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Il sistema internazionale e la guerra

di Tiberio Graziani

mani mani.jpgNorme, potere e transizione geopolitica

L’articolo propone una distinzione tra sistema internazionale e ordine geopolitico per interpretare la crisi attuale delle relazioni internazionali. La guerra in Ucraina viene letta non come una rottura improvvisa dell’ordine liberale, ma come l’esito di una progressiva erosione della credibilità normativa durante la fase unipolare. La politicizzazione selettiva del diritto internazionale ha indebolito la funzione regolativa del sistema, rendendo strutturale il disallineamento tra norme e distribuzione della potenza. La transizione in corso solleva quindi un interrogativo più profondo: è possibile ricostruire un principio di legittimità condiviso in assenza di egemonia?

 

Sistema internazionale e ordine geopolitico

Per affrontare questo tema è necessario chiarire una distinzione concettuale fondamentale: quella tra sistema internazionale e ordine geopolitico.

Con il sintagma sistema internazionale ci riferiamo all’insieme di regole, norme, istituzioni e principi che organizzano formalmente le relazioni tra gli Stati. Si tratta di una dimensione prevalentemente normativa e istituzionale, che comprende concetti come la sovranità statale, il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite. Il sistema internazionale fornisce quindi il quadro di legittimità entro cui gli attori dovrebbero agire, almeno nelle fasi in cui il sistema mantiene una capacità regolativa effettiva che dipende a sua volta dalle configurazioni dell’ordine geopolitico entro cui opera.

L’ordine geopolitico, invece, riguarda la distribuzione concreta della potenza: chi possiede capacità militari ed economiche decisive, chi esercita influenza, chi costruisce alleanze e chi è in grado di imporre vincoli agli altri attori. Qui il principio regolatore non è la norma, ma l’equilibrio di potenza.

In altri termini, il sistema internazionale indica come il mondo dovrebbe funzionare; l’ordine geopolitico descrive come il mondo funziona effettivamente. Le due dimensioni non si succedono in modo lineare, ma intrattengono una relazione dialettica: il sistema tende a regolamentare l’uso della forza, mentre l’ordine geopolitico ne condiziona concretamente l’efficacia.

In alcuni momenti storici, il cambiamento dell’ordine avviene all’interno di un sistema internazionale che permane; in altri, invece, la crisi dell’ordine è così profonda da mettere in discussione anche il sistema stesso. È soprattutto nei momenti di disallineamento tra queste due dimensioni che la guerra torna a occupare uno spazio centrale nella politica internazionale.

 

Ordine, sistema e guerra: una lettura storica

Adottando questa chiave di lettura, la storia delle relazioni internazionali non va interpretata come una semplice successione di sistemi che si sostituiscono l’uno all’altro. Piuttosto, essa può essere compresa come una dinamica di interazione e tensione tra sistemi internazionali relativamente stabili sul piano normativo e ordini geopolitici mutevoli, che ne condizionano il funzionamento concreto.

A partire dal 1648, con la Pace di Vestfalia, si afferma un sistema internazionale fondato sulla sovranità degli Stati e sul principio del bilanciamento di potenza. Nel XIX secolo, il Concerto Europeo rappresenta un tentativo di stabilizzare questo sistema attraverso la cooperazione diplomatica tra le grandi potenze.

Tuttavia, questo equilibrio entra progressivamente in crisi. La Prima guerra mondiale non rappresenta soltanto un conflitto di grandi dimensioni, ma una vera e propria crisi dell’ordine geopolitico europeo, che finisce per travolgere anche il sistema di regole che lo aveva sostenuto. Non è solo l’equilibrio di potenza a collassare, ma anche la fiducia nella capacità della diplomazia tradizionale di contenere il conflitto.

Il tentativo di risposta a questa crisi è incarnato dalla Società delle Nazioni, che mira a rafforzare la dimensione normativa del sistema internazionale. Tuttavia, l’assenza di un ordine geopolitico compatibile e di meccanismi coercitivi efficaci ne determina il fallimento.

 

Il sistema post-1945 e l’ordine bipolare

La Seconda guerra mondiale costituisce una rottura ancora più profonda. Essa non solo ridisegna l’ordine geopolitico globale, ma dà origine a una nuova architettura istituzionale: le Nazioni Unite, il sistema di Bretton Woods e un insieme di regole volte a prevenire il ritorno di conflitti sistemici.

Dopo il 1945 emerge così un sistema internazionale formalmente universale, fondato sul multilateralismo e sul diritto internazionale. Questo sistema convive con un ordine geopolitico bipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.

Questo caso è particolarmente significativo perché mostra chiaramente che non sempre sistema e ordine coincidono. Il sistema internazionale post-1945 non viene sostituito durante la Guerra Fredda, ma viene strutturato e limitato dall’ordine bipolare. Le superpotenze determinano il funzionamento concreto delle istituzioni multilaterali, condizionano i processi decisionali e delimitano gli spazi di conflitto.

La guerra diretta tra le grandi potenze viene evitata grazie alla deterrenza nucleare, ma il conflitto non scompare. Si sposta verso la periferia del sistema sotto forma di guerre per procura, conflitti regionali e competizioni ideologiche. La Guerra Fredda dimostra quindi che un sistema internazionale relativamente stabile può convivere con un alto livello di violenza, purché questa rimanga geopoliticamente controllata.

 

Il momento unipolare: egemonia e destrutturazione del sistema

Con la fine della Guerra Fredda, l’ordine bipolare collassa mentre il sistema internazionale post-1945 rimane formalmente in vigore. Gli Stati Uniti emergono non solo come potenza dominante, ma come potenza egemone.

In questa fase il rapporto tra sistema e ordine subisce una trasformazione qualitativa. L’ordine unipolare non si limita a coesistere con il sistema internazionale, ma lo riorganizza dall’interno, imponendo progressivamente le proprie priorità politiche, economiche e normative, con una crescente enfasi sul diritto umanitario e sui suoi corollari, come il principio della responsabilità di proteggere e la legittimazione dell’intervento. A livello formale, il sistema internazionale sembra rafforzarsi in termini di densità istituzionale e produzione normativa, ma non in termini di autonomia rispetto al potere egemonico: si espandono le istituzioni occidentali, si intensifica la globalizzazione, si moltiplicano regimi normativi e tribunali internazionali.

Questo rafforzamento è accompagnato da una crescente omologazione del sistema alle preferenze dell’egemone. Il rafforzamento coincide con una crescente politicizzazione del diritto, che perde progressivamente la capacità di funzionare come vincolo generale e tende a operare in modo selettivo, a supporto dell’egemone.

Sul piano politico-strategico, la guerra non viene più definita come conflitto interstatale, ma come intervento contro Stati canaglia, contro il terrorismo o in nome di finalità umanitarie. Si stabilizza così una distinzione tra Stati “responsabili” e Stati “criminali”, cui corrisponde una progressiva esclusione dal perimetro della legittimità internazionale.

Questo processo ha conseguenze profonde: principi fondamentali del sistema internazionale, come la sovranità statale e l’inviolabilità delle frontiere, vengono progressivamente erosi. Le guerre nei Balcani, l’invasione dell’Afghanistan e soprattutto la guerra in Iraq del 2003 segnano una svolta: il sistema internazionale continua a esistere formalmente, ma viene svuotato nella pratica.

L’avversario non è più un soggetto politico legittimo, ma viene criminalizzato. La guerra diventa una forma di polizia internazionale esercitata dall’egemone, più che uno strumento regolato tra Stati sovrani.

In questo senso, il momento unipolare non rafforza realmente il sistema internazionale: lo destruttura, pur mantenendone le forme. Questa dinamica non è il risultato di un’intenzione deliberata, ma l’esito di una asimmetria di potere che ha progressivamente ridotto la capacità vincolante delle norme.

Per quanto riguarda il diritto internazionale, quanto scritto non implica che esso sia una mera finzione, ma che la sua efficacia sia storicamente condizionata e politicamente mediata.

 

La fase di transizione: crisi dell’unipolarismo

A partire dal 2008, i presupposti dell’ordine unipolare entrano in crisi. La crisi finanziaria globale ridimensiona l’idea di superiorità economica dell’Occidente. Parallelamente, si assiste all’ascesa della Cina come potenza globale, alla riemersione della Russia come attore considerato, dalla vulgata occidentale, revisionista. A questo nuovo scenario si aggiunge anche la crescente importanza dell’India. Si tratta di tre Stati-continente collocati nello spazio eurasiatico, la cui crescente proiezione internazionale ridisegna gli equilibri globali.

In questo contesto cresce la crisi del multilateralismo liberale: accordi internazionali vengono contestati, aumentano le tensioni interne all’Occidente e si rafforza la frammentazione regionale. Il sistema internazionale formale rimane in piedi, ma la sua capacità regolativa si indebolisce.

Il risultato è una fase di transizione caratterizzata dall’erosione dell’egemonia americana e dal ritorno della competizione tra grandi potenze.

 

La guerra in Ucraina: effetto della destrutturazione sistemica

Alla luce dell’analisi precedente, la guerra in Ucraina non può essere interpretata in modo semplicistico come una rottura improvvisa dell’ordine internazionale esistente. Una simile lettura risulta convincente solo se si assume come ancora pienamente operativo quel sistema di norme che, in realtà, è stato progressivamente indebolito nella sua capacità vincolante nel corso del momento unipolare, cioè durante quella che potremmo chiamare la fase della “reggenza statunitense” dell’ordine globale.

Nel periodo successivo alla Guerra Fredda, il sistema internazionale e il diritto internazionale hanno continuato a esistere formalmente, ma sono stati applicati in modo selettivo e gerarchico. Le ripetute violazioni della sovranità statale, l’uso della forza senza mandato ONU e la delegittimazione dell’avversario politico hanno progressivamente svuotato il principio di universalità delle norme.

In questo senso, la guerra in Ucraina non rappresenta tanto l’inizio della crisi del sistema internazionale, quanto una sua manifestazione tardiva ma strutturalmente prevedibile. Il ritorno di una guerra interstatale ad alta intensità avviene in un contesto in cui la guerra è già stata normalizzata come strumento politico, seppur in forme asimmetriche e discorsivamente depoliticizzate.

Dal punto di vista sistemico, ciò che emerge non è semplicemente la violazione di norme condivise, ma l’assenza di un consenso reale – universalmente condiviso e non gerarchizzato –  sul loro significato e sulla loro applicazione. Il diritto internazionale, già eroso durante il momento unipolare, non è più in grado di svolgere una funzione regolativa efficace.

Sul piano geopolitico, il conflitto ucraino riflette la collisione tra una fase di transizione incompiuta e l’eredità di un ordine egemonico che ha destrutturato il sistema senza sostituirlo con un nuovo equilibrio stabile. In questo quadro, la guerra non appare come un’anomalia, ma come l’esito prevedibile di un sistema in cui la forza ha preceduto e svuotato la norma.

Una dinamica analoga è visibile nel conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Anche in questo caso, l’uso della forza viene giustificato attraverso categorie di sicurezza preventiva, deterrenza o contrasto a minacce esistenziali, mentre il sistema internazionale appare incapace di esercitare una funzione regolativa effettiva. Il conflitto non si presenta soltanto come scontro regionale, ma come espressione di una competizione più ampia in un contesto di transizione geopolitica, nel quale la legittimazione dell’azione militare precede e condiziona la norma.

Riconoscere la dimensione strutturale dei conflitti non comporta la sospensione del giudizio sulle violazioni del diritto internazionale, che restano tali a prescindere dalla fase storica o dalla posizione di potere dell’attore coinvolto.

 

Conclusione

L’analisi condotta mostra che il problema centrale dell’attuale fase storica non risiede semplicemente nella redistribuzione della potenza globale, ma nel disallineamento tra sistema internazionale e ordine geopolitico.

Il sistema internazionale moderno si fonda sull’idea che la forza sia regolata da norme universalmente valide. Tuttavia, la sua efficacia non dipende dall’esistenza formale delle regole, bensì dalla loro applicazione non selettiva. Quando l’asimmetria di potere diventa così marcata da consentire a un attore di interpretare e applicare le norme in modo gerarchico, il sistema non scompare, ma perde progressivamente la propria capacità vincolante.

La fase unipolare ha rappresentato un momento in cui il sistema è stato mantenuto nella forma ma trasformato nella sostanza. La norma non è stata formalmente abolita, ma progressivamente politicizzata. In questo processo, la distinzione tra legalità e legittimità si è progressivamente assottigliata, fino a rendere instabile il quadro regolativo complessivo.

La fase di transizione attuale non coincide con un semplice ritorno della competizione tra grandi potenze, ma rende manifeste le tensioni prodotte da un sistema la cui pretesa di universalità era ormai divenuta selettiva. In assenza di un ordine geopolitico compatibile con la struttura normativa, la guerra torna a occupare uno spazio centrale non perché le norme siano formalmente decadute, ma perché la loro credibilità è stata erosa.

Il nodo teorico che emerge è il seguente: un sistema internazionale può sopravvivere senza coincidere perfettamente con l’ordine geopolitico, ma non può funzionare se la distanza tra norma e potenza diventa strutturalmente percepita come ingiusta o gerarchica.

La stabilità futura dipenderà dunque non soltanto dall’equilibrio tra gli attori principali, ma dalla capacità di ricomporre il rapporto tra regole e distribuzione della forza. In mancanza di questa ricomposizione, la transizione tenderà a produrre conflitti ricorrenti, nei quali la guerra non sarà un’eccezione al sistema, bensì una delle modalità attraverso cui si ridefiniscono i suoi limiti.

La questione decisiva non è se emergerà un nuovo centro di potere dominante, ma se sarà possibile ricostruire un livello minimo di riconoscimento reciproco capace di restituire al sistema internazionale la funzione regolativa che ne costituisce la ragion d’essere.

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