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eticaeconomia

Lavoretti

di Riccardo Staglianò

social media manager multiple hatsCon la tecnologia, contro la retorica

Vorrei chiarirlo subito, non sono contro la tecnologia. Sono innamorato della tecnologia, da sempre. Sono contro la retorica, contro lo spettacolino di son et lumière che le hanno allestito intorno i banalizzatori della «distruzione creatrice», contro i pubblicitari che hanno tirato a lucido gli slogan e i giornalisti che si sono precipitati a testimoniare nella causa di beatificazione, contro i lobbisti che ne hanno venduto una rispettabilità istituzionale e i politici che l’hanno comprata senza fare una piega. In buona sostanza è la lunga denuncia di una pericolosa impostura linguistica, quella che sta provando a farci credere che «sharing economy» si traduca davvero con «economia della condivisione», con tutto il bene che ne deriverebbe. Un nuovo capitalismo, quello delle piattaforme, tanto generoso e altruista quanto il vecchio, che abbiamo conosciuto fino a oggi, era spietato ed egoista. La sharing economy invece, sotto i brillantini della narrazione prevalente, presenta solo vantaggi. Economicamente efficiente. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta. Chi la critica dunque non può che essere una brutta persona. Peccato che, a dispetto dei termini, piú che condividere, la gig economy – cominciamo a chiamare le cose per quel che sono: economia dei lavoretti – concentri il grosso dei guadagni nelle mani di pochi, lasciando alle moltitudini di chi li svolge giusto le briciole. Share the scraps economy, l’ha ribattezzata Robert Reich.

Chi possiede la piattaforma estrae, secondo una modalità neofeudale, una commissione da chi svolge la prestazione. Cosí il vassallo Travis Kalanick in un lustro passa da zero a sette miliardi di ricchezza personale mentre sempre piú autisti di Uber, dopo l’ennesima decurtazione alle tariffe, dormono nei parcheggi zona aeroporto di San Francisco per essere i primi ad aggiudicarsi le corse buone. Come in ogni casinò che si rispetti, il banco vince sempre.

 

Il mondo si muove, noi che vogliamo fare?

Decostruendo questa narrazione provo a dare un messaggio di speranza. Nel resto del mondo, infatti, il volume di questo dibattito si sta alzando. Non solo gli intellettuali hanno denunciato l’ipocrisia di certi racconti, ma i sindacati hanno pagato le spese per le cause e i tribunali hanno dato loro ragione. Alcuni imprenditori, ancor prima che un giudice intervenisse, hanno quindi deciso di cambiare l’inquadramento dei propri lavoratori da autonomi a dipendenti. Con tutti i diritti del caso. Addirittura avversari politici come Theresa May e Jeremy Corbyn si sono quasi riconciliati sul punto specifico. Non è questione di destra o sinistra, ma della tenuta dello stato sociale. Perché se i padroni delle piattaforme sono campioni olimpici di elusione fiscale e finiscono per pagare tasse da prefisso telefonico grazie a qualche sapiente triangolazione, il welfare a un certo punto non reggerà. Giusto nel nostro Paese questa preoccupazione sembra non rilevare, superata in scioltezza da un entusiasmo adolescenziale per tutto ciò che viene dalla Silicon Valley. Eppure nessuno come noi in Europa ha tanti giovani disoccupati e precari di ognietà. Siamo davvero pronti a riscrivere l’articolo 1 della Costituzione in un piú sincero, ma scoraggiante: «L’Italia è un Paese fondato sul lavoretto»? Preferirei di no. E allora prendete queste pagine come una sveglia il cui tempo è scaduto. Una con quei trilli molesti che crescono di intensità col passare dei minuti. Fra le tante possibili reazioni c’è anche voltarsi dall’altra parte e rimettersi a dormire con il cuscino pigiato sulle orecchie, ma non mi sembra la piú risolutiva. Magari sbaglio.

 

Prima obiezione: la tecnologia ha sempre sostituito i lavoratori, eppure…

Piccolo passo indietro. Poco meno di due anni fa ho scritto, per questa casa editrice, un libro su come web e robot ci stanno rubando il lavoro. Da allora sono stato invitato a molte presentazioni, convegni, festival. Le obiezioni che ho ricevuto rientrano a spanne in due grandi categorie. Numero uno: la tecnologia ci ruba lavoro dalla prima rivoluzione industriale, eppure siamo ancora qui a mangiare, bere e divertirci. Numero due: e poi, a guardare bene, di che furto parli se negli Stati Uniti siamo alla piena occupazione? Della prima mi sono diffusamente occupato nelle oltre 250 pagine di Al posto tuo e non mi ripeterò. Dirò soltanto, in un riassunto temerario, che la novità sta nella somma del machine learning, una tecnica che negli ultimi anni ha fatto formidabili progressi e che consente al software di imparare da se stesso, con i big data, una quantità di informazioni senza precedenti generate da ogni nostra attività digitale. Grazie a questo combinato disposto Google Translate, tanto per fare un esempio, è passato da un livello ridicolo a uno sorprendentemente accurato dopo aver ingurgitato miliardi di pagine di traduzioni fatte dai traduttori ufficiali dell’Unione Europea. Nelle ultime settimane la rassegna di esempi di sostituzione si è allungata a dismisura.

 

Ma, Musk, Berners-Lee, Gates e altri famigerati luddisti danno l’allarme

Nuovi allarmi sono arrivati da pulpiti sempre meno scontati. Prendete Jack Ma, il primo miliardario cinese a finire sulla copertina di «Forbes» grazie alla sua Alibaba, l’Amazon asiatica: «Nei prossimi trent’anni, per gli sconvolgimenti economici che internet ha portato nell’economia, il mondo vedrà molto piú dolore che felicità», ha detto, papale papale, durante un convegno di cui era l’ospite d’onore. O Elon Musk, imprenditore seriale tra i piú ambiziosi, che ha inventato le auto elettriche di Tesla e non fa una piega nemmeno di fronte alla prospettiva di portarci su Marte. A quanto pare c’è un solo scenario che lo fa vacillare, ovvero che l’intelligenza artificiale sostituisca cosí tanti lavori da costringere i governi a distribuire un reddito di base per scongiurare una guerra civile. Timore che condivide, praticamente alla lettera, con il papà del web Tim Berners-Lee, altro celebre misoneista. Se poi anche Bill Gates propone – no, non come una provocazione – di tassare i robot che ci rimpiazzeranno in fabbrica e in ufficio, mi sembra che ce ne sia piú che abbastanza per ragionare laicamente intorno all’ipotesi che forse stavolta non si tratti di business as usual. Aggiungo un’ultima contro-obiezione di ordine storico a chi cita (per minimizzarli) gli effetti dei telai a vapore, del motore a scoppio e altre diavolerie di fine xviii secolo. Ebbene ci sono voluti sessanta-settant’anni dopo il 1770, spiega Gregory Clark dell’università della California a Davis, affinché i salari ricominciassero a crescere. Nel frattempo erano andati giú. Te la senti, parlo a te politico con le lenti rosa, di auspicare che lo stesso periodo di convalescenza si ripeta oggi? In un contesto americano dove certi salari mediani sono piú bassi di quanto non lo fossero nel 1969. Mentre gli italiani, calcola il Fondo monetario internazionale in un rapporto della scorsa estate, guadagnano meno di vent’anni fa. Suggerisco piuttosto di cambiare ottico.

 

Seconda obiezione: ma che lavori rubano se in America siamo alla piena occupazione?

Se la prima obiezione la fanno quelli appassionati di libri di storia, la seconda è tipica di quelli che ancora (e fortunatamente) leggono i giornali. Ti guardano con aria di sfida e buttano lí il numerino magico, nel corso degli ultimi due anni cambiato giusto di pochi decimali, come a dire «noi non ci freghi». Il numero, minore o uguale a 5, si riferisce ai disoccupati ed è compatibile con il livello che, anche nel manuale di economia su cui una vita fa studiai io, è convenzionalmente denominata «piena occupazione». Dunque quali lavori ci avrebbero portato via se il loro canestro è praticamente pieno? Dal terribile 10 per cento post-crisi, semmai, c’è stata una fenomenale rimonta, alla faccia di robot, web e piattaforme, ribattono con burbanza. Terrei a freno l’entusiasmo. Vista da lontano quella sporta di lavori è quantitativamente di nuovo colma. Vista da vicino però ti accorgi che la loro qualità è oggi assai diversa da ieri. Per non dire dell’aumento degli inattivi, quelli cosí scoraggiati da non cercare nemmeno più. Perchè i lavori, a differenza dei voti, oltre che contarli si pesano. A fare l’uno e l’altro ci hanno pensato due dei principali specialisti americani, Lawrence F. Katz di Harvard e Alan B. Krueger di Princeton in un paper dal titolo The Rise and Nature of Alternative Work Arrangements in the United States, 1995-2015. Si imparano tante cose, la piú importante delle quali è questa: nell’ultimo decennio il celebrato recupero dell’occupazione dagli sprofondi della Grande recessione è avvenuto solo grazie a lavori precari. I 9,4 milioni di nuovi assunti, detto altrimenti, sono tutti freelance, part time, a chiamata, interinali, insomma contingent workers. I lavoratori standard, quelli a tempo pieno, sicuri, si sono ridotti invece di 400 000 unità. Insomma, e stavolta è lo US Government Accountability Office a fare i conti, l’esercito dei non standard nel 2010 ha toccato il record inedito del 40,4 per cento del totale (dal 30,6 di soli cinque anni prima). «È pur sempre gente che ha un lavoro», liquida i sofismi l’arrabbiato in sala. Il libro che avete tra le mani – da una parte sequel del precedente perché affronta le obiezioni che il primo ha suscitato, dall’altra prequel perché molti lavoretti saranno infine spazzati via dalle macchine – è il tentativo di rispondere a lui e agli altri semplificatori.

 

Ma quant’è grande la «gig economy»? E quanto rende?

Perché nonostante contino entrambi come occupati nelle statistiche, tra i full time e i temporanei c’è un abisso. Rischio triplo di povertà e di licenziamento. Salari un terzo più leggeri. Assicurazione sanitaria più rara. Sicchè calano i lavori di una volta, quelli nutrienti con cui puoi sfamare una famiglia, mentre crescono i lavoretti, snack che butti giú uno dopo l’altro e non ti saziano mai. Tra questi ultimi quelli intermediati dalle piattaforme sono ancora minoranza. Dal momento che lo US Bureau of Labor Statistics non ha ancora creato una categoria apposita tocca affidarsi a censimenti non ufficiali. Privati. Fatalmente indiziari. Si va dall’1 per cento di McKinsey al 2 di Intuit. Dal 24 per cento del Pew Research Center (che distingue tra l’8 per cento

di chi ha offerto il suo lavoro attraverso le piattaforme e il 18 che per tramite loro ha venduto merci, con una piccola sovrapposizione tra i due gruppi) per finire con il 28,6 per cento di Burson-Marsteller, una società di pubbliche relazioni. Per dirla altrimenti da un minimo di 1,5 milioni di persone a un massimo di 42. Nel dubbio mi attesto a metà strada e sposo l’analisi della Brookings Institution che ha dedicato a questa quantificazione un importante rapporto. «Circa 25 milioni di americani, pari al 20 per cento della forza lavoro, – mi spiega il suo autore Mark Muro, – pagano le tasse come freelance. Non tutti rientrano nella definizione di gig economy ma dire che vi appartenga la metà mi sembra una stima ragionevole». Dodici milioni di esseri umani quindi, il 10 per cento della forza lavoro. In Gran Bretagna ne hanno contati un milione, il 3 per cento della forza lavoro. In Italia non se ne ha la benché minima idea – si sa invece che, con l’11 per cento di disoccupazione siamo lontanissimi dal pieno impiego e che i nostri 3,6 milioni di autonomi sono quasi il doppio dei tedeschi e francesi – però nelle grandi città non passa giorno senza incrociare corrieri dalle pettorine sfavillanti come ciclisti gregari in fuga. Nel complesso sappiamo dunque che sono milioni, ma non precisamente quanti. Si stima anche, lo fa il sito di mutui Earnest assieme a Priceonomics, che l’85 per cento di questi lavoratori guadagna meno di 500 dollari al mese. Nella classifica di chi se la passa meglio spicca chi affitta via Airbnb (440 dollari come valore mediano mensile) mentre chi sta peggio è chi offre servizi su Fiverr (60 dollari). Non vi sembra più che abbastanza per provare a familiarizzare con questa avanguardia e cercare di capire la china che prenderà l’occupazione? E magari farsi venire un paio di idee per provare a raddrizzarla, quella china, prima che il patto sociale salti? Io credo che poche cose siano più urgenti.


* Questo articolo è estratto dal prologo a Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri, Einaudi 2018, http://www.einaudi.it/libri/libro/riccardo-staglian-/lavoretti/978885842777
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