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palermograd

Charles Bettelheim: l'URSS era socialista?

ob 1a4767 10660240 664109450359803 4819521569747Il testo che affrontiamo oggi, Calcolo economico e forme di proprietà (1970) parte dalla domanda fondamentale che l’autore formula nella prefazione: “L’Unione Sovietica è socialista?”.  Per analizzare tale forma di produzione, Bettelheim cerca di far ricorso ad una teoria della transizione, considerato che di società socialista sviluppata non si può parlare, per stessa ammissione di Stalin e dei suoi successori.

Per rispondere a questo interrogativo e per sviluppare la riflessione su una teoria della transizione, l’autore parte da alcuni passi dell’Engels dell’Anti Duhring, in particolare quelli che riguardano la pianificazione: “La produzione immediatamente sociale, così come la distribuzione diretta, escludono ogni scambio di merci, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merce… e conseguentemente escludono anche la loro trasformazione in valori” (cit. a p. 17); “…la società non assegnerà valori ai prodotti…Certo anche allora dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione…Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso… senza l’intervento del famoso ‘valore’” (cit. a p. 18).

Eppure nessuna delle economie del socialismo reale negli anni in cui scrive l’autore realizza le previsioni di Engels. I calcoli economici non si fanno sulla base del tempo di lavoro per calcolare la forza lavoro necessaria agli “effetti utili”. Anzi il calcolo monetario ancora attraverso l’utilizzo dei prezzi di scambio, ancorché a volte pianificati, porta ad escludere che la teoria del valore sia superata in URSS e negli altri paesi socialisti.

Bettelheim distingue il calcolo economico sociale e il calcolo monetario e afferma che il secondo spesso soverchia il primo.

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la citta futura

Marx e noi: Stato e società civile

di Renato Caputo

La contrapposizione marxiana fra concezione materialista e idealista della dialettica fra Stato e società civile è ancora oggi essenziale per contrapporre al pensiero unico dominante una visione del mondo autonoma, in grado di superare dialetticamente le ideologie precedenti. Soltanto mediante il rovesciamento della concezione idealista sarà possibile sviluppare la concezione materialista della storia per cui sono le strutture economiche e sociali a determinare, in ultima istanza, le sovrastrutture politiche

67dcc46237b8f15ce4fdbadcc79dc8ea LCome è noto, sin da giovane Gramsci ha difeso la Rivoluzione di ottobre come una rivoluzione contro il Capitale. In altri termini si tratta di una rivoluzione che aveva avuto successo proprio perché i suoi ideatori avevano operato una cesura con quella ortodossia marxista, dinanzi alla quale lo stesso Marx aveva sostenuto di non essere marxista. È altrettanto noto che Gramsci, riflettendo in carcere sulle cause della sconfitta della rivoluzione in Occidente le rinviene, in primo luogo, nell’incapacità dei comunisti, troppo ancorati alla tradizione massimalista, di tradurre la lezione leninista nel contesto di un Paese a capitalismo avanzato. In tal caso, la rivoluzione in Occidente si sarebbe potuta realizzare solo operando una cesura con una schematica riproposizione del modello bolscevico in un contesto in cui non c’è essenzialmente da fare i conti con lo Stato, ma prima ancora con una società civile riccamente articolata.

Ciò rendeva necessario, dinanzi all’evidente fallimento del tentativo di affermarsi con una guerra lampo di movimento, prepararsi a una necessariamente lunga guerra di logoramento. Nelle società a capitalismo avanzato, infatti, il potere non si regge principalmente sul monopolio della violenza legalizzata ma sulla capacità di egemonia del blocco storico dominante sui ceti sociali subalterni. Ciò rende indispensabile lo sviluppo della lotta di classe al livello delle sovrastrutture.

Proprio il marxismo occidentale si è sviluppato insistendo sulla necessità di sviluppare la coscienza di classe nei ceti subalterni. Lo sviluppo di quest’ultima è certamente favorito dal comune sfruttamento da parte della borghesia e dalla necessaria lotta di classe che, dal piano della rivendicazione economica, tende a svilupparsi sul piano della lotta politica.

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redlink

Antonio Carlo su Croce e Gramsci

Red Link

croce gramsciInviamo in allegato l’ultimo lavoro di Antonio Carlo, che in questo caso si occupa di due intellettuali, sia pure molto diversi e contrapposti tra di loro sul piano politico come Croce e Gramsci, ma influenzati entrambi dall’idealismo. Non è una tesi nuova, nonostante il recente innamoramento per il pensiero di Gramsci da parte di tanta sinistra, anche radicale, sia su scala nazionale, ma forse ancora di più a scala internazionale. E già questo ci sembra un ulteriore indicatore dello stato di salute del pensiero e del movimento comunista attuale (si parva licet).

In particolare ci è sembrato interessante mettere in relazione la produzione teorica di questi due intellettuali con il livello di sviluppo del capitalismo in Italia e le caratteristiche tanto della classe dominante quanto di quelle del proletariato.

Quindi salutiamo questo nuovo scritto di Antonio ed invitiamo a leggerlo con attenzione soprattutto ai giovani militanti su cui sappiamo che il pensiero di Gramsci esercita un fascino particolare, poiché il suo recupero viene inteso (con relativa ingenuità) come un ritorno  al genuino pensiero marxista.  Nonostante i toni siano a volte aspri e trancianti, come è nel suo stile, lo studio di Antonio Carlo è fondato su una solida e rigorosa documentazione con cui occorre confrontarsi prima di esprimere giudizi lapidari. Come al solito non sempre le sue conclusioni sono convincenti su tutti i piani, almeno per noi, e ci sembra che la sua combattiva foga prenda il sopravvento sull’argomentazione analitica.

In questo lavoro in particolare vi è un giudizio alquanto liquidatorio su Amadeo Bordiga nei primi anni del dopoguerra, quando la direzione del neonato Partito Comunista d’Italia era diretto dalla Sinistra Comunista. In pratica l’accusa a Bordiga è di aver condiviso un repentino ritorno all’ideologia e alla politica riformista poiché avrebbe fatto passare al congresso di Roma del 1922 delle tesi sulla questione agraria e sulla questione delle cooperative ed i sindacati.

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illatocattivo

A proposito di «Ai nostri amici»

R. F.

ai nostriIl testo che segue è una critica di Ai nostri amici, l'ultima impresa editoriale del Comitato Invisibile. Teniamo ad avvertire il lettore che tale critica non sarà assolutamente esaustiva, giacché il testo in questione meriterebbe di essere decrittato in maniera assai più profonda di quanto si possa fare nello spazio di poche pagine; ci limiteremo dunque ad esaminare alcuni dei postulati fondamentali che ci sembrano costituire il nucleo teorico del libro.

Ai nostri amici rappresenta un buon esempio di come un bricolage concettuale conservatore possa spacciarsi per rivoluzionario; farne la critica non è un'impresa agevole, tanto più che l'opera in sé è a prima vista densa, perfino sovraccarica. Ciononostante, dopo un'attenta lettura, ci si accorge che il suo cuore pulsante si riduce ad una manciata di deboli proposizioni, che potrebbero passare perfettamente inosservate nel magma all'interno del quale galleggiano.

 

L'Occidente

L'Occidente è l'ossessione del Comitato Invisibile: ai suoi occhi esso concentra tutti gli orrori della civiltà. Esso è dunque sinonimo, indistintamente, di capitalismo, imperialismo, colonialismo, distruzione della natura, volontà di dominazione dell'altro etc. Ma l'uso di una simile nozione ci appare sospetto, giacché questa opposizione rigida tra l'Occidente e il Resto non fa che rovesciare la visione imperialista o conservatrice che fa di questo stesso Occidente un assoluto. Insomma, il Comitato Invisibile è Spengler (o Alain de Benoist, se si preferisce) messo a testa in giù. La genesi occidentale del modo di produzione capitalistico, evidentemente innegabile, si trasforma in colpa metafisica. Inversamente, ciò che è non-occidentale ne risulta ontologicamente valorizzato. La civiltà occidentale moderna è dunque il male assoluto. Viene da chiedersi cosa ne sia dei precedenti 20.000 anni di società di classe e di sfruttamento dell'uomo sull'uomo: l'Occidente sarebbe quindi sbarcato da un altro pianeta? Il Comitato, che sicuramente adora le «genealogie» del nietzschianismo di sinistra, dovrebbe sapere che:

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sinistra aniticap

Marx: lupus in fabula!

di Olmo Dalcò

Gianfranco Pala, Pierino e il lupo*, 2015, F. Angeli Editore

PierinoeillupoGrazie alla volontà di un coraggioso editore, nonché alla pressione militante di Sinistra Anticapitalista, è stato ripubblicato il libro di Gianfranco Pala, Pierino e il lupo, dopo trentaquattro anni dalla sua prima uscita. Pierino e il lupo narra, ripercorrendo Prokofiev, in forma di favola economica, del rapporto tra Sraffa e Marx, che tanto affascinò le cattedre universitarie negli anni settanta, e tanto influenzò il dibattito nell’ambito della sinistra politica e sindacale. Tuttavia, così tanto è mutato il clima culturale e politico, negli ambienti accademici e non, che il dibattito attorno alle tesi di Sraffa ha fatto decisamente il suo tempo, essendo stato dimenticato persino il nome dell’illustre economista italiano. Perché allora la necessità di una nuova pubblicazione?

La prima risposta banale sarebbe quella di rendere omaggio a un vero e proprio capolavoro di critica dell’economia politica, ovviamente coscientemente trascurato dall’accademia dominante, sempre più meschinamente ideologica e oscurantista. La seconda risposta militante è che la crisi economica a cui stiamo assistendo è anche una crisi dell’economia borghese e della sua capacità mistificatoria. Infatti, l’opera, pur narrando di come Pierino, ovvero Piero Sraffa, riuscì a mettere in gabbia Marx, ovvero il lupo, si conclude, tuttavia, con un lupo vivo e agitato all’interno di una gabbia neanche troppo resistente.

Oggi mentre Pierino e i suoi nipotini sono dimenticati da tutti, torna alla ribalta lo spettro del lupo, che resta soltanto in attesa che un nuovo movimento di classe sia in grado di riaprire finalmente quella gabbia costruita dai suoi presunti amici.

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antiper

Dalla filosofia alla concezione materialistica della storia

Appunti per una introduzione alla concezione materialistica della storia, n.1

di Antiper

marx e engels il manifesto del partito comunista ba24c393de1729340b12814d6bd2f4f7Introduzione

Sul rapporto tra marxismo e filosofia sono state scritte intere biblioteche. Il “dilemma” è ricondotto alla questione, posta dai filosofi “di professione”, dell’insufficiente, nascosto, frainteso o addirittura mistificato “statuto filosofico” del marxismo.

Nel parlare di marxismo e filosofia si va da chi afferma che il vero problema del marxismo è l’assenza di uno spazio filosofico specifico a chi afferma che un po’ di buona filosofia c’è, ma bisogna disseppellirla da sotto una montagna di deformazioni economicistiche, storicistiche, umanistiche, a chi sostiene che in Marx è posto in modo esauriente il problema filosofico fondamentale. E così via.

Più in generale i filosofi vogliono più filosofia. E' normale: gli economisti vogliono più economia, i sociologi più sociologia, ecc… Raramente si ricorda che una delle acquisizioni fondamentali di Marx consiste proprio nel superamento della divisione disciplinare della conoscenza (si potrebbe dire, della “divisione del lavoro nel campo della conoscenza”) e nell’inaugurazione di un nuovo approccio ai problemi filosofici, economici, storici, sociali, ecc…

«il marxismo non si lascia collocare in nessuno dei comparti tradizionali del sistema delle scienze borghesi, e anche se si intendesse approntare appositamente per esso... un nuovo comparto chiamato sociologia, esso non vi rimarrebbe tranquillamente, ma continuerebbe a uscirne per infilarsi in tutti gli altri. “Economia”, “filosofia”, “storia”, “teoria del diritto e dello Stato”, nessuno di questi comparti è in grado di contenerlo, ma nessuno di essi sarebbe al sicuro dalle sue incursioni se si intendesse collocarlo in un altro» [1].

La maggior parte dei filosofi critica “benevolmente” Marx

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marxxxi

Pensare la Cina. Ripensare il post-capitalismo

di Domenico Losurdo*

Relazione presentata al convegno tenutosi a Roma il 2 ottobre 2015 ” La Cina dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2008″

chinese lanterns shanghai china1Ai giorni nostri è un luogo comune parlare di restaurazione del capitalismo a proposito della Cina scaturita dalle riforme di Deng Xiaoping. Ma su che cosa si fonda tale giudizio? C’è una visione più o meno coerente di socialismo che si possa contrapporre alla realtà dei rapporti economico-sociali vigenti nella Cina odierna? Diamo un rapido sguardo alla storia dei tentativi di costruzione di una società postcapitalistica. Se analizziamo i primi 15 anni di vita della Russia sovietica, vediamo susseguirsi rapidamente il comunismo di guerra, la NEP e la collettivizzazione integrale dell’economia (compresa l’agricoltura). Ecco tre esperimenti tra loro ben diversi, ma tutti e tre caratterizzati dal tentativo di costruire una società post-capitalista! Perché mai dovremmo scandalizzarci per il fatto che, nel corso degli oltre ottanta anni che hanno fatto seguito a tali esperimenti, ne siano emersi altri, ad esempio il socialismo di mercato e dalle caratteristiche cinesi? 

Concentriamoci per ora sulla Russia sovietica: quale dei tre esperimenti appena visti si avvicina di più al socialismo teorizzato da Marx ed Engels? Il comunismo di guerra viene così salutato da un fervente cattolico francese, Pierre Pascal, in quel momento a Mosca: «Spettacolo unico e inebriante […] I ricchi non ci sono più: solo poveri e poverissimi […] Alti e bassi salari s’accostano. Il diritto di proprietà è ridotto agli effetti personali». Questo populismo, che individua nella miseria o nella penuria il luogo dell’eccellenza morale e condanna la ricchezza come peccato, è criticato con grande precisione dal Manifesto del partito comunista: non c’è «nulla di più facile che dare all’ascetismo cristiano una mano di vernice socialista»; i «primi moti del proletariato» sono spesso caratterizzati da rivendicazioni all’insegna di «un ascetismo universale e un rozzo egualitarismo» (MEW, 4; 484 e 489). 

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ilrasoiodioccam

Marx e la critica del liberalismo

Stefano Petrucciani

Dal 22 al 24 ottobre prossimi si svolgerà nei pressi di Alessandria un convegno, organizzato dalla Fondazione Longo e dalla rivista “Critica Marxista”, dedicato alla riflessione sullo stato attuale della ricerca intorno al pensatore di Treviri. Qui anticipiamo, per gentile concessione dell'autore, una parte della relazione che vi terrà Stefano Petrucciani

MarxFamily and EngelsNell’epoca caratterizzata dall’egemonia ideologica del neoliberismo e dalla crisi delle teorie politiche ad esso alternative, di ispirazione socialista o radicale, può essere utile rileggere alcuni aspetti della critica marxiana del liberalismo, per capire se essa può avere ancora oggi una sua validità e, soprattutto, per comprendere quali sono i suoi punti di forza e quali quelli di debolezza.

 

1.C’è un Marx liberale

Ma prima di affrontare questo aspetto del discorso, è necessaria innanzitutto una precisazione: sarebbe del tutto errato considerare Marx semplicemente come un nemico del liberalismo; anzi, bisogna ricordare che la presenza di temi schiettamente liberali è una costante che attraversa tutto il suo pensiero, anche se nelle diverse fasi assume modalità estremamente differenti. L’esperienza politica di Marx, com’è noto, comincia proprio nel segno del liberalismo: negli articoli che pubblica sulla Gazzetta renana, tra il maggio del 1842 e il marzo del 1843, il giovane filosofo è impegnato in battaglie tipicamente liberali come quelle in difesa della libertà di stampa, contro la censura, per l’autonomia dello Stato e la laicità rispetto alle confessioni religiose. La libertà, scrive Marx intervenendo nel dibattito sulla censura, si identifica completamente con l’essenza dell’uomo[1]. Non solo, difendendo la libertà di stampa, Marx sottolinea (dimostrandosi così, nonostante la sua giovane età, un ottimo maestro di liberalismo) che “ogni forma di libertà presuppone le altre, come ogni membro del corpo presuppone gli altri. Ogniqualvolta vien posta in discussione una determinata libertà, è la libertà stessa che viene posta in discussione”[2] .

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scenari

Lettera a Slavoj Žižek sull'opera di Mao Tse-Tung

di Alain Badiou

cid 65F1E0BF BD19 4900 AEE5 79CE5E93A871MIMESIS

Caro Slavoj,

La tua introduzione ai testi filosofi co-politici di Mao pubblicata da Verso è, come sempre, di grande interesse. Per cominciare direi, come è mia abitudine e di contro alla tua reputazione – frutto di una falsificazione del tutto francese – di uomo di spettacolo e di buffone del concetto (hanno detto altrettanto del nostro maestro Lacan, sentiamoci rassicurati!) che questa tua introduzione è leale, profonda e coraggiosa. È leale perché, lungi da ogni finzione e da ogni traballante retorica, esprime con esattezza il tuo rapporto ambivalente con la fi gura di Mao. Riconosci la novità e l’ampiezza della sua visione, ma la giudichi falsa e pericolosa da numerosi punti di vista. È profonda perché tagli corto, vai dritto a una questione cruciale e difficile, quella del pensiero dialettico contemporaneo nei suoi legami con la politica. Le tue considerazioni sulla negazione della negazione sono notevoli. Senza alcun dubbio, tu fai luce per la prima volta sulla ragione profonda del rifiuto di questa “legge” dialettica, avanzato da Stalin e da Mao, sapendo che attraverso tale rifiuto essi hanno frainteso il vero senso hegeliano: ogni negazione immanente è, nella sua essenza, negazione della negazione che essa è. Infine, il tuo è un testo coraggioso perché, come spesso fai, qui ti esponi alle critiche provenienti da ambo le parti. I discendenti controrivoluzionari dei nostri “nuovi filosofi ” grideranno, come già fanno, che tu e Badiou siete una coppia di partigiani attempati, e comunque pericolosi, di un comunismo sepolcrale.

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blackblog

"Common decency" o corporativismo

Osservazioni sull'opera di Jean-Claude Michéa

di Anselm Jappe

jappe4Secondo alcuni, il capitalismo, chiamato anche economia di mercato più democrazia, vive, malgrado le sue crisi, una fase storica di grande espansione. Secondo altri, questi trionfi non sono altro che una fuga in avanti la quale maschera la sua situazione ogni giorno sempre più precaria. Ad ogni modo, si può dire che viviamo in un'epoca che non somiglia a nessun'altra. Questo appare del tutto evidente - salvo a quelli che hanno fatto della critica al capitalismo il loro mestiere. Si sarebbe potuto sperare che la fine definitiva del "socialismo di Stato", nel 1989, avesse anche messo fine a quel genere di marxismo legato, in un modo o nell'altro, alla modernizzazione "di recupero" che aveva avuto luogo negli "Stati operai". Il campo sembrava ormai sgombro per l'elaborazione di una nuova critica sociale, all'altezza del capitalismo postmoderno e capace di riprendere le questioni di base. Ma il rapido impoverimento delle classi medie, un'evoluzione che pressoché nessuno aveva previsto, ha ridato un vigore inaspettato a delle recriminazioni che rimproverano al sistema capitalista soltanto le ingiustizie della distribuzione, e i danni collaterali che producono, senza mettere mai seriamente in discussione la sua stessa esistenza ed il tipo di vita che impone. E' appoggiandosi spesso ai concetti più obsoleti del marxismo tradizionale, che troskisti elettorali, negriani ed altri cittadinisti espongono la loro richiesta di una diversa gestione della società industriale capitalista. Qui, la critica sociale si riduce essenzialmente al dualismo fra sfruttatori e sfruttati, dominanti e dominati, conservatori e progressisti, destra e sinistra, cattivi e buoni. Quindi, niente di nuovo sotto il sole. I fronti sono sempre gli stessi. Ed è un Karl Marx ridotto a cacciatore di "profitti immorali" che esercita nuovamente un diritto di presenza nei grandi media. La crisi finanziaria della fine del 2008, ha fatto tuttavia guadagnare dei punti a questa spiegazione del mondo.

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la citta futura

Chi ha ucciso Karl Marx?

Se la crisi sconfessa le teorie liberiste, meglio dare la colpa a Marx e Keynes.

di Ascanio Bernardeschi

“Non riconosco più le ragioni per cui ho demonizzato il capitale. Il mostro che fagocita tutto? Il Leviatano che succhia l'anima e il sangue dei lavoratori? Sconfesso quest'analisi. Il capitale è fatto dagli uomini, dalla loro intelligenza, dalla loro fantasia, dalle loro fatiche; è il risultato del lavoro, è ciò che gli uomini hanno fatto, è quanto di buono ci circonda e ci aiuta ad abitare il pianeta, a dominare una natura spesso ostile. Perciò è bene che chi ne è il detentore lo possa stabilmente possedere e ne tragga il giusto frutto” (Karl Marx, luglio 2015)

4c55c93b61ad68ff535629a2f86c996e LAvrei dovuto aspettarmelo, dal momento che l’Autore [1] – si legge nella quarta di copertina – è un docente universitario che ha iniziato la sua carriera alla Bocconi, luogo in cui si plasmano i cervelli in grado di produrre i disastri culturali e di giustificare quelli materiali che sono davanti agli occhi di tutti. Però il titolo era troppo accattivante, Marx & Keynes. Un romanzo economico, e l’invito nella stessa quarta di copertina prometteva “rigore scientifico, originalità narrativa, humor e suspense” con tanto di “finale imprevedibile”. Maledetta la mia curiosità! Così nello stand dei libri della festa di Rifondazione, non ho resistito alla tentazione di portarmi a casa il libro, per la modica cifra di 12 euro.

Non sono di palato fino, ma già nel primo capitolo mi ha infastidito un’affermazione secondo cui Marx avrebbe preferito il giornalismo all’accademia. Chi scrive della sua vita, sia pure in forma romanzata, dovrebbe sapere che l’attività giornalistica per quotidiani borghesi fu per il Moro un ripiego per mettere insieme il pranzo con la cena, visto che, dopo la laurea, pensava di ottenere la libera docenza a Bonn, dove insegnava il suo amico Bruno Bauer. Ma Bauer venne allontanato dall’Università. Non si schiuse così la carriera accademica di Marx, che passò al giornalismo diventando redattore della militante “Gazzetta renana”, prontamente interdetta dalla censura prussiana nel 1845.

Mi direte che un romanzo è anche frutto della fantasia. Ma allora perché promettere rigore? Meno sorprendente è un’altra affermazione di dolore attribuita al Marx fantastico per avere avuto come eredi/mostri Stalin, Mao, Che Guevara e Castro. Una dose di anticomunismo da parte di un bocconiano sta nel conto…

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linterferenza

Crisi neo-liberista e disgregazione del soggetto

Due volti del potere post-comunitario

Claudio Valerio Vettraino

164545415 eb388599 2ffb 406b b198 49ff209fca90La crisi che stiamo vivendo ormai da quasi un decennio e che rappresenta solo una forma determinata di una crisi generale che attraversa tutto il sistema capitalista-finanziario globale, non è solo indice di una ristrutturazione economica, per dirla in termini marxiani, ma ci parla di una mutazione profonda che investe la soggettività e la sua dialettica quotidiana con i processi storici in cui è immersa e che è chiamata a vivere o a sopportare a seconda dei casi e della posizione che questa stessa soggettività ricopre all’interno dei rapporti attraverso cui si produce e si riproduce la ricchezza complessiva della società.

Una ristrutturazione di una soggettività potremmo dire “orfana” di idee e valori, estromessa da qualsivoglia spinta utopista e di concreta appartenenza ad un tutto o ad una comunità che lotta – attraverso identità e riconoscimento reciproco (da e nella società) – per imporre gramscianamente una nuova egemonia e un’alternativa di sistema, che tenta a fatica di costruirsi come soggetto cosciente, figlia di quella soggettività umanistica che ha marcato la differenza – nei secoli – tra l’Occidente e l’Oriente, tra un approccio attivo, in questo precipuo senso critico-filosofico al mondo e alle cose e, viceversa, un approccio naturalistico nei confronti del tutto, in quanto eterno mutamento in cui il soggetto era “istintivamente” immerso.

Ovviamente la tendenza alla generalizzazione in questo mio contributo è necessaria, dato che non è possibile qui entrare in tali conflitti.

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contropiano2

Per l'attualizzazione della filosofia della prassi gramsciana

Ettore Gallo intervista Luciano Vasapollo

cfad65ba878a8d58bf4600235faf5023 LQuali sono le cause della crisi e cosa la distingue dalle crisi del passato? Quali sono le prospettive politiche e ideologiche in questa fase? È possibile un secondo New Deal keynesiano o è in discussione l’intero assetto dell’egemonia capitalistica? Cosa hanno ancora da insegnarci Marx, Lenin e Gramsci? In definitiva, come dovranno agire nei giorni, nei mesi e negli anni che ci aspettano le sinistre di classe di tutto il mondo?

Cerchiamo di rispondere a queste domande con il Prof. Luciano Vasapollo, marxista, critico dell’economia e docente all’Università di Roma "Sapienza" e alle Università de La Habana e Pinar del Rio (Cuba), nonché direttore del Centro Studi CESTES dell’USB-Unione Sindacale di Base e dirigente politico comunista da oltre quaranta anni.

L’intervista è di Ettore Gallo, studente e militante del Collettivo Economia La Sapienza. Questa lunga e approfondita conversazione costituisce l’intervista conclusiva di un ciclo iniziato quest’anno e che ha toccato come temi il fallimento delle trattative fra Grecia e Unione Europea ( “A cu’ si fa’ pecura, lu lupu si lu mangia!”- Tsipras doveva rompere la gabbia) e le prospettive politiche dei Paesi dell’ALBA (L'Alba euromediterranea: da provocazione teorica a percorso reale). Ricordiamo inoltre un’intervista-conversazione alla vigilia delle elezioni europee del maggio 2014 (link) e la partecipazione dello stesso Prof. Vasapollo a un’iniziativa promossa lo scorso maggio dal Collettivo Economia sullo sviluppo economico e le prospettive politiche dei Paesi dell’ALBA (video).

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marx xxi

L’“intellettuale collettivo”. Da Gramsci al mondo attuale*

di Alexander Höbel

Gramsci Stampa1. La riflessione di Gramsci negli scritti politici

Quello dell’intellettuale collettivo è un tema classico dell’elaborazione gramsciana, e in parte si collega a quella estrema attenzione al terreno della formazione e dell’approfondimento, al lavoro culturale organizzato, tipica della sua impostazione. Per Gramsci, cioè, come già era stato per Gobetti, “la cultura è organizzazione”, e agendo sulla formazione della coscienza di singoli e masse ha ricadute decisive sul piano politico1.

Già nel dicembre 1917, dinanzi alla proposta di una “Associazione di cultura” emersa nella sezione torinese del Partito socialista, Gramsci osservava: “Una delle più gravi lacune dell’attività nostra è questa: noi aspettiamo l’attualità per discutere dei problemi e per fissare le direttive della nostra azione”, il che fa sì che non tutti si impadroniscano “dei termini esatti delle questioni”, cosa che provoca “sbandamenti”, disorientamento, “beghe interne”. Non esiste cioè “quella preparazione di lunga mano che dà la prontezza di deliberare in qualsiasi momento”, perché chiari sono i presupposti teorici della decisione politica. “L’associazione di cultura dovrebbe [quindi] curare questa preparazione […]. Disinteressatamente, cioè senza aspettare lo stimolo dell’attualità, in essa dovrebbe discutersi tutto ciò che interessa o potrà interessare un giorno il movimento proletario”2.

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L’ultimo lampo del Novecento

Appunti di lettura intorno a «Dello spirito libero» di Mario Tronti

di Damiano Palano

Il recente volume di Mario Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero (il Saggiatore, Milano, 2015), può essere considerato l’autobiografia teorica di un «politico pensante». Partendo da quei «frammenti», questo articolo si propone rileggere le tappe che, nell’arco di quasi sessant’anni, hanno scandito l’itinerario teorico di Tronti. Perché forse solo oggi se ne possono cogliere fino in fondo le linee di continuità, i salti, le innovazioni

stella untitledNel cuore di tenebra

Già dalla fine degli anni Sessanta, dopo la conclusione delle riprese di C’era una volta il West, Sergio Leone iniziò a progettare un film sull’assedio di Leningrado. La pellicola avrebbe dovuto ispirarsi a The 900 Days. The Siege of Leningrad, un libro in cui il giornalista Harrison E. Salisbury ricostruiva la vittoriosa resistenza dell’Armata Rossa e dell’intera città dinanzi all’offensiva tedesca, durata dal giugno 1941 fino al gennaio 1943. Più volte accantonata, l’idea non fu però mai abbandonata da Leone, che tornò a elaborarla dopo aver girato C’era una volta America. Di quel progetto ambizioso rimangono solo alcune cartelle dattiloscritte, da cui è possibile ricostruire solo molto vagamente la direzione che Leone avrebbe imboccato per trasferire sul grande schermo la cronaca di Salisbury.

Ma grazie a quegli appunti è possibile immaginare il lunghissimo, affascinante piano-sequenza che il regista aveva ideato come inizio. L’apertura doveva essere infatti un primo piano sulle mani di Dmitrij Šostakovič, che scivolavano sui tasti bianchi e neri del pianoforte, alla ricerca delle note della Sinfonia di Leningrado, la sinfonia che il musicista iniziò effettivamente a comporre nel 1941 e che fu eseguita per la prima volta, nella città assediata, un anno dopo. L’inquadratura si sarebbe dovuta poi lentamente allargare, scoprendo la figura del compositore e il suo appartamento.

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antiper

L’astrazione

Maurizio Donato

164642539 66ceddc3 4895 489f 972c d7fde284f58bChe cosa vuol dire procedere per astrazione? Che cosa dobbiamo intendere con il termine astratto?

“L’astrazione è uno strumento indispensabile all’interno del processo conoscitivo e di indagine scientifica” ma (o forse proprio per questo) sul significato e dunque sull’uso di questo concetto prevalgono idee confuse, spesso fuorvianti. Per chi non abbia familiarità con i concetti, astratto potrebbe sembrare sinonimo di irreale, per cui concreto sarebbe – per contrasto – il reale: non è così. Qualcuno potrebbe pensare che astratto significhi vago, e di conseguenza concreto starebbe a intendere preciso: non è così.

In prima approssimazione possiamo definire astratto come generale e concreto come particolare, per cui la nostra analisi dell’economia, lo studio dell’economia politica procederà dall’astratto al concreto: partiremo da alcune condizioni e dunque da alcune categorie molto generali per poi procedere verso l’analisi di situazioni più particolari che richiedono l’utilizzo di categorie diverse da quelle utilizzate nella I parte del corso.

Che una categoria come merce o capitale sia astratta non vuol dire perciò che “la merce non esista”, che sia qualcosa di “irreale” o di “vago”, come se ciò che esiste debba presentarsi necessariamente sotto le forme di un qualche oggetto materiale; l’amicizia e l’amore esistono, così come la competizione e lo sfruttamento: è che si tratta di concetti, ma – per l’appunto – anche i concetti esistono e sono importanti perché ci consentono di “dare un ordine” alla confusione del mondo che, senza concetti, non sarebbe conoscibile, almeno non in senso scientifico.

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ist onorato damen

Il gruppo Krisis e il soggetto automatico capitalista

di Lorenzo Procopio 

Richiamandosi a Marx le analisi del gruppo Krisis colgono puntualmente le strettissime relazioni che intercorrono tra l’attuale crisi economica e le profonde contraddizioni del processo d’accumulazione del capitale. Lo stesso gruppo di Krisis, sempre in nome di Marx, con un colpo di spugna cancella le differenze di classe e trasforma borghesi e proletari in vittime comuni del soggetto automatico capitalista

sicurezza lavoro2Ogni giorno è sempre più evidente che la crisi economica che attanaglia l’intero sistema capitalistico sia destinata a perdurare ancora per un lungo periodo di tempo. Non è più un caso che le ottimistiche previsioni di ripresa economica formulate in questi ultimi anni dai vari organismi internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale o la Banca mondiale, per non parlare delle previsioni dei vari governi dei singoli stati nazionali, sono sistematicamente smentite alla prova dei fatti e la tanto agognata crescita del Pil è rinviata sempre all’anno successivo. Anche il 2014 a livello globale farà registrare una crescita economica irrisoria che non permetterà al sistema capitalistico di recuperare i livelli macroeconomici precedenti lo scoppio dell’attuale crisi.

Le conseguenze sociali di questa crisi economica stanno diventando sempre di più drammatiche, con miliardi di esseri umani scaraventati nella miseria più nera o utilizzati come carne da macello in quella che ormai possiamo definire la guerra imperialista permanente. Infatti non passa un solo giorno durante il quale in qualche angolo del globo non si combatti una guerra funzionale ai processi d’accumulazione e alla conservazione capitalistica.

Non è più un caso che proprio a causa di questa lunga crisi economica molti intellettuali stiano cercando di spiegare il fenomeno recuperando i vecchi arnesi della critica dell’economia politica di Karl Marx. Ciò sta avvenendo non con l’intento di rilanciare una vera alternativa alle barbarie del capitalismo, ma con il preciso scopo di deformare e mistificare il pensiero di Marx

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Note sul Capitale

(Capitale e mutamento storico)

di Moishe Postone

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1. L'enorme trasformazione epocale del mondo negli ultimi decenni ha indicato drammaticamente che l'attuale teoria sociale e storica dev'essere intesa come centrale rispetto alle dinamiche storiche ed ai cambiamenti strutturali su larga scale, se vuole dimostrarsi adeuata al nostro universo sociale.

2. La categoria marxiana di capitale è di importanza cruciale per quel che riguarda la costituzione di una tale teoria del mondo contemporaneo - ma solamente se essa viene riconcettualizzata in modo da distinguersi sostanzialmente dai modi nei quali la categoria di capitale è stata recentemente usata nei diversi discorsi delle scienze sociali, così come nelle interpretazioni marxiste tradizionali.

3. La categoria di capitale che presenterò, allora, ha ben poco in comune con i modi in cui "capitale" viene usato da una grande varietà di teorici, che vanno da Gary Becker, passando per Bourdieu, fino ad arrivare a molti marxisti per i quali "capitale" generalmente si riferisce ad un surplus sociale di cui ci si appropria privatamente. All'interno di quest'ultimo quadro interpretativo, capitale è essenzialmente surplus di ricchezza nelle condizioni di sfruttamento di classe astratto e non palese.

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Critica dell'economia politica, oltre il marxismo tradizionale: Moishe Postone e Robert Kurz

di Jordi Maiso ed Eduardo Maura

post apocalypse25255b525255dQuesto testo intende presentare due proposte di attualizzazione della critica marxiana dell'economia politica: quelle di Moishe Postone e di Robert Kurz. I loro approcci, sviluppati a partire dagli anno Ottanta, offrono delle chiavi per superare le insufficienze del marxismo tradizionale ed aprono prospettive fruttuose al fine di rendere attuale la teoria critica. Partendo da una reinterpretazione comune delle categorie di Marx, i due autori arrivano, tuttavia, a diagnosi differenti: mentre Postone insiste su come il capitalismo crei (e blocchi) la possibilità di un nuovo ordine sociale, Kurz sottolinea il fatto che il capitalismo contemporaneo abbia raggiunto il suo limite interno e sia entrato in una fase irreversibile di declino e di disintegrazione.

Negli anni successivi alla "rottura epocale" del 1989, la critica dell'economia politica in chiave marxiana era considerata un capitolo chiuso della storia del pensiero, ed ostinarsi a criticare il capitalismo era ritenuto proprio di qualche testardo che non voleva riconoscere i nuovi segni dei tempi. Erano gli anni dell'euforia della "fine della storia" e della "fine delle ideologie", e l'imposizione dell'economia di mercato su scala planetaria prometteva di concretizzare il sogno di un One World che avrebbe superato le divisioni fra i blocchi ed avrebbe dato inizio ad un'epoca di prosperità globale.

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la citta futura

Per Lukàcs

di Renato Caputo

Seguendo l’invito di La Porta a riprendere la riflessione, in occasione del centoventesimo anniversario della morte, su uno dei massimi esponenti del marxismo novecentesco: György Lukács, proviamo a fornire un breve profilo dello sviluppo del più organico tentativo di sviluppare una Weltanschauung marxista attraverso le opere maggiormente significative del filosofo ungherese

7586bcdd7a745d843a3897512742ccdb lGli scritti giovanili

Fra gli scritti giovanili di Lukács (Budapest 1885 – Budapest 1971), anteriori all’approdo al marxismo, occorre ricordare, in particolare, L’anima e le forme e Teoria del romanzo. Tali opere risentono della formazione del giovane Lukács, che ha avuto modo di studiare con alcuni dei maggiori filosofi e sociologi del tempo, come Heinrich Rickert e Georg Simmel. In esse la riflessione sull’arte e la vita si intreccia sempre più con la filosofia della storia, che diverrà un punto fermo della visione del mondo di Lukács negli anni successivi.

Per quanto riguarda la prima opera, del 1911, influenzata in particolare dalla filosofia della vita allora in voga, Lukács mostra come l’opera d’arte da una parte esprime un determinato atteggiamento nei confronti della vita, dall’altra interviene sul suo caotico corso regolandolo mediante la forma. A differenza della scienza che mira al contenuto, ovvero si occupa dei fatti e delle loro connessioni e ha, dunque, come oggetto il mondo naturale, l’arte è caratterizzata dalla forma in quanto esprime le anime e i loro destini e ha come oggetto la sfera dello spirito. In Teoria del romanzo (1916) Lukács affronta per la prima volta l’opera d’arte in una prospettiva storicistica, che sarà posta al centro dei successivi sviluppi della sua teoria estetica.

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Il lavoro ai tempi del capitale fittizio

di Norbert Trenkle

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Che la produzione sociale, nella società capitalista, prenda la forma della produzione di merci, è opinione largamente condivisa. E' questo il motivo per cui Marx considera la merce come la "forma elementare" della ricchezza capitalista, e la sceglie come punto di partenza analitico per la sua critica dell'economia politica. La teoria economica non ha alcuna idea di cosa farsene di un tale approccio teorico. Essa tratta il concetto per cui le persone mediano la loro socialità attraverso la produzione e lo scambio di merci come se fosse un truismo antropologico. Non considera mai un essere umano come qualcosa di diverso da un potenziale produttore privato che fabbrica cose per poi poterle scambiare con altri produttori privati, avendo sempre ben presente in mente i propri particolari interessi. La differenza fra produzione di ricchezza nella società capitalista moderna e produzione di ricchezza nelle comunità tradizionali viene quindi considerata come una mera differenza di grado, con la puntualizzazione per cui sotto il capitalismo la divisione sociale del lavoro è di gran lunga più sviluppata, a causa dei progressi tecnologici e che le persone diventano più produttive nella misura in cui divengono più specializzate.

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homolaicus

Costanzo Preve e il medio-marxismo (1914-1956)

Enrico Galavotti

annegamento 2Quei due periodi di storia che Costanzo Preve, nella sua Storia critica del marxismo (ed. La Città del Sole, Napoli 2007), chiama "medio-marxi­smo" (1914-56) e "tardo-marxismo" (1956-91), per lui non hanno "alcun rapporto con la teoria originale di Marx", per cui il discorso, col marxismo classico, è praticamente già chiuso. Preve rifiuta persi­no la rivoluzione d'Ottobre, e pensa di poterlo fare a buon diritto, visto ch'essa è fallita.

In sostanza l'ultimo Preve riteneva d'essere l'unico interprete adeguato di Marx, l'unico a non averlo né frainteso né censurato né strumenta­lizzato. D'altra parte lui stesso se ne vantava: "la mia riesposizione criti­ca è talmente diversa e talmente 'dirompente' in rapporto a tutte le principali correnti del marxismo... da apparire non tanto 'folle' quan­to strana ed eccentrica" (pp. 166-7).

Tuttavia, a fronte dei 150 anni di storia del marxismo, un mi­nimo di umiltà o di circospezione sarebbe quanto meno desiderabile. Il fatto che il cosiddetto "socialismo scientifico" sia andato incontro a cocenti sconfitte storiche, non ci autorizza a sottovalutare le capa­cità intellettuali di chi ci ha preceduto o a valorizzare soltanto le idee che più somigliano alle nostre.

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Qual è il valore del lavoro?

di Moishe Postone

postone25255b525255dI profondi cambiamenti storici del recente passato - il declino dello Stato-provvidenza nell'Occidente capitalista, il crollo del comunismo e dei partiti-Stato burocratici ad Est, e l'emergere apparentemente trionfante di un nuovo ordine capitalista mondiale e neoliberista - hanno restituito tutta la loro attualità ai problemi della dinamica storica e delle trasformazione mondiale nelle analisi e nei discorsi politici della sinistra.

Ma, allo stesso tempo, questi sviluppo rappresentano per la sinistra delle sfide difficili, in quanto mettono in causa tutta una serie di posizioni critiche che sono diventate predominanti negli anni settanta ed ottanta, così come le posizioni precedenti apparse dopo il 1917.

Da un lato, visto che il crollo drammatico e la dissoluzione definitiva dell'Unione Sovietica e del comunismo europeo fanno parte di tali cambiamenti, questi sono stati interpretati come la dimostrazione della fine storica del marxismo e, più in generale, della pertinenza della teoria sociale di Marx.

Ma, dall'altro lato, gli ultimi decenni hanno mostrato che la dinamica che sottende il capitalismo (dinamica intesa sia in maniera sociale e culturale che in maniera economica) continua ad esistere ad Est come ad Ovest ed hanno ugualmente mostrato come l'idea secondo la quale lo Stato potrebbe controllare tale dinamica non era valida se non, nella migliore delle ipotesi, in maniera provvisoria. Questa evoluzione mette profondamente in discussione le interpretazioni post-strutturaliste della storia e mostra inoltre che il nostro modo di comprendere le condizioni dell'autodeterminazione democratica dev'essere ripensata.

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homolaicus

Il Marx di Diego Fusaro

Enrico Galavotti

Fusaro MarxIndubbiamente Diego Fusaro, astro nascente dell'attuale filosofia marxista italiana, ha avuto e tuttora ha il merito di aver aiutato a riscoprire la portata eversiva delle teorie anti-capitalistiche di quel grande economista chiamato Karl Marx.

Vogliamo sottolineare la qualifica di "economista" perché è in questo ruolo che Marx ha dato il meglio di sé, checché ne pensi Fusaro, che invece lo preferisce di più nei panni del "filosofo" o in quelli del "filosofo dell'economia", rischiando così pericolosamente di darne un'interpretazione influenzata dall'hegelismo, come d'altra parte fece uno dei suoi principali maestri, Costanzo Preve.

La vera grandezza di Marx sta invece proprio in questo, nell'aver distrutto il primato della filosofia, facendo dell'economia politica una vera scienza, e non una semplice ideologia al servizio della borghesia, com'era, in particolar modo, quella elaborata in Inghilterra, in cui dominava l'idea di considerare il capitalismo un fenomeno di tipo "naturale" e non "storico", ovvero come un evento destinato a durare in eterno e non a essere superato da una società di tipo comunista. Per l'ultimo Marx, quello interessato all'antropologia, il comunismo altro non sarebbe stato che un ritorno al comunismo primitivo in forme e modi infinitamente più evoluti, in quanto scienza e tecnica avrebbero giocato un ruolo di rilievo, assolutamente più democratico di quello che svolgono in un contesto dominato dall'antagonismo tra capitale e lavoro.

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linterferenza

La forma-partito nella società liquida

Ricostruire il partito comunista: elitismo intellettuale o proposta strategica di lungo respiro?

Claudio Valerio Vettraino

poster cccpDal 3 al 5 Luglio si svolgerà a Via Monte testaccio a Roma la Festa Comunista, organizzata dal Partito Comunista di Marco Rizzo e compagni, che cerca – nella palude teorica e politica italiana, di ridare voce e prospettiva ad un’analisi marxista della società capitalistica e finanziaria contemporanea.

Un tentativo ambizioso e forse titanico ma per molti ritenuto necessario, per aprire una seria e profonda riflessione sul “caos” odierno e per tentare di ridefinire un’alternativa di sistema all’attuale ordine mondiale, ridando la parola ai popoli e ai lavoratori, costruendo (assieme per esempio alla coalizione sociale di Landini e di parte della Fiom) quel fronte rappresentativo del mondo del lavoro, oggi indispensabile per ridefinire qualsivoglia azione di rivendicazione e di lotta sociale, in Italia, in Europa e nel Mondo.

Impossibile su questo, non essere d’accordo; chi scrive è del tutto convinto che questa è la strada maestra da intraprendere. Dare voce e rappresentanza ad un mondo del lavoro quanto mai diviso e frammentato, precarizzato e disperso, atomizzato ed alienato; assuefatto alla barbarie e allo sfruttamento come dati “naturali” del sistema e della vita quotidiana.