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blackblog

Il capitalismo è la fine della storia

la rivista IHU Online intervista Anselm Jappe

gasperIHU Online: A partire dalla lettura dei Grundrisse, quali sono gli elementi fondamentali usati da Marx per la sua critica dell'economia politica?

Anselm Jappe: Marx ha scritto i Grundrisse nel 1857-1858, in pochi mesi, nel mezzo di una crisi economica che riteneva essere la crisi definitiva del capitalismo. Gli ci sono voluti altri dieci anni per sviluppare Il Capitale. Secondo certa ortodossia marxista, per la quale Il Capitale costituisce il punto di arrivo di tutta la riflessione di Marx, i Grundrisse non sono altro che uno schizzo, un imperfetto lavoro preparatorio, motivo per cui verranno pubblicati, a Mosca, solamente nel 1939. A partire dal 1968, i Grundrisse sono stati tradotti in inglese, francese, italiano e spagnolo e, nell'ambito della "nuova sinistra", si affermava da allora che forse questo manoscritto contenesse una versione superiore della critica dell'economia politica, perché meno "scientista", meno "economicista" e meno "dogmatica".

In realtà, non è giustificato nessuno dei due punti di vista. Per quel che riguarda la critica marxista dell'economia politica, molte delle sue categorie fondamentali cominciano ad essere articolate solamente nel corso dell'elaborazione dei Grundrisse, e non trovano una formulazione definitiva prima della seconda redazione de Capitale, nel 1873; soprattutto la teoria del valore e del denaro. La doppia natura del lavoro - astratto e concreto - nei Grundrisse comincia a malapena ad apparire. Lì Marx ancora non distingue chiaramente fra valore e valore di scambio, e nemmeno, sempre in maniera rigorosa, tra valore e prezzo.

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consecutio temporum

Verità e politica in Althusser: genesi di una problematica (1947-1956)

Fabio Raimondi

Pochi si accorgono dei vuoti, ovverosia delle cose
(P. Volponi, Corporale, 1974)

Bibliothque Nationale de France ParisIl rapporto tra verità e politica è una costante della filosofia di Althusser. In questo saggio mi concentrerò, senza pretese di esaustività, sul periodo, poco studiato ma non per questo poco importante, che va dalla tesi di laurea su Hegel (1947), discussa dopo due anni dal ritorno dalla prigionia nei campi di concentramento tedeschi (cfr. Journal de captivité) e un anno prima di iscriversi al Partito comunista francese (cfr. Moulier-Boutang), fino al 1956: l’anno del XX Congresso del Pcus. Un intervallo decisivo per capire Althusser che, nel laboratorio di quegli anni, traccia i confini del proprio campo problematico ed elabora alcune categorie della propria filosofia.

1.

Asse portante della problematica entro cui Althusser misura il rapporto tra verità e politica è l’ipotesi che si possa costruire una scienza della storia e che, per farlo, sia necessario «pensare un trascendentale “dopo Hegel”» (cfr. Rametta, 111-113)1 .

Secondo Althusser, Kant e Hegel non sono riusciti, per motivi diversi, a liberarsi del «trascendentalismo», facendo sfociare le loro filosofie nel campo dell’ideologia2 .

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contraddizione

Polarizzazione e disuguaglianza*

Rapporti di produzione e distribuzione del reddito

Francesco Schettino

09984L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria,  tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale.
Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale.
[K.Marx, Il Capitale, i, 23]

Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un’altra più elevata.
Si riconosce che è giunto il momento di una tale crisi quando guadagnano in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di distribuzione e quindi anche la forma storica determinata dei rapporti di produzione ad essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive,  capacità produttiva e sviluppo dei loro fattori dall’altro.
Subentra allora un conflitto fra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale.
[K.Marx, Il Capitale, iii, 51]

Se si potessero elencare i fenomeni maggiormente percepiti dall’intera popolazione lavoratrice come emblematici della crisi esplosa alla fine del 2007 – e i cui effetti sono ben lungi dall’essere assorbiti – di certo in testa a tale speciale graduatoria verrebbe posta la disoccupazione, a cui seguirebbe, come conseguenza più immediata, l’indigenza (assoluta o relativa).

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euronomade

Un’esperienza marxista di Foucault

di Antonio Negri*

picture foucault michel extract1. La domanda che mi porrò oggi è semplice: come ho tentato di leggere, come mi è sembrato possibile farlo, nel mio lavoro, Marx con e dopo Foucault? Vorrei analizzare rapidamente questa esperienza. Si è trattato di fissare degli assi di lettura marxiana che si organizzassero attorno ad un dispositivo di soggettivazione, ricalcato su Foucault e del quale io cercherò di mostrare la possibilità d’essere applicato alla nostra attualità: esso impone un’ontologia adeguata. Se, inversamente, leggere Marx significa nutrire una volontà radicale di trasformazione dell’essere storico, la soggettivazione foucaltiana mi sembra debba essere confrontata a tale determinazione.

A) Sembra a me oggi, che sulla base delle intuizioni e delle conclusioni foucaultiane, il tono e lo stile fortemente storicizzati della critica marxiana dell’economia politica vadano articolati in maniera netta ad un approccio materialista. Ed allora, evidentemente, non si tratta solo di leggere insieme i testi storici di Marx e gli altri suoi lavori (in particolare quelli di critica dell’economia politica) ma di approfondire e di sviluppare genealogicamente l’analisi dei concetti – aprendoli al presente. L’approccio foucaltiano ci ha quindi permesso non solo di cogliere ma di insistere sulla soggettivazione della lotta di classe come agente del processo storico. L’analisi di tale soggettivazione andrà naturalmente sempre rinnovata e confrontata alle determinazioni trasformative che i concetti subiscono nel processo storico. Tutto ciò, nell’ambito della sollecitazione foucaultiana – fuori da ogni dialettica e teleologia – ad assumere la soggettivazione storica come dispositivo non causale né creativo, tuttavia determinante. Alla maniera di Machiavelli: un materialismo storico per noi.

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giornale critico

Dialettica, oggettivismo e compenetrazione degli opposti

Il pensiero di Lenin tra filosofia e politica

di Emiliano Alessandroni

october 211. L'oggettivismo di Lenin e «la favola sciocca del libero arbitrio»

In uno dei suoi scritti giovanili più noti Lenin pone l'attenzione sulla prospettiva non-volontarista ed anticoscienzialista di Marx. Il fondatore del materialismo storico, egli afferma,

considera il movimento sociale, come un processo di storia naturale, retto da leggi che non solo non dipendono dalla volontà, dalla coscienza e dalle intenzioni degli uomini, ma che anzi determinano la loro volontà, la loro coscienza, le loro intenzioni1.

Lenin tende ad evidenziare, in questo come in altri passi, la natura circostanziale della volontà umana, il suo essere, ovvero, ontologicamente inscritta all'interno di reticoli e quadri combinatori, non meramente accidentali, che ne determinano la nascita e ne scandiscono lo sviluppo. Non sembra esser dunque sull'opposizione determinismo/volontarismo che si sia prodotta, sul piano filosofico, la rottura con la II Internazionale2. La prospettiva deterministica, invero, non viene mai respinta o esecrata dal futuro dirigente bolscevico: al contrario, essa costituirà l'unico punto di partenza dal quale egli, senza minimizzare la dimensione coscienziale del Für sich, riterrà possibile contrastare quei sedimenti di misticismo presenti all'interno del senso comune e coincidenti con la favola sciocca del libero arbitrio:

L'idea del determinismo, stabilendo la necessità delle azioni umane, rigettando la favola sciocca del libero arbitrio, non sopprime affatto la ragione o la coscienza dell'uomo, né l'apprezzamento delle sue azioni. Allo opposto, soltanto dal punto di vista del determinismo è possibile dare un apprezzamento rigoroso e giusto, invece di attribuire tutto ciò che si vuole al libero arbitrio3.

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illatocattivo

Marx e la comune agricola russa: cui prodest?

Il Lato Cattivo

lato cattivoLa crisi attuale del modo di produzione capitalistico è comprensibilmente portatrice di un nuovo interesse per Marx. Nel magma di pubblicazioni – accademiche e non – che escono un po' ovunque, in Europa e negli Stati Uniti ma non solo, non tardano a fare capolino anche lavori di un certo interesse; che però – come spesso accade per ogni studio che sconfini nella «marxologia» – hanno il difetto di voler scoprire e far scoprire il vero Marx, di contro a tutti i falsi Marx di un passato generalmente associato ai brutti ricordi del «socialismo reale». Figlie di una teleologia che vede nella storia l'affrontarsi del Vero e del Falso, simili ambizioni – per quanto possano talvolta risultare feconde – ci dicono molte più cose sui fantasmi degli Autori in questione e sul loro tempo, che non su Marx stesso. Ogni generazione – scriveva molto giustamente Karel Kosik in Dialettica del concreto (Bompiani, Milano 1965) – cerca e scopre nel testo marxiano ciò di cui necessita per esercitare una presa teorica sul proprio presente e, di conseguenza, mette in rilievo certi aspetti di Marx per accantonarne altri; ogni generazione, insomma, si abbevera alla fonte originaria per tradurla (tradirla) una volta di più. Il Marx evoluzionista e progressista della Seconda Internazionale era forse una semplice falsificazione? O era piuttosto la lettura più naturale che di Marx si potesse dare, nelle condizioni della Belle Époque che precedettero la catastrofe della Prima Guerra mondiale? Non scrisse anche Engels che il periodo dei rivolgimenti violenti, almeno per i paesi capitalisticamente più sviluppati, era terminato?

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quaderni s precario

Operaismo italiano e realtà del lavoro postfordista

Sergio Bologna

Sergio Bologna, protagonista dell’operaismo e del post-operaismo italiano, racconta l’evoluzione di un pensiero politico, vario e ricco di sfaccettature, che attraversa mezzo secolo di elaborazione teorica e azione militante in Italia, dagli anni Sessanta a oggi. Un pensiero che ancora oggi mostra tutta la sua potenziale ricchezza ed è capace di innervarsi con le energie delle nuove generazioni. Perché l’esercizio del pensiero critico è linfa per la comprensione di ciò che è successo e motore di ciò che verrà

potere operaioIl sistema di pensiero che viene riassunto con il nome di “operaismo italiano” non è un sistema organico, racchiuso in un testo fondamentale, in una qualche Bibbia, ma è la somma di diversi contributi teorici provenienti da alcuni intellettuali militanti che hanno fondato le riviste “Quaderni Rossi” e “Classe Operaia”1. Raniero Panzieri, Mario Tronti, Toni Negri e Romano Alquati sono quelli che hanno posto le fondamenta del sistema, altri, come Gaspare De Caro, Guido Bianchini, Ferruccio Gambino, Alberto Magnaghi, hanno portato dei contributi essenziali su tematiche specifiche che completavano l’orizzonte del pensiero operaista e gli davano l’impronta di un “sistema” coerente al suo interno, come la storiografia, l’agricoltura, le migrazioni, il territorio.

 

Operaismo e fordismo

L’esperienza dei gruppi operaisti si è sviluppata in un periodo storico nel quale sembrava che nelle società capitaliste non ci fosse un’alternativa alla produzione di massa caratterizzata da grandi imprese in grado di ottenere forti economie di scala.

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consecutio temporum

Un parricidio compiuto. Il confronto finale tra Marx e Freud

Roberto Finelli

In considerazione dei temi e delle sezioni presenti nella rivista, la redazione inserisce nella sezione marxiana l’Introduzione e l’indice del volume di Roberto Finelli, appena pubblicato presso la casa editrice Jaca Book, dal titolo Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel. Pur non rientrando tale inserimento nel piano organico originariamente concepito e realizzato dai curatori del presente numero, non lo si è ritenuto inopportuno e incongruo rispetto alla tematica e alla ispirazione complessiva di «Consecutio temporum».

1293647267 images freud  marxIntroduzione: dal bisogno al riconoscimento

1.   I movimenti della nostra giovinezza, degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, a me che sono stato partecipe di quella stagione, appare che abbiano espresso, nelle loro avanguardie piùminoritarie e raffinate, una rivoluzione culturale che si può sintetizzare nel motto, “da un’antropologia della penuria a un’antropologia del riconoscimento”.

La generazione nata nel dopoguerra, e che giungeva nel mezzo degli anni ’60 all’Università, infatti poneva fine, con un accesso di massa alla cultura superiore, ad un’autorappresentazione tradizionale dei ceti subalterni, consegnata al predominio, sul piano del desiderio, ancora della sola bisognosità materiale e all’unico valore dell’eguaglianza, quale criterio etico-politico privilegiato per il soddisfacimento di tale obbligatorietà. Nel tentativo, a muovere dai primi movimenti studenteschi del febbraio del ’68, d’inaugurare un nuovo modello d’umanità possibile, che – al di là, ma non senza l’eguaglianza – rivendicasse, attraverso la celebrazione dell’antiautoritarismo, l’orizzonte ulteriore dell’opportunità, per ciascuno, d’individuarsi e di realizzare nel modo più personale il proprio sé.

Tale allargamento, o, per dir meglio, tale trans-valutazione di valori, costituiva un rivolgimento culturale radicale, perché significava una critica dell’autoritarismo e dell’elitismo che ancora pesantemente caratterizzava gli istituti civili e politici della rinnovata democrazia postbellica, ma, anche e nello stesso tempo, una rottura e un’evasione, per quel che qui maggiormente c’interessa trattare, dalla tradizione della cultura, e dell’antropologia, comunista.

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blackblog

La tirannia del valore

critica25255b625255d"A partire dal 2008, una crisi "strutturale" sta scuotendo il capitalismo. Di contro, le analisi economiche svolte dalle nuove lotte sociali rimagono limitate. Ad essere criticate, sono solo le banche e la finanza: basterebbe tassare gli speculatori e redistribuire la ricchezza, per uscire dalla crisi. Un simile discorso appare ispirato dalla vulgata marxista-leninista, in cui scompare anche la stessa prospettiva di un'appropriazione dei mezzi di produzione. Il modo di produzione capitalista, controllato dallo Stato o auto-diretto, produce solo sfruttamento e distruzione, ma la crisi del capitalismo si accompagna ad una crisi dell'anti-capitalismo, dove quest'ultimo appare accontentarsi solamente di critiche superficiali o edulcorate."

Eric Martin e Maxime Ouellet, a questo proposito, curano un libro - intitolato "La tirannia del valore" - in cui, attraverso una serie di contributi ed interventi, mostrano l'originalità della critica del valore. Un ritorno a Marx che permette di sbarazzarsi della vulgata marxista ortodossa. Marx non è affatto un economista, e considerava il capitalismo come un fatto sociale, con le sue istituzioni e le sue logiche che attraversano tutte le sfere e tutti i settori della vita.

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scenari

Tanto rumore per nulla, ovvero Thomas Piketty

Maria Grazia Turri

Disuguaglianze-nel-mondoIl capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty è un libro che a sinistra fa tendenza citare, ma non è detto che chi lo fa lo abbia anche letto, visto che la versione italiana consta di ben 928 pagine e richiede molta pazienza per addentrarsi nella notevole quantità di grafici e tabelle sulla distribuzione del reddito di cui è infarcito. Il reale valore del volume. Su Scenari ne ha già parlato con appropriate argomentazioni Andrea Zhok, il quale non mette però in discussione l’impianto analitico del testo, ed è questo aspetto che può per qualche verso giustificare questo mio contributo sul tema.

Piketty propone un’analisi – nei metodi, nei contenuti, nelle conseguenze e, in parte, nelle ricette – simile a quella avanzata negli anni ’70 da John K. Galbraith e ora da suo figlio James K. Galbraith, da Amartya Sen in La diseguaglianza (1992) e da Joseph Stiglitz in Il prezzo della diseguaglianza.Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro (2012), tanto che poco più che alla metà del volume l’economista francese fa un’affermazione che evoca persino il sottotitolo di quest’ultimo testo: «l’imprenditore tende inevitabilmente a diventare un rentier sempre più dominante su coloro che non posseggono altro che il proprio lavoro, il capitale si riproduce più velocemente dell’aumento della produzione e il passato divora il futuro» (p. 571).

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sitosophia

Lavoro estraniato e godimento

di Alberto Destasio

eraclitoQuelli del 1844, stesi da Marx durante il soggiorno parigino, vengono indicati come «manoscritti» in un’ottica esclusivamente filologica. Essi sono, in vero, una raccolta asistematica di appunti, glosse, abbozzi di argomentazioni o, in certi casi, di vere e proprie trascrizioni o ancora, in altri punti, di “traduzioni”. Perché ‘trascrizioni’? Perché molte pagine sono un’enumerazione di numerose citazioni degli autori che hanno fondato l’economia politica classica inglese e francese (Smith, Ricardo, Malthus, Say, Chevalier), inframezzate da brevissime e quasi inibite aggiunte dell’autore; in sostanza, degli inserimenti controllati al cospetto di certi passi dal carattere totemico. Altre note, letteralmente copiate dai testi, non ricevono neppure un commento, pur sì stringato. Questi, ricordiamo, sono fatti noti, poiché il soggiorno parigino è un periodo di continua alfabetizzazione per Marx. Per dirla in termini dialettici: Marx non era ancora diventato Marx.

Serviamoci ancora della dialettica per illustrare il secondo punto. Perché ‘traduzioni’? Perché Marx in queste pagine, attraverso le sue fugaci comparse, testa e abbozza le prime prove con il famoso “rovesciamento” della filosofia hegeliana: un rapporto, quello con la filosofia di Hegel, in sé e per sé hegeliano. Il tentativo di Marx è quello di trasporre in termini storici e corporei il movimento autodissolvente e progressivo della logica hegeliana. Prima di procedere con questa ambiziosa operazione occorre riallineare i due piani, bisogna rintracciare gli sgoccioli del pensiero che non riescono più a dissetare e assaporare l’humus dei processi mondani.

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consecutio temporum

Da «Rappresentanza» a «Rappresentazione»

L’involuzione della politica nel capitalismo flessibile

Roberto Finelli

2-Salgado1. Un mondo rovesciato

Da Rappresentanza a Rappresentazione: in questa formula si può riassumere, a mio avviso, la trasformazione più rilevante che ha subito la Politica nella modernità dell’ultimo quarantennio. Ma non per ragioni autonome, o per una presunta virtù e capacità propria di modificarsi comunque e di assumere con ciò nuove forme – quasi a celebrare la fantasia di tutti coloro che hanno interpretato il moderno come autonomia del Politico -, bensì a seguito di quella trasformazione dell’Economico, che, a mio avviso, l’ha guidata e l’ha fondata quanto a precedenza ontologica nella costituzione della vita sociale, e che è ormai ben nota come passaggio dal fordismo al postfordismo.

Come ormai da più tempo vengo scrivendo questo passaggio epocale va inteso, nel linguaggio della filosofia, come l’approfondimento e la radicalizzazione dell’Astrazione in cui si compendia l’Economico capitalistico, con lo svuotamento del Concreto che ne consegue e la superficializzazione del Mondo che ne costituisce l’esito. Vale a dire che con il passaggio dal sistema “macchina meccanica-forza lavoro corporea” al sistema “macchina dell’informazione-forza-lavoro mentale” la valorizzazione della ricchezza astratta attraverso estrazione di plusvalore avviene, almeno nel capitalismo avanzato, non più attraverso costrizione fisica e lavoro corporeo alla catena, ma attraverso consenso e partecipazione, data la messa in gioco nel processo produttivo da parte del lavoratore della conoscenza delle competenze, attitudini e abilità della propria mente.

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blackblog

Quando è stata la crisi del capitalismo?

Moishe Postone e l'eredità della Nuova Sinistra degli anni 60

di Chris Cutrone

postone25255b425255dLenin ebbe a dichiarare, tristemente, che i marxisti miravano a superare il capitalismo "sulle basi dello stesso capitalismo". Ciò veniva detto nel contesto di quelli che erano gli orrori, non solo dello sfruttamento industriale, ma anche, e soprattutto, della guerra, la prima guerra mondiale. Lenin non stava - come si potrebbe equivocare - semplicemente difendendo il cosiddetto "comunismo di guerra" o il capitalismo statalista. No. Lenin vedeva nel capitalismo di Stato l'avanzare della contraddizione del capitalismo. ["E' affare della borghesia sviluppare i trusts, cacciare a forza donne e bambini dentro le fabbriche, martirizzarli, corromperli, condannarli all'estrema miseria. Noi non 'rivendichiamo' un simile sviluppo, non lo 'sosteniamo', lo combattiamo. Ma in che modo? Sappiamo bene che i trusts ed il lavoro delle donne nelle fabbriche rappresentano un progresso. Non vogliamo tornare indietro, all'artigianato, al capitalismo pre-monopolistico, al lavoro a domicilio delle donne. Avanti, per mezzo dei trusts, ecc., e più oltre, verso il socialismo!" (Lenin, "Il programma militare della rivoluzione proletaria", 1916)]. Al contrario, dopo Lenin, abbiamo avuto il capitalismo di Stato, ma non abbiamo avuto alcuna attiva coscienza politica della sua contraddizione. E' stato questo a definire la sinistra nel suo sviluppo - degenerazione - successivamente.

La domanda è: quando è avvenuta la crisi definitiva del capitalismo, dopo la quale si poteva affermare plausibilmente che il mondo era eccessivamente maturo per un cambiamento?

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sinistra

I limiti interni del capitale

R. Hutter intervista Ernst Lohoff e Norbert Trenkle

Nel loro ultimo libro, La Grande Devalorizzazione. Perchè la speculazione ed il debito statale non sono la causa della crisi, Ernst Lohoff eNorbert Trenkle rivolgono una particolare attenzione all'evoluzione dell'economia reale nella loro analisi della crisi, distinguendosi in cio' dal novero delle altre pubblicazioni che trattano lo stesso tema. Ralf Hutter, giornalista del quotidiano Neues Deutschland, ha incontrato Ernst Lohoff (intervista apparsa sul citato quotidiano il 13.12.2012)

debord back-home-to-Cheyenne5Ralf HUTTER: Voi affermate che il vostro libro La Grande Devalorizzazione va piu' in profondità di tutti gli altri lavori che trattano la crisi economica. Perchè questo?

Ernst LOHOFF: Innanzitutto perché noi abbiamo studiato la correlazione che vi é tra questa crisi e la progressiva scomparsa del lavoro. La maggior parte delle analisi si limitano a dire che vi sono state delle derive a livello dei mercati finanziari ma che l'economia “reale” (le virgolette sono del traduttore, ndr), quanto ad essa, è rimasta fondamentalmente sana. Noi invece consideriamo anche nel dettaglio l'evoluzione dell'economia “reale”. Ragioniamo essenzialmente sul piano delle categorie, avendo quale sistema di riferimento teorico la critica marxiana all'economia politica.

 

RH: E' esatto affermare che l'attuale crisi s'era in fondo già manifestata nel 1857, come voi lasciavate intendere nel corso di una conferenza tenuta non molto tempo fa?

EL: No. Fino a oggi non s'era mai visto, nemmeno lontanamente, l'accumulazione del capitale scatenarsi sino a questo punto di effettivo sfruttamento del lavoro. Quello che non e' cambiato, di contro, è il fatto che gli episodi di crisi aperta partono, oggi come ieri, dai mercati finanziari. E oggi come ieri gli osservatori ne hanno dedotto che la causa del male risiedesse nella finanza.

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conness precarie

Fare la propria parte: Rosa Luxemburg e la disciplina della rivoluzione

di Michele Cento e Roberta Ferrari

hier-ist-die-rose1-231x300Pubblichiamo l’introduzione al seminario dedicato a Riforma e Rivoluzione di Rosa Luxemburg che ∫connessioni precarie ha organizzato lo scorso autunno. Il testo – che in realtà è più che un’introduzione perché tiene ampiamente conto della discussione seminariale – sarà seguito da un prossimo contributo su L’accumulazione del capitale. Queste riflessioni ‘guardano oltre le polemiche furiose che hanno caratterizzato la storia del movimento operaio. Esse non sono perciò un esercizio di storia del pensiero politico socialista’, ma intendono ‘rilevare e proporre alla discussione alcuni argomenti politici a partire da Rosa Luxemburg’. Ciò che ci interessa non sono le etichette, ‘ma l’attitudine di parte che ci sembra anche l’elemento più vivo della riflessione luxemburghiana, che impone di sovvertire l’ordine della società capitalistica senza astrarre dalle sue istituzioni ma affrontandole faccia a faccia’.

***

«Il più profondo spirito teorico del marxismo». Così, qualche anno dopo la sua scomparsa, il leader bolscevico Karl Radek ricorda Rosa Luxemburg. Radek è una delle tante figure di punta dell’Internazionale che non hanno lesinato parole di elogio per Luxemburg dopo la sua morte, benché in vita si sia trovato nella non invidiabile posizione di dover polemizzare con lei. Polemico è d’altronde il modo di Rosa Luxemburg di stare nel movimento operaio: esponente di spicco del partito socialdemocratico in Polonia, dove è nata, e poi della SPD – il partito socialdemocratico tedesco – una volta trasferitasi in Germania, interprete raffinata e originale di Marx, la sua attività teorica punta a sconfiggere l’opportunismo dei riformisti, a liquidare il purismo infantile degli estremisti e a spingere la classe operaia a liberarsi da se stessa.

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ilbecco

La sinistra assente di Domenico Losurdo

di Dmitrij Palagi

3b60a9d0a2cdf8ec6bbcadc3a6ddff94 lDomenico Losurdo è un filosofo italiano, con un passato da docente presso l'Università di Urbino (oggi è in pensione) e un corposo numero di pubblicazioni facilmente reperibili e rintracciabili attraverso Wikipedia. La precisione e chiarezza delle sue argomentazioni accompagna una militanza mai celata nel campo del comunismo italiano. Non è un caso che la presentazione del suo ultimo libro, La sinistra assente , si colleghi, a Firenze, alla presentazione di un appello per la ricostruzione di un soggetto marxista e di classeAnziché recensire il volume abbiamo tentato di riassumerne alcuni concetti chiave con un'intervista all'autore che qui vi proponiamo.

 

1) Nel suo libro si affronta il tema della sinistra in chiave globale. Accenna alla situazione specifica italiana solo nel ricordare le infelici posizioni di Camusso e Rossanda a ridosso dell'intervento militare in Libia che ha abbattuto Gheddafi. La pubblicistica contemporanea ci aveva abituati a concentrarci sulle diseguaglianze economiche e sugli errori, o le debolezze, dei gruppi dirigenti della sinistra italiana, o al massimo europea. Può riassumerci le motivazioni di questa scelta argomentativa?

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blackblog

Alienazione, reificazione e feticismo della merce

di Anselm Jappe

jappe25255b425255dAl tempo della Seconda Internazionale (1889-1914), la teoria di Marx venne trasformata in un'ideologia centrata sulla "lotta di classe" e sulla rivendicazione di una diversa redistribuzione del plusvalore. Da allora, si è continuato ad usare le analisi di Marx essenzialmente con quest'obiettivo: ottenere una maggiore giustizia sociale. Nella sua formulazione classica, il soggetto storico di queste rivendicazioni corrispondeva alla classe operaia, assimilata essenzialmente, in questo caso, al proletariato industriale.

Negli ultimi decenni, tale schema è stato frequentemente applicato in una nuova forma, facendo riferimento ad altre figure dello sfruttamento e del dominio (i poveri del "Terzo Mondo", i "subalterni", le donne). Tuttavia, si può osservare che, in tutti questi casi, non è il vero e proprio contenuto della riproduzione capitalista ad essere messo in discussione, ma piuttosto l'accesso ai suoi risultati. Il valore ed il denaro, il lavoro e la merce non vengono lì concepite in quanto categorie negative e distruttrici della vita sociali. Eppure, era questo che Marx aveva svolto nel nucleo della sua critica dell'economia politica, così come lo aveva sviluppata, soprattutto nella prima sezione del Capitale.

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sebastianoisaia

Orrore e dittatura secondo Viviane Forrester

Sebastiano Isaia

Il peggio, del resto, non è sempre la morte,
ma la vita massacrata nei vivi» (Viviane Forrester).

enhanced-22720-1411069238-10Nel suo saggio Una strana dittatura (Ponte alle grazie) del 2000 la scrittrice Viviane Forrester denunciava l’emergere di «un regime politico nuovo, non dichiarato, di carattere internazionale e addirittura planetario; un regime che si è insediato sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno se ne accorgesse, non clandestinamente ma insidiosamente, poiché la su ideologia rifiuta il principio stesso della politica e la sua potenza non sa che farsene del potere e delle sue istituzioni. […] Per questo regime, non si tratta di organizzare una società, di stabilire in questo senso forme di potere, ma di mettere in opera un’idea fissa, potremmo dire maniacale: l’ossessione di aprire la strada al gioco senza ostacoli del profitto, al gusto di accumulare, alle nevrosi del lucro, pronto a tutte le devastazioni, bramoso di accaparrarsi l’insieme del territorio o meglio dello spazio nella sua interezza, non limitato alle sue configurazioni geografiche».

Si tratta di una vera e propria dittatura che «imperversa sotto il termine, preso a prestito, di “globalizzazione”». Come si fa a smascherare una dittatura senza dittatore, una entità anonima che non aspira a prendere il potere semplicemente perché ha già il potere assoluto sulla società e sui politici che dovrebbero smussarne gli “eccessi”?

Chi ha letto il mio post del 2 ottobre dedicato alla natura totalitaria del regime sociale capitalistico nell’epoca della sussunzione planetaria del pianeta al Capitale (quest’ultimo concepito in primo luogo come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento), non mancherà di cogliere una certa assonanza di concetti tra le tesi là esposte e le argomentazioni della scrittrice francese, morta nel luglio del 2013.

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sebastianoisaia

Nazione e stato nazionale nell'epoca della sussunzione totalitaria del mondo al capitale

Sebastiano Isaia

enhanced-4871-1411764722-1La nazione come area di sfruttamento locale (o regionale) da parte di un Capitale privo, sostanzialmente, di attributi nazionali. Lo Stato nazionale come potere locale posto al servizio di una Potenza sociale mondiale: il Capitale, appunto. Alla base di questa concezione insiste il concetto di Capitale come rapporto sociale, e non come cosa, come tecnologia economica posta al servizio della società. Sono questi i concetti, peraltro già altre volte da me trattati, che intendo sviluppare nelle righe che seguono, sperando di introdurre nell’argomentazione nuovi spunti di riflessione intorno a vecchi temi, di offrire nuove prospettive dalle quali approcciarli. Mi scuso per la sintesi di alcuni passaggi storici e logici cui sono stato costretto nel tentativo di rendere quanto più stringato possibile il discorso posto all’attenzione del lettore.

***

Creare un ambiente favorevole (friendly) agli investimenti del «capitale straniero: di qui,la necessità di «riforme a tutto campo», a «360 gradi», della sempre più decotta Azienda Italia (vedi i pessimi e depressivi dati sull’economia italiana resi noti l’atro ieri dal Ministro Padoan e dal moribondo Cnel).

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A proposito di qualche testo: Anselm Jappe, Jaime Semprun, Robert Kurz

di François Bochet

137-dPer Bordiga, nel socialismo il valore non esisterà più - così come non esisterà la moneta, il salariato, l'impresa, il mercato -, laddove c'è valore, come in Unione Sovietica, non ci può essere socialismo. Anselm Jappe - già autore di un "Guy Debord", apparso nel 2001 - ha scritto un libro ambizioso ed interessante, "Le avventure della merce. Per una nuova critica del valore", Denoêl, 2003; dove fa una distinzione fra un Marx essoterico partigiano dei Lumi e di una società industriale diretta dal proletariato - un Marx che si interessa ai problemi contingenti, politici, alla lotta di classe e al movimento del proletariato, quello del Manifesto e della Critica al Programma di Gotha - ed un Marx esoterico, quello del Contributo alla Critica dell'Economia politica, dei Grundrisse, dell'Urtext, del VI capitolo inedito del Capitale e dei quattro libri dello stesso Capitale, un Marx che si pone il problema del capitale, della sua definizione, della sua origine, del suo divenire e del suo superamento nel comunismo e nella comunità. Scrive Jappe (pag.11) che il pensiero di Marx è servito a modernizzare il capitale - cosa innegabile - e che i marxisti tradizionali si sono posti solo il problema della ripartizione del denaro, della merce e del valore senza metterli in discussione in quanto tali. Per Jappe il movimento rivoluzionario avrebbe perciò accettato valore, salario, merci, denaro, lavoro, feticismo, ecc. - cosa che è insieme falsa e vera - e lui, Jappe, si propone di "ricostruire la critica marxiana del valore in modo abbastanza (?) preciso" (pagina 15). Rimprovera giustamente a Rubel di avere edulcorato il linguaggio hegeliano di Marx, nella sua edizione delle opere di quest'autore, e di avere chiamato opere "economiche" delle opere "anti-economiche" (molto tempo fa, Paul Mattick aveva fatto la stessa critica al "Trattato di economia marxista" di Ernest Mandel).

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essere comunisti

“Come se avesse l’amore in corpo”

Rileggere i Grundrisse dopo il Capitale

di Riccardo Bellofiore

Il testo è una sintesi della relazione presentata oggi, all’Università di Bergamo, al convegno internazionale “Reading the Grundrisse” (Leggere i Grundrisse), organizzato dal dipartimento di Scienze Economiche, nell’ambito dell’unità di ricerca Prin 2006 (coordinata da Mario Cingoli dell’Università di Milano Bicocca), e promosso dall’International Symposium of Marxian Theory e dalla rivista anglosassone “Historical Materialism”

96-dI Grundrisse sono un testo fondativo. L’enorme manoscritto va preso per quel che è: una frenetica, e geniale, stenografia intellettuale. Un testo pieno di ambiguità che hanno permesso letture contrapposte, caratterizzate ora dall’estremo soggettivismo, ora dall’estremo oggettivismo. A me pare che vadano letti in modo diverso da quello corrente, a “ritroso”, sullo sfondo del Capitale . Non nella sequenza inversa, che si è in qualche modo imposta: i Grundrisse “prima” del Capitale . Il che scivola, prima o poi, negli uni “contro” l’altro.

Nei Grundrisse Marx, che ha già ben chiara la distinzione tra “capacità lavorativa vivente” e il lavoro in quanto tale, come “attività”, si esprime ciò non di meno con grande ambiguità: una ambiguità che scomparirà pressoché del tutto nel Capitale. Marx parla, un po’ sbrigativamente, di scambio del “lavoro” con il capitale, uno scambio in cui il lavoro viene ceduto al capitale, e il capitale ottiene in questo scambio stesso ancora lavoro. Il lavoratore per la sua prestazione ottiene nient’altro che il “valore” di questo “lavoro”. Se si leggono queste frasi a partire dal Capitale , il loro senso si scioglie. Di altro non si parla se non della natura duplice del rapporto sociale tra capitale e lavoro: segnato, da un lato, dalla “compravendita” sul mercato del lavoro della forza-lavoro acquistata dal monte salari; dall’altro, dall'”uso” della forza-lavoro nel processo di produzione.

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consecutio temporum

Yvon Quiniou, "Retour à Marx"

di Guido Grassadonio

MARXPubblicato in Francia nel 2013 dalla casa editrice Buchet-Chastel, Retour à Marx, di Yvon Quiniou, si colloca nel filone della “Marx renaissance”, dialogando in particolare con quell’area di studi marxologici e marxisti rappresentata da J. Bidet e L. Sève.

L’idea di fondo del volume è a primo acchito tutt’altro che originale: rianimare il marxismo come filosofia e come teoria/prassi politica, sulla spinta della crisi economica di vaste proporzioni che sta investendo l’occidente capitalistico, mettendo in discussione ordinamenti politici e idee da tempo sedimentate. E per fare questo, l’operazione teorica da compiere dovrebbe essere un, appunto, ritorno a Marx del marxismo, purificato dall’influenza nefasta del “cosiddetto” socialismo reale, fino a giungere a un superamento critico dello stesso leninismo.

YQ presenta il suo libro non come un testo “accademico”, ma come orientato a un pubblico il più possibile aperto; contemporaneamente il testo non ha però solo un orientamento didattico, ma propone alcune tesi di fondo e si colloca a pieno titolo all’interno del dibattito odierno attorno a Marx.

La tesi principale del testo è riassumibile in questa maniera: il comunismo è un’ipotesi tutt’altro che demolita dai fatti e nei fatti e, anzi, non ha ancora avuto alcuna esperienza “reale”, per motivi per lo più (ma non totalmente) comprensibili a partire dalle stesse teorie di Marx; solo “un’impostura semantica” ha potuto far credere che degli Stati socialisti/comunisti siano esistiti. La situazione attuale, poi, suggerirebbe sempre più la necessità morale di una svolta comunista in Occidente.

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sebastianoisaia

Brevi note critiche al "Capitale nel XXI secolo" di Thomas Piketty

Sebastiano Isaia

C’è ingegno in questa testa: 
se potesse uscire… (W. Shakespeare).

Marx-on-your-mind-001Scrive Thomas Piketty nel suo ormai celebre (e “monumentale”: 928 pagine nella sua versione italiana recentemente pubblicata da Bompiani) studio sul Capitale del XXI secolo: «La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitalismo e delle disuguaglianze. […] Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale si riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche» (1).

Sorvoliamo sull’«apocalisse marxista», suggestiva locuzione che allude a quell’ideologia crollista elaborata da non pochi zelanti epigoni che con il maestro di Treviri c’entrano assai poco (salvo che non si voglia inchiodare il poveretto a singole frasi di stampo “apocalittico”); chiediamoci piuttosto quando la democrazia e il cosiddetto «interesse generale» hanno avuto «il controllo del capitalismo e degli interessi privati». La mia risposta è: mai.

Come ogni intellettuale borghese che si rispetti, l’economista progressista francese crede – ancora oggi, nonostante tutto – alla sostanziale primazia del politico sull’economico (2), che secondo lui avrebbe caratterizzato i mitici «Trente glorieuse» o «golden age», ossia il periodo che va dal 1945 al 1975. Salvare il “lato buono” del Capitalismo (democrazia, diffusione delle conoscenze e delle competenze) segando gradualmente, attraverso misure economiche tese a colpire la rendita finanziaria (quale inusitata originalità di pensiero!), il lato cattivo di esso, «potenzialmente minaccioso per le nostre società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali esse si fondano», è per Piketty una questione di «volontà politica».

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diciottobrumaio

Vieni avanti, ennesimo cialtrone

di Olympe de Gouges

marx-giornalistaAll’estero ha avuto molta eco il libro di Thomas Piketty dal titolo Il Capitale nel XXI secolo, e c’è da credere che anche in Italia, dove è appena uscito, farà molto discutere senza peraltro essere letto da molti che ne parleranno. Vale la pena acquistare e leggere questo libro di 928 pagine? Dipende da ciò che ci si aspetta e soprattutto se si è disposti a dare retta alle molte fraudolente bugie che racconta, e credere che l’origine della disuguaglianza di reddito sia anche la causa fondamentale delle crisi capitalistiche (e non semplicemente un effetto, per quanto dirompente), e che tale disuguaglianza possa essere ricomposta in qualche modo per via politica, con una tassazione progressiva della ricchezza. Ecco dunque in sintesi la tesi fondamentale di questo ennesimo cialtrone.

Dico subito che non m’interessa perdere tempo con tali cialtronate proposte a buon mercato dagli indirizzi e dalle scuole del pensiero borghese. Né sarà tema di questo post – ma di un prossimo – il trattamento che questo Achille Loria del XXI secolo riserva nel suo libro a Marx, volgarizzando e falsificando in modo indecente, nel sesto capitolo, la legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, spacciandola anzi per sua, e sostenendo che la legge scoperta da Marx non avrebbe supporto ed evidenza matematica!

Va comunque ancora una volta rilevato che in alcun modo la teoria economia borghese, sempre più in crisi, ha interesse a fare riferimento alle leggi concrete e reali di movimento del sistema economico capitalista, perché ciò porterebbe in luce le contraddizioni reali ed oggettive del modo di produzione capitalistico, e ciò sarebbe oltremodo pericoloso dal punto di vista politico e dell’ordine sociale.

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euronomade

David Harvey e l’accumulazione per espropriazione

Qualche considerazione su un’espressione equivoca

di Miguel Mellino

17cd20506f6cc4062b20bd61a178e60577511ca663f399ac0eae46891. L’accumulazione per espropriazione e il nuovo spirito del comando capitalistico

Negli ultimi anni, il concetto marxiano di “accumulazione originaria” è stato oggetto di un rinnovato dibattito (Perelman 2001; Glassman 2006; Bonefeld 2008; Mezzadra 2008; Van Der Linden 2010). Si tratta di uno degli sviluppi più stimolanti di un più ampio processo di ripensamento delle categorie analitiche indotto sia dalle trasformazioni avvenute nei modi dell’accumulazione del capitale globale sin dalla fine degli anni novanta, sia dall’emergere di nuove forme e movimenti di resistenza in tutto il mondo.

E’ innegabile che fenomeni come il progressivo divenire rendita del capitale; l’invasione americana dell’Afghanistan e dell’Iraq; l’emergere della Cina e complessivamente dei cosiddetti BRICS come motori “produttivi” dell’economia mondiale; il boom dell’agrobusiness e del capitalismo “estrattivo” in molti dei paesi dell’ex Terzo mondo e dell’Est Europa; il fenomeno di una precarietà e/o disoccupazione di massa sempre più strutturale; il progressivo indebitamento dei ceti medi occidentali e non solo; la crisi economica che dal 2007 stringe nella propria morsa buona parte dei centri nevralgici dell’attuale capitale globale, così come la provocatoria determinazione dell’amministrazione Obama e dell’UE a perseverare nelle politiche neoliberiste di aggiustamento e di austerity degli ultimi vent’anni;