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Gli USA battono in ritirata? – Il piano che metterebbe fine all’eccezionalismo statunitense

di OttolinaTV

15952.t.W630.H354.M4Ma se, invece che finire di scatenare la terza guerra mondiale, l’Occidente decidesse di ritirarsi? Di fronte alla debacle ucraina, al fallimento della guerra economica e commerciale contro la Cina e alla manifesta incapacità di tirare un ragno dal buco dal caos in Medio Oriente, negli ultimi mesi, sulle principali testate specializzate di politica internazionale d’oltreoceano, si sono andati moltiplicando gli appelli a un ridimensionamento complessivo delle ambizioni egemoniche dell’imperialismo a guida USA; e non mi riferisco alle fantasie erotiche sul fantomatico isolazionismo di Trump: per un impero globale come gli USA, che vive del furto sistematico di una parte consistente della ricchezza prodotta nel resto del mondo, l’isolazionismo – banalmente – non è un’opzione. No: mi riferisco a una lunga serie di riflessioni che partono dall’assunto che (volenti o nolenti) l’ordine globale, in qualche misura, è già multipolare e le mire egemoniche degli USA risulterebbero ormai sostanzialmente velleitarie: sostanzialmente, si avanza l’ipotesi che sia arrivata l’ora di operare una qualche forma di ritirata ordinata e si cerca di stabilirne fini e modalità; le riflessioni più comuni si limitano, di solito, a ipotizzare la ritirata da qualche fronte per concentrarsi maggiormente su quelli ritenuti più urgenti e vitali. Altre cercano di stabilire le condizioni minime necessarie affinché una ritirata ordinata non si tramuti in un vera e propria disfatta; ma mai nessuno si era spinto a ridisegnare, in modo così ampio ed esaustivo, le coordinate di un nuovo ipotetico ruolo degli USA e dei suoi alleati nel nuovo ordine multipolare come questo articolo pubblicato lunedì scorso su Foreign policy. Congelamento del fronte ucraino e fine all’espansionismo della NATO per permettere a una piccola (ma stabile) Europa di contrattare serenamente le condizioni della pace con il vicino russo, fine del sostegno incondizionato a Israele e definitiva ritirata degli USA dal Medio Oriente; e, soprattutto, stop a ogni tentativo di costruire una coalizione anti-cinese nel Pacifico: insomma, decisamente pane per i nostri denti. Ma prima di addentrarci nei dettagli di questo coraggioso piano, vi ricordo di mettere mi piace a questo video per permetterci di non dover dichiarare anche noi la nostra ritirata e continuare, invece, la nostra battaglia quotidiana contro la propaganda e la dittatura degli algoritmi e, se ancora non lo avete fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali su tutte le piattaforme social – da YouTube a Spotify, da X a Telegram, passando per Rumble – e di attivare tutte le notifiche.

A voi costa meno tempo di quanto non impiegherà il Corriere della serva a mettere anche Foreign policy nella blacklist delle testate a libro paga del Cremlino, ma per noi fa davvero la differenza e ci permette di continuare a interrogarci sulle possibilità concrete che abbiamo ancora per evitare di venire spazzati tutti via da un armageddon nucleare.

Peter Slezkine è il direttore del Monterey Trialogue, un’importante (e rara) iniziativa promossa dal prestigioso Middlebury College di Monterey che promuove il dialogo tra esperti di geopolitica, sicurezza e sviluppo sostenibile di Stati Uniti, Russia e Cina; collaboratore della East China Normal University di Shanghai, il giovane, intraprendente e intellettualmente indipendente professor Slezkine – anche attraverso il suo podcast settimanale – è uno dei pochissimi intellettuali statunitensi rimasti che continua a lavorare quotidianamente per mantenere aperto un canale di comunicazione con l’intellighenzia dei due giganti eurasiatici ai quali il suo Paese ha dichiarato guerra e a proporre soluzioni concrete potenzialmente in grado di invertire, fuori tempo massimo, il cammino intrapreso verso un conflitto generalizzato che potrebbe essere l’ultimo della storia umana. Nel corso degli anni, Slezkine ha cercato di decostruire la narrazione che cerca di spacciare le ambizioni egemoniche degli Stati Uniti come uno scontro di civiltà tra mondo libero e potenze revisioniste autoritarie, e due giorni fa, dalle pagine di Foreign policy, è tornato alla carica con una bella iniezione di lucidità e di pragmatismo: Il caso del grande Occidente si intitola l’articolo; “Washington” sottolinea Slezkine nel sottotitolo “dovrebbe abbandonare l’universalismo liberale e lavorare con l’impero che già possiede”. Slezkine ricorda come a Washington, quando si parla di politica internazionale e di geopolitica, vi siano oggi – sostanzialmente – due scuole di pensiero prevalenti : “La prima” spiega “è l’ortodossia consolidata dell’internazionalismo liberale, che immagina il regno universale della democrazia e dei diritti umani come lo stato finale naturale della storia”. Insomma: gli eredi fuori tempo massimo di Fukuyama e di quella che, probabilmente, potremmo definire la profezia che ha portato più sfiga nella storia dell’umanità, la barzelletta della fine della storia (roba che, in confronto, Piero Fassino – tutto sommato – ci piglia); secondo questa scuola, sottolinea Slezkine, esiste un ordine liberale internazionale più o meno idilliaco che, però, oggi viene minacciato da sanguinari dittatori plurimorti e satrapi di ogni genere che agiscono in maniera irrazionale e che – se solo gli USA e i suoi fedeli alleati seguissero il consiglio dei Giuliano Ferrara e dei Federico Rampini di tutto il mondo e ritrovassero il perduto orgoglio sulla loro intrinseca superiorità morale – sono inesorabilmente destinati ad andare a sbattere contro un muro. Insomma: nonostante la storia sia definitivamente finita nel 1991, Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, molto banalmente, non se ne sarebbero accorte e ora si tratterebbe, banalmente, di fargli qualche ripetizione con ogni mezzo necessario. “La seconda posizione” continua Slezkine, invece “è una posizione di moderazione sempre più influente, avanzata da una coalizione eclettica di neorealisti accademici, anti-imperialisti progressisti e isolazionisti repubblicani”: secondo questa posizione, sostanzialmente, gli USA dovrebbero eleggere a nuovo padre fondatore il nostro guru Antonio Razzi e farsi un po’ gli stracazzi loro limitandosi, magari, a esercitare la loro influenza su quelle poche aree “che ritengono veramente strategicamente vitali per l’interesse nazionale”; un’opzione che, sicuramente, ci suona decisamente meglio.

Peccato, sottolinea Slezkine, sia una fantasia: “L’obiettivo di raggiungere l’universalismo liberale” sottolinea “è tanto irrealistico quanto l’aspettativa che gli Stati Uniti possano tagliare i mille legami che li legano alla rete di alleati e partner che hanno costruito oltre i propri confini”, che è esattamente la cosa che andiamo ripetendo continuamente almeno dall’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina; anche se, molto probabilmente, guardandola da un punto di vista piuttosto diverso da quello adottato da Slezkine, sperare in una svolta isolazionista degli USA – infatti – è del tutto velleitario, a prescindere dalle volontà. Il sistema di dominio globale instaurato dall’imperialismo a guida USA, per le oligarchie che detengono il vero potere non è un optional, ma l’unica possibilità concreta che hanno di riprodursi come classe: senza il saccheggio sistematico di buona parte della ricchezza del pianeta garantito dalla dittatura del dollaro e dal monopolio USA sul sistema monetario e finanziario globale, verrebbe meno il carburante che alimenta il più grande fenomeno di concentrazione capitalistica della storia dell’umanità e, quindi, anche il potere economico materiale che permette a una ristrettissima aristocrazia finanziaria di imporre il suo volere sul resto della società, che è il motivo per il quale abbiamo sempre sostenuto che la guerra totale contro le potenze emergenti (che, appunto, mettono in discussione la dittatura del dollaro e il monopolio USA sul sistema monetario e finanziario USA) non solo è inevitabile, ma è già iniziata ed è anche irreversibile; a meno, appunto, di una vera e propria rivoluzione sociale negli USA che metta fine al dominio di questa aristocrazia finanziaria – che, duole dirlo, al momento non sembra all’ordine del giorno. Slezkine, però, indica una possibile terza via; e avendo fondato tutto il suo lavoro sul dialogo franco e onesto con esponenti del mondo sia russo che cinese, viene da pensare che non sia una convinzione solo sua: sostanzialmente, al posto dell’illusione di poter perpetrare un dominio globale (reso palesemente impossibile dall’emergere di un nuovo ordine multipolare) o di fantasticare su altrettanto illusori ripiegamenti isolazionistici, Slezkine propone una via di mezzo dove gli USA mantengono una proiezione imperiale, ma con un impero che, invece che coprire l’intero globo terracqueo, è limitato alla “Pax Americana realmente esistente”. Insomma: a quello che, sommariamente, definiamo l’Occidente collettivo o, come lo chiama Slezkine, il “grande Occidente”.

Il nucleo centrale di questo “grande Occidente” consisterebbe, ovviamente, nell’anglosfera; il secondo tassello consisterebbe nell’emisfero occidentale nel suo insieme (e, quindi, tutte le Americhe) e il terzo, ovviamente, nell’Europa nella sua versione attuale che, dopo il crollo del muro e dell’Unione Sovietica, ha inglobato anche buona parte di quella orientale. Oltre a questi tre assi fondamentali, “gli Stati Uniti mantengono una raccolta piuttosto casuale di alleati e partner acquisiti dopo la seconda guerra mondiale” – da Israele alle Filippine, passando per il Giappone e la Corea del Sud: “Oltre a questi legami bilaterali e regionali” continua Slezkine “gli Stati Uniti mantengono una vasta rete di basi militari, una posizione centrale nel sistema economico mondiale e una notevole infrastruttura di soft power che comprende l’industria dell’intrattenimento, multinazionali, università e organizzazioni non governative”. Slezkine sottolinea come la costruzione di questo imponente blocco imperiale – che lui definisce, giustamente, “complesso egemonico” – fu sostanzialmente completata nei primi anni ‘50, ma già allora, invece che riconoscerlo come sistema autonomo e unitario in tutta la sua estensione – ma anche con i suoi limiti -, gli USA preferirono estendere le loro ambizioni e rivendicare una leadership di un molto più ampio (e più difficilmente identificabile) mondo libero, vale a dire – banalmente – tutto il mondo, a parte i Paesi espressamente comunisti. Insomma: o con me o contro di me. Purtroppo però, sottolinea Slezkine, “La logica della leadership del mondo libero ha portato a una politica strategicamente insostenibile di contenimento globale” che ha nutrito “un’intolleranza irrazionale a ogni forma di non allineamento” e la dipendenza dall’individuazione continua di “una minaccia esistenziale esterna come unica forza in grado di far coesistere l’eterogeneo mondo libero”; ed ecco così che quando, dopo l’illusoria parentesi della fine della storia seguita al crollo dell’universo sovietico, sono tornate ad affermarsi potenze estranee all’ordine liberale globale, il riflesso condizionato non poteva che essere quello dell’escalation verso un conflitto diretto. Al contrario, Washington – sostiene Slezkine – “dovrebbe riconoscere che è improbabile che la sfera guidata dagli Stati Uniti cresca molto oltre il suo ambito attuale e che non vi è alcuna ragionevole prospettiva che diventi mai un ordine globale” e, invece di perseguire improbabili ambizioni di rinnovata egemonia globale, dovrebbe concentrarsi nell’elaborazione di una strategia realistica che permette agli USA di “massimizzare i suoi asset e le sue opportunità” nell’ambito del “grande Occidente”.

A questo punto, pezzo per pezzo, Slezkine propone le sue ricette: per l’anglosfera, sostiene, il problema non si pone; per l’emisfero occidentale, suggerisce, si tratterebbe – in soldoni – di puntare alla “rinascita delle migliori tradizioni del panamericanismo e della politica di buon vicinato dell’amministrazione Franklin D. Roosevelt”. “Il recente afflusso di investimenti cinesi”, sottolinea, non sarebbe la prova della vulnerabilità latinoamericana e, quindi, della necessità di tornare alle logiche più aggressive dell’imperialismo yankee, ma – molto banalmente – “il prodotto della cessione del campo da parte di Washington”: “Gli investimenti economici e l’attenzione diplomatica diretti all’America Latina sono attualmente al minimo indispensabile, mentre il controllo dei danni assorbe risorse considerevoli. Washington”, sostiene Slezkine. dovrebbe semplicemente lavorare pragmaticamente per “cercare di invertire questo rapporto”; “L’Europa” poi, continua Slezkine, sta vedendo inevitabilmente diminuire il suo peso relativo nel mondo, ma non c’è niente di drammatico, sottolinea. Un’“Europa chiaramente delimitata” può comunque ambire a essere stabile e relativamente forte e contribuire alla stabilità e alla forza complessiva del “grande Occidente”: “I decisori politici statunitensi dovrebbero riconoscere l’Ue e la NATO per quello che sono: istituzioni regionali finite, non elementi costitutivi di un ordine liberale potenzialmente universale”; per farlo, sostiene Slezkine, dovremmo mettere da parte la retorica sull’“autonomia strategica”, dal momento che “le prospettive che gli europei concordino su un efficace accordo di sicurezza collettiva restano scarse”. La soluzione allora sarebbe, molto semplicemente, trattarla come la provincia dell’impero che è, ma senza umiliarla; al contrario, garantendone la relativa stabilità e prosperità mantenendola sotto “l’ombrello di sicurezza degli USA”: “Come parte di un accordo in Ucraina, gli Stati Uniti dovrebbero finalmente chiudere la porta aperta della NATO” continua Slezkine e “Una volta tracciata una linea duratura tra la Russia e il blocco guidato dagli Stati Uniti, le due parti potrebbero lentamente progredire verso una nuova distensione”. In Asia dovrebbero continuare ad alimentare l’integrazione con gli alleati esistenti, “ma cessare gli sforzi per costruire una coalizione anti-Cina”: “Un’Asia unita sotto la guida degli Stati Uniti” sottolinea infatti Slezkine “è una proposta improbabile” e, più in generale, “il rigoroso contenimento della Cina non dovrebbe essere una priorità degli Stati Uniti”; “Gli internazionalisti liberali sentono il bisogno di confrontarsi con Pechino perché l’esistenza di un’autocrazia influente e imponente è incompatibile con la loro visione. Ma se i decisori politici statunitensi abbandonassero l’obiettivo di un ordine liberale universale, allora l’accresciuta attività della Cina sulla scena mondiale non porrebbe necessariamente un problema importante”.

Alla luce di questa nuova prospettiva, gli USA dovrebbero anche piantarla con il tentativo di arruolare l’Europa nella loro battaglia esistenziale contro Pechino: alcune misure circoscritte, come i controlli strategici sulle esportazioni per ridurre il rischio economico e “mantenere il potere relativo del grande Occidente” possono essere prese in considerazione, “ma le misure che per rallentare l’ascesa della Cina indeboliscono l’Europa, andrebbero evitate”. Per quanto riguarda il Medio Oriente, poi, Slezkine sottolinea come “Gli sforzi di Washington per creare un sistema di alleanze sono tutti falliti, così come gli interventi militari diretti in nome della promozione della democrazia”: gli USA, allora, dovrebbero “riconsiderare la politica di sostegno totale e incondizionato a Israele”; il punto è che, sottolinea Slezkine, Israele è “un frammento isolato del grande Occidente” che, però, si trova interamente al di là dei confini del grande Occidente stesso, e cioè in un’area dove gli USA realisticamente non sono in grado di estendere la loro influenza e che, realisticamente, dovrebbero rassegnarsi ad abbandonare completando “il loro ritiro”, un ritiro che Slezkine auspica anche da tutte le “basi militari che rischiano di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto indesiderato attraverso la pressione politica per vendicarsi in caso di vittime americane” e anche da tutti i fronti dove l’universo delle ONG a libro paga di Washington “cercano di promuovere il cambiamento politico al di fuori del grande Occidente”. “I tentativi attivi di diffondere sistemi politici liberali oltre i limiti dell’ordine guidato dagli Stati Uniti”, sottolinea Slezkine, sono velleitari e non fanno che aumentare le probabilità di creare caos e conflitti difficilmente governabili; piuttosto, insiste Slezkine, “gli Stati Uniti dovrebbero aumentare notevolmente la loro portata diplomatica verso il resto del mondo, non per fare pressione sui Paesi affinché si schierino da una parte o dall’altra, ma per incontrarli alle loro condizioni, alla ricerca di opportunità e soluzioni reciprocamente vantaggiose alle sfide comuni”.

Ovviamente, rimane il problema della dittatura del dollaro e del monopolio USA sul sistema monetario e finanziario globale: secondo Slezkine, gli USA – necessariamente – dovrebbero ovviamente tentare di “mantenere il predominio del dollaro”, ma, nel farlo, dovrebbero “usare il proprio potere passivamente piuttosto che attivamente”; “ La militarizzazione del dollaro da parte di Washington” sottolinea Slezkine “non ha portato i cambiamenti desiderati a Mosca o Teheran” e, al contempo, “ha suscitato ansia sul sistema economico globale nelle capitali di tutto il mondo”. Gli USA, allora, dovrebbero fare qualche passo indietro e “ripristinare la fiducia nel dollaro come riserva di valore” restituendogli, perlomeno, una qualche apparenza di neutralità; d’altronde, aggiungo io, nel corso dell’ultimo summit dei BRICS di Kazan, una parte consistente dei Paesi del Sud globale (con nostro sommo dispiacere) hanno dimostrato chiaramente di non aspettare altro: il consenso unitario e il senso di urgenza necessari per avviare concretamente la difficile costruzione di un sistema finanziario e monetario alternativo fondato sull’uso di diverse valute sovrane in grado, finalmente, di emanciparsi dalla dipendenza da una valuta di riserva globale, sembra ancora molto lontano. Insistere con la militarizzazione arbitraria del dollaro, però, mano a mano che le conseguenze diventano sempre più evidenti e insostenibili, potrebbe (alla fine) imporre la svolta necessaria; un piccolo arretramento, guidato – appunto – dalla consapevolezza che ambire a una totale egemonia globale è velleitario, potrebbe invece essere sufficiente per perpetrare il dominio del dollaro (che, per gli USA è una condizione esistenziale almeno per qualche altro decennio). Che, riassumendo, è un po’ lo spirito in generale di questa lunga e densa riflessione di Slezkine – che, pur trovandoci ovviamente in radicale disaccordo da tanti punti di vista, ha sicuramente il merito, in mezzo a tanta becera propaganda – tanto analfoliberale quanto analfosovranista -, di partire da un’analisi un minimo più realistica dei rapporti di forza reali; una piccola, ma significativa ritirata ordinata che, a partire dal riconoscimento – da un lato – dell’esistenza di un ordine globale già oggi (nei fatti) multipolare ma, dall’altro, anche degli innumerevoli punti di forza che ancora oggi fanno del grande Occidente a guida USA il principale blocco del pianeta, offrirebbe alle nostre classi dirigenti la possibilità di elaborare strategie diverse dall’ineluttabilità dell’escalation bellica su scala globale. Un piccolo spiraglio di ottimismo che – mi viene da pensare – non è casuale arrivi da uno dei pochi intellettuali USA che continua a confrontarsi quotidianamente con studiosi russi e cinesi; trattandosi di uno studioso che – per quanto equilibrato, lucido e anche indipendente – potremmo comunque definire liberale, le variabili che mancano all’appello sono tante, a partire dai conflitti di classe intrinseci al modello economico e sociale del “grande Occidente” che, inevitabilmente, spingono anche la politica internazionale in una direzione piuttosto che in un’altra. Ciononostante, anche l’idea che serpeggia nel mondo del dissenso che il modo migliore per risolvere queste tensioni strutturali sia una bella guerra mondiale termonucleare sola igiene del mondo (se non, addirittura, riporre ogni speranza – come si dice spesso – nell’arrivo di un meteorite), tutto sommato non so quanto sia convincente e progressiva; ben venga quindi chi, pur rimanendo saldamente ancorato a una prospettiva comunque (seppur moderatamente) neo-coloniale, propone soluzioni concrete per evitare l’armageddon. Per il resto, più che di mettersi a citare Marinetti (nonostante i trascorsi non proprio felicissimi), si tratta anche di fare quello sporco, lunghissimo, faticosissimo e noiosissimo lavoro di ricostruzione di una soggettività autenticamente popolare che la guerra allo strapotere delle oligarchie sia in grado di portarla avanti quotidianamente difendendo la scuola, la sanità, i diritti del lavoro, quel poco che ci rimane di democrazia e anche quella gretinata che è il pianeta che siamo costretti a condividere. E, per farlo, abbiamo prima di tutto bisogno di un vero e proprio media che, invece che agli oligarchi e agli avventurieri, dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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Comments

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Accorinti Domenico
Saturday, 09 November 2024 09:31
Chiaro ed esaustivo compendio della situazione geopolitica attuale.

Proporrei di utilizzarla come base per la pubblicazione di un manifesto antianarcocapitalistico (anarcocapitalismo riterrei opportuno definire nei fatti la base dell'attuale impero americano) per un mondo multipolare e, più in particolare per tentare di costruire una nuova europa politicamente autorevole, nei limiti del possibile, più autonoma dagli USA e proiettata verso una vera e sovrana costruzione federale europea (ben diversa dall'attuale "ircocervo anarcocapitalistico" subordinato economicamente ed intelletualmente all'attuale forma perversa di unilateralismo imperiale USA).
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Giovanni Nicola De M
Friday, 08 November 2024 08:40
Scrivere qualcosa dopo Alfred è un po mortificante, vista la bravura e l'acutezza del medesimo. Comunque: questo tale Slezkin mi sembra un giocatore di scacchi che sta per subire lo scacco matto e si affretta a offrire la "patta" all'avversario. Forse si reputa furbetto e invece è solo patetico. Questo "Grande Occidente" vive ed esiste solo nella fantasia di personaggi come lui, che sono ( davvero) convinti della intrinseca superiorità degli "wasp" per manifesta volontà divina. Slezkin è solo un po meno arrogante e molto più mellifluo, ma altrettanto illuso e pericoloso. Ancora bravo ad Alfred
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Alfred
Monday, 04 November 2024 22:41
I pipponi sono straordinari nel fare conoscere l'universo di questi soggetti che si arrampicano sugli specchi di una realta' che fugge di mano alla nazione indispensabile.
il suono delle unghie sul vetro e' veramente insopportabile.
Costui ha capito che il caos e' alle porte e magnanimamente ribadisce che l'europa e' colonia del buana d'oltreoceano, ma non bisogna impoverirla troppo ne usarla per una improbabile guerra contro la Cina. Il dollaro deve essere moneta di riserva ancora per qualche decennio perche' altrimenti gli Usa poverini. Il cortile di casa america del sud sara' sempre dentro questa spartizione, ma anziche' il metodo condor sara' meglio lisciargli il pelo per il suo verso e ogni tanto offrire caramelle, non i soliti torturatori ben adestrati. Anche perche' forse non solo non ci sono piu' gli eserciti di una volta, ma anche i torturatori non si addestrano tanto bene se non nel minuscolo Israele.
Capisco che bisogna prendere atto che non tutti sono al livello di trump che spara che se gli europei non comprano merci Usa la pagheranno cara, ma anche questi che vogliono cambiare tutto perche' niente cambi.
Come faranno a tenere il dollaro come moneta di riserva quando hanno escluso dall'utilizzo un terzo delle nazioni emerse?
Solo un delirio da fine della storia poteva accecarli a tal punto da volere la botte piena e la moglie ubriaca. La moneta di riserva e pure l'arma finanziaria definitiva in unico dollaro. Se volevano che il dollaro continuasse a essere tale Non dovevano usarlo per sanzionare e minacciare il mondo. Non sarebbero nati neanche i brics se avessero continuato a ciucciare la loro parte di ricchezza globale e stare nelle sdraio, all'ombra delle palme, a godersela. Purtroppo, Dio acceca chi vuole perdere e loro hanno perso la vista e temo anche altri organi di senso. Hanno bisogno che il dollaro resti tale almeno per qualche decina d'anni ... fammi pensare, rumble, rumble ... e' come andare a dire a un ladro che hai in casa cose di estremo valore che ti serviranno per decenni, ma hai lasciato la porta aperta. Quindi non sara' neanche un furto con scasso. Vale a dire che sapere che il bullo ha questo disperato bisogno sara' un incentivo a fare presto con le alternative. Come reagiranno gli Usa? Minacceranno il resto del mondo con le atomiche perche' non usano piu la loro moneta o sono recalcitranti a mangiare le caramelle condor in sud america? Il mondo e' troppo in la perche' abbiano potere su tutti e contemporaneamente. Le atomiche le hanno anche gli altri. Loro per primi non farebbero una bella fine.
Temo che agli Usa in questo momento vada suggerito di controllare lo stato degli armamenti nucleari. Visto lafine che hanno fatto i cantieri navali e le infrastrutture civili e militari non vorrei che la manutenzione dell'arsenale e le condizioni degli ordigni fossero allo stesso livello. A parte questo va ricordato a tutto il loro apparato finanziario e guerrafondaio che ... e' passata a Napoleone, passera' anche agli Usa.
Che si prendano il loro tempo, possono seguire l'esempio asiatico, lavoro in silenzio e ricostruzione nazionale. Le colonie europee? Quelle direi che farebbero meglio a lasciarle perdere, presto litigheranno pesantemente tra loro e non so come andra' a finire. Non bene, temo.
Se gli Usa non stanno attenti una nuova e bella guerra civile non manchera' neanche a loro ... ricordiamo come volevano spezzettare la Russia ... una cosa simile.
La chiameranno Nemesi?
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