Crisi, pandemia, guerra. Verso la mobilitazione totale
di Carlo Formenti
Questo testo è la prima stesura di un paragrafo della Prima Parte di un corposo lavoro (due volumi) a cui sto lavorando (la Prima Parte sulla crisi del neoliberalismo, la Seconda sui socialismi reali di ieri e di oggi, la Terza sulle prospettive del marxismo rivoluzionario in Occidente). La Prima Parte è stata appena completata (sempre in prima stesura) mentre la Seconda e la Terza richiederanno mesi di lavoro, per cui l'uscita del libro è prevista per i primi mesi del 2023. Pubblicare una parte (sia pure limitata) di un libro ancora in gestazione e con tanto anticipo sulla pubblicazione può apparire una scelta bizzarra, ma mi ha indotto a farlo il precipitare di eventi che ci avvicinano pericolosamente allo scoppio di una Terza guerra mondiale. Questo testo è stato scritto in pochi giorni come una sorta di interludio/appendice alla Prima Parte, con lo scopo di mettere alcune riflessioni teoriche a confronto con l'attualità storica. Si presta dunque ad argomentare il mio punto di vista sulla situazione geopolitica molto meglio dei brevi interventi con cui cerco di contrastare le narrazioni del pensiero unico neoliberale sul mio profilo Facebook. Il lettore troverà una serie di rinvii interni ad altre parti del libro, alcune già scritte altre da scrivere, che non ho ritenuto di eliminare, anche perché non credo possano disturbare la fruizione del testo. Diversamente dal solito, non ho corredato il post con immagini: la valanga di immagini smaccatamente propagandistiche cui siamo sottoposti in questi giorni mi dà la nausea, per cui ho evitato di alimentare questo disgustoso tsunami.
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Il 2007 passerà alla storia come il punto di svolta che ha sancito la fine della guerra di classe fondata sulla globalizzazione e la sua prosecuzione sotto forma di mobilitazione totale.
Come ricordato poco sopra (riferimento al paragrafo precedente), inizialmente i governi neoliberali hanno reagito alla crisi limitandosi a proseguire sulla via tracciata nei decenni precedenti: avanti tutta con i tagli, le privatizzazioni, le ristrutturazioni tecnologiche, la finanziarizzazione, lo smantellamento della democrazia rappresentativa, ecc. Ma presto è apparso evidente che la misura era colma. La rabbia popolare è esplosa in varie forme in tutto l’Occidente permettendo ai populismi di destra e di sinistra di dilagare: Bernie Sanders e Donald Trump danno l’assalto alle vecchie leadership dei Democratici e dei Repubblicani (Trump ci riesce, arrivando a conquistare la presidenza, mentre Sanders si lascia intrappolare nel ruolo di leader dell’ala sinistra dei Democratici); Jeremy Corbyn, anziano esponente della sinistra laburista, conquista la segreteria del partito già guidato da Tony Blair; a sinistra avanzano Podemos in Spagna, France Insoumise in Francia, gli M5S (che di sinistra non sono ma dalle sinistre ereditano cospicue fette di elettorato) in Italia; a destra avanzano Vox in Spagna, Marine Le Pen in Francia, Salvini e la Meloni in Italia; il referendum inglese sulla Brexit viene vinto dagli antieuropeisti mentre in quello sulle riforme costituzionali proposto da Renzi trionfano i no; la sconfitta di Trump alle elezioni presidenziali del 2020 non viene riconosciuta da metà della popolazione e una folla inferocita dà l’assalto a Capitol Hill.
A questi allarmanti segnali di perdita di consenso si somma la lentezza con cui l’economia si riprende dalla crisi. Ma soprattutto si somma l’inasprimento del conflitto con la Cina, la cui apertura nei confronti del mercato globale, contrariamente alle aspettative occidentali, non solo non ha provocato la caduta del socialismo e la transizione a un’economia capitalistica, ma ha favorito un formidabile incremento di potenza economica, politica, tecnologica, scientifica e militare, oltre alla capacità di proiettare tale potenza in Africa, Asia e America Latina, minacciando l’egemonia occidentale in queste aree. Il tutto sotto il controllo di uno stato/partito che continua a rivendicare la propria adesione all’ideologia marxista-leninista. Come se non bastasse, nel 2019 esplode l’epidemia del Covid che falcia milioni di vittime in tutto il mondo e, costringendo i governi a contenerne la diffusione ricorrendo a drastici provvedimenti che provocano danni alla produzione e al commercio, ricaccia indietro una timida ripresa che non aveva completamente assorbito la crisi del decennio precedente. A questo punto l’Occidente cambia seccamente strategia. Usa e Ue contrattaccano su quattro fronti: massiccio rilancio della spesa e degli investimenti pubblici, stop alla globalizzazione, guerra al populismo, rinsaldamento del blocco atlantico e guerra fredda contro Cina e Russia. L’obiettivo è spegnere le tensioni sociali attenuando le pressioni su salari, occupazione e welfare, riducendo il consenso politico nei confronti dei movimenti populisti ed evocando un nemico esterno contro cui convogliare la rabbia e la frustrazione popolari.
La parola d’ordine America First lanciata da Trump contempla, fra i vari aspetti, il tentativo di incentivare il rientro negli Stati Uniti di parte degli investimenti esteri delle multinazionali (e dei relativi posti di lavoro), tentativo che viene proseguito dal successore democratico, che ne accentua il significato di “disaccoppiamento” dall’economia cinese (1). Si assiste così a una paradossale inversione di ruoli: da un lato Xi Jinping celebra dalla tribuna di Davos le virtù di un mercato mondiale aperto, mentre l’ambiziosissimo progetto della Nuova Via della Seta e i massicci investimenti cinesi in Africa e in America Latina prospettano una globalizzazione alternativa (2); dall’altro lato, negli Stati Uniti e in Europa cresce l’irritazione per la capacità di cinese di rovesciare a proprio favore – con una sorta di mossa di Judo – una mondializzazione economica che nei piani occidentali avrebbe dovuto favorire, dopo il crollo dell’Urss, la colonizzazione capitalistica del mondo intero (Cina compresa). Nasce così un duplice sforzo teso, da un lato, a mettere in atto un processo di disentanglement fra le aree di influenza occidentale e cinese, dall’altro lato, a scatenare una feroce competizione (con ogni mezzo, incluse operazioni di regime change e guerre locali) laddove le rispettive influenze interferiscono e si sovrappongono. La guerra fra Russia e Ucraina, in atto mentre scrivo, segna una formidabile accelerazione del processo: le sanzioni contro la Russia sono destinate a provocare una segmentazione dei mercati finanziari a livello mondiale e una probabile accelerazione del progetto cinese di costruire circuiti alternativi al dollaro, basati sul renminbi.
La frammentazione dello scenario geopolitico procede di pari passo con la segmentazione dei mercati. La strategia americana per fronteggiare la perdita di egemonia mondiale appare sempre più orientata a scatenare una guerra preventiva contro la Cina in quanto possibile alternativa egemonica (3). Sotto la presidenza Trump l’atteggiamento americano era orientato ad alzare il livello di scontro con la Cina (restando tuttavia sul piano di una guerra fredda giocata a colpi di sanzioni economiche – vedi la messa al bando del colosso high tech Huawei -, e di campagne propagandistiche per alimentare l’isteria anticinese) e a rompere il fronte fra Cina e Russia, ammorbidendo le tensioni accumulatesi nei confronti di quest’ultima. Con Biden lo scenario muta radicalmente: ferma restando la strategia di accerchiamento nei confronti della Cina sul piano economico, politico e militare, viene impressa una poderosa accelerazione dell’avanzata NATO nei territori dell’ex Patto di Varsavia e dell’ex Unione Sovietica, alimentando la tensione in Ucraina fino a provocare l’inevitabile intervento russo. Il progetto è provocare la caduta di Putin e instaurare a Mosca un regime “amico” qual era quello di Eltsin, completando la integrazione/colonizzazione dell’Est Europa da parte del blocco occidentale. Un piano azzardato, nella misura in cui rischia, da un lato, di innescare una spirale fuori controllo che provocherebbe la Terza guerra mondiale (di fatto già in atto, ancorché contenuta in un ambito regionale), dall’altro, se la situazione interna della Russia reggesse, di saldare l’alleanza russo-cinese tanto sul piano economico quanto su quello politico-militare (4), dando vita a un poderoso blocco eurasiatico.
La Ue si è lasciata coinvolgere in questo progetto perdendo qualsiasi residua parvenza di autonomia nei confronti degli Usa. Così è partita una campagna mediatica che alimenta un’isteria russofoba di intensità senza precedenti (non priva di accenti al limite del grottesco ed esplicite venature razziste), una mobilitazione bellicista dell’opinione pubblica che ha fatto piazza pulita di decenni di retorica sul ruolo dell’Unione quale garante di pace, mentre si è presa la decisione di alimentare la guerra (5) inviando armi letali in Ucraina, e si sono adottate contro la Russia sanzioni che minacciano di provocare effetti devastanti sull’economia di molti Paesi membri (a partire dall’Italia). Questa svolta bellicista non si spiega con una sorta di impazzimento collettivo delle élite europee. Il punto è che l’uscita dell’Inghilterra dalla Ue, il perdurare della crisi finanziaria riacutizzata dalla pandemia, i conflitti fra Paesi membri del Nord, del Sud e dell’Est stavano trascinando il progetto europeo verso un punto di implosione. La crisi russo-ucraina rappresenta un’opportunità per cambiare rotta: l’Unione – o meglio la Germania, che esercita al suo interno un’indiscutibile egemonia – sposta l’asse del processo di unificazione dall’economia alla politica, a partire dall’unificazione sul piano militare, e fungendo da braccio armato degli Stati Uniti sul Vecchio Continente, spera cerca di ottenere un sostanzioso bottino di guerra nel caso che il progetto di far crollare il regime russo vada in porto. Anche qui il rischio, nel caso la manovra fallisca, è enorme: in tal caso, i contraccolpi delle sanzioni sarebbero infatti tremendi, e potrebbero riattivare un conflitto sociale che la mobilitazione totale contro la pandemia e contro il “nemico”, per il momento, sembra in grado di neutralizzare.
Prima di analizzare come è stata gestita questa doppia mobilitazione, vediamo come si è provveduto a sventare la doppia minaccia del tracollo finanziario e dell’ondata populista/sovranista. La strategia di disentanglement economico e la frammentazione del mondo in aree di influenza politico militare in conflitto reciproco sopra descritto delinea uno scenario geopolitico che somiglia a quello dell’epoca delle due guerre mondiali, dall’inizio del 900 al 1945. La storia non si ripete, ma certe configurazioni possono ripresentarsi ciclicamente, a conferma di quanto sostenevo nel Primo Capitolo in merito alla cecità di un paradigma “progressista” che descrive la storia come un processo lineare e irreversibile verso livelli sempre più elevati di benessere e civiltà. La storia è irreversibile, ma non procede in base a una necessità immanente che ne determini la direzione (6). Analoghe considerazioni possono essere fatte in merito alle tesi di quei globalisti “di sinistra” che liquidavano come demenziali le rivendicazioni “sovraniste” considerandole reazionarie per definizione (perché contrarie a una “direzione” del processo storico che, come appena visto, si è rivelata immaginaria), ma anche perché, si diceva, lo stato nazione era “superato”, per cui l’idea di affidargli il compito di promuovere una svolta neo keynesiana era illusoria. Dopodiché la svolta neo keynesiana è puntualmente arrivata. Ovviamente non nel senso di un ritorno al compromesso capitale lavoro del trentennio dorato, ma sotto forma di colossali piani di investimento strutturale, di keynesismo di guerra (con il sistema militare-industriale sempre più fiorente grazie alla guerra fredda e meno fredda), di riconversione produttiva all’insegna del digitale e della green economy, ecc. Il tutto nel segno del “ritorno dello Stato” (7).
La controffensiva delle élite neoliberali è stata tuttavia ancora più efficace sul piano politico, riuscendo a sbaragliare la minaccia populista nel giro di pochissimi anni. La minaccia in questione era inoffensiva se riferita ai populismi di destra (il caso Trump merita un discorso a parte che affronterò più avanti). In Spagna, Francia e Italia si trattava infatti di partiti e movimenti allineati con i principi, i valori e gli obiettivi politici neoliberali, che cercavano semplicemente di ottenere più attenzione agli interessi del capitalismo delle piccole-medie imprese e di certi settori di classe media (commercianti, professionisti, ecc.) agitando un sovranismo “di facciata” (fondato soprattutto sul rigetto popolare nei confronti del fenomeno migratorio) ben consapevoli che la loro stessa base elettorale non è a favore dell’uscita dall’Europa. Quanto ai populismi di sinistra me ne occuperò estesamente nella Terza Parte; qui mi limito ad affermare che la loro debolezza ideologica, organizzativa e programmatica è apparsa da subito evidente. Hanno ottenuto effimeri successi elettorali puntando tutto sulla comunicazione (mitizzando il potere di mobilitazione dei nuovi media) e sulla scelta di leader carismatici, conducendo campagne rivolte a canalizzare la rabbia delle classi proletarie e delle classi medie impoverite su falsi obiettivi (punire la disonestà e la corruzione della casta politica, promuovere il “merito” in ogni ambito professionale, istituzionale e politico, andare al governo il più presto possibile senza avere idee in merito a cosa farsene). Si sono lasciati ingabbiare in alleanze “antifasciste” con i partiti neoliberali, scambiando i populismi di destra per novelli Hitler e Mussolini. Scendendo nello specifico dei singoli Paesi: Corbyn e Sanders hanno pagato il fatto di essere rimasti incistati, rispettivamente, nel Partito Democratico e nel Labour, finendo stritolati da quelle poderose macchine da guerra; Podemos non è riuscita a radicarsi nei luoghi di lavoro e nei territori, scommettendo esclusivamente su campagne di opinione pubblica, finché dopo avere toccato un picco di consensi elettorali, non appena è iniziata una inversione di tendenza, è finita soffocata dall’abbraccio dei socialisti in una coalizione di governo che la confina in un ruolo subalterno; l’M5S ha commesso tanti e tali errori e effettuato tali e tante giravolte in un brevissimo arco di tempo (dall’alleanza con la Lega a quella con il PD) da autocondannarsi all’estinzione.
Più complesso, come accennato poco sopra, il discorso su Donald Trump (8). A prescindere dalla peculiarità del personaggio e dal modo in cui è inopinatamente riuscito ad assumere il controllo della macchina elettorale repubblicana, aspetti che meriterebbero un ragionamento ad hoc, la sua presidenza ha rappresentato un vero e proprio caso di rivoluzione passiva in senso gramsciano, fondata sulla saldatura di un blocco sociale alto-basso: in alto, i settori di borghesia americana (carbone, petrolio, siderurgia, ecc.) più esposti agli effetti della “distruzione creatrice” associata alla crescente potenza del settore high tech (digitale, biotech, ecc.) e all’incombente svolta “green”; in basso, il proletariato immiserito della rust belt, le aree centrali massacrate dal decentramento produttivo nei Paesi in via di sviluppo (di qui la ricettività nei confronti della propaganda anticinese e anti migrazione, due “nemici” identificati come le cause della disoccupazione e della perdita di reddito). Si aggiunga l’odio nei confronti delle classi medie ”riflessive” dei grandi centri urbani, base elettorale della sinistra Dem, ma soprattutto soggetti concentrati esclusivamente sui temi dei diritti civili e individuali e insensibili agli interessi degli strati inferiori della classe lavoratrice. L’intensità di tale odio si è misurata in occasione dell’assalto a Capitol Hill un vero e proprio episodio di guerra civile che ci fa capire come la partita sia ancora aperta. Partita che in Europa appare per il momento chiusa, vista l’adesione unanime dei populismi alla mobilitazione totale, contro il Covid prima e contro la Russia poi, messa in atto dalle élite neoliberali.
Il Covid 19 non è un “cigno nero”. Gli episodi di zoonosi (trasmissione di agenti patogeni dagli animali all’uomo) non sono una novità e sono stati sempre più frequenti negli ultimi decenni. Il biologo statunitense Rob Wallace è autore di un libro (9) in cui analizza il fenomeno come effetto collaterale della rapacità delle industrie agroalimentari e dei processi di deforestazione: da un lato la creazione di enormi allevamenti dove si concentrano le occasioni di contagio, dall’altro la penetrazione sempre più profonda in territori selvaggi fino a non molto tempo fa incontaminati, che mette la specie umana a contatto con virus e batteri nei confronti dei quali non dispone di difese immunitarie, hanno creato le condizioni ideali allo scatenamento di questi eventi pandemici. Per distogliere l’attenzione dalle cause reali del fenomeno, e per alzare il tiro nella guerra fredda contro la Cina, l’amministrazione Trump ha accusato Pechino di aver lasciato sfuggire il virus da un laboratorio di guerra biologica sito in Wuhan (la città dove erano in corso dei giochi militari al momento dell’esplosione della pandemia). Una ricerca dell’OMS (grottescamente accusata dagli Usa di essere “al servizio di Pechino”) ha tassativamente smentito questa versione, così come ha messo in dubbio la possibilità che il virus sia di origine artificiale. Anche se, sulla base del fatto che casi di “polmonite atipica” erano stati registrati negli Stati Uniti mesi precedenti alla presunta data di inizio del contagio , c’è chi ipotizza che, se mai il virus è realmente sfuggito a qualche laboratorio di guerra biologica, il maggior indiziato è un sito della Virginia (10).
Tornerò su questi temi in una Appendice a fine libro specificamente dedicata alla crisi pandemica. Qui mi limito a ragionare brevemente sul modo in cui l’Occidente ha gestito tale crisi. In una situazione resa drammatica da decenni di privatizzazioni e tagli alla spesa sanitaria, i sistemi sanitari dei Paesi a regime neoliberale sono apparsi in gravissima difficoltà, nella misura in cui, più ancora del contagio in sé e della rapidità con cui si diffondeva, il rischio era il tracollo del sistema ospedaliero, incapace di gestire l’altissimo numero di ricoveri (in particolare nei reparti di rianimazione). In questo scenario, la prima preoccupazione non è stata proteggere la salute dei cittadini, bensì impedire il blocco della macchina produttiva, della logistica e di tutte istituzioni pubbliche che garantiscono il normale funzionamento dell’economia. Perciò, invece di assumere le misure drastiche che hanno consentito allo Stato cinese di controllare l’epidemia in tempi ridottissimi – additate come esempi di pratiche “illiberali” e lesive dei diritti individuali (11) -, si è provveduto ad applicare una strategia dello stop and go, alternando momenti di rigore a momenti di lassismo, il che ha dilatato enormemente la durata dell’emergenza. Ma soprattutto, dopo la scoperta di una serie di vaccini relativamente efficaci (12) l’intero sforzo di contrasto al virus è stato concentrato su tale strumento, attivando un poderoso sforzo di mobilitazione totale della popolazione attraverso media, partiti, istituzioni pubbliche allo scopo di convincere anche i più riottosi a vaccinarsi. In assenza di un’opposizione politica degna del nome (13), in grado di denunciare le cause reali della pandemia, l’impotenza di un sistema sanitario indebolito dalle politiche neoliberali, i colossali interessi economici in gioco e, last but not least , l’uso politico dell’emergenza sanitaria per ridurre ulteriormente gli spazi di democrazia, il regime neoliberale è riuscito a utilizzare strumenti come il green pass per disciplinare la popolazione e garantire la normale funzionalità del sistema economico (business as usual). Ora che i ritmi di diffusione del virus sembrano calare, la propaganda di regime è passata dal terrorismo alla minimizzazione del rischio (tutti al lavoro, la ricreazione è finita). Ma la mobilitazione totale e lo stato di emergenza proseguono, spostando l’asse dalla guerra al virus alla guerra fredda che, dopo lo scoppio del conflitto fra Russia e Ucraina, rischia di divenire una Terza guerra mondiale combattuta sul territorio europeo. Sulle cause di quanto sta avvenendo ho già ragionato nel Terzo Capitolo. Per arricchire l’analisi cito quasi integralmente il testo di un articolo di Manolo Monereo apparso sulla rivista Cumpanis (14) :
Da anni la Russia andava avvertendo che la sua sicurezza come nazione e Stato è a rischio (…). Non c’è dubbio che gli Stati Uniti e la NATO hanno voluto questa guerra. Gli ultimi mesi hanno significato per la leadership russa che i suoi interessi strategici non sarebbero stati presi in considerazione e che l’accerchiamento e le intimidazioni sarebbero continuati (...). Quando arrivano tempi come questi, bisogna prestare molta attenzione a quello che dicono i militari. Il capo della marina tedesca, il vice ammiraglio Kay-Achim Schönbach, ha fatto una dichiarazione che gli è costata il posto di lavoro (…): ciò di cui la Russia ha bisogno è il rispetto in senso lato, il riconoscimento dei suoi interessi strategici e di sicurezza (…) La percezione del Cremlino è che l’Occidente non la riconosca come uno Stato, una civiltà o una potenza politica e militare (…). Per anni la Russia è stata demonizzata e Putin criminalizzato. La ragione è che si è posta fine all’era Eltsin e le strutture statali e istituzionali della Federazione Russa sono state ricostruite, è stata ricostruita l’economia e l’apparato militare, tecnologico e di sicurezza è stato rafforzato. Qual è l’obiettivo politico della strategia militare della NATO e di Biden? Lo stesso obiettivo che con la Cina, vale a dire quello di annientare l’attuale gruppo dirigente e metterne in piedi un altro più favorevole agli interessi egemonici degli Stati Uniti. Qual è il segno dei tempi, la tendenza di fondo? La transizione verso un mondo multipolare che mette in discussione l’egemonia degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei organizzati nella NATO. In altre parole, stiamo vivendo la ribellione dell’Est (…). Vengono disegnati due scenari decisionali operativi o geopolitici. Il principale è nel Mar Cinese. L’altro è in Europa e quelli al potere hanno deciso che deve essere risolto in Ucraina. Essere ingenui nei confronti degli Stati Uniti è inaccettabile, e significa chiudere gli occhi di fronte alla storia recente dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia, della Siria…Dal punto di vista politico-militare, l’unico impero esistente è quello degli Stati Uniti con più di 700 basi militari in 80 paesi e che spendono, insieme alla NATO, il 60% della spesa militare mondiale. Di fronte a questo, la Russia è poca cosa, ma non è disposta ad essere un alleato subordinato di una superpotenza che lotta disperatamente per la propria egemonia. Per anni ho sottolineato che il mondo come lo abbiamo conosciuto sta cambiando radicalmente e che al suo centro c’è il relativo declino degli Stati Uniti. La mia paura era che quella che è conosciuta come la “trappola di Tucidide” sarebbe arrivata e sarebbe arrivata presto. Come è noto, questa espressione si riferisce ai conflitti e alle guerre che vanno di pari passo con il declino delle potenze egemoniche e la loro sostituzione con quelle emergenti. Questo è il punto in cui siamo ora (…). La guerra ritorna in Europa e ritorna la prodigiosa capacità degli Stati Uniti di creare conflitti militari lontano dai suoi confini. Infine, una riflessione. Gli Stati Uniti rimangono una superpotenza di gran lunga la più forte a livello economico, politico e politico-militare. Quello che stiamo vedendo sono manovre in una strategia globale preventiva con la Cina come obiettivo finale. Questo conflitto emergente è solo l’inizio.
Concludo ribandendo alcuni punti cruciali. Lo schieramento della Ue al fianco dell’Ucraina, sostenuta con massicci aiuti economici e militari, è il segnale di una svolta che sposta l’asse del processo di costruzione dell’Unione dal piano economico al piano politico-militare. Già coinvolta nella macelleria jugoslava, l’Europa si mette al servizio del progetto Usa-NATO, che mira a far esplodere la Federazione Russa in una miriade di staterelli colonizzabili dal capitale occidentale. La Germania, che pure non aveva interesse a scatenare questa guerra, dalla quale rischia di subire seri contraccolpi, ha riscoperto la sua tradizione militarista mettendosi alla testa della mobilitazione bellicista. Per gli Stati Uniti, l’Ucraina ha un interesse strategico marginale (il vero nemico è la Cina) ma l’occasione di indurre l’Europa a trazione tedesca a combattere una guerra per procura contro il nemico secondario andava sfruttata, perché in questo modo l’America ottiene il duplice risultato di indebolire sia il massimo alleato del nemico principale che gli “amici” europei, i quali, comunque vada, dovranno pagare un conto salato. Ciò vale soprattutto per l’Italia, dove il proconsole imperiale Draghi è disinvoltamente passato (con l’appoggio dell’intero arco dalle forze parlamentari) dallo stato di emergenza pandemico allo stato di emergenza bellico. La mobilitazione totale in vista della Terza guerra mondiale – di fatto già iniziata – è partita, e una Italietta disposta a rinnegare l’articolo della Costituzione che sancisce solennemente il ripudio della guerra, rischia di pagare un prezzo ancora più devastante di quello che il Fascismo le impose ottant’anni fa, facendola scendere in campo al fianco del Terzo Reich.










































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