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A proposito di capitale fittizio, stato e ricette anticrisi
di Dante Lepore
È opportuno premettere che l’atteggiamento ostile verso la «speculazione» è comune a tutte le posizioni. Sembra che questa speculazione sia un corpo (essi la chiamano «sfera») estraneo che causa la malattia del capitalismo, che, senza di essa, sarebbe sostanzialmente un corpo sano. Come quando la malattia è concepita come l’antitesi assoluta della salute (vista anch’essa come stato assoluto di beatitudine) anziché come il rovescio dialettico della salute. Non si trova nessuno che affermi che la speculazione sia una cosa buona; anche quando andava bene, al massimo la si accettava per costume pragmatico, perché sembrava si fossero acquisiti quei meccanismi conoscitivi che permettevano di arricchire in fretta con l’inflazione pletorica del capitale. Fino a quando, negli ultimi due anni, l'aumento del debito pubblico superava la riduzione del debito privato, anche i mercati crescevano, al punto che gli stessi privati si indebitavano sempre più sotto l’effetto del sistema Ponzi; ma quando l'aumento del debito privato, coi mutui, assicurazioni, ecc., ha superato l'aumento del debito pubblico, i mercati si sono fermati.
Per capire lo stretto legame tra capitale fittizio e indebitamento pubblico e privato, basta considerare come esso altro non sia che il rovescio speculare del credito: se si prende del denaro a credito, da un lato esso è prestito, in mano al finanziere (banche, ecc.), dall’altro è debito (Stati, comuni, famiglie, imprese, privati cittadini). Ci si indebita con i muti per la casa, ma anche per i consumi quotidiani, e persino per pagare gli interessi per i debiti contratti.
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Strati di tempo, di M. Tomba
Karl Marx materialista storico
Cristina Corradi
Nel suo ultimo, corposo saggio (Strati di tempo. Karl Marx materialista storico, Jaca Book 2011) Massimiliano Tomba ricostruisce l’itinerario marxiano – dalla dissertazione di dottorato sull’atomismo antico all’Ideologia tedesca, dai Grundrisse al confronto con i populisti russi – utilizzando come filo conduttore la maturazione del “materialismo storico”. L’espressione – ci ricorda l’autore – non è di Marx ma di Engels che la usa, congiuntamente alla dizione “socialismo scientifico”, con intenti divulgativi. Obiettivo del libro non è, tuttavia, la ricostruzione filologica del vero materialismo pratico o materialismo comunista di Marx, da contrapporre ai fraintendimenti del marxismo novecentesco. Esso esplora piuttosto la pluralità di significati del materialismo marxiano per ricavare dai testi una concezione della storia che sovverte quella sedimentata nel marxismo della II e della III Internazionale: una concezione più rispondente alla temporalità specifica del conflitto sociale e più consona alle esigenze di un’autonoma politica di classe.
In Italia il materialismo storico non ha mai goduto di buona fama: dal dibattito di fine Ottocento tra Labriola, Croce, Gentile e Sorel, la tendenza prevalente è stata quella di ridimensionare la concezione materialistica della storia, disconoscendone la portata scientifica, attenuandone il valore metodico o denunciando l’intima contraddittorietà di una teoria che affermi il primato dell’essere sulla coscienza. Nei Quaderni del carcere Gramsci si spinge a sostituire il materialismo storico con una filosofia della prassi che è chiamata a indagare la formazione della soggettività politica di classe.
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L'attività lavorativa nel ciclio di accumulazione
Per inquadrare il tema occorre partire dal concetto di capitale come rapporto sociale, approfondendo l'analisi di come i rapporti di produzione assumono la forma merce e denaro.
Il plusvalore deriva dallo scambio tra forza lavoro e capitale, il ciclo di riproduzione capitalista impone altri scambi che si sovrappongono a questo.
La moneta e i prezzi hanno un ruolo principale nella distribuzione del plusvalore prodotto e realizzato.
Il rapporto di lavoro salariato impone che i lavoratori mettano la loro attività lavorativa a disposizione dei proprietari dei mezzi di produzione, i quali produrranno per il mercato.
Il pluslavoro e il plusvalore non sono una caratteristica dell'attività lavorativa, essi derivano da un rapporto sociale e dal costituirsi del processo produttivo come produzione di merce.
La forma valore della merce ha come condizione necessaria la trasformazione del lavoro concreto in lavoro astratto, lavoro umano in generale. Lo scambio DENARO-MERCE quando il salariato vende la forza lavoro è riferito non alla concreta attività lavorativa del singolo lavoratore, ma alla generica forza lavoro, al valore socialmente determinato di quest'ultima.
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Quelli che Marx dopotutto ...
Olympe de Gouges
Le dottrine dell'economia volgare, ossia quelle teorie borghesi che da una certa epoca in poi non hanno come compito di analizzare il modo di produzione esistente, sono tutte uguali nella sostanza, salvo appunto la rappresentazione di ciò che esse spacciano per realtà. C’è quella che punta sull'identità d’interessi tra capitale e lavoro, sull'armonia e sul benessere universale come conseguenza della libera concorrenza, l’utopia dell’equilibrio perfetto. È entrata in crisi un secolo fa, ma nelle fasi alte del ciclo economico essa viene rispolverata perché fa la sua figura nella chiacchiera accademica. Oggi è smentita dai fatti e in modo sempre più effervescente dagli effetti dalla crisi che si compie sotto i nostri occhi. Poi ci sono le teorie di pronto soccorso, laddove è spiegato il “perché il sistema capitalistico genera, inevitabilmente, una grande crisi”.
C’è voluto del tempo, i fatti si sono dovuti dimostrare arcigni e testardi quanto mai, ma alla fine lorsignori si sono dovuti arrendere: “La causa causante della crisi attuale è stata un cambiamento strutturale dell'economia reale: il declino dei redditi nell'industria si deve a ciò che di solito è un bene (l'aumento della produttività) e alla globalizzazione che ha prodotto una forte moderazione salariale. In altri termini: il settore industriale è vittima del suo proprio successo”.
A dire il vero non si tratta, se si gratta la vernice, di una teoria molto nuova (vds. teorie “dei cicli economici”, della “sproporzione” e altre consanguinee).
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Una biografia rivoluzionaria
di Sandro Moiso
Nei primi anni novanta del secolo appena trascorso, in un momento di gravi difficoltà economiche per l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, una cordata di imprenditori giapponesi offrì la propria disponibilità finanziaria per il salvataggio dell’immensa mole di carte marxiane (manoscritti originali, lettere, opuscoli originali, ecc) colà depositate. L’Istituto non dovette alla fine ricorrere a tale anomalo aiuto, ma, sicuramente, il caso costituisce motivo di interesse.
Certo i possibili finanziatori non erano animati né da un’improvvisa conversione al comunismo rivoluzionario né, tanto meno, dall’intenzione di diffondere tra i propri dipendenti una più approfondita riflessione sul lavoro, lo sfruttamento e l’estorsione del plusvalore.
Probabilmente, e più prosaicamente, intendevano non perdere l’occasione per provare a metter le mani su documenti ancora mai pubblicati ed assicurarsi così la possibilità futura di diffonderli, a proprio piacimento e secondo imperscrutabili calcoli, sul mercato editoriale.
Non è da escludere, però, che l’offerta nascondesse anche un reale interesse nei confronti di una teoria economico-politica che, nonostante la fine della storia predetta da Francis Fukuyama nel 1992 e il trionfo dei Chicago Boys di cui oggi possiamo ammirare la lungimiranza, aveva ancora molto da dire sull’essenza del capitalismo, sui suoi metodi di accumulazione e sulle sue crisi.
Insomma: siamo liberisti, ma non neghiamoci la possibilità di capire qualcosa di più del nostro avvenire e dei meccanismi economici da cui dipendiamo.
La parabola, se così è lecito chiamarla, serve a sottolineare un paradosso già altre volta segnalato: mentre i rappresentanti del capitale, pur negandola ad ogni piè sospinto, si armano e si preparano costantemente allo scontro e alla lotta di classe, anche studiando le idee e le strategie dell’avversario per farne il miglior uso possibile a proprio vantaggio, i rappresentanti della classe potenzialmente nemica si spalmano come nutella sull’ideologia liberista e rinunciano alle armi teoriche che avrebbero a disposizione, rinnegandole in toto.
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Su Reichelt e Rubin
di Paul Mattick
Poiché la filosofia di Hegel riflette e sistematizza lo sviluppo storico della società capitalista e in parte si relaziona direttamente con l’economia classica, il capovolgimento operato da Marx della dialettica idealistica per mezzo della concezione materialistica della storia era la concretizzazione dello sviluppo delle leggi del capitale così come era stato rilevato da Hegel. Ciò che Hegel aveva rivestito di considerazioni filosofiche e idealistiche Marx lasciò spoglio nel linguaggio dell’economia e le sue sottostanti relazioni sociali. La dialettica di Marx può ad esempio essere rinvenuta ne “Il Capitale”, poiché il capitale trasforma le relazioni sociali in una dialettica. Proprio come Marx scrisse una volta a Kugelmann, che non è necessario provare il concetto di valore, poiché l’analisi delle condizioni reali lo esibisce essa stessa, la dialettica non richiede alcuna specifica trattazione, dato che, come Reichelt dichiara, “è impossibile presentare il metodo marxiano prescindendo dal suo oggetto”.
Proprio perché le cose stanno così, non vi è contraddizione tra l’originario modo di esprimersi dei Grundrisse, di carattere filosofico e dialettico, e il linguaggio usato ne “Il Capitale”. Il “Primo Abbozzo” fu scritto per il chiarimento con se stesso del Marx che stava uscendo dalla filosofia. “Il Capitale” si rivolgeva al pubblico e la sua terminologia era stata emendata in conseguenza, senza mutare il metodo o il suo oggetto e la sua unità. Il libro di Reichelt è un significativo contributo al chiarimento di questi fatti, specialmente nel respingere l’idea che la dialettica sia semplicemente un metodo cui è possibile accedere in quanto strumento utile alla comprensione esteriore dei contenuti più disparati.
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Il ritorno del gigante
di Marcello Musto

Se la perpetua giovinezza di un autore sta nella sua capacità di riuscire a stimolare sempre nuove idee, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù.
Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all’unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute in Il capitale.
Nuovi sentieri per la ricerca
Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la MEGA². In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti.
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Il mondo svelato del dio mercato
Jacques Bidet*
Dopo avere, per quindici anni, costantemente rielaborato i suoi concetti e argomenti, Marx consegnò finalmente la sua ultima versione del Capitale. Il compito di continuare questo lavoro, incompiuto, spetta a coloro che vengono dopo. Due vie sono aperte. La prima è filologico-teorica. Per quali rotture e attraverso quali tappe Marx ha sviluppato la sua teoria? Quali sono gli strumenti concettuali che ha trovato negli storici, economisti e filosofi che lo hanno preceduto? Come li ha trasformati e integrati? Quali novità ha apportato? Qual è la coerenza del tutto? Domande costantemente ravvivate da una migliore conoscenza dei suoi scritti e da nuove messe in prospettiva. L'altra via riguarda il valore di questa teoria, la rilevanza dei suoi concetti, la sua capacità euristica e pratica. È la questione del vero e del falso.
Queste due vie sono inseparabili. Separarle significa o attenersi al progetto, illusorio, di cercare la chiave di questa teoria di scienza sociale in una qualche filosofia che l'ha ispirata. Oppure ripiegare sull'idea, altrettanto discutibile, che essa abbia il privilegio di essere insuperabile nel suo ordine. Oggi si deve prendere atto che il capitalismo domina il mondo più che mai. Il popolo militante sembra incapace di superare la sua impotenza politica. Coloro che sono impegnati nel campo della teoria non hanno dunque altra scelta che continuare a scontrarsi con la sfida della scienza: lavorare per ridisegnare quel che sembra essere insufficiente o errato nella concettualità di Marx, per capire meglio la nostra società e la sua storia, e aprire una prospettiva politica. Questa è la via in cui, con molti altri, mi sono impegnato.
La doppia natura del lavoro
Il capitalismo si dà, lo sappiamo, come una «economia di mercato».
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Karl Marx, le revenant.
Appunti e riflessioni sulla marx renaissance
di Alfonso Gianni
Si ricorderà che la Bbc4 organizzò un sondaggio, cui parteciparono più di 30mila persone, per definire quale fosse il miglior filosofo di tutti i tempi. Vinse Marx, ma non di misura. Doppiò infatti il secondo arrivato, David Hume; ricevette voti pari a quattro volte il terzo, Ludwig Wittengstein. Il sondaggio non passò inosservato fin da subito. Man mano che risultava chiaro che Marx avrebbe rischiato di stravincere, come poi avvenne, i maggiori giornali inglesi presero posizione e invitarono i loro lettori a esprimere le loro preferenze, nel tentativo di contrastare la marcia vittoriosa del pensatore di Treviri. Al punto che l’autorevole Economist, che all’inizio aveva puntato le sue carte su John Stuart Mill, poi incitò a votare per Hume, avendo percepito che solo il grande empirista scozzese avrebbe potuto intercettare la vittoria di Marx. Così non fu. Era l’anno 2005 e il successo del Moro fu tanto più significativo perché bissava quello precedente del 1999, quando in un analogo sondaggio, ma allargato agli scienziati e non solo ai filosofi, Marx risultò primo davanti a Einstein e Newton.
Giochi di società? Non solo. In realtà quei sondaggi rivelavano una percezione diffusa. Di Marx non brillava solo il fascino di un mondo antico che si può solo rimpiangere ma si è certi che non tornerà - come commentò qualcuno, visto che il suo successo si registrava dopo il crollo dell’impero del socialismo reale - ma dimostrava che Marx veniva percepito come un pensatore utile a comprendere il presente.
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Ipotesi sul comunismo*
Note per una discussione / 1
Fabio Raimondi
Parlare di comunismo oggi potrebbe sembrare un gesto desueto, per non dire nostalgico, una postura estetizzante e provocatoria o, peggio, la progettazione astratta di un’utopia. Non è così. Nonostante il tema sia del tutto escluso dal dibattito pubblico, esso è presente in alcune delle riflessioni politiche più interessanti del nostro tempo e si presenta come un modo per provare a capire le trasformazioni che stanno segnando il periodo di crisi in cui viviamo. La decisione di proporre una serie di affondi sul comunismo risponde al bisogno di confrontarsi con un discorso esigente e strutturato, anche se rimosso dalla fine del socialismo reale, per capire se può darci strumenti utili a entrare nel futuro comprendendo il passato e aggredendo il presente della crisi della globalizzazione capitalistica, ma anche quello della falsa alternativa dei «beni comuni» e del «soggetto mite».
Cos’è (o cosa potrebbe essere) comunismo nell’era della globalizzazione capitalistica? Partendo da questa domanda cercherò di analizzare un libro recente1 , il cui fulcro è una conversazione tra Étienne Balibar e Antonio Negri (dei quali prenderò in esame anche altri testi), discutendo alcuni degli argomenti che mi sembrano in esso più rilevanti, senza pretese di completezza e senza la velleità di esaurirne la ricchezza e la complessità. Lo scopo è tracciare una mappa, di cui questo è solo un primo e provvisorio tassello: il prossimo riguarderà Alain Badiou e Slavoj Žižek, due filosofi che, soprattutto di recente, hanno ricollocato la questione al centro dei loro discorsi facendosi anche promotori di un dibattito a livello internazionale.
La prospettiva del «comune»
In questo paragrafo prendo in esame alcune posizioni dei sostenitori del «comune» che, nel volume citato, corrispondono a quelle di Antonio Negri, Michael Hardt, Gigi Roggero e Anna Curcio, riassumendone gli assunti principali in due blocchi.
1. La «forza-lavoro» sta tendenzialmente diventando «sempre più immateriale e cooperativa»2 , perché le competenze richieste nel lavoro contemporaneo sono sempre più legate a conoscenze astratte (anche di alto livello) e a capacità relazionali ed emotive, soprattutto di tipo comunicativo.
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Oltre il determinismo: una storicità sovversiva
di Antonio Negri
Recensione di P. Dardot e C. Laval, Marx. Prenom: Karl, Edizioni Gallimard, Parigi, 2012
Quali sono i nodi più rilevanti di questo poderoso libro? È necessario chiederselo perché (essendo appunto troppo voluminoso – 800 pagine – da poter esser letto di un solo colpo) solo apprestando dei dispositivi di lettura, esso può essere scorso utilmente e permettere approssimazioni per una lettura centrata sui temi fondamentali e che venga, per così dire, sempre più precisandosi.
Il primo grande nodo consiste nell’espressione della necessità di rompere con la tradizione sempre parziale e settaria (quando non fosse introvabile) degli studi francesi su Marx. Qui invece Marx viene preso per intero, il filosofo l’economista il politico, ed è solo questa lettura, storicamente e filologicamente impiantata, senza “cesure” storiche né teoriche, che può permetterci di riprendere solidamente in mano l’interezza del discorso marxiano e di avanzare ipotesi nuove che si confrontino con quelle marxiane, attorno ad un progetto di emancipazione per l’attualità. Questa distanza critica dalla continuità della tradizione francese (ed in particolare dall’althusserismo), questo sentirsi in un’altra epoca dal XIX e XX secolo, non impedisce che gli autori si impegnino attorno a talune difficoltà ereditate dal passato. Solo per fare un paio di esempi, Dardot-Laval puntano criticamente molto in alto quando, ad esempio, in una polemica che sembra solo terminologica ma non lo è, traducono il concetto marxiano di Mehrwert, con plus-de-value. Non si tratta semplicemente di un’elegante reminiscenza lacaniana ma di una forte polemica, non solo contro un uso consolidato ma (ci sembra) anche contro le concezioni quasi metafisiche del plusvalore che tanto hanno afflitto i comunismi religiosi (cosa che non può lasciare indifferente un “operaista” e rende senz’altro felice chi nell’oggi, nell’epoca del capitalismo cognitivo, considera il Mehrwert senz’altro come una “eccedenza”). Non meno decisiva sembra la presa di distanza, solo per fare un altro esempio, dalla discussione di un tema, indubbiamente centrale per i marxisti, qui preso nel rinnovamento della discussione fra Séve e Fischbach, sulla maggiore o minore rilevanza delle determinazioni oggettive o di quelle soggettive nella costruzione del progetto marxiano di comunismo.
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Il ritorno di Marx in Italia
di Oliviero Calcagno e Gianfranco Ragona
Ripetutamente proclamato morto, Marx continua a far discutere. Il silenzio calato sulle analisi dell’autore del Capitale in seguito alla caduta del Muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica sembra essersi infranto. In questo senso, il dibattito culturale italiano non fa eccezione rispetto alle tendenze dominanti su scala internazionale, presentando semmai un ritardo, causato dalla lunga durata della precedente fase di lotte sociali e, parallelamente, da una condizione di subalternità all’egemonia culturale statunitense, che proprio l’esaurimento di quel periodo di lotte ha riproposto in forma più accentuata. Tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, infatti, si è consumata una stagione teorica di abiure e di precari eclettismi, cui ha fatto seguito un revival altrettanto affannoso dell’ideologia dei diritti umani, accompagnato dalla frammentazione delle identità collettive in individualità private. Per contro, il dibattito dell’ultimo decennio mostra un ritorno d’interesse per le condizioni sottostanti la vita dei tanto vezzeggiati individui, ed è qui che un rinnovato confronto con il vecchio Marx può trovare spazio d’accoglienza.
A completare il quadro sono poi intervenuti due fattori decisivi: l’esaurimento del movimento altermondialista e una nuova e presumibilmente durevole crisi economica globale. Il panorama si è fatto insomma sempre più cupo, contribuendo a spazzare via illusioni di varia natura e riportando l’attenzione su quella ‘durezza’ del reale che di Marx fu l’elemento naturale. Da questa soglia storica, databile a poco più dell’ultimo quinquennio, muove questo tentativo di ricostruire, per rapidi tratti, le più recenti letture italiane di Marx.1
Sull’onda della ripresa dell’edizione storico-critica delle opere complete di Marx e di Engels,2 si può infatti notare come la Marx-Renaissance diffusa a livello sovranazionale sia finalmente approdata anche in Italia.
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Proletariato e divisione del lavoro
di Valerio Bertello
L'autorganizzazione come potenzialità
La divisione del lavoro è la questione centrale della rivoluzione. Riguarda il problema dell’organizzazione a tutti i livelli, quello dell’organizzazione del proletariato come movimento politico, quello dell’organizzazione della produzione nella società comunista, e quello dell’organizzazione politica e sociale nella stessa.
La prima questione che si pone è se nel comunismo la divisione del lavoro debba essere abolita. La risposta è chiara e immediata: la divisione del lavoro è nella società sviluppata la base della socialità. Nelle società tradizionali non era così: legami di sangue, lingua, e costumi tramandati da una tradizione conservatrice e indiscutibile erano il cemento che univa gli individui in gruppi sociali estremamente coesi. Anche se poi il legame fondamentale andava ricercato nella necessità di difesa contro popolazioni circostanti. Con lo sviluppo della società di classe questi rapporti naturali hanno assunto una importanza assai inferiore ai rapporti economici, che sono divenuti gli unici rapporti sociali necessari. Infatti la società capitalistica è costituita essenzialmente da individui che hanno fra loro come unici rapporti necessari quelli economici, e che sono per tutti gli altri aspetti della loro esistenza sociale assolutamente incondizionati. Quindi la risposta alla questione è che è impossibile abolire la divisione del lavoro perché è alla base del legame sociale nella società moderna. Ma la vera risposta è un’altra. La divisione del lavoro è la vera grande forza produttiva della società capitalistica, che l’ha sviluppata in una forma peculiare, la divisione del lavoro manifatturiera, che ha aumentato prodigiosamente la produttività del lavoro. Quindi tale abolizione sarebbe un atto regressivo, quindi impossibile secondo il materialismo storico, in quanto implicherebbe il crollo delle strutture produttive attuali e un ritorno alla barbarie.
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Marx e l’istituzionalismo
di Carlo Formenti
Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi.
Nessuno sembra mettere in discussione la validità di quell’individualismo metodologico che interpreta i fenomeni economici come prodotti dell’interazione fra atomi, che agirebbero in base a un calcolo razionale orientato a ottenere la massima utilità con il minimo dispendio di risorse ed energie. Nessuno critica il principio secondo cui un’economia di mercato deregolamentata sarebbe in grado di produrre spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. Nessuno sembra mettere in dubbio, infine, che l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema.
Poco importa che la crisi che si è abbattuta in due ondate (nel 2001 e nel 2007) sull’economia globale stia clamorosamente smentendo questi presupposti: a prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi. Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni.
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Urss, il continente scomparso
Mario Tronti
Dal capitalismo al socialismo e ritorno. «L'esperimento profano» di Rita Di Leo ripercorre controcorrente il fiume di una storia rimossa, che illumina lo scontro di oggi fra politica ed economia
Siamo malati di anniversari. Se non ci fossero, per i giornali, bisognerebbe inventarli. E infatti spesso se ne inventano. E altrettanto spesso se ne nascondono. E' passato tutto intero il 2011 e nessuno, o quasi, si è ricordato che, esattamente vent'anni prima, era accaduto quell'evento che si chiama «fine dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche". Si può non avere simpatia per il presidente Putin e in effetti non ne suscita in gran quantità, ma ha detto almeno una volta la cosa essenziale e cioè che la caduta dell'Urss è stata la più grande catastrofe geopolitica del Novecento. Le futili vicende che abbiamo vissuto da allora, mascherate da improbabili accadimenti epocali, ce lo confermano. Ecco un libro che ci riporta, saltando indietro nel tempo che conta, a una vicenda, «un esperimento», si dice, che ha fatto storia e che non a caso alla sua conclusione ha fatto parlare di fine della Storia. Sto parlando di Rita di Leo, L'esperimento profano, sottotitolo eloquente Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Ediesse, Citoyens, Roma 2012.
È un testo da leggere, impossibile da riassumere. E' un testo breve, sintetico, con rimandi ad altri approfondimenti analitici della stessa autrice, dimostrazioni empiriche delle tesi teorico-storiche qui presenti, che varrebbe la pena di veder presto pubblicati a parte. Una narrazione, che non si può raccontare di nuovo, si può solo ascoltare. Ne parlo, usando le stesse frasi e parole del libro. 1917-1991: ecco date che stanno in piedi da sole, come corpi in carne ed ossa, non fantasmi evocati dalle pratiche magiche della comunicazione mediatica. Scelgo di dare subito conto, con una citazione di esempio, dello stile e del tono del discorso. A metà libro:
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Eccesso di capitale e finanziarizzazione
Antiper
“Questo periodico riproporsi di espansioni finanziarie nel sistema capitalistico mondiale, fin dalla sue prime origini nelle città-stato dell'Italia rinascimentale, fu notato per la prima volta da Fernand Braudel, che sottolineò le loro condizioni dal lato dell'offerta. Tutte le volte che i profitti del commercio e della produzione hanno prodottoIn questa evoluzione
'lo stato del rigoglio finanziario [...] sembr[a] annunciare [...] una sorta di maturità' [3]
Le espansioni finanziarie
'sono il segnale dell'autunno' [4] ” [5].
Nella sezione di Caos e governo del mondo che contiene il brano precedente Giovanni Arrighi e Beverly Silver fanno un'operazione al tempo stesso meritevole e discutibile.
E' certamente meritevole aver sottolineato la contestualità tra eccesso di capitale (“accumulazione di capitali superiore alle normali occasioni di investimento”) ed espansione della sfera finanziaria. Braudel, da buon storico, non poteva non osservare questa ricorrente contestualità e se avesse avuto un approccio marxista avrebbe osservato qualcosa di più della contestualità - ovvero la causalità - esistente tra eccesso di capitale e finanziarizzazione, con quest'ultima che diventa periodicamente una sorta di “valvola di sfogo” per capitali incapaci di valorizzarsi adeguatamente nell'ambito dei settori produttivi [6].
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Un atelier segnato dall'usura del tempo
Stefano Petrucciani
Pubblicate alcune lezioni tenute da Lucio Colletti prima del definitivo congedo dal marxismo. Testi tuttavia importanti perché indicano strade di ricerca che potrebbero condurre a un'analisi dei rapporti conflittuali tra capitalismo e democrazia
È un peccato, almeno a mio modo di vedere, che la bizzarra vicenda politica di Lucio Colletti (il suo transitare dal Partito d'Azione al comunismo di sinistra, poi al craxismo e infine al centro-destra) abbia fatto passare in secondo piano l'interessante contributo intellettuale che egli ha dato in quanto studioso e interprete di Marx e del marxismo. Un'occasione per tornare a rifletterci è data oggi dalla pubblicazione, a poco più di dieci anni dalla sua morte, delle lezioni che egli dedicò al Primo Libro del Capitale (Il paradosso del Capitale. Marx e il primo libro in tredici lezioni inedite, a cura di Luciano Albanese, prefazione di Giancarlo Galli, Liberal edizioni, Roma 2011, pp. 210, euro 13,00.
Per quanto riguarda il metodo, la lettura collettiana di Marx si qualifica per alcune caratteristiche che la rendono difficilmente comparabile con altre: le tesi che Colletti propone sono sempre molto nette e prive di sfumature (come era nel suo carattere); e soprattutto sono presentate con una non comune nitidezza e lucidità di esposizione. Un pregio, questo, che caratterizza anche le lezioni ora pubblicate, risalenti all'inizio degli anni Settanta e cioè al periodo immediatamente precedente la svolta verso una radicale critica del marxismo, che Colletti consegnò alla famosa Intervista politico-filosofica, apparsa prima sulla «New Left Review» e poi nel '74 da Laterza in un volume che comprendeva anche il saggio Marxismo e dialettica.
Tra Francoforte e Jena
Le interpretazioni filosofiche di Marx nel Novecento (una discussione riaperta, nel 1923, da Storia e coscienza di classe di Lukács) si sono disposte fondamentalmente secondo due assi di divisione: dialettici e antidialettici (cioè più o meno simpatetici nei confronti del nesso tra Marx e Hegel) e continuisti e discontinuisti (cioè più o meno propensi a vedere una frattura tra il Marx giovane e quello della maturità).
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Oddio, c'è Marx nel corridoio!
Militant
Ma che cos’è questa ossessione della borghesia europea per l’alta velocità nel trasporto delle merci? E’ solo una questione di puntiglio? E’ la necessità di dimostrare chi comanda ai cittadini/sudditi di una valle ribelle? E’ un tributo versato al feticcio dello sviluppo? E’ la ricerca dell’ennesimo banchetto da apparecchiare su un’opera pubblica? Oppure si tratta di una cieca e irrazionale furia devastatrice del territorio? Molto probabilmente c’è un fondo di verità in ognuno di questi quesiti, ma la risposta per noi non può che essere un’altra. I capitalisti non sono padroni perché sono stronzi, ma sono stronzi perché sono padroni… e c’è in questo una bella differenza.
Se volessimo esprimere il concetto in maniera più elegante potremmo dire che “il possessore di denaro diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l’unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 129) e “la concorrenza impone ad ogni singolo capitalista come leggi coercitive esterne le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 430).
Quindi, come il filosofo di Treviri aveva ben sottolineato, il Capitale si muove avendo quale unico obbiettivo quello della sua valorizzazione qual è data percentualmente dal saggio di profitto che “è il rapporto tra il plusvalore e l’intero capitale anticipato” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 382), da cui:
r=p/K
a sua volta sappiamo, sempre con Marx, che il plusvalore può essere scomposto nel prodotto del saggio di plusvalore (o grado di sfruttamento) moltiplicato per il valore della forza lavoro impiegata, ovvero quello che sempre Marx chiama capitale variabile, così che la formula sopra diventa:
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Su comunismo e storia. Lettera a Preve
di Ennio Abate
Caro Preve,
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Processate Gramsci!
di Gianni Fresu*
Ci risiamo, sulle ceneri di Gramsci si consuma l’ennesimo processo alla storia del partito comunista italiano. La bibliografia tesa a presentare un Gramsci tormentato e proteso verso un approdo liberale, al limite socialdemocratico, è ampia e, sebbene di scadentissimo valore scientifico, molto apprezzata. A questa si aggiungono altre tesi strampalate, sempre di taglio scandalistico e mai fondate sullo straccio di una fonte attendibile, particolarmente ambite dalle “grandi” testate giornalistiche italiane e dai programmi televisivi di divulgazione storica. Per sommi capi le richiamo:
1) Togliatti spietato carceriere di Gramsci; 2) le sorelle Schucht e Piero Sraffa (cioè moglie cognata e amico strettissimo di Gramsci) agenti del KGB assoldati da Stalin per sorvegliarlo; 3) Mussolini e le carceri fasciste che difendono, anzi salvano, Gramsci dal suo stesso partito; 4) la conversione cattolica in punto di morte dell’intellettuale sardo (attendiamo con trepida attesa le prossime rivelazioni sul Gramsci devoto di padre Pio).
Se fosse attendibile il quadro di queste interpretazioni, ne verrebbe fuori un Gramsci non solo smarrito e perennemente tormentato, ma un uomo tendenzialmente ingenuo, vittima inconsapevole della perfida cattiveria doppiogiochista di tutte le persone che gli stavano più vicine. Tutte queste tesi ruotano sulla rilettura forzata (ovviamente mai provata) di carteggi necessariamente cifrati; su mere supposizioni soggettive non suffragate da alcun dato documentale; su letture banali e parziali degli scritti di Gramsci; sulla manifesta falsificazione di documenti d’archivio.
Tutti ricordiamo la famosa lettera di Togliatti sugli alpini prigionieri in Russia pubblicata su «Panorama» nel febbraio del 1992, dopo essere stata falsificata in modo maldestro da uno storico imbroglione (nel senso che è entrato nella storia degli imbroglioni) come Franco Andreucci. Vi ricordate «il divino Hegel» e Achille Occhetto dichiaratosi da subito «agghiacciato» per le sconcertanti rivelazioni, senza neanche attendere la verifica della loro veridicità? Su questa colossale patacca, degna della banda dei “soliti ignoti”, furono riempite le pagine dei giornali (si propose persino di modificare tutta la toponomastica nazionale per cancellare il nome di Togliatti da vie e piazze), i dibattiti politici, i palinsesti televisivi.
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Appunti sulla lotta scientifica e ideologica
di Gianfranco La Grassa
Voi credete che le odi e i sermoni,
e lo squillo delle campane
e il sangue dei vecchi e dei giovani
martirizzati per la verità che vedevano
con occhi resi lucenti dalla fede in Dio,
abbiano compiuto le grandi riforme del mondo?
Credete che l’inno di Guerra della Repubblica
si sarebbe udito se lo schiavo
avesse servito al dominio del dollaro,
a dispetto della mondatrice Whiney, [macchina per mondare il cotone; ndr]
e il vapore e i laminatoi e il ferro
e i telegrafi e il libero lavoro bianco?
Credete che Daisy Fraser sarebbe stata scacciata e sfrattata
se la fabbrica di scatolame non avesse avuto bisogno
della sua casetta e del suo podere?
O credete che la stanza da gioco
di Johnnie Taylor e il bar di Burchard
sarebbero stati chiusi se il denaro perduto
e speso per la birra non fosse andato a finire,
chiudendoli, a Thomas Rhodes,
a un maggiore smercio di scarpe e coperte,
e mantelli per bimbi e culle di quercia?
Ecco, una verità morale è un dente vuoto
che va otturato con l’oro.
(Spoon River, Sersmith il dentista)
“A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artitistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale”. Prefazione a Per la critica dell’economia politica di Marx (1859; corsivi e grassetto sono miei).
1. Questi due testi, in modi assai differenti, esprimono fondamentalmente idee piuttosto simili; che, nel passo di Marx, si trovano concentrate nei passi da me messi in grassetto. I radicali cambiamenti (ma anche i più modesti), le grandi e piccole imprese, molto spesso gli eroismi – o quanto meno quelli che come tali, spesso con enorme sfoggio di retorica, sono celebrati – hanno alle loro spalle precisi e rilevanti interessi tutt’altro che ideali.
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Il corpo biopolitico nel Capitale di K. Marx
Jacques Bidet
Et exultabunt ossa humiliata
Si potrebbe essere tentati di cominciare da alcuni frammenti veementi del Capitale1 , che denunciano l’incorporazione del lavoratore alla macchina e il commercio di «carne umana»2 . Se vogliamo comprendere fino in fondo l’invenzione biopolitica di Marx e la rivoluzione teorica che essa comporta, però, dobbiamo abbordare la questione da lontano, e considerarla nel suo intero dispiegamento concettuale, economico-politico.
Marx si proponeva di produrre una teoria della società «moderna» (o anche, secondo i suoi termini, «borghese», o «capitalista»), o quantomeno di fornire un contributo a una tale ricerca. Considerava la sua opera maggiore, Il Capitale, come uno degli elementi di una costruzione più larga, che avrebbe dovuto articolarsi in tutto un insieme di «libri». Questa teoria appartiene al progetto designato con il nome di «materialismo storico», ovvero, per riprendere il termine delle Annales,a un progetto di «storia totale», capace di prendere unitariamente in considerazione la dimensione economica, politica, culturale ed ecologica. I concetti che essa elabora articolano queste diverse facce della realtà sociale. Per quanto insufficiente possa esserne la realizzazione (e non c’è da meravigliarsene, visto ciò che se ne “sapeva” all’epoca), si tratta al contempo di una «storia globale», nel senso che si è stato recentemente attribuito a questo termine. Marx aveva di mira diverse prospettive di «lunga durata», diverse storicità. E, più specificamente, diverse storicità del corpo, relative ai diversi modi della sua attualità.
Il progetto di una storia sociale del corpo, congiuntamente economica e biopolitica, si annuncia già nel primo dei concetti della sua teoria, quello di «valore», tradizionalmente designato come «valore-lavoro». Questo non significa che il lavoro abbia un «valore», ma che il valore deve essere considerato a partire dal lavoro. Più precisamente, a partire dal corpo-al-lavoro.
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Decrescita e marxismo
di Riccardo Achilli
La critica marxista alle teorie della decrescita e dello sviluppo sostenibile
E' ampiamente nota la critica marxista alle teorie della decrescita. L'elemento fondamentale di tali critiche è rappresentata dall'assenza di un'analisi di classe dei processi economici, per cui di fatto i “decrescisti” focalizzano l'attenzione sul volume di produzione in sé (sulla crescita economica in sé) piuttosto che sulla destinazione di tale produzione in plusvalore, rendite e salari. Ciò fa sì che o la decrescita possa amplificare le disparità distributive già esistenti (applicandosi cioè soltanto sui capitalismi a minor tasso di sviluppo, cioè sui poveri), oppure che sia semplicemente impossibile, perché i meccanismi di riproduzione allargata, alla base della formazione del profitto, rendono impossibile una decrescita di tipo solidale ed equo all'interno del capitalismo.
Ciò priva di qualsiasi valore rivoluzionario le teorie dello sviluppo sostenibile, riducendone anche la rilevanza pratica, in termini di preservazione dell'ambiente. Sotto questo profilo, infatti, da un lato, le innovazioni tecnologiche ecocompatibili sono, come tutte le innovazioni, soggette al paradosso di Jevons, per cui di fatto l'introduzione dell'innovazione comporta un aumento del consumo della risorsa ambientale, come si può riscontrare, a puro titolo di esempio, con il consumo di terreno agricolo e forestale indotto dallo sviluppo dei sistemi fotovoltaici ed eolici di produzione dell'energia. Similmente, il passaggio all'economia ad idrogeno, preconizzato da un sacerdote ben comodamente seduto sulla poltrona del capitalismo, come Rifkin, comporterà, se si verificheranno le sue previsioni di abbattimento del costo di produzione e distribuzione di una simile risorsa energetica rispetto a quelle fossili (fatto molto discutibile, ma che non abbiamo qui lo spazio per approfondire) un aumento considerevole dell'intensità energetica delle attività economiche ed antropiche (perché il capitalismo tende ad aumentare l'utilizzo delle risorse a basso costo) ed un boom produttivo, facilitato dall'abbassamento del costo unitario dell'energia, che indurrà quindi una crescita della pressione e degli impatti sulle risorse ambientali in generale.
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Contro il pessimismo (degli “intellettuali”)
Fabio Frosini
I marxisti hanno interpretato la propria tradizione, finora, con il linguaggio della vulgata o con le raffinatezze del più dotto accademismo. Ai «nuovi marxisti» si richiede invece di far progredire la ricerca (come ricerca sulle cose) impiegando – se possibile – una lingua scarna e largamente accessibile: recuperando – per così dire – alcuni pregi di chiarezza didascalica che furono del vituperato diamat sovietico, senza ripeterne gli schematismi ideologici; o, se si preferisce, assimilando la virtù stilistica della cultura anglosassone, senza ricadere nelle angustie della visione empiristica1 .
1. Contro il pessimismo
Così titolava Antonio Gramsci l’editoriale pubblicato in grande evidenza nel secondo numero del rinato “L’Ordine Nuovo”. Era il 15 marzo 1924. Il primo del mese, il primo numero della nuova serie si apriva con un altro editoriale, Capo, tutto dedicato a un confronto tra Lenin e Mussolini, tra la dittatura del proletariato e la dittatura fascista. Lenin era morto da pochi giorni, il 21 gennaio, e tutto il presente poteva apparire, a un militante comunista in esilio, sotto una cattiva stella. Eppure, con quella combinazione tra l’analisi comparativa di fascismo e comunismo, e la netta critica del pessimismo, Gramsci si ripresenta sulla scena italiana – rientrerà solo in maggio, grazie all’immunità garantitagli dall’elezione alla Camera dei deputati – tentando di rianimare le truppe disperse e disanimate del piccolo partito nato tre anni avanti a Livorno.
Così inizia Contro il pessimismo: occorre
fare un esame di coscienza, un esame del pochissimo che abbiamo fatto e dell’immenso lavoro che ancora dobbiamo svolgere, contribuendo così a chiarire la nostra situazione, contribuendo specialmente a dissipare questa oscura e grave nuvolaglia di pessimismo che opprime i militanti più qualificati e responsabili e che rappresenta un grande pericolo, il più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire. Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro paese; la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente. Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, tra la nostra volontà e la tradizione del partito se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente, per impulso irresistibile, e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera?2
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Il Leviatano della ricchezza
di Luigi Cavallaro
Dopo la riscoperta di Marx è la volta di Lenin, interpretato come un agit prop del capitalismo di stato. La crisi sbriciola la messianica fiducia nel mercato e rende così attuali cassette degli attrezzi teorici troppo rapidamente considerate obsolete. Un recente numero dell'«Economist» affronta il rinnovato protagonismo dello stato nella vita economica
Nell'ottobre 1921, Lenin tenne alcuni discorsi in cui spiegò il significato della svolta nella gestione dell'economia sovietica inaugurata nella primavera precedente, dopo gli anni del «comunismo di guerra». Lenin la chiamò «Nuova politica economica», donde l'acronimo «Nep» con cui è passata alla storia e poi nel dimenticatoio.
La sua idea di fondo era che, accentrando la produzione e la distribuzione nelle mani dello stato, i bolscevichi avevano commesso l'errore di voler passare direttamente alla produzione e distribuzione su basi comuniste, dimenticando che a ciò si arriva attraverso un lungo e complicato periodo di transizione. La «Nuova politica economica» muoveva dal fatto che avevano subito una grave sconfitta e iniziato una ritirata strategica.
Era senz'altro comprensibile che molti si sentissero sgomenti, perché la svolta della Nep, implicando la possibilità per i produttori di scambiare liberamente sul mercato tutto ciò che dei loro prodotti non era assorbito dalle imposte, significava in buona misura restaurazione del capitalismo. La questione fondamentale, dal punto di vista strategico, era anzi proprio quella di capire chi avrebbe saputo approfittare della nuova situazione: avrebbero vinto i capitalisti, ai quali i bolscevichi stavano aprendo le porte prima serrate della produzione pubblica, e avrebbero cacciato i comunisti, oppure il potere statuale, continuando a regolare la moneta e la produzione, sarebbe riuscito a tener ferme le redini al collo dei capitalisti, creando un capitalismo subordinato allo stato e posto al suo servizio?
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