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Il motore invisibile

Virtualità e potenza della «forza lavoro»

di Giso Amendola

cid 0B2B0C07 B04B 4BE7 9C3F 4A66B230B5DE 1000x675Gli appassionati di teologia politica frequentano molto quel passo di Walter Benjamin dove si racconta del turco meccanico. Il turco meccanico, racconta Benjamin, è un automa che raggiunse una grande popolarità mostrando di sapere giocare a scacchi: ma le sue capacità, in realtà, erano dovute a un uomo di bassa statura e di grande abilità scacchistica, nascosto dentro il finto automa. Per Benjamin, l’«invisibile» è l’anima teologica che abiterebbe il materialismo. Roberto Ciccarelli è andato a caccia anche lui del motore invisibile del nostro tempo, o meglio, del motore invisibilizzato, di quell’energia che, pure costantemente sotto i nostri occhi, è continuamente occultata dai dispositivi di governo. Solo che Ciccarelli non guarda in un presunto Altro o Altrove, e neppure nelle sfere comunque più o meno trascendenti che custodirebbero qualche presunta «scintilla» della decisione politica, com’è nella tradizione delle teologie politiche che solitamente si richiamano al turco benjaminiano. Per lui, l’energia nascosta non è affatto nascosta, e tantomeno è nei cieli: il motore è tutto presente sul piano di immanenza, ed è nascosto non perché teologicamente profondo, tantomeno perché la verità ami nascondersi, ma perché i meccanismi di sfruttamento e l’inadeguatezza delle nostre categorie di indagine congiurano per rendere impossibile nominarlo.

Eppure, il segreto sta lì davanti, e se invece di sprofondare lo sguardo, da filosofi profondi, negli abissi dell’indicibile, scegliamo di fissarlo sui dispositivi che abitano la vita quotidiana, il turco meccanico ci si presenta proprio con il suo nome. Amazon, infatti, chiama Amazon Mechanical Turk il programma che aggrega tutti coloro che compiono, in cambio di micropaghe un tanto a clic, diverse attività in rete che permettono il funzionamento e il miglioramento dei suoi programmi: il Turco Meccanico è per Amazon il «lavoro della folla» che viene quotidianamente ricercato, convogliato e utilizzato, il suo invisibile motore di funzionamento.

L’anima segreta e invisibilizzata del nostro tempo è, per l’appunto, la forza lavoro. È nascosta in primo luogo dalle mitologie – che si presentino come utopie o distopie cambia poco – che interpretano i processi di automazione e digitalizzazione della produzione in chiave di fine del lavoro. Ciccarelli fa emergere, al contrario, una società in cui il lavoro si è potentemente trasformato, ma per niente esaurito. In primo luogo, perché non è difficile mostrare come la distruzione di posti di lavoro a causa dell’automazione sia comunque affiancata dalla creazione di nuovo impiego: la digitalizzazione richiede tecnici, controllori, organizzatori dei nuovi modelli produttivi. In secondo luogo, la digitalizzazione stessa intensifica la capacità di mettere al lavoro l’intera vita, distende la produzione lungo tutte le reti, rende produttive le stesse attività classicamente considerate solo come attività di consumo. Cosa ancor più determinate, spostando la centralità della produzione dalle merci materiali alla produzione di servizi, porta in primo piano e rende immediatamente produttiva tutta la sfera della riproduzione sociale, già tradizionalmente invisibilizzata. Quella digitale non è, quindi, una società dove non si lavora, ma una società anzi dove il lavoro si trasforma e si diffonde: a scomparire è semmai la centralità dell’impiego classico, di quel lavoro salariato, normalmente sancito da un contratto a tempo indeterminato, che era il perno della grande produzione industriale.

Una seconda mossa, forse anche più insidiosa di quella costituita dalle varie fantasie sulla scomparsa del lavoro, per rendere invisibile la forza lavoro, è costituita, invece, dall’assumere sì che essa resti necessaria alla produzione di valore, ma nel raffigurarla però come completamente interna e dipendente al capitale, negandone qualsiasi spazio di autonomia. È la favola raccontata dalle varie agiografie sulla forza innovativa e produttiva dell’impresa: ma è un modo di neutralizzare la forza lavoro che spesso contagia anche chi vorrebbe indagare criticamente le trasformazioni della produzione. Intendiamoci: è perfettamente sensato affermare che l’internità del lavoro alla vita stessa dei lavoratori, la presa che la cattura, si rafforzi oggi in modo sempre più pesante e insidioso, proprio perché si lavora non solo erogando una data quantità di energia fisica in tempi previsti, ma impegnando tutte le proprie capacità comunicative, intellettive, relazionali. Spesso però alcune letture del neoliberalismo indugiano nel descrivere i dispositivi di governo della forza lavoro come fossero univocamente e senza scarto dispositivi di assoggettamento, contribuendo così, anche dalle sponde «critiche», a diffondere l’immagine di un capitale oramai incontrastatamente unico motore dei processi di valorizzazione.

Se Ciccarelli fa un ottimo lavoro mostrando come il lavoro non scompaia per nulla, anzi si diffonda reticolarmente nella produzione postfordista, ancor più è centrale questo suo secondo obiettivo critico: la produzione postfordista, tanto più nella fase della rivoluzione digitale, non solo non elimina il lavoro, e anzi mette al lavoro l’intera vita; ma questo mettere al lavoro l’intera vita non significa mai assoggettarla completamente, senza residuo e senza resistenza. Il rapporto va invece completamente invertito: proprio perché si lavora attraverso l’intera soggettività, i dispositivi di assoggettamento non possono più funzionare come dispositivi totalizzanti, perché i processi di soggettivazione attivi, l’autonomia che caratterizza queste forme di vita/lavoro, sono il motore stesso della produzione contemporanea di valore e non possono mai essere ridotti a zero. Non solo dove c’è potere c’è resistenza, ma, afferma lungo tutto il libro Ciccarelli, facendo risuonare il Deleuze amico e lettore di Foucault, la resistenza viene prima.

Non si tratta di una affermazione di principio: che la resistenza venga prima, o che, in altri termini, anche nel neoliberalismo, la produzione di soggettività conservi una sua specifica autonomia, non «divorata» dai processi di assoggettamento e di valorizzazione, è il segreto – il non nominabile, il vero turco meccanico – della produzione capitalistica stessa. Se c’è produzione di valore, se c’è capitalismo, è perché è messa al lavoro la forza lavoro: ma la forza lavoro non può in nessun caso essere divorata dal processo produttivo, perché lo genera. E lo genera non risolvendosi interamente nel processo, non lasciandosi esaurire nel processo a cui dà vita. È il segreto del Marx dei Grundrisse e del Capitale, non ancora del Marx «lavorista» che batte invece sulla liberazione del lavoro alienato: Ciccarelli mostra benissimo come quel primo Marx condivida davvero tutte le difficoltà e gli inciampi delle filosofie del lavoro, pretendendo che sia la stessa attività alienata a «rovesciarsi» nel motore della propria liberazione. Niente di tutto questo: la forza lavoro non è il lavoro. Forza lavoro (Arbeitskraft) costituisce una «sintesi disgiuntiva», ricorda Ciccarelli, con capacità lavorativa (Arbeitsvermögen): quella che è valorizzata, quando il capitale compra forza lavoro, è appunto l’intera capacità lavorativa, non una determinata prestazione. La potenza non si esaurisce mai nelle sue attuazioni: la capacità lavorativa del lavoro vivo – una volta che sia ceduta e che abbia incontrato il lavoro morto, il capitale fisso – produce merci, ma non si lascia rinchiudere nelle merci che produce. In quanto potenza, è distinta dall’atto, come insegnerebbe Aristotele. Ma, e qui sta il momento forse filosoficamente determinate del libro, la distinzione aristotelica tra potenza e atto non è però, fino in fondo, la strada battuta da Ciccarelli. E questo perché, nella forza lavoro, non è solo in questione la duplicità che permette a questa particolarissima merce di non esaurirsi nel processo che mette in moto. Il suo segreto è la natura stessa di questa potenza: che non si riduce all’atto, ma non per questo va confusa con una mera e vuota potenzialità.

Ciccarelli impianta saldamente il suo Marx sul terreno di Spinoza, ben più che sul rapporto aristotelico tra possibilità e realtà: la forza lavoro non è infatti solo una mera potenzialità che aspetta, «aristotelicamente», il suo destino di passare all’atto. Non va confusa con una semplice possibilità che solo il passaggio all’atto renderebbe reale. La potenza della forza lavoro è essa stessa realissima: più che il rapporto possibile/reale, la relazione da richiamare qui è, appunto con Spinoza e Deleuze, quella tra virtuale e attuale. La potenza della forza lavoro non si esaurisce mai in questa o quell’altra sua attuazione, circonda ogni sua attualità di tutte le non ancora attuate virtualità: ma è tutt’altro che un mero possibile cui solo il passaggio all’atto concederebbe realtà. La forza lavoro è già realissima matrice (virtuale) di ogni sua singola attuazione: come la sostanza spinoziana è causa immanente degli infiniti modi che la esprimono, ma non la esauriscono, così la forza lavoro è sempre tutta effettivamente presente nel suo sforzo produttivo, conatus che non è mai esaurito e «definito» nei suoi singoli prodotti.

Questo sfondo spinozista su cui è installata la forza lavoro marxiana permette a Ciccarelli un’analisi della «messa al lavoro» della vita dentro i dispositivi neoliberali che evita sia di leggere il neoliberalismo come un Moloch che intrappoli qualsiasi movimento della soggettività, sia però di installarsi su posizioni di critica in nome di una potenza astrattamente separata e «ritirata»: posizione, quest’ultima, che finirebbe poi per suggerire esercizi di resistenza solo nel segno di impervi e forse aristocratici esercizi di desoggettivazione. Questa forza lavoro, immagine del movimento della sostanza spinoziana, apre un’altra strada: quella di leggere, anche dentro tutti i movimenti che tendono a rinchiudere, selezionare, ripiegare su se stessa la forza lavoro, e a separare dalla sua viva matrice le figure prodotte dallo sfruttamento capitalistico, la permanenza costante di quello sforzo, di quel conatus, che è costitutivo della forza lavoro stessa. Come ogni attualizzazione non cancella la virtualità, così il tentativo di separare il lavoro dalla forza lavoro, per renderlo sfruttabile, non potrà mai chiudersi del tutto. Sotto il mondo dei soggetti giuridici, delle persone create dal diritto, dei confini e delle figure della cittadinanza, permane sempre quella «personalità vivente» – sempre espressione marxiana – che, scrive Ciccarelli, «oltrepassa, da parte a parte, il soggetto». Né, in quanto matrice produttiva, la forza lavoro può mai essere ridotta ad una qualche «essenza» da recuperare, rischio che ancora correva l’«essere generico» del Marx umanista: natura naturans, forza produttiva, che il capitale è costretto continuamente a tentare di ridurre a natura naturata, ma quindi anche sempre trasformazione, tensione, molteplicità.

La forza lavoro non è perciò identificabile e racchiudibile nei soggetti della tradizione: non è il popolo della democrazia diretta o rappresentativa, tantomeno è il soggetto giuridico del contratto di lavoro, principale strumento con cui il capitale prova a stabilizzarla, a definirla, e a renderla in qualche modo «fedele» e capace di obbligazione. Più insidiosamente, i dispositivi del neoliberalismo tentano, invece, di imitarne la capacità trasformativa: ma per quanto dinamici, gli «imprenditori di se stessi» e i manager della propria vita, funzionano continuamente distruggendo gli elementi relazionali, cooperativi e comuni che innervano la forza lavoro. Ma, per quanto il neoliberalismo tenti continuamente queste operazioni di taglio e di appropriazione, le tracce di quella potenzialità che innerva la forza lavoro continuano ad attraversare gli stessi dispositivi neoliberali. Se l’algoritmo vorrebbe selezionare, tagliare, gerarchizzare il desiderio della forza lavoro, rinchiudendolo nelle proprie filter bubbles, mantiene sempre una ineliminabile dipendenza da quel desiderio: il che lascia costantemente aperto lo spazio per una produzione di soggettività in grado di rompere i dispositivi proprietari.

Una politica contro il lavoro, ma della forza lavoro, un antilavorismo molto diverso dalle favole sulla fine del lavoro, e anzi radicato dentro la valorizzazione delle facoltà produttive relazionali, cooperative, comuni: la conseguenza è lo spostamento del campo di lotta dalle forme della produzione tradizionali (in realtà antiproduttive, in quanto tutte condizionate dalle ristrette grammatiche del lavoro), alle attività cooperative della forza lavoro. E cioè, con ricadute politiche e programmatiche molto concrete, si tratta di radicare la produzione di istituzioni e contropoteri che sostanzino quella democrazia insorgente che Ciccarelli indica come possibile repubblica della forza lavoro, nei luoghi e nei momenti della vita della forza lavoro stessa, più che negli spazi consolidati dei soggetti del «lavoro». E di prendere atto finalmente, cosa che l’ideologia del lavoro ha sempre impedito di fare, che gli stessi soggetti mutano radicalmente: se la cittadinanza lavorista è sempre stata pesantemente occupata dal privilegio del cittadino autoctono, maschio e bianco, la trama della forza lavoro è invece tutta intessuta delle vite che quel privilegio pretendeva di rendere subalterne, come ora la forza delle migrazioni e dell’irruzione dei movimenti femministi stanno rendendo visibile a tutti. Una politica della forza lavoro e non del «lavoro», una politica della produzione cooperativa, si radica oggi lì dove lavoro produttivo e riproduttivo si stringono in modo indissolubile, dove il lavoro autonomo e precario da un lato, quello tradizionale sotto attacco dall’altro, scoprono nelle lotte per nuove garanzie universalistiche e per il reddito l’equivalente forte della tradizionale lotta salariale.

Per dare forza ad un programma postlavorista radicato nella potenza della forza lavoro, certo, occorrerà che le varie figure potenziali della liberazione, che incontriamo nel libro di Ciccarelli, continuino a congiurare, ma soprattutto che la loro ineliminabile resistenza riesca anche a strappare al nemico i suoi stessi dispositivi, per trasformare la resistenza in attacco. Per l’intanto, però, libri come questo ci aiutano a disertare luoghi di un «lavoro» che è tutto figura del nemico, e a istallarci invece lì dove la nostra forza è indistruttibile, e nessun taglio può pretendere di separare la nostra potenza dalla «vivente corporeità» che la sostiene.


Immagine in apertura: Piero Gilardi, Animazione teatrale 1° maggio 1979 Torino. Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi (Torino)
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