Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

Karl Marx’s Grundrisse

di Antonio Negri

1. Cominciai a lavorare sui Grundrisse negli anni ’60. Quando cominciai ero comunista da parecchio tempo, non ancora marxista. Avevo lavorato molto su Kant, Hegel, e il neokantismo, Max Weber, Lukacs e poi, infine, all’inizio degli anni ’60, avvicinandomi ai 30 anni, avevo cominciato a leggere Il Capitale. Già prima ero passato attraverso le interpretazioni alla moda del giovane Marx: i Frühschriften li avevo letti e discussi (in Francia, in Italia, in Germania – non si può immaginare l’intensità delle emozioni sollevate da quella “scoperta”!) nel clima di un certo esistenzialismo umanistico. Ne trassi le stesse ambivalenti (se non equivoche) impressioni che avevo avute studiando il marxismo sartriano. Di conseguenza non avevo avuto difficoltà a cogliere una certa ragionevolezza nella “cesura epistemologica” che Althusser aveva proclamato. Questa cesura non rappresentava per me un elemento né rilevante né decisivo dal punto di vista filologico: lo era piuttosto (come d’altronde voleva Althusser) dal punto di vista di un’ermeneutica politica e polemica “situata” (come, appunto, in un Kampf-platz) del pensiero rivoluzionario, nell’epoca delle ultime smanie dell’hegelismo dialettico – in occidente come in oriente. Il materialismo marxiano mi sembrava divenire “intero” proprio passando attraverso questa rottura – rottura anti-umanista, nel senso che le illusioni dell’umanesimo borghese sarebbero state a quel punto definitivamente scacciate – e soprattutto nel senso che la dialettica hegeliana era effettivamente messa da parte. Per noi, educati nell’hegelismo e alle infinite variazioni della “coscienza infelice”, questo passaggio era necessario: costituiva una propedeutica alla militanza rivoluzionaria.

La lettura de Il Capitale mi risultò comunque assai difficile.

Print Friendly, PDF & Email

Ripensare Marx e i marxismi

di Alfio Neri

Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, Roma 2011, pp. 373. € 33

Il modo di leggere Marx è cambiato negli ultimi anni. Gli scritti sono (quasi) sempre quelli ma sono intervenuti due fattori nuovi che hanno cambiato molte cose. Innanzitutto, i nuovi equilibri geopolitici hanno reso obsolete le letture legate agli schieramenti della guerra fredda. Inoltre siamo molto vicini alla (speriamo) definitiva edizione delle opere complete di Marx ed Engels. In questo momento, l’intricata matassa dei testi pubblicati in vita (pochi) e delle opere rimaste manoscritte (tante) è ora, finalmente, disponibile. La fine della guerra fredda e la pubblicazione integrale di tutto (o quasi) quello che Marx ha scritto ci permettono di leggere in modo nuovo l’intera sua opera. Il punto di partenza è, comunque, un paradosso: in settanta anni il paese del socialismo scientifico non ha avuto il tempo di terminare un’edizione filologicamente scientifica delle opere complete del suo massimo ispiratore.

Negli ultimi anni è stato fatto molto per sbrogliare l’intricata matassa degli scritti di Marx e il lavoro filologico di Musto è uno dei più interessanti. Sulla base delle recenti acquisizioni ottenute con la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (Marx-Engels-Gesamtausgabe, MEGA), Musto ricostruisce con rigore e acume tutta una serie di tappe della biografia intellettuale di Marx e della sua opera. Questo lavoro di attenta lettura mette in luce l’enorme distanza tra la teoria critica di Marx e il dogmatismo dei marxismi che, dalla fine Ottocento ad oggi, sono seguiti. Si tratta di un lavoro importante che sta aprendo nuove prospettive di notevole spessore teorico.

La chiave di volta della vicenda sta, probabilmente, nella straordinaria vicenda della pubblicazione dei suoi scritti. La storia edizione dell’opera omnia di Marx, su adeguati criteri filologici, è sconcertante.

Print Friendly, PDF & Email
il rasoio di occam

Marx e la giustizia, risposta a Screpanti

di Stefano Petrucciani

Prima di lui la critica sociale si reggeva principalmente su un impianto moralistico. Ecco perché Marx ha segnato un progresso enorme nel pensiero cui fanno riferimento le classi subalterne. Ma questo progresso nasconde anche un lato meno positivo: esso occulta il problema della giustificazione, dell’ancoraggio razionale o valoriale della critica e del conflitto

Sono grato a Ernesto Screpanti per aver esaminato con tanta accuratezza e con una notevole acribia critica alcune questioni sulle quali ho provato a ragionare in un libro recente che ho intitolato A lezione da Marx. Questo titolo non sta a significare, come si potrebbe pensare, che io voglia rivendicare in modo un po’ acritico un valore imperituro della lezione marxiana. Vuol dire invece qualcosa di completamente diverso, e cioè che, se si ragiona seriamente e criticamente su Marx, si possono imparare moltissime cose, e si ricevono tanti stimoli che possono essere efficacemente fatti reagire anche con le discussioni più aggiornate della teoria sociale e politica del presente. Questo punto emerge perfettamente dalle considerazioni che Screpanti dedica al mio lavoro: Marx può dialogare con Rawls, Harsanyi, Sen e tanti altri, e talvolta può essere anche usato per muovere ad essi delle critiche molto precise. Da questi confronti emerge anche, e la cosa mi pare ben comprensibile, che le riflessioni di Marx sulle questioni della giustizia e della libertà sono molto meno sofisticate e assai meno articolate di quelle che si possono trovare nel grande supermarket del pensiero filosofico-politico contemporaneo. Questo per due ragioni. La prima è che, per fortuna, anche la ricerca teorica e filosofica (come quella scientifica) progredisce, e dunque è inevitabile che, a quasi duecento anni dalla nascita di Marx, l’apparato di concetti e di ragionamenti di cui disponiamo si sia notevolmente incrementato. La seconda ragione è che (su questo punto Screpanti e io concordiamo) Marx non era interessato a uno sviluppo sofisticato e “tecnico” di questi concetti, perché riteneva di avere cose più importanti da fare (studiare le leggi di movimento della produzione capitalistica) e perché era iperconvinto della sterilità di ogni approccio di tipo astratto e moralistico alla critica sociale.

Print Friendly, PDF & Email
il rasoio di occam

Aporie della giustizia: Marx a lezione da Rawls

di Ernesto Screpanti

Una teoria “marxista” della giustizia incontra grandi difficoltà a criticare il capitalismo. Per questo bisogna fuoriuscirne cercando di porre la libertà a fondamento della giustizia. In questo modo, si evita anche il rischio di un governo universale della ragione imposto forzosamente.

“Le mie riflessioni prendono le mosse da una constatazione di fondo: il marxismo è uno straordinario edificio che, negli ultimi due o tre decenni, ha mostrato tutte le sue crepe, il suo invecchiamento, le sue difficoltà e le sue aporie.  Perciò se si vuole provare a valorizzare quell’eredità è necessario impegnarsi in un processo di ricostruzione di lunga lena”. Così Stefano Petrucciani nel suo ultimo lavoro, A lezione da Marx: Nuove interpretazioni, Manifestolibri, Roma 2012, un libro bello e importante.

Ben sapendo che oggi chi si vuole accostare a Marx da marxista non può limitarsi a rileggerlo ma deve in qualche misura tentare di riscriverlo, Petrucciani mette in chiaro sin dalla prima pagina qual è lo spirito del suo approccio: critico, libero e impegnato. Critico, per evitare ogni forma di dogmatismo e scolasticismo; libero, per trarre profitto dai contributi più validi della filosofia contemporanea; impegnato, per rendere la teoria utile nella prassi politica.

Il pensiero comunista post-sessantotto ha modificato radicalmente i metodi e i temi della teoria critica rispetto ai canoni delle vecchie scuole di partito ma anche rispetto a quelli del “marxismo occidentale”, e ha dato vita a due grandi filoni di pensiero altamente innovativi: il marxismo analitico e il marxismo ermeneutico.

Print Friendly, PDF & Email

Gramsci, mille e una eresia

di Luigi Cavallaro

Lo «spettro» dell'intellettuale sardo sta ancora agitando le acque della storia. Eterno dissidente, viene visto come capo della classe operaia, martire antifascista, padre della politica unitaria, alfiere dell'eurocomunismo 

Sicuramente, un «anno gramsciano» il 2012: cioè un anno di polemiche intorno alla figura di Antonio Gramsci. Alimentate da saggi e ricerche che hanno avuto ampia eco sulla stampa quotidiana, esse hanno dato conferma di una perdurante attualità del comunista sardo che di per se stessa necessiterebbe di una spiegazione, essendo ormai trascorsi ben settantacinque anni dalla sua morte e oltre venti dall'eclissi del movimento internazionale di cui il partito che egli aveva concorso a fondare aveva costituito peculiare ed importante espressione.

Beninteso, non è che la contesa su Gramsci sia in sé una novità. Come documenta la preziosa ricostruzione di Guido Liguori, almeno dal secondo dopoguerra il dibattito pubblico ha visto contrapporsi due diverse letture dell'opera gramsciana: da un lato, c'è stata quella di parte comunista, che si è accompagnata alle diverse «svolte» politiche e culturali messe in atto dal Pci nella sua storia settantennale e che in Gramsci ha visto di volta in volta il «capo della classe operaia», il «martire antifascista», il «padre della politica di unità» del secondo dopoguerra, l'ispiratore della «via italiana al socialismo» e, giù giù, il critico ante litteram del totalitarismo sovietico, l'alfiere dell'«eurocomunismo» e perfino il pensatore di un altro comunismo possibile dopo la crisi dei «socialismi reali»; dall'altra parte, c'è stata la lettura liberale, liberalsocialista e lato sensu «azionista», che con accenti (e soprattutto in tempi) differenti ha proposto ora un Gramsci irriducibilmente, inemendabilmente e totalitaristicamente «comunista», dunque irrecuperabile alla causa della democrazia, ora invece un Gramsci più intellettuale che politico, costitutivamente «eretico» e addirittura «liberale», quando non proprio «libertario».

Print Friendly, PDF & Email

Una recensione su David Harvey

di Connessioni

Harvey, David: The enigma of Capital and the Crises of Capitalism, London: Profile, 2010, 296 pp.

Come funziona il sistema capitalistico e perchè accadono le crisi? È difficile, ma cruciale, provare a rispondere a queste parole, specie di questi tempi. Un buon tentativo di accettare la sfida è il libro di David Harvey, “L'enigma del capitale”.

Nel suo libro, Harvey prova a costruire una teoria delle crisi del capitalismo, in primis proponendo la sua visione del capitale come un flusso. Se questo flusso è interrotto, a causa dei limiti che il capitale incontra, descritti da Harvey nel prosieguo del libro, c'è una crisi, come quella che stiamo sperimentando oggi. Le crisi servono a riconfigurare il capitalismo, permettendo la sua sopravvivenza.

Dato che le crisi hanno accompagnato l'intera storia del capitalismo, è piuttosto chiaro che ci deve essere una contraddizione sistemica nel processo di accumulazione capitalistica. Harvey affronta la questione definendo il capitale non come un oggetto ma come un flusso, dove il denaro è costantemente mandato in cerca di altro denaro.

I capitalisti, sotto la pressione della forza della competizione, sono costantemente forzati a re-investire i profitti che essi eventualmente abbiano guadagnato. I problemi nascono quando il flusso si interrompe. L'11 Settembre ha fermato momentaneamente il flusso. Non fu sorprendente, allora, che il presidente Bush dedicasse tutto se stesso a riportare il flusso alla normalità.

Print Friendly, PDF & Email
marx xxi

"Bentornato Marx!"

recensione al libro di Diego Fusaro

di Emiliano Alessandroni

Nel 1993 viene pubblicato in Italia per la Rusconi un libro di Armando Plebe: Dimenticare Marx? La presenza stessa del volume costituiva di per sé una risposta alla domanda espletata nel titolo, ma l'autore volle essere esplicito esortando a non dimenticarsi di Marx «irresponsabilmente, come ci si scorda di un numero di telefono che da qualche tempo non si usa più»; è possibile infatti «considerare meritoria oppure sciagurata la stesura del Capitale», ma occorre pur sempre tener presente che dietro di essa «stanno secoli di cultura» la quale «ha generato a sua volta un secolo e mezzo di cultura marxista»; ne discende che «un politico che non dimentichi Marx è un politico costretto ad accorgersi che la cultura esiste»1.

Da alcuni anni a questa parte, parrebbe quasi che il monito di Plebe abbia sortito un effetto maggiore del previsto. Nel 1999 un sondaggio della BBC ha premiato Marx come «il più grande pensatore del millennio»2. Sei anni più tardi il programma radiofonico In our time, della medesima emittente televisiva, ritenta il sondaggio in forme diverse, ma ottenendo il solo risultato di far conquistare a Marx anche il titolo di «più grande filosofo della storia»3.


A partire dall'avvento della crisi economica i richiami al teorico tedesco aumentano vertiginosamente: nel 2008 l’omonimo arcivescovo di Monaco Freising Reinhard Marx, dopo aver pubblicato un libro dal titolo Il Capitale. Una difesa dell'uomo, dichiara che «poggiamo tutti sulle spalle» del filosofo di Treviri «perché aveva ragione», infatti «nella sua analisi della situazione del XIX secolo ci sono punti inconfutabili»4.

Print Friendly, PDF & Email

L'essenziale sull'essenziale

Gilles Dauvé & Karl Nesic

Nell'autunno del 2009 uno degli attuali partecipanti a «Il Lato Cattivo» inviò un questionario a Gilles Dauvé e Karl Nesic, redattori della rivista «Troploin»; le relative risposte andarono a costituire la Lettre de Troploin n. 10 (novembre 2009). Ne pubblichiamo qui la traduzione italiana, che può essere letta sia come un testo autonomo, sia come un complemento al più lungo La Ligne Générale (Lettre de Troploin, n. 8, aprile 2007), anch'esso frutto delle risposte a un questionario che Dauvé e Nesic avevano ricevuto dalla rivista tedesca «Revolution Times». [ndr]

[1] Ha ancora senso, nella nostra epoca, credere ragionevolmente non diciamo alla necessità, ma alla possibilità di una rivoluzione sociale, e agire di conseguenza? Quali sono le condizioni di possibilità di una tale rivoluzione?

Oltre un secolo e mezzo dopo la pubblicazione del Manifesto del partito comunista, la rivoluzione si fa ancora attendere. La questione che sollevate è quindi non solo legittima, ma necessaria. Tutto dipende dal modo in cui la si pone... o la si aggira.

Alcuni dei nostri compagni hanno creduto nella rivoluzione, cercato di contribuire alla sua venuta, e poi smesso di credervi allorché non l'hanno veduta arrivare. Evidentemente, per loro, la rivoluzione aveva consistenza reale o possibilità di realizzarsi, soltanto nella misura in cui fosse sopraggiunta nel corso della loro vita, o diciamo piuttosto della loro giovinezza.

Altri conservano una prospettiva rivoluzionaria soltanto mantenendosi “sotto pressione”, come se la combinazione di un capitalismo sempre più insostenibile e di lotte sempre più profonde, conducesse inevitabilmente al sovvertimento dell'esistente.

Non possiamo nulla per i delusi, gli stanchi, gli impazienti e gli irritati dalla storia...

Print Friendly, PDF & Email

Il capitale fittizio e la riproduzione contratta oggi

Cina e rivoluzione permanente

di Loren Goldner

«Il capitale è la contraddizione in movimento, in cui esso spinge a ridurre il tempo di lavoro al minimo, mentre, dall’ altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza.» Marx, Grundrisse1

Questa citazione dai Grundrisse, che mette a fuoco la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, descrive succintamente la situazione odierna su scala mondiale: ancora una volta, come nel 1914, il capitale richiede, per poter sopravvivere come capitale, una vasta svalorizzazione di tutti i valori esistenti, nonostante la grande distruzione di esseri umani e mezzi di produzione che ciò comporta.

In realtà, questa è stata la situazione da circa il 1970/73. Il capitale globale ha rinviato il giorno della re-sa dei conti, una deflazione vera e propria, con una vasta crescita piramidale di debito – capitale fittizio – e con una serie di tendenze «compensative», che hanno sostenuto questo debito contraendo la riproduzione sociale.

Prima di indagare le specifiche dei quattro decenni dal 1970/73, fatemi innanzitutto delineare i mutamenti che si sono verificati in termini generali.

Il sistema dei tassi di cambio fissi ancorati al dollaro USA di Bretton Woods del secondo dopoguerra era appena crollato.

A quel tempo, l’accumulazione mondiale era chiaramente divisa nelle tre zone dei 1) paesi capitalisti avanzati (OCSE) (USA-Europa-Giappone), 2) il blocco «socialista» (Unione Sovietica e Comecon) e 3) il «terzo mondo» dei paesi «non allineati», con la Cina come un mondo a parte.

Print Friendly, PDF & Email

La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo

Antonio Carlo

Parte prima: La putrescenza del Capitalismo contemporaneo


1) L’economia mondiale nel 2012. Disoccupazione, sovraproduzione e crisi della finanza pubblica


Il rimbalzino del 2010 è ormai un ricordo, nel 2011 le cose sono andate peggio1, ed a inizio 2012 la signora Lagarde n. 1 delle FMI dice: “nel 2012 molte delle cose che potevano andare storte sono andate storte”. Lucidità cartesiana si potrebbe dire, e nel 2012 la situazione peggiora ulteriormente. A metà anno, infatti, la Banca Mondiale rende note le sue stime per l’anno corrente: PIL mondiale + 2,5%, ma la crescita sarà concentrata essenzialmente nei paesi emergenti, + 5,1% contro il 6,1% del 2011 ed il 7,4% nel 2010. Leggermente migliori le previsioni del FMI, che però peggiorano nel corso dell’anno: ad ottobre, in concomitanza con l’assemblea annuale di Tokyo, il FMI prevede + 3,3% PIL mondiale, così suddiviso + 1,3% paesi ricchi, + 5,3% paesi emergenti; per l’Eurogruppo siamo a – 0,4% per il corrente anno e a + 0,2% per l’anno prossimo, ciò che qualche bello spirito potrebbe definire “ripresa”.

Ci si potrebbe obiettare, che comunque si cresce anche se di poco, ma allora non si capirebbe il coro da tragedia greca che accompagna questo sviluppo da quattro soldi2, che in realtà è una recessione strisciante e nascosta da cui non si vede via di uscita nel breve e nel medio periodo (nel lungo si sa saremo tutti morti), qualcosa cioè di molto simile ad una depressione.

Print Friendly, PDF & Email

Per una critica a David Harvey*

Lo scopo di questo breve discorso è fornire l'inizio di una critica alla teoria della crisi di David Harvey. Ma devo cominciare dicendo che approccio questo compito in maniera molto umile. Come molte altre persone, sono davvero in debito verso David Harvey. In molti modi, Harvey è stato il mio primo canale d'accesso nel mondo di Marx. Il suo linguaggio chiaro e articolato, la sua passione per la materia, e la sua paziente dedizione alla pedagogia sono stati di grande influenza per me, spingendomi a scavare più profondamente nel mondo di Marx e del Marxismo. La critica che faccio qui è fatta con il più profondo e sincero rispetto per il suo lavoro.

La mia è una critica di 3 aspetti interrelati del lavoro di Harvey: il suo rifiuto della teoria di Marx sulla Caduta tendenziale del saggio di profitto (Tendency of the Rate of Profit to Fall, TRPF), la sua teoria della “sovraccumulazione” e il suo uso di sovraccumulazione come quadro analitico per la sua analisi geografica.

Molto del Marxismo del XX Secolo è definito dalle sue sconfitte, sia teoretiche che politiche. Per quanto dobbiamo imparare dai nostri “vecchi”, dobbiamo anche ricordare che essi hanno avuto le proprie origini in un certo tempo e luogo e che il loro approccio a Marx è influenzato da questa origine. Per Harvey il tempo sono gli anni '70 e il luogo l'università/l'accademia occidentale. É un luogo e un tempo in cui i Marxisti stavano affrontando alcune disfide teoriche a cui non erano in grado di rispondere, forzandoli a rivisitare o a cambiare aspetti centrali della Teoria del Valore di Marx. Essi erano anche messi di fronte alla necessità di distanziarsi politicamente dagli orrori del Marxismo Sovietico e del Maoismo.

Print Friendly, PDF & Email

Il declino tendenziale del saggio di profitto

di Riccardo Achilli

L’illustrazione di Marx

Il tema della legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto è, non a caso, insieme alla questione della trasformazione dei valori in prezzi, il più dibattuto e controverso della teoria del grande pensatore di Treviri. Non è un caso: dall'accettazione o confutazione di tale legge discende l'accettazione o confutazione dell'idea di una estinzione del capitalismo per via della sua stessa contraddizione interna fondamentale, ovvero la declinante capacità di valorizzare il capitale investito, fatto salvo, ovviamente, l’indiscutibile argomento per cui il capitalismo terminerà soltanto quando sorgerà la classe sociale che lo abbatterà.

Nei termini più semplificati possibili, Marx afferma che l'incremento continuo di investimento in macchinari e strumenti di produzione, mirato ad accrescere la produttività del lavoro, produce una tendenza alla caduta del tasso di profitto, anche quando ciò accresce il saggio del plusvalore. L'effetto depressivo derivante dall'incremento del capitale costante, infatti, più che compensa l'aumento del plusvalore. Formalmente:

-        sia q la composizione organica del capitale, ovvero q = Cc/Cv, dove Cc è il capitale costante, ovvero il valore-lavoro (lavoro morto) incorporato nella massa di macchinari e strumenti per la produzione, e Cv è il capitale variabile, ovvero il valore-lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro (approssimabile con il monte-salari);
-        sia s il saggio del plusvalore, ovvero s = Pv/Cv, dove Pv è il plusvalore estratto dal capitalista;
-        sia p il saggio di profitto, ovvero p = Pv/(Cc + Cv).


Se dividiamo numeratore e denominatore del saggio di profitto per Cv, otteniamo:

Print Friendly, PDF & Email

Emanciparsi

di Anselm Jappe

Il concetto marxiano di "feticismo della merce" indica non solo una mistificazione della coscienza, un velo, come spesso di crede (ed ancor meno abbiamo a che fare con un gusto smodato per il consumo). Esso costituisce un fenomeno reale: nella società capitalista, tutta l'attività sociale si presenta sotto forma di valore e di merce, di lavoro astratto e di denaro. Il termine "feticismo", che Marx, con un pizzico di ironia, prese in prestito dall'etnologia e dalla critica delle religioni, è molto appropriato. Così come i pretesi "selvaggi", anche i membri della società di mercato proiettano il loro potere sociale su degli oggetti inanimati, da cui ritengono di dover dipendere. Nessuno lo ha mai deciso: tale feticismo si è costituito sulle spalle dei partecipanti in modo inconscio e collettivo, ed ha preso tutta l'apparenza di una realtà naturale e trans-storica. Il feticismo della merce esiste laddove esiste una doppia natura della merce e dove il valore di mercato - che viene creato dalla parte astratta del lavoro ed è rappresentato dal denaro - forma il legame sociale e decide perciò del destino dei prodotti e degli uomini, mentre la produzione del valore d'uso non è che una sorta di conseguenza secondaria, praticamente un male necessario. (Ho parlato di " parte astratta del lavoro", perché è più chiara di "lavoro astratto": in effetti ogni lavoro, in regime capitalista, possiede una parte astratta ed una parte concreta, e non sono affatto due generi distinti di lavoro.)

Marx chiama il valore, il soggetto automatico: la valorizzazione del valore, in quanto lavoro morto, per mezzo dell'assorbimento del lavoro vivo, e la sua accumulazione in capitale, che governa la società capitalista, e riduce gli attori sociali a delle semplici rotelle di tale meccanismo.

Print Friendly, PDF & Email

Lavoro improduttivo e composizione di classe

Visconte Grisi*

OPERAI PUGNO ALTO INSIEMEIn un articolo apparso sul numero precedente della rivista (Lavoro improduttivo e crisi del capitalismo), a cui rimandiamo, abbiamo tentato di dimostrare, partendo da un punto di vista eminentemente oggettivo, come l’enorme diffusione del lavoro improduttivo, dal punto di vista del sistema capitalistico, tipico della moderna “società dei servizi”, costituisca “una sottrazione o uno spostamento o un consumo improduttivo della grande massa di plusvalore prodotto a livello mondiale”, e quindi, in ultima analisi, “uno dei fattori, insieme allo sviluppo abnorme del capitale finanziario, dell’attuale crisi strutturale del capitalismo”. Si può discutere all’infinito sul carattere produttivo o improduttivo dei singoli lavori concreti, propri della divisione capitalistica del lavoro, soprattutto in alcuni “settori di confine” come quello dei trasporti e della logistica, ma tale discussione non altera, a mio avviso, l’assunto di fondo sopra descritto. Detto in altri termini si potrebbe anche sostenere che i costi necessari al mantenimento del sistema capitalistico sono diventati così elevati da rappresentare, allo stesso tempo, un freno all’accumulazione del capitale e quindi alla sua riproduzione allargata, contribuendo così al declino del modo di produzione capitalistico.

Mi viene in mente, a questo punto, una citazione da P. Baran, secondo cui “il lavoro improduttivo consiste in tutto il lavoro necessario per produrre beni e servizi la cui domanda è attribuibile alle condizioni specifiche e al sistema di relazioni propri del capitalismo e che non esisterebbe in una società più razionalmente organizzata”.(1)

Print Friendly, PDF & Email

Trasgressione e moralità (7.0)

di Valerio Bertello

Premessa

Quando la teoria marxiana scende sul terreno della prassi tratta in maniera pressoché esclusiva il problema delle condizioni sociali necessarie allo svolgimento dell’azione politica. Ma non afferma quasi nulla sui contenuti di questa azione e sulle loro forme organizzative. Tale impostazione è coerente con il contesto in cui sorge il marxismo, che è quello di una critica radicale del comunismo utopico e quindi del rifiuto di fornire ricette “per l’osteria dell’avvenire.” Infatti per Marx “La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma soltanto da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia società in via di disfacimento” (La guerra civile in Francia). E ancora con Engels “Il comunismo non è una dottrina ma un movimento [storico] … Il comunismo è risultato della grande industria” (I comunisti e Karl Heinzen). Quindi sul piano pratico non è necessario inventare nulla. Il movimento storico creerà gli strumenti e i contenuti necessari all’abbattimento della società borghese. La teoria rivoluzionaria ha solo il compito di dimostrare ciò. Il marxismo riesce a dare tale dimostrazione fondandosi su di un unico postulato: lo sviluppo delle forze produttive porta necessariamente ad un grado crescente di socializzazione delle stesse. Ciò in quanto tale sviluppo si impone come interesse generale, quindi prioritario in senso assoluto, poiché è la condizione per una vita qualitativamente superiore, in quanto basata su consumi crescenti e una riduzione del tempo di lavoro ad un minimo.

Naturalmente si possono prospettare altre finalità, quali il controllo delle crisi, l’abolizione delle disparità sociali, ecc., ma il loro conseguimento è subordinato allo sviluppo della produttività del lavoro. Altrettanto fondamentale tra queste finalità è lo sviluppo dell’autocoscienza, che infatti sorge dalla necessità di porre sotto un controllo cosciente le forze produttive per evitare che si trasformino in forze distruttive.

Print Friendly, PDF & Email

La fusione calda della vita in comune

Sandro Mezzadra

 Gli scritti di Marx sulla Russia e l'India pongono al centro il tema della natura umana in una realtà non capitalista. Un percorso di lettura a partire dal saggio del ricercatore Luca Basso  

Tornare a leggere Marx oggi non può che significare farsi carico della discontinuità che la storia politica del Novecento ha determinato. Lo scacco dei «socialismi reali» (di stampo sovietico, nazionalista o socialdemocratico) è infatti coinciso con una crisi dei marxismi che non ha risparmiato neppure quelli che si erano costituiti nel corso del secolo come «eretici» - e che pure avevano mostrato una straordinaria vivacità teorica e politica. Ben prima dell''89, del resto, un insieme di movimenti (dalla presa di parola delle donne a quella di una molteplicità di soggetti «subalterni») aveva prima attraversato problematicamente il marxismo, poi contribuito a farlo esplodere. Se da più parti sembra annunciarsi un «ritorno a Marx», è bene auspicare che questo «ritorno» non si esaurisca nella soddisfatta constatazione della lucidità con cui Marx aveva annunciato la globalizzazione del capitalismo e la sua crisi, né nell'immediata riproposizione di una qualche variante di «marxismo». Tanto più dopo che i progressi della nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels (la cosiddetta Mega2) ci hanno in qualche modo consegnato l'immagine di un «altro Marx»: l'immagine cioè di un autore certo dominato da una fortissima «volontà di sistema», ma costretto al tempo stesso dall'urto con la materialità della storia e della politica a riaprire continuamente e a sviluppare in direzioni contrastanti la sua ricerca. L'immensa mole di manoscritti e frammenti di teoria che Marx ci ha lasciato fa della sua opera un vero e proprio cantiere aperto. E come tale è bene oggi considerarla ed esplorarla: a me pare che sia questo il modo più produttivo di leggere Marx oggi, nella prospettiva di una riappropriazione creativa del suo pensiero per la comprensione e la critica del nostro presente.

Print Friendly, PDF & Email

Effetti e dinamiche di un mondo in crisi

Esercito industriale di riserva e dimensione urbana

Connessioni

Un effetto del processo di crisi del capitalismo è senza dubbio il binomio tra aumento dell’esercito industriale di riserva e urbanizzazione forzata. Questo meccanismo non è dell’oggi, ma trova in questo contesto specifico una dimensione quantitativa inedita, portando con sé dei cambiamenti strutturali all’interno delle classi. I suoi effetti possono essere solo tratteggiati oggi, ma è fuor di dubbio che rappresentino una questione su cui, chiunque si pone il problema della trasformazione della società, si dovrà confrontare.


L’esercito industriale di riserva


Marx nella legge generale e assoluta dell’accumulazione capitalista spiega come l’esercito industriale di riserva incrementa contemporaneamente il volume assoluto della classe lavoratrice e la forza produttiva del suo lavoro. Siccome la domanda di lavoro non è determinata dal volume del capitale complessivo, ma dal volume della sua parte costituiva variabile, essa diminuirà in proporzione progressiva con l’aumentare del capitale complessivo. Questa diminuzione relativa della parte costitutiva variabile appare dall’altra parte, viceversa, come un aumento assoluto della popolazione lavoratrice costantemente più rapido di quello del capitale variabile, ossia dei mezzi che le danno occupazione.

Print Friendly, PDF & Email

Alienati di tutto il mondo unitevi

di Marcello Musto

L’alienazione è stata una delle teorie più dibattute del XX secolo. La prima esposizione filosofica del concetto avvenne già nel 1817 e fu opera di Georg W. F. Hegel. Nella Fenomenologia dello spirito, egli ne fece la categoria centrale del mondo moderno e adoperò il termine per rappresentare il fenomeno mediante il quale lo spirito diviene altro da sé nell’oggettività. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, l’alienazione scomparve dalla riflessione filosofica e nessuno tra i maggiori pensatori vi dedicò attenzione.

La riscoperta di questa teoria avvenne con la pubblicazione, nel 1932, dei Manoscritti economico filosofici del 1844, un inedito appartenente alla produzione giovanile di Karl Marx, in cui, mediante la categoria di «lavoro alienato», egli aveva traghettato la problematica dalla sfera filosofica a quella economica. L’alienazione venne descritta come il fenomeno attraverso il quale il prodotto del lavoro si manifesta «come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente». Contrariamente a Hegel, che l’aveva rappresentata come una manifestazione ontologica del lavoro, che coincideva con l’oggettivazione in quanto tale, Marx concepì questo fenomeno come la caratteristica di una determinata epoca della produzione: quella capitalistica.


Le  concezioni non marxiste


Ci sarebbe voluto ancora molto tempo, però, prima che una concezione storica, e non ontologica, dell’alienazione potesse affermarsi.

Print Friendly, PDF & Email

Alcune note su capitale e lavoro**

Giuseppe Sottile

“…non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità.” (K. Marx, Il Capitale, libro I, p. 32).

La forza-lavoro come capitale

La considerazione marxiana della forza-lavoro come di una merce speciale in una “immane raccolta di merci” va ricondotta alla sua genesi esposta da Marx in quella che egli ha chiamato “accumulazione originaria”. Attraverso l’espropriazione dei mezzi di produzione ai produttori diretti accadono due cose: a) la “forza-lavoro” si presenta come un insieme di capacità lavorative storicamente acquisite in forma di proprietà d’individui che si trovano costretti a venderle sul mercato in cambio di un equivalente; b) quell’espropriazione trasforma i mezzi di produzione in “capitale”. E’ questo che fa d’individui, un tempo espressione d’altri rapporti sociali, lavoratori salariati. La forza-lavoro adesso non fa parte dei mezzi di produzione - come poteva essere, ma solo sul piano giuridico, per schiavi e certe figure di servitù -, così come ai salariati in quanto tali non appartengono più i mezzi di produzione - contrariamente ai fittavoli, artigiani etc. Il risultato è che l’appropriazione del prodotto sociale si presenta inevitabilmente come un processo estraneo ai lavoratori1. Come valore d’uso mercificato la forza-lavoro diviene la sola merce che crea valore, di una parte del quale, eccedente il corrispettivo salario, s’appropria il capitalista, ma in un sistema sociale che appare caratterizzato da un libero mercato dove libere persone scambiano valori equivalenti.

Print Friendly, PDF & Email

Perchè nell'opera di Marx non c'è una teoria della democrazia

di Roberto Finelli

Sul piano pragmatico della storia sociale e politica, almeno di tutto il ’900, il movimento operaio dell’Occidente ha costantemente intrecciato i valori dell’eguaglianza e della giustizia sociale propri del marxismo con quelli della libertà e dell’autodeterminazione politica propri della tradizione democratica. Invece va detto che sul piano propriamente teoretico e categoriale il concetto e il termine di «democrazia» rimangono sostanzialmente estranei all’opera di Marx. Questa estraneità categoriale, se pone dei problemi al marxismo, pone contemporaneamente dei problemi alla democrazia. Soprattutto oggi che, la realtà della globalizzazione, con un curioso effetto di après coup, di Nachträglichkeit, dà valore di verità alla scelta teorica e scientifica di Marx di aver concettualizzato come protagonista egemonico del moderno l’economico e il suo intrinseco eccesso, a danno di quell’autonomia e capacità di costruire realtà che, in modo troppo presuntivo e ideologico io credo, è stata attribuita al politico soprattutto nell’ultimo trentennio dalla maggioranza della filosofia sociale e politica.

Lo scopo di questo mio intervento è quello di svolgere alcune riflessioni sulle ombre e sui limiti, ma paradossalmente, anche sui meriti e sulle luci del vuoto democratico nell’opera di Marx. Da questo punto di vista dividerò la mia esposizione in due parti, la prima dedicata al rapporto tra il non-essere della democrazia e il giovane Marx, la seconda tra l’assenza della democrazia e il Marx del Capitale.


«Junghegelianismus» ed effetti fusionali-simbiotici della «Gattungstheorie»

Fino alla sua permanenza in terra tedesca nell’ottobre del 1843 il giovane Marx è iscritto, dalla tradizione esegetica, nel ruolo, presocialista, dei teorici della democrazia radicale.

Print Friendly, PDF & Email

Marx comunista e liberale

di Mario Alighiero Manacorda

Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx” di Mario Alighiero Manacorda, da oggi in libreria per Aliberti, è un saggio provocatorio che ci invita a scoprire un Marx diverso dal cliché comune: un autore appartenente alla moderna tradizione liberale. Ne anticipiamo il capitolo introduttivo.

Il titolo di questo libro è decisamente provocatorio: ma non intendo proporre un Marx implicato col liberalismo economico-politico, nostrano o globalizzato, ma solo affermare che egli appartiene alla linea di sviluppo della civiltà moderna, interpretata criticamente, cioè che liberalismo e marxismo, come grandi correnti culturali del mondo moderno sono sulla stessa linea, e che è un grande abbaglio del liberalismo, in senso alto, respingere da sé questo nuovo pensiero.

Allora mi avevano suggerito questo argomento due testimonianze che, pur lontanissime tra loro, associavano appunto liberalismo e comunismo. La prima è un agile libro del 2007 di un inglese divenuto fiorentino, Paul Ginsborg, su La democrazia che non c’è, che si apre e si chiude con un immaginario dialogo concorde-discorde tra i due massimi rappresentanti del liberalismo e del comunismo ottocenteschi, John Stuart Mill e Karl Marx (i quali però, pur vissuti a Londra negli stessi anni, non si sono mai incontrati). L’altra è la sciagurata enciclica Spe salvi di papa Ratzinger, del 30 novembre 2007, che nella sua falsificante polemica col mondo moderno, che pone tutte le sue speranze nell’uomo anziché in dio, mette però correttamente Marx sulla stessa linea ideale con Bacone e Kant.

Print Friendly, PDF & Email

L'immenso rilievo del capitale fittizio

(I limiti del rinvio della crisi da parte del capitale finanziario e il delirio dei programmi di austerità)

di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle*

Quello che segue, più sotto, è la traduzione di un articolo, scritto da di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle. Un'analisi che così può essere riassunta:

La crisi attuale non è affatto il risultato delle speculazioni o della crescita del debito degli stati. La causa fondamentale della crisi non va cercata fuori di quella che è la logica stessa di un sistema economico che riesce a funzionare solo a singhiozzo e senza la minima razionalità. La logica del massimo profitto possibile, a breve termine, del capitale investito. Logica che ha come conseguenza l'incapacità a capire la differenza fra la ricchezza reale utile agli uomini e la ricchezza capitalizzabile, quella che viene vista solo sotto forma di denaro.

Paradossalmente, non è vero che le società stiano vivendo al di sopra dei loro mezzi, come sempre più spesso si sente ripetere.

Al contrario, sono troppo ricche per un capitalismo che riesce a prendere in considerazione solamente la ricchezza astratta, quella che circola dentro le banche e che muove gli speculatori, ignorando le esigenze delle popolazioni. Il dramma è che questa logica folle non può portare ad altro se non al crollo di un sistema assolutamente incapace di soddisfare i bisogni delle persone. E questo crollo, i cui segni sono visibili nei paesi più fragili, non lascia altra alternativa che la barbarie, se non saremo in grado di prendere in mano il controllo del nostro destino.


Nel corso degli ultimi trent'anni, il capitalismo ha cambiato drammaticamente il suo volto: mai, nella sua storia, il settore finanziario aveva assunto così tanta importanza in rapporto all'insieme dell'economia.

Print Friendly, PDF & Email

La legge del valore nel passaggio dal capitalismo industriale al nuovo capitalismo

di Carlo Vercellone

Lo scopo di quest’articolo è di caratterizzare, nel quadro teorico post-operaista, il senso logico e storico della marxiana legge del valore, nel passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo. In questa prospettiva, l’analisi si svilupperà in tre stadi. Nel primo si proporrà di precisare cosa bisogna intendere per legge del valore/tempo di lavoro e in cosa consiste la sua articolazione alla legge del plusvalore di cui è una variabile dipendente e storicamente determinata. In riferimento a questa articolazione utilizzeremo la nozione di legge del valore/plusvalore. Nel secondo e nel terzo stadio, l’attenzione sarà focalizzata sulle principali dinamiche che spiegano la forza progressiva della legge del valore/plusvalore nel capitalismo industriale, quindi la sua crisi nel capitalismo cognitivo.

 

1. Due principali concezioni della legge del valore-lavoro

Nella tradizione marxista coabitano, come rileva Negri (1992), due concezioni della teoria del valore. La prima insiste sul problema quantitativo della determinazione della grandezza del valore. Essa considera il tempo di lavoro come il criterio di misura del valore delle merci. E’ quella che chiamiamo la teoria del valore tempo di lavoro. Questa concezione è ben definita, per esempio, da Paul Sweezy, quando afferma che in una società mercantile-capitalistica “il lavoro astratto è astratto soltanto nel senso, dichiarato nettamente, che sono ignorate tutte le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro. In definitiva, l’espressione lavoro astratto, come risulta chiaramente dallo stesso uso che ne fa Marx, equivale a lavoro in generale; è ciò che è comune a ogni attività produttiva umana” (Sweezy, 1970, p. 35).

Print Friendly, PDF & Email

Spunti di ‘critica preveggente’ nel Capitolo VI inedito di Marx

di Toni Negri

Quando si legge il Capitolo VI Inedito avendo già studiato il Libro I de Il Capitale, si è colpiti dalla potenza teorica e dalla chiarezza dell’esposizione di alcuni concetti che, quasi nel medesimo periodo, Marx costruiva, non altrimenti ma con altra intonazione, nel Libro I appunto. Non è solo su questa potenza teorica che noi vorremmo qui intrattenerci, vorremmo anche mostrare che la rilevanza del Capitolo VI Inedito consiste nel fatto che qui alcuni di quei concetti divengono la sorgente di importanti sviluppi della critica politica marxiana e permettono di cogliere, meglio, di orientare dei dispositivi teorici per una migliore comprensione del capitalismo contemporaneo. Infatti Marx qui sopravanza spesso la sua propria capacità di illustrare i perversi meccanismi dello sfruttamento capitalista e, mentre vede la tendenza svilupparsi, egli sembra collocarsi (teoricamente) nell’a-venire della lotta di classe contro il capitale. (Qui di seguito citiamo da K. Marx Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito. Risultati del processo di produzione immediato, La nuova Italia, Firenze, 1969 – trad. Bruno Maffi; prima ed. tedesca Arkhiv Marska i Engel’sa, tomo II (VII), 1933, pagg. 4 – 229. Vedi poi K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 2 vol., trad. Enzo Grillo; La nuova Italia, Firenze, 1968-70; K. Marx, Teorie sul plusvalore, trad. G Giorgetti, Editori Riuniti, Roma, 1971.)

I capitoli nei quali questa “preveggente critica” si costruisce, sono essenzialmente quelli che riguardano la definizione del plusvalore assoluto e relativo (con annessa considerazione dello sviluppo delle tecnologie e del macchinismo) e che di conseguenza elaborano le categorie di “sussunzione formale” e “reale”; quelli nei quali si costruiscono i concetti di “lavoro produttivo” e “lavoro improduttivo” e si insite sulla posizione e funzione della scienza all’interno del processo di valorizzazione del capitale; e in fine quelli che toccano il concetto e la misura della produttività del capitale e forse afferrano, scavando nell’estensione e nella densità sociali dello sfruttamento capitalista, l’immagine di un soggetto rivoluzionario che illumina l’orizzonte contemoporaneo.

Print Friendly, PDF & Email

Il numero della bestia collettiva

Sulla sostanza del valore nell’era della crisi del debito

di Matteo Pasquinelli

Non si legge Marx per avere una grammatica con cui descrivere a posteriori e dogmaticamente le lotte sociali (come fa la corrente detta ‘Hysterical Materialism’), ma lo si studia per vedere come i rapporti di produzione e il conflitto abbiano dato forma ai suoi concetti dall’interno

Il campo del valore e la bestia collettiva

1. La concezione bicefala del valore in Marx. In molti oggi sostengono chein Marx (1867) si trovi una concezione bicefala del valore. Nel suo interessante libro More Heat than Light Mirowski (1989), ad esempio, mostra come Marx abbia attinto a due modelli in voga nella scienza del suo tempo per descrivere l’arcano della genesi del valore. In Marx comparirebbero per così dire una misura termodinamica e una gravitazionale del valore, una inspirata a Carnot e una a Newton, una metrica e una topologica, una basata sui cavalli vapore e una sul campo di forze, una basata sul tempo di lavoro e una sul lavoro socialmente necessario. Chiaro che nessuno dei due modelli si cuce perfettamente addosso al lavoro vivo: sulla questione ancora oggi ci si dibatte come in una camicia di forza. Proprio in questo quadro la rottura rappresentata dalla biopolitica foucaltiana è per Deleuze (1986) proprio l’introduzione del diagramma del potere come campo di forze, come macchina sociale astratta che va a sostituire il modello delle vecchie macchine termodinamiche. Anche se questa ambivalenza del testo marxiano è vera, e ogni lettura del palinsesto scientifico sempre affascinante, non è dalla prospettiva delle scienze dure che si dovrebbe cominciare a leggere Marx. Uno degli errori di Mirowski (e del suo sodale Georgescu-Roegen) sembra essere quello di credere che sia sempre un modello scientifico a influenzare nascostamente la teoria economica.