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intrasformazione

Da Marx al “gramscismo”

di Tommaso Baris

volto 300Angelo D'Orsi, già autore di alcuni importanti studi su Antonio Gramsci, ci offre in questo nuovo volume una biografia esaustiva sull'importante pensatore politico sardo. Il suo obiettivo, dichiarato nella prefazione, era quello di “rivolgersi non soltanto ai “gramsciologi” ma a un pubblico più largo, sia pure dialogando sempre, fra le righe, con gli specialisti” (p. 10). Si tratta perciò di raccontare Gramsci non solo e non tanto agli studiosi quanto ad una platea più vasta di lettori comuni, senza però perdere una dimensione scientifica della ricostruzione storica.

La sensazione è che tale scelta nasca per D'Orsi, direttamente o indirettamente, dalla necessità di affrontare la diffusa ed incerta filologicamente “gramsciologia” oggi esistente. Le vicende gramsciane, politiche e personali, sono diventate infatti una sorta di tema ricorrente nell'attuale mercato editoriale e culturale italiano, con continue “scoperte” e “rivelazioni” basate su supposizioni e congetture spesso prive di riscontri documentari.

In questo quadro D'Orsi si inserisce con un lavoro che vuole essere al contempo rigoroso ma anche capace di offrire in maniera sintetica e godibile le più recenti acuisizioni, sia biografiche che interpretative. Il riferimento esplicito è da questo punto di vista la vecchia biografia di Giuseppe Fiori, quella del 1966, al fine però di produrre un lavoro che sappia coniugare, come quella, la dimensione personale con quella politica, costruendo però una narrazione biografica rinnovata “alla luce di nuove acquisizioni documentali, nuovi studi, nuove visioni dei problemi e ovviamente”, come scrive l'autore, con un punto di vista “non riducibile a nessuna “ortodossia” (p. 10).

A partire da questi presupposti la ricostruzione si snoda dalla vicenda della famiglia Gramsci in Sardegna fino agli anni del carcere fascista. Spicca la centralità che D'Orsi riconosce alla fase di formazione universitaria, recuperando la propria densa produzione scientifica precedente. Gli anni del “garzonato universitario” dello “studente che non divenne dottore”, vengono ricostruiti con attenzione, mostrando le relazioni tra il giovane Gramsci con la cultura italiana di inizio Novecento e quella torinese in particolare. Il “decennio sotto la Mole” si rivela dunque decisivo secondo D'Orsi sotto due punti di vista. Da un lato l'esperienza universitaria permette a Gramsci di acquisire una “cultura positiva”, fatta di rigore filologico e scientifico, di ricerca delle cause profonde degli avvenimenti economici e sociali e della loro connessione con la politica, gettandosi le basi di un rapporto tra cultura e politica che costituisce un metodo di lavoro e di riflessione destinato a durare nel tempo; e dall'altra parte l'altrettanto cruciale incontro con la città industriale, il proletariato di fabbrica, la più generale dimensione di “civiltà della produzione”, che dai luoghi di lavoro si riverbera sull'intero assetto sociale del capoluogo piemontese. É da questo incontro che scaturisce il superamento dell'iniziale forma di ribellismo, la “sardità” come dimensione chiusa, che aveva caratterizzato la fase isolana della sua riflessione.

L'avvicinamento al socialismo subisce poi, dopo una fase di iniziale incertezza, una ulteriore accelerazione dal propagarsi della Grande Guerra. La nuova dimensione totale del conflitto, la sua natura di massa, comportano nella lettura di Gramsci un protagonismo inedito delle masse popolari, chiamate a giocare un ruolo politico di primo piano. L'adesione al bolscevismo si inserisce in questo quadro: il nesso guerra-rivoluzione ne viene confermato, sia pure in senso diverso dalla visione leninista, come sbocco di una mobilitazione di massa che rompe il vecchio quadro politico liberale ed elitario mentre l'organizzazione economica centralizzata realizzava un nuovo assetto produttivo. La produzione giornalistica sulla stampa socialista degli anni del primo conflitto mondiale ci offre la possibilità di seguire tale evoluzione politica, che ripensa e riformula l'originaria impostazione idealistica in un quadro nuovo, in cui rimane però il rifiuto del riformismo, di un socialismo inteso come meccanico ed inevitabile sbocco dell'evoluzione della società capitalistica. Il tema della volontà, del salto, della frattura che domina il noto articolo della “Rivoluzione contro il Capitale”, diventano allora fondamentali, e rimandano alla relazione tra volontà delle masse e capacità di rappresentarle politicamente, altra questione destinata a rimanere cruciale nella riflessione gramsciana.

Indubbiamente negli anni del conflitto Torino appare al giovane militante Gramsci il centro italiano di una tendenza mondiale, e le giornate dell'agosto del 1917 gli confermano la disponibilità al conflitto delle masse operaie. Gli fanno però apparire impreparato e paralizzato dalla sua eterogeneità il partito socialista italiano, incapace di essere realmente movimento rivoluzionario. Da qui l'incontro con Bordiga e la frazione astensionista, la cui azione viene apprezzata in quanto elemento di chiarificazione e superamento di ambiguità costitutive del movimento operaio italiano. Gli “ordinovisti” si accodano quindi a Bordiga, spinti da quello che l'autore considera un difetto di strabismo, il pensare l'Italia come appendice della realtà industriale torinese. Paradossalmente solo la chiusura della fase rivoluzionaria, a lungo negata dai dirigenti del Pdc'i e il processo di “bolscevizzazione” che si realizza nel movimento comunista internazionale, e che porta all'esautoramento della figura di Bordiga, spingono Gramsci e gli altri dirigenti torinesi a ripensare le basi stesse dell'azione politica dei comunisti nell'Italia ormai sotto il giogo fascista.

Si tratta di un momento cruciale. Come scrive D'Orsi “le sue analisi si arricchivano, disegnando quadri chiroscurali, nei quali emerge accanto alla classe operaia del Settentrione il contadinato meridionale, in un rapporto che ora appare di parità, ma anche di reciprocità: alla forza dell'una corrisponde quella dell'altro e viceversa”(p. 194). Saldare l'allenza rivoluzionaria tra i due gruppi sociali diventava allora il compito dei comunisti, mentre in Gramsci iniziava l'analisi della situazione sociale del Mezzogiorno ma anche degli orientamenti ideologici dei contadini del Sud Italia. Le Tesi di Lione dunque come il “tentativo di sistematizzare l'analisi che un partito marxista, internazionalista ma italiano, compie della storia dell'Italia, della situazione internazionale, del fascismo in particolare, che costituisce forse la parte più interessante del documento costituendo il punto di arrivo dell'esperienza diretta e della riflessione storico-politica sul fenomeno, quasi un trait d'union tra la produzione di testi giornalistici e di partito della prima metà degli anni venti e la meditazione, da storico e filofoso, ma sempre anche da militante, nella prima metà degli anni trenta, in carcere” (p. 195). Siamo però ancora, come sottolinea l'autore, nel “culmine del leninismo (…) di Gramsci”, con “il tentativo di una sua applicazione alla vicenda storica e politica italiana” (p. 195).

Inizia dalle Tesi una riflessione che si sviluppa poi nella Quistione meridionale, in cui appare centrale la disanima del ruolo degli intellettuali come Croce e Fortunato quali costruttori di consenso egemonico, mentre i contadini vengono individuati a tutti gli effetti nella loro dimensione di “forza motrice di una rivoluzione corale, a pari ruolo coi proletari delle fabbriche settentrionali” (p. 199). Matura inoltre, poco prima dell'arresto, l'allontanamento politico da Togliatti, che avviene intorno alle vicende russe e che passa per la celebre lettera del 26 ottobre del 1926. Opportunamente D'Orsi parla, con riferimento all'epistolario tra i due dirigenti comunisti, di “un'irreparabile diversità di visione fra Gramsci e Togliatti nei principi e nella startegia di sviluppo del movimento socialista internazionale” (p. 201), restituendoci una rivelante differenziazione politica. Non manca però di ricordare che “se è poi vero che la lettera dell'ottobre del 1926 segnarono fomalmente la rottura tra Gramsci e Togliatti, (…) d'altro canto è ancora più vero che il filo tra i due non si spezzò mai, anche se furono altri a tenere i capi di quel filo” (p. 205).

Il carcere finisce infatti al contempo per “congelare” quella rottura, nell'impossibilità di un chiarimento definitivo, e al contempo spinge comunque al suo superamento, con il tentativo gramsciano di contribuire alla elaborazione politica del partito e del movimento comunista internazionale con la sua riflessioni carceraria. Peraltro rispetto a questea condizione, quella del carcere appunto, D'Orsi ricostruisce con puntigliosità le difficili condizioni di vita matierla ed intellettuale in cui il progioniero si trovò ad operare, ricordando i molti limiti e le tante costrizioni fu sottoposto dal regime fascista, noncurante del progressivo aggravamento delle condizioni di salute. Lo stesso permesso di scrivere fu ottenuto soltanto dopo tre anni dalla iniziale richiesta.

Solo a questo punto Gramsci, con continue difficoltà rispetto anche alla possibilità di leggere testi e rivedere i propri materiali, potè materialmente stendere le sue riflessioni, i suoi pensieri frammentari ed in divenire, spingendo sempre più in avanti, nel quadro della svolta del social-fascismo e della riproposizione del modello bolscevico dopo la crisi del 1929, il suo dissenso con l'Urss e la stretgia del movimento comunista internazionale adottatta da quel momento in avanti. La riflessione gramsciana in carcere si svuiluppa infatti a partire dalla presa d'atto della sconfitta della rivoluzione in Occidente ma anche dalla preoccupazione per il tradimento, a suo avviso, dell'ultimo insegnamento di Lenin, incentrato sulla centralità della conquista del consenso attraverso pratiche egemoniche e non strumenti coercitivi, tanto nella costruzione del socialismo in Unione Sovietica che nel quadro delle relazioni internazionali. La sensazione di un costante difetto su questo versante, la mancanza cioè di capacità egemonica dell'Urss stalinista sia all'interno che all'esterno appaiono errori politici determinanti che spingono Gramsci ad un ritorno a Marx come strumento di ripensamento e riformulazione dell'apparato concettuale e teorico in cui lo schema dottrinario del marxismo-leninismo stalinista aveva rinchiuso il pensiero comunista.

D'Orsi insiste opportunamente sull'autonomia della “filosofia della praxis” gramsciana, caratterizzata dalla necessità di “sostenere una ben diversa idea del marxismo e ridisegnarne, entro certi limiti, la stessa fisionomia, all'altezza dei tempi nuovi e in una situazione di difficoltà oggettiva del proletariato” (p. 299). Ne derivava, come è stato scritto, “un pensiero originale, che parte da Marx e dalla tradizione marxista, con l'innesto dell'esperienza teoria-pratica di Lenin e del bolscevismo, per arrivare al “gramscismo”, che si può considerare una vera e propria corrente di pensiero che ha una propria autonomia, pur conservando la matrice marxista” (p. 300).

Gli elementi ideali sono infatti per Gramsci sì fondati dalle condizioni materiali, ma in un quadro di innervamenti e rispecchiamenti da decodificare e comprendere nella loro dimensione unitaria e duale, che conserva in quanto tale una natura ambivalente. In questo quadro non c'è abbandono del processo di azione rivoluzionaria e del progetto di liberazione del proletariato dalla sue catene, come si è sostenuto in passato e talora si è soliti riproporre di tanto in tanto da parte di alcuni, ma vi è senza dubbio un ripensamento profondo dello scenario e delle modalità della realizzazione della trasformazione rivoluzionaria: la stabilizzazione generale all'indomani della vittoria rivoluzione russa chiude la fase della guerra di movimento iniziata nel corso dell'Ottocento e crea un contesto inedito, quello della guerra di posizione, tipica della modernità avanta, e caratterizzata dalla questione della egemonia come il punto cruciale. Scrive infatti D'Orsi

Egemonia intellettuale, lavoro ideologico, azione culturale...in questo complesso nodo di concetti, che si intrecciano tra di loro, un posto ha anche quella ideologia che Gramsci di nuovo voltando le spalle a Marx (che per primo ha usato il termine in accezione negativa), e in parte riprendendo invece Lenin (che ne dà una lettura diversa, tutto sommato positiva), utilizza per tentare di precisare e sviluppare il discorso sull'egemonia e il conseguente ruolo degli intellettuali (p.308).

L'ideologia diventa così un elemento positivo, lo strumento con cui si prende contezza del proprio posizionamento sociale e si assuma consapevolezza del proprio ruolo di dominati. É lo strumento dunque con cui ci si fa soggetto politico, cioè struttura collettiva, organizzata, passaggio obbligato per iniziare la lotta politica per realizzare il rovesciamento delle posizioni di subalternità in campo economico e politico.

Si tratta con tutta evidenza di un allontanamento irrecuperabile dalle concezioni correnti del marxismo, sia nella sua veste riformatrice che in quella terzointernazionalista, che pone Gramsci in una posizione del tutto particolare dentro la galassia dell'eterodossia comunista degli anni Trenta. D'Orsi giustamente accentua quindi l'elemento di innovazione del pensatore politico sardo, legato ma anche capace di superare il marxismo con una nuova filosofia della azione rivoluzionaria.

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Comments   

#1 Eros Barone 2018-05-16 15:07
Il funzionamento della democrazia borghese sembra confermare l’idea che il capitalismo avanzato si regga sul consenso della classe operaia. L’accettazione di questa tesi rappresenta il fulcro della via parlamentare al socialismo, del ‘Nichtalsparliamentarismus’ (cioè ‘nient’altro che parlamentarismo’, secondo l’efficace formulazione con cui la Luxemburg definiva la teoria di Kautsky). Questa idea, che cioè in Occidente il potere borghese assuma essenzialmente la forma dell’egemonia culturale, è un classico dogma del riformismo (la cui versione italiana è rappresentata, nella sua forma più elaborata ed elegante, da alcuni nuclei centrali del pensiero di Gramsci, non a caso valorizzati dall’uso apertamente revisionistico che ne ha fatto Togliatti e ripresi da un gramsciano 'demi-service' quale è il D'Orsi). In realtà, il modo scientificamente corretto di risolvere il problema del rapporto tra consenso e coercizione in Occidente consiste nel riconoscere che la struttura normale del potere politico negli Stati
democratico-borghesi è, ad un tempo, “dominata” dalla cultura e “determinata” dalla coercizione. Negare il ruolo dominante della cultura nel sistema di potere del capitalismo contemporaneo significa infatti ridurre il primo ad un mito. Si tratta invece di comprendere che il dominio culturale della borghesia si materializza in alcuni istituti estremamente concreti: elezioni periodiche, diritti civili, diritti di riunione, i quali tutti esistono in Occidente e nessuno dei quali minaccia direttamente il potere del capitale. Orbene, il ‘segreto’ di questa particolare forma — la repubblica democratica — del dominio di classe, di cui Engels e Marx hanno messo in rilievo la duplice funzione di forma più sviluppata del potere borghese, ma anche di terreno ottimale della lotta di classe del proletariato, è del tutto omologo al ‘segreto’ della produzione del plusvalore nella fase della ‘sussunzione reale’ del lavoro al capitale, cioè nella fase della estensione della legge del valore a sempre più numerosi settori della vita sociale. Questa particolare forma del dominio di classe si fonda sul consenso di massa.Tutto si svolge — ed in ciò consiste l’illusione della democrazia borghese — “come se” la violenza, ossia la coercizione dello Stato, non esistesse. In realtà, il ruolo della violenza all’interno della struttura di potere del capitalismo contemporaneo resta determinante.
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