivo voluto dall’editore del libro. Qui il testo nasce assertivo (The future is asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century), ma l’editore ha saggiamente preferito metterlo ad interrogativo, forse per non render immediatamente antipatico il libro che in origine si rivolgeva primariamente a gli stessi asiatici e la cui assertività avrebbe potuto urtare l’orgoglio occidentale dell’italiano sconnesso dagli eventi a cui però piace sentirsi “ben informato”.

Il soggetto delle 520 pagine è l’Asia, 60% della popolazione mondiale per 53 stati (Europa 8% della popolazione mondiale per 45-50 stati a seconda che li contiate in geografia politica o fisica, dal che si dovrebbe comprendere il problema del nanismo stato-nazionale europeo, con popolazione anziana, capitalismo iper-maturo ed oggi in cerca della perduta “sovranità”). 50% del Pil globale ma 2/3 della sua crescita, percentuale con tendenza a crescere nei prossimi trenta anni. La tesi geo-storica di Khanna è che l’Asia è geneticamente multipolare. Che si contino le civiltà antiche o quelle storiche (arabi, persiani, centro-asiatici, turchici -s’intende di origine turcofona-, mongoli, indiani, cinesi, giapponesi e la macedonia sud-est-pacifica) o i ceppi religiosi (musulmano, buddista, induista, taoista, scintoista, con o senza spruzzi di etica confuciana) o i ceppi linguistici (2301), il pluralismo asiatico è irriducibile. L’occidentale distratto vede l’Asia come tutta quella roba inutile intorno alla Cina, ma è il classico caso in cui si scambiano gli oggetti osservati con le lenti con le quali li si osservano.

Secondo il nostro, lo “spirito comune asiatico” contemporaneo, è un misto di entusiasmo per la crescita economica fortemente infrastrutturata dal commercio che ha vocazione millenaria, stabilità geopolitica basata su un sostanziale reciproco rispetto (non certo privo di conflitti ma confitti limitati alle frizioni, non cioè mossi da volontà di assimilazione dell’Altro), pragmatismo tecnocratico ed oggettivo pluralismo culturale. Quest’ultimo, venne espressamente indicato come il nemico ideologico da sconfiggere nella famosa orazione fatta la sera prima della morte di papa Giovanni Paolo I, dall’allora cardinal Ratzinger che col suo simpatico accento da Peter Sellers in Dottor Stranamore, indicò i due grandi nemici ideologici: il relativismo ed il sincretismo. Il sincretismo è propriamente la forma vigente nella grandi frammistioni culturali asiatiche, dalle religioni alla cucina, passando per l’intrattenimento e i modi di vita e non ultimo l’indigesto socialismo-capitalista cinese che tanto imbarazza lo stomaco dei marxisti occidentali che preferiscono le partizioni nitide e precise, come Ratzinger. Khanna nota giustamente, e la nota vale anche per Africa e Medio Oriente, quanta frizione scaturisca tra questa tradizione fluida e le partizioni confinarie statali imposte durante il colonialismo europeo.

Secondo il narratore asiatico, il supposto “disordine mondiale” è un difetto percettivo degli occidentali che non leggono più le consuete forme del loro dominio. Non c’è alcun disordine ma un ordine complesso che sta facendo dell’Asia un classico “totale maggiore delle sue parti”. Il passaggio storico sarà anche quello dalle forme semplici con un egemone (sequenza Braudel-Arrighi), alle forme complesse dei sistemi ed il sistema che chissà se definire egemone o più prudentemente centrale, sarà quello asiatico, che non è solo quello cinese che conta solo 1,4 su 5 mld di asiatici. Questa maggior gravità oggettiva, agirà per concreta forza geografica, sul continuo afro-euro-asiatico. In una epoca che si definisce “materialista”, nell’immagine di mondo molti s’erano persi la geografia che invece torna oggi ad una sua realistica rilevanza, assieme alla demografia, la storia, la natura strutturale delle tradizioni culturali. L’economicismo metodologico sarà bene ampliarlo se si vuol comprendere qualcosa del mondo che verrà. Gli asiatici sono giovani ed ottimisti e banale è sottolineare che noi invece siamo il simmetrico contrario.

Il testo di Khanna che ha evidente mira di costruire una frame di ” orgoglioso discorso asiatico” rivolto agli asiatici (e non a caso fatto da un singaporiano), in prima istanza, parte da una di breve storia dell’Asia che gli osservatori europei dediti all’ombelichismo (sia quello esaltato che quello critico poiché classi ed ideologie ci dividono ma la cultura geo-storica non può che  esser la stessa tra “occidentali”) farebbero bene ad approcciare nello studio. Dall’ottimo P. Frankopan, al più recente P. Grosser, è tutto un recente fiorire di storia asiatica, mentre si segnala S. Conrad e le riflessioni metodologiche sulla nuova, necessaria “storia globale”, con cui sarà meglio impratichirsi velocemente se si vuol capire qualcosa dei tempi che vengono.

L’inclusione della variabile culturale è un ex-novo per Khanna, qui molto più geografico e politico del suo manifesto post-geografico/politico Connectivity e molto più storico-culturale del suo consueto. Meno città-stato e più stati potenti. Si capisce, poiché lo cita in apertura e nei ringraziamenti, che il probabile dialogo con l’altro singaporiano geo-politico Kishore Mahbubani (di cui parlammo in questo articolo in cui feci una presentazione del suo ultimo pamphlet), gli ha fatto vedere mondi prima sconosciuti (Mahbubani ha forti inclinazioni filosofiche, con una dedizione particolare verso il nostro Machiavelli). L’ultimo capitolo del volumone è infatti dedicato ad una sfilza di “fenomeni culturali” di plurima generazione asiatica, nella cultura “alta” quanto in quella popolare, una vivacità che fa immediatamente “Rinascimento asiatico” con mischianti fertilizzazioni incrociate.

In definitiva, Khanna è più utile come osservatore informato che come analista. Sterminati gli elenchi di fatti economici, finanziari, tecnologici, demografici, un po’ meno politici che innervano il suo racconto del nuovo momento asiatico, fatti utili da conoscere per noi che qui alla periferia del ribaltone geopolitico, quando va bene, abbiamo qualche straccio di articolo su qualche specifico aspetto di quel mondo tanto grande quanto per noi sfuggente nella composita grana fine dei fatti che lì si producono. Qui dove basta la visita di Xi Jinping per rivelare il vasto oceano d’ignoranza che per noi si estende oltre le colonne d’Ercole della salvinata o grillinata del giorno e dell’eco che ogni sera il corifeo del giornalismo etico-liberale gli fa in televisione. O dove i mediatori informativi sono il Forchielli, qualche auto-nominato sinologo o qualche amico della NATO. Ciò detto, alcune sue tesi sono al limite dell’ingenuo o del forzoso come includere quella che lui chiama Asia occidentale e noi Medio o Vicino Oriente, nel continuum asiatico. Ogni tanto il suo immaterialismo storico a base di merci e pagamenti contactless con selfie e start up riaffiora facendo facili cose che non lo sono affatto. Però altre, sono a mio avviso condivisibili o quantomeno utili da sapere.

Un fatto poco compreso dagli occidentali che ragionano ancora in termini di allineamenti coerenti e caporali di giornata, è che il mondo multipolare sarà fatto da reti di inestricabili intrecci e che -in definitiva- tale “tessuto assieme” (cum-plexus) risulterà assai più stabilizzante per quanto dinamico della contrapposizione tra blocchi. Il nuovo campione di questa postura è senz’altro l’India. L’India fa esercitazioni militari con gli USA in chiara funzione anti-cinese, così come sta allacciando raccordi spessi con altri due storici non amici dei cinesi: il Vietnam ed il Giappone. Ma l’India ha come maggior fornitore di armi la Russia, dieci volte più che gli USA (Sipri – Arms Transfers Database 03/19) con i quali, tra l’altro, ha di recente firmato accordi per una mini-via della Seta India-Iran-Russia (via Caspio). Iran che è il principale fornitore di energia del vorace gigante asiatico. In tutto ciò, l’India è il secondo paese per quote sottoscritte (e relativi diritti di voto) dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) che gli dà anche un vice-pesident nel Board of Directors del gigante bancario a prevalenza cinese che finanzierà le Vie della Seta. Non solo, è stato anche di recente cooptato assieme all’odiato Pakistan, nell’esclusivo club sino-russo della Shanghai Cooperation Organization. Il che non gli impedisce di far scaramucce coi pakistani nel Kashmir, mandando neanche tanto trasversali messaggi ai cinesi che lì vogliono far passare un pezzo del network serico. Semmai i britannici decidessero davvero di dar corso alla Brexit, già era previsto che il primo accordo di libero scambio con ampi legami banco-finanziari sarebbe stato con i cari, vecchi, amici indiani. Nel frattempo, Modi annuncia orgoglioso di esser diventato la quarta potenzia spaziale del pianeta ovvero di esser pronto di sedersi al tavolo da gioco delle guerre stellari con dotazione atomica. Insomma, da che parte sta l’India? Dalla parte “sua”, evidentemente. Il geopolitico americano Ian Bremmer lo definì G-Zero o “Every nation for itself” come da titolo di un suo libro del 2012.

Il grande vantaggio del mondo multipolare, sarà questo mercato delle amicizie pieno di concorrenti che permetteranno ad ogni stato di far ciò che gli studiosi di IR americani chiamavano “cherry picking”, prendere le ciliegie più succose da vari cesti, nonché bilanciarsi di qui e di là per tenersi in piedi nei marosi della Grande Complessità. Tutto ciò più che “globale” è “inter-nazionale”, è gioco che giocano gli Stati alla faccia di quei improvvidi scenaristi che ne avevano annunciato morte certa. Certo la possibilità di barcamenarsi sarà una declinazione di una qualche forma di potenza relativa, San Marino avrà poco cherry picking da fare (per quanto si segnala una misteriosa visita di Lavrov alla Repubblica del Titano proprio i giorni in cui qui c’era Xi Jinping). Ma le medie potenze, potrebbero altresì darsi molto più da fare a stare in alleanze militari con qualcuno, commerciali con qualcun altro e così via. In fondo è la stretta logica del bilanciamento che poi è la base degli ordini multipolari (Europa XIX secolo, Italia del XVI secolo). In questo nuovo gioco del mondo complesso, contano le fiches effettive (cosa hai da dare -materie prime o energie, merci, armi, denaro, passaggi logistici-, a chi, per quale ragione) e la credibilità dei giocatori principali ovvero la loro reputazione.

Molti avvertono che la Cina, nelle varie partite bilaterali necessarie alla costruzione delle Vie della Seta, sta qui e lì provando a trarre il proprio maggior vantaggio con un certo egoismo che fa urlare a “neocolonialismo!”. Letti certi commenti, pare a qualcuno strano che la BRI non sia un ente di beneficenza. Però i più pensanti prevedono che starà ben attenta a non farsi fama di eccessiva voracità e mancanza di elasticità, altrimenti il suo progettone logistico non andrà di un metro oltre il Xinjiang ed i delusi rimbalzeranno nelle braccia americane in mezzo secondo netto. Forse i cinesi sanno leggere Confucio meglio degli occidentali e l’etica confuciana si basa su principi di cui quello di reciprocità è il più importante (Analects 15.24), principio che accomuna la morale astratta alla pragmatica concreta e che è ritenuto uno dei pochi reali “universali” esistenti. Di contro, le recenti promesse di nuovi dazi di Trump al perno della sua strategia indo-pacifica (il Pivot to Asia di Obama-Clinton semplicemente rinominato), ossia all’India, per non aver osservato l’embargo verso l’Iran, come già accaduto nella reciproca relazione con il filippino Duterte e il coreano Moon Jae-in ed allo stesso Pakistan, come già il proditorio ritiro dal TPP ha detto a gli 11 paesi del Pacifico coinvolti, tutto ciò dice a gli asiatici che gli americani vanno sullo strano e non ci si può far affidamento più di tanto.

Questa stessa struttura di fatti intrecciati, fornirà sia alla Cina la possibilità di penetrare il campo americano, sia all’America di penetrare il campo cinese, (con russi ed indiani battitori liberi) sebbene la Cina si presenti con soldi da investire e gli americani più spesso con le armi da vendere e stante che entrambi hanno le loro luci ed ombre in termini di reputazione. Il titolo originario del lavoro di Khanna, dopo i commerci citava doverosamente i conflitti e conflitti nell’accezione di frizioni anche aspre, ci saranno senz’altro, naturali ed indotti. Conflitti però non significa necessariamente spararsi addosso l’un con l’altro. Egoisti sì, stupidi no.

Ma oltre a ciò, la tesi macroscopica dell’articolo di FT riportato, che è poi la tesi di K. Mahbubani, che è la tesi di fondo dell’ultimo Khanna, ha una sua ulteriore evidenza. L’Asia si sta configurando come un sistema ed è destinata a fungere da attrattore per l’Europa visto che gli scambi commerciali reciproci sopravanzano in entrambi i casi quelli con gli Stati Uniti rivelando la natura geografica, quindi solida, del concetto di Eurasia. Il sistema asiatico è multipolare, frattale di un più ampio mondo multipolare. Nel sistema asiatico, i prestiti interni cominciano ad esser in valuta locale e così molte partite bilaterali che aumentano le reciproche riserve ed invogliano ad ulteriori scambi. Quel “locale” o “macro-regionale” che è concetto offuscato dalle molte letture ultra-qualitative sulla globalizzazione che qui da noi hanno imperversato sin troppo. Nei nudi fatti, quasi tutti paesi del mondo, continuano ad avere i vari vicini come prime tre posizioni tanto per l’export che per l’import. In più, quel paniere di valute è generalmente a livello più basso del dollaro e dell’euro e rimanendo nell’ambito asiatico, ogni paese ha più possibilità di accedere ad un moderato benessere anche senza diventare “ricco”, comprandosi merci reciprocamente senza passare per il dollaro. Rimanendo all’interno della nuova Asianomics, lì hanno sentito meno la crisi globale e gli investimenti tra loro stanno già -in parte- sopperendo ai ritiri occidentali. Hanno già una ampia divisione del lavoro con punte di eccellenza tecnologica affermata in Giappone, Corea del Sud e Cina ed un settore servizi che si sta ampliando in tutti i paesi prima condannati a restare fabbrica del mondo. La Cina ci sta dando dentro anche nella scienza e lì saranno dolori, alla velocità con cui sembra stanno procedendo nella crittografia quantistica c’è il rischio mandino presto in vacanza l’intera NSA. Sempre più fitte le interconnessioni interne sia virtuali (tlc), sia reali (aerei, strade, ferrovie, porti) con sempre più turisti interni ovvero asiatici che visitano altri paesi asiatici e studenti degli uni che vanno a formarsi dall’altro. Quello che molti euro-centrati non sembra abbiamo compreso è che la BRI cinese è in primis una commodity asiatica per legare gli asiatici tra loro e tutti assieme all’Europa e all’Africa, naturalmente coi cinesi azionisti di maggioranza. Inoltre, nessuno di loro pone all’altro imbarazzanti questioni di legittimità che siano la democrazia liberale o i diritti umani o l’intervento dello stato nell’economia. Hanno tutti lo stesso interesse a dotarsi di una ampia classe media ed hanno tutti sacche di profonda povertà ancora da riscattare. Hanno tutti avuto accesso al modo moderno di stare al mondo da poco tempo ed hanno parecchio tempo davanti ancora per svilupparlo a loro beneficio, facendo crescere il loro interno senza diventare imperi espansivi.

Tutte queste sono pur sempre ancora e solo tendenze, i sistemi non si formano in pochi anni, però sembrano esserci piene condizioni perché processi di auto-rinforzo interno, creino ulteriori ragioni di sempre maggior interconnessione. L’interconnessione fa il sistema ed il sistema più massivo fa da centro di gravità per tutto il resto. Sì, pare proprio che il prossimo e forse non solo il prossimo, sarà un secolo asiatico.

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E’ chiaro che nel nuovo assetto mondiale che si verrà a creare, le nostre condizioni di possibilità si restringono. Possiamo aspettarci una sequenza di impatti negativi crescenti sebbene gli asiatici ci promettano futuri basati su quella metafisica dell’assurdo inventata dagli anglosassoni che è il “win-win”. Per certi versi abbiamo già cominciato ad averli. Il “neo-liberismo” può esser letto anche come una manovra disperata del nostro sistema centrale di mantenersi funzionante. Ma stiamo vedendo che come traiettoria storica comincia a mostrare la sua insostenibilità e molti cominciano ad esser i ritorni negativi e disfunzionali, veri e propri fallimenti in termini di adattamento alle nuove condizioni del mondo, a partire da quella rottura del “contratto sociale” che teneva in piedi l’interno dei sistemi nazionali.

Tentando uno sguardo rivolto ai prossimi anni, si intravedono tre possibili esiti. Il più probabile è che non succeda nulla di rilevante e l’Occidente farà la fine della rana bollita. Nel mentre le sue élite sposeranno il dispotismo asiatico ritirando il suffragio universale e, sposando i nuovi sistemi di controllo sociale elettronico, continueranno a produrre ricchezza fittizia che accumuleranno as usual, preparandosi alla fine dei tempi salvando se stessi ed i propri cari con qualche protesi in più in qualche atollo recintato dalle invasioni dei barbari. Nel frattempo, molti gramsciani mostri nasceranno nel sempre più fitto chiaroscuro, ogni giorno un po’ più scuro. Il disordine chiamerà ordine purchessia ed ecco pronto il liberalismo illiberale. Se la risposta al lento declino è Trump, Salvini, Le Pen, famiglia e porto d’armi, vuol dire che al peggio non c’è mai fine e quando si tocca il fondo si può sempre cominciare a scavare. La seconda possibilità è il collasso Sansone&Filistei. Qualcuno a Washington perde la testa e s’innesca la banalità dal Male che nessuno vorrebbe coscientemente ma poi si va in modalità inconscio e chissà allora cosa può succedere. Personalmente lo ritengo improbabile, ma non impossibile. Infine, a noi occidentali inventori del modo moderno di stare al mondo, si pone un nuovo eccitante compito: pensare al modo successivo. Dopo i mille anni ordinati da aristocrazia e religione ed i cinque secoli moderni della borghesia e capitale, ci inventiamo un nuovo adattamento. Quest’ultimo lo ritengo anche improbabile ma a differenza del secondo, nella misura in cui non cambiamo radicalmente mentalità a partire da chi ha il compito di leggere la realtà ovvero i privilegiati lavoratori dell’intelletto, sembra anche impossibile. Ma chissà, la speranza è l’ultima a morire o forse, come con la peste del ‘300, un qualche agente esterno tipo la condizione ambientale, ci darà uno di quei salutari schiaffoni che aiutano a crescere. E comunque, anche la Peste Nera veniva dall’Asia…


Libri citati: K. Pomeranz, La grande divergenza, Il Mulino, 2012 / B. Milanovic, Ingiustizia globale, LUISS, 2017 / J. De Vries, The Industrious Revolution: Consumer Demand and the Household Economy, 1650 to the Present, CUP, 2008 / Parag Khanna, Il secolo asiatico? Fazi editore, 2019 / Ian Bremmer, Every nation for itself, Penguin, 2012 / K. Mahbubani, Has the West Lost It? Penguin, 2018 / P. Frankopan, Le Vie della Seta, Mondadori, 2017 / P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018 / S. Conrad, Storia globale. Una introduzione, Carocci, 2015 / I detti di Confucio (Analects) a cura di Simon Leys, Adelphi, 2006. A.Maddison sarebbe il mitico The World Economy: A Millenial Perspective OECD, 2001. Arrighi con l’insuperato Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 2014 mentre i Braudel da citare sono troppi. Piccolo, ma saporito La dinamica del capitalismo, Il Mulino, 1981 Lì l’autunno occidentale già c’era tutto, quando si investe tempo a leggere gli storici invece che i giornalisti o gli economisti di giornata, è sempre tempo ben speso.
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Comments   

#1 Paolo Selmi 2019-04-06 17:35
Caro Pierluigi,

come giustamente sottolinei l'egemonia occidentale, a livello mondiale, partita col colonialismo e terminata qualche anno fa, fu una breve parentesi storica in un contesto storico dove furono le civiltà asiatiche a realizzare i migliori risultati. Parlare di rivoluzione industriale e capitalismo come di un rapporto fra effetto e causa, di etica protestante e spirito del capitalismo, di brodi di coltura più o meno favorevoli a impennate scientifico-tecnologiche in grado di accelerare i processi di accumulazione e concentrazione di capitale, è un esercizio in cui non mi cimento, non perché poco interessante, anzi, ma perché oggi il campo andrebbe allargato all'etica confuciana e allo spirito del capitalismo, piuttosto che all'etica islamica e allo spirito del capitalismo, piuttosto che a quella vedica e, tanto per cambiare, allo spirito del capitalismo: la rete pullula di saggi accademici dove prima di "ethic and the spirit of capitalism" si può piazzare qualsiasi delle religioni e filosofie dominanti nel globo. In questo, l'Asia come "contenitore" va bene per un manuale di geografia e come titolo di un capolavoro di Guccini (anche se preferisco personalmente la versione "elettrificata" dei Nomadi e cantata da Augusto Daolio): per il resto, dire Asia è come dire Africa, o America, o Europa. In ciascuna parte di quell'immenso continente il capitalismo è declinato entro specifiche locali, raggiunge gradi di sviluppo diversi (dalla vendita EXW del trader bengalese al grossista italico di abbigliamento, che sfrutta all'osso i suoi e dice "vi faccio trovare la merce fuori dalla fabbrica, al resto (e alla percentuale che mi spetta) pensate voi, fino alla cessione DDP del colosso imperialistico cinese alla propria italica filiale, di recente acquisizione, sfruttando la propria compagnia di bandiera lungo la rotta che si è scavato e assicurato militarmente, con la propria compagnia di bandiera e, in prospettiva, proprio personale ai posti di comando.

Riletta da questo punto di vista, la storia del capitale gronda sempre "dalla testa ai piedi, da tutti i pori, sangue e sporcizia” (von Kopf bis Zeh, aus allen Poren, blut und schmutztriefend). Le vittime dei conflitti dal 2011 al 2017, con una media di 100.000 morti all'anno, sono triplicate rispetto ai sette anni precedenti (https://www.pcr.uu.se/digitalAssets/667/c_667494-l_1-k_fatalities-by-type-of-violence--with-rwanda-1994---1989-2017.pdf). Più o meno nello stesso periodo, il commercio globale di armi segna un +10% (https://www.sipri.org/news/press-release/2018/asia-and-middle-east-lead-rising-trend-arms-imports-us-exports-grow-significantly-says-sipri), con un notevole incremento a stelle e strisce e una altrettanto notevole flessione russa, dovuta alle sanzioni e alla paura di ritorsioni americane (vedasi l'affaire Erdogan vs S-400). Russia che, come ammettono gli stessi cinesi che, quando si parla di armi, in genere perdono il consueto aplomb e sfoderano un nazionalismo d'antan degno delle scene più epiche di "Dalla Cina con furore" (精武門, Hong Kong, 1972), si è saputa cambiare d'abito dopo il crollo dell'URSS, non solo dismettendo tecnologie divenute ben presto obsolete, non solo riuscendo a "dire cose vecchie con il vestito nuovo", ma anche puntando sulla "qualità" (se così si può dire per ordigni criminali e criminogeni), ovvero puntando a pochi, innovativi progetti, massimizzando le minori risorse disponibili per gli stessi, e portandoli a compimento ritornando strategicamente sulla cresta dell'onda, sfruttando anche l'ignoranza a stelle e strisce per cui, non sempre, "quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto" (Sergio Leone a parte, l'articolo originale è qui 频频叫板美国,普京底气何在? (Da dove trova Putin (o "Pujing") la forza per fronteggiare ogni volta gli USA?) http://www.81.cn/gjzx/2019-03/12/content_9447467.htm e la traduzione in russo qui https://inosmi.ru/military/20190320/244776979.html): «Лучше меньше, да лучше» (Meglio meno, ma meglio), forse "Pujing" questo ammonimento di Lenin non lo ha dimenticato, ovviamente dove vuole lui. La stessa filosofia, tra l'altro, è riscontrabile negli interventi mirati in politica estera, tesi a massimizzare effetti e benefici con il minimo di spesa.

Alla fine, tuttavia, una volta che tutti han tirato fuori i denti, che le vendite di armamenti salgono, che il tributo di sangue è stato soddisfatto, "lupo non mangia lupo". E non lo mangerà mai. Il capitalista italiano, l'ultimo rampollo della dinastia, che si è rotto di stare nell'agone mondiale a farsi massacrare da dieselgate e non ne ha abbastanza per accettare regole che cambiano ogni anno e aumentano a dismisura i costi di produzione, deve solo decidere se e come (s)vendere, se ai capitalisti coreani (https://www.automoto.it/news/hyundai-punta-a-fca-rumors-di-acquisto-entro-il-2019.html), se a quelli cinesi (https://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/fca-torna-interesse-cinese, ma è da almeno due anni che la menano https://www.autonews.com/article/20170814/OEM/170819914/chinese-automakers-covet-fca), piuttosto che ai cugini francesi (https://www.carscoops.com/2019/03/shares-surge-as-peugeot-boss-says-fca-merger-is-possible/). Ma la realtà non cambia, e non cambierà. Si passa solo dal "sangue" marxiano sopra citato alla "sporcizia": sporcizia fisica, perché viviamo tutti, da Est a Ovest, da Nord a Sud, in un mondo sempre più sporco, dove aumentano tumori e malattie cardiovascolari e respiratorie: nella sola UE a 28 siamo a un morto su quattro per tumori (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Cancer_statistics#Deaths_from_cancer), 1.323.174 su 5.217.378 nel 2015 (Fonte Eurostat http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/submitViewTableAction.do richiamata dall'articolo sopra citato e cambiando i parametri di ricerca). Nel resto del mondo la situazione è parimenti preoccupante (https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/cancer e https://www.who.int/en/news-room/fact-sheets/detail/ambient-(outdoor)-air-quality-and-health), per esempio.

Per questo la diatriba, falsa o vera che sia, pompata o diminuita che sia, di questo vero o presunto blocco "occidente" contro questo vero o presunto blocco "oriente", perdonami ma mi appassiona poco. Anche allargando lo sguardo, estendendolo "fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare", io sento sempre lo stesso rumore e la stessa puzza. Questo turbocapitalismo globale, questa immensa macchina da guerra che macina risorse e sputa fuori sempre più sangue e sporcizia e sempre meno saggio di profitto, da cui guerre e ancora più sangue e sporcizia, che non si ferma neppure di fronte al pericolo concreto dell'autodistruzione, perché è convinto che, alla fine, si rimedierà sempre qualche oasi nel deserto "pollution-free", "cancer-free", magari, anzi, sicuramente "green", per quella classe di privilegiati transnazionale attualmente al comando del timone, oggi non ha nessun nemico realmente in grado di contrastarlo. Questo, sempre perdonami, mi fa incazzare (realmente, non solo nell'accezione politica con cui si descriveva a condizione operaia nel secolo scorso) decisamente di più. Oggi è così, domani, se vi sarà un domani con un pianeta ancora popolato da esseri antropomorfi chiamati uomini, chissà. Quanto meno, me lo auguro, mi auguro che, anche se non sempre chi raccoglie e chi semina sono la stessa persona tuttavia, in questo domani, qualcuno possa raccogliere. Ma, perché ciò accada, occorre quanto meno seminare.

Un caro saluto
Paolo Selmi
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