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Per comprendere la natura dello Stato Sociale e la sua crisi

di Giovanni Mazzetti

Quaderno Nr. 1/2017

Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

la crisi dello stato sociale Abbiamo più volte sottolineato, nei nostri precedenti quaderni, che stiamo attraversando una situazione nella quale prevale uno stato di confusione sociale generale.  La maggior parte di noi non sa infatti che cosa sta succedendo, e anche quando ripete continuamente che “siamo in crisi”, ne ha un’idea vaga, come quelle dei nostri lontani antenati sui terremoti e sulle epidemie.  Né possiamo far affidamento sui responsabili della cosa pubblica che, spesso in coro con i loro stessi oppositori, si ostinano a ripetere vecchi luoghi comuni validi in passato . In molti rinunciano così a cercare un senso della situazione, o si appoggiano sull’ipotesi opportunistica che tutto dipenda da comportamenti devianti di individui malvagi,  che, cercando il loro tornaconto, causano un danno agli altri.

Tuttavia questa interpretazione costituisce l’ingenua reazione di chi non sa nulla di come intervengono normalmente le trasformazioni sociali.  Coltivando l’erronea convinzione che gli esseri umani sovrastino strutturalmente la propria realtà, credono che normalmente sussista il potere di determinarne l’evoluzione, conformandola alla propria volontà.  E se la loro azione non produce gli effetti sperati, ciò può accadere solo perché la volontà di qualcun altro imprime alle cose quella tendenza di cui si soffre. Ora, la volontà è senz’altro una condizione del cambiamento.   Ma la volontà, senza l’acquisizione della capacità che le dà una forma corrispondente al problema, è cieca.  La convinzione che la confusione attuale sia un evento arbitrario determina, poi, l’instaurarsi di una situazione nella quale l’apprendimento è ostacolato, se non addirittura precluso.  L’attribuzione di una colpa agli altri svolge così solo la funzione di negare il proprio stato confusionale e di ignorare la necessità di una spiegazione.

La confusione non è dunque l’effetto di un arbitrio, bensì il sintomo che ci troviamo in una situazione con la quale non sappiamo ancora interagire.  E non sappiamo interagire con essa perché il mondo è cambiato in profondità.  Una profondità che non riusciamo a sperimentare perché, pur procedendo nel suo ambito, lo facciamo con le limitate capacità acquisite nella precedente situazione, che non ci consentono di rapportarci positivamente alla nuova realtà.  Poiché è molto probabile che questa ricostruzione dell’attuale stato di cose faccia storcere il naso a più di un lettore, ci sembra utile richiamare un fenomeno apparentemente paradossale che la conferma.

 Tutti noi siamo convinti che il vedere sia una capacità innata e che non appena il senso della vista funziona regolarmente siamo in grado di orientarci nel mondo coerentemente con gli oggetti che lo compongono.  Tuttavia, negli anni trenta del Novecento, un medico oculista M. von Senden inventò un metodo per intervenire chirurgicamente sui pazienti che, essendo affetti da cecità congenita, non avrebbero mai recuperato la vista.  Era convinto che recuperandola i pazienti si sarebbero sentiti “arricchiti” di una nuova facoltà.  Ma le cose andarono molto diversamente.  Nella maggior parte dei casi, la “nuova” facoltà, invece di semplificare le cose le complicò maledettamente.  Quelle persone avevano, infatti, elaborato un’esperienza del mondo circostante attraverso una costruzione culturale che poggiava completamente sugli altri organi di senso.  Quando su questa costruzione piombò quella che potenzialmente costituiva una facoltà aggiuntiva, la vista, che tutti noi consideriamo come il principale ausilio orientativo, il mondo invece di rischiararsi finì col confondersi.

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